Ancora nel 1848: a Milano, a Venezia, a Parigi.
Come si diramò il battaglione della Principessa. — Le bugie del
conte de Hübner. — Il battaglione dell'abate Meneghelli. — Giudizii
del Metternich sui liberali italiani. — Giudizii severi della
Belgiojoso sugli uomini della rivoluzione lombarda. — Carlo Alberto
a Milano e il dramma del palazzo Greppi. — La rivoluzione di
Parigi: la Principessa torna a Parigi. — Le _vésuviennes_. — Comico
incidente in un ballo ufficiale. — Armando Marrast. — La Belgiojoso
va all'assedio di Roma.
Un diplomatico austriaco, il conte de Hübner, che durante
l'insurrezione delle Cinque Giornate se ne stette nascosto a Milano
in casa d'un'amante, racconta nel suo ironico _Une année de ma vie_
che i militi della colonna di Cristina Belgiojoso, appena usciti dai
festosi battimani e sventolii dei fazzoletti milanesi, furono spediti
sul campo della guerra; ma che essi non videro mai il nemico e si
sbandarono per la campagna, commettendovi ogni sorta di depredazioni,
finchè i contadini, esasperati, li sterminarono!... E il gentile Hübner
ha il coraggio di soggiungere di aver visti una ventina di quei _prodi_
cenciosi domandare l'elemosina per le vie di Milano. E conclude:
“C'est ainsi qu'a fini cette grande démonstration essentiellement
républicaine.„[115]
Ebbene: è un'infame bugia. Alcuno di quei volontarii meridionali si
vedeva, è vero, seduto sui gradini del Duomo, colla barba in disordine,
ad aspettare gli eventi; ma nessuno chiese mai la carità, provvedendo
ad essi la principessa. — Altri entrarono nella colonna dell'ardito
Luciano Manara, nella colonna dell'Anfossi o nella colonna Tangeberg,
che con quella del Manara salirono verso il Trentino, detto allora
da molti _Tirolo italiano_. Ma i più accorsero a difendere Venezia
sotto il comando del valorosissimo Guglielmo Pepe; a difenderla
accanto all'altro napoletano Alessandro Poerio, il poeta-soldato,
colpito in quella lotta titanica da una scheggia di mitraglia e da
una sciabolata alla testa. Non erano, adunque, tutti _avventurieri_,
come, scrivendo all'ajutante di Carlo Alberto, sentenziava il capo
del Governo provvisorio di Milano, Gabrio Casati! Il conte de Hübner,
lo stesso che, ambasciatore d'Austria presso Napoleone III, dovette
sorbirsi, nel ricevimento di capo d'anno del 1859, parole amare come
d'assenzio, non merita fede: egli poteva dar la mano al gesuita
Antonio Bresciani, il quale, nell'_Ebreo di Verona_, schernisce i
volontarii della Belgiojoso. Quest'era, in fine, una bella, coltissima,
spiritosa signora; e anche oggi, ben lontani come siamo dai delirii del
Quarantotto, molti adoratori della bellezza, del sapere e del brio, non
vorrebbero forse cavallerescamente seguirla?... Ma sento dire di no.
La principessa Cristina Belgiojoso, nel lungo scritto _Guerre dans le
Tyrol italien_, pubblicato nella _Revue des Deux Mondes_ del 15 gennajo
1849, parla di quelle colonne, di quei movimenti.
Fu detto ch'ella aveva partecipato a quei movimenti. Ma nel Trentino,
ella non pose mai piede. Fu scambiata con la veneziana Elisa Barozzi,
sposa di Eugenio Beltrami di Cremona, portabandiera del battaglione
cremonese. La principessa, dopo d'avere esposte in poche parole le
vicende del Trentino fin dal principio del secolo XIX; dopo d'aver
parlato di Andrea Hofer, magnifica figura d'alpigiano, che Napoleone I
potè uccidere con le palle de' suoi fucili, non strappare alla gloria;
la Belgiojoso parla d'una delle tante curiose figure di quell'epoca:
d'un sacerdote rivoluzionario e guerriero, l'abate Meneghelli, duce
anch'esso d'una colonna. Povero abate! Il generale Allemandi, col
quale volea mettersi d'accordo per operare efficacemente contro gli
Austriaci, lo trattò da imbelle, lo osteggiò, gli fermò la mano.
L'abate gli aveva proposta una marcia notturna su Riva di Trento;
marcia divisa in due corpi; uno de' quali doveva essere comandato da
lui, attraversando i villaggi di Prando, Demo, San Giovanni e penetrare
a Trento d'accordo cogli abitanti. Ma i capitani Arcioni e Longhena gli
fecero capire che l'Allemandi aveva tracciato tutt'altra via.... Il
buon Meneghelli aveva pur ricevuto dal Governo provvisorio di Milano
l'ambita facoltà d'eseguire il suo _piano_ e dirigere la colonna
dei volontarj attraverso le valli delle quali egli conosceva tutti
i passaggi. Ma tante erano le teste e tante le opinioni e i comandi,
allora!
Anche su Venezia la Belgiojoso scrisse parecchie pagine nella _Revue
des Deux Mondes_ col suo stile serrato e incisivo; di Venezia, dove
volle recarsi per istudiare da vicino quella rivoluzione.
E là, nella fantastica città dei dogi, un altro grandioso
spettacolo!... Il leone di San Marco, che Napoleone avea venduto
col trattato di Campoformio all'Austria, come un vecchio leone da
serraglio, s'era risvegliato terribile come ai bei giorni di Lepanto.
Un uomo di Stato, il solo vero uomo di Stato, che l'Italia vedesse
allora vigoreggiare, guidava il popolo; un popolo d'eroi e di poeti,
che accoglieva le palle infuocate degli Austriaci con motti di spirito
arguto. Daniele Manin era un uomo di limpida intelligenza, di carattere
immacolato, di volontà ferrea, risoluta. Lodovico Manin avea chiusa,
tremando, la gloriosa serie dei dogi; Daniele Manin apriva una nuova
êra di vita per l'antica dominatrice dei mari. E, accanto al Manin,
sedeva, grave, Nicolò Tommaseo, l'antico innamorato di Cristina
Belgiojoso; e, fra i combattenti, emergeva Guglielmo Pepe; e splendeva
colla mistica dolcezza d'un santo nella parola, e colla gagliardia d'un
cavaliere antico nella spada, un altro ben noto esule di Parigi, e pure
amico della principessa: il brianzuolo Giuseppe Sirtori.
Come la carezzevole aura di Venezia fremeva allora tutta d'odio contro
gli Austriaci!...
Via da noi, tedesco infido!
Non più patti, non accordi!
Guerra! Guerra! Ogn'altro grido
È d'infamia e servitù!
cantava allora il veneziano Carrèr; povero poeta, ch'emetteva fremiti e
canti di guerra coll'anima angosciata da sventure domestiche, e colla
fibra distrutta dalla tisi! Giuseppe Winter (che non va confuso col
suo omonimo autore d'un'opera _Maometto II_) musicò quel veemente inno
di guerra per incarico della principessa, alla quale il maestro lo
consacrò col titolo: _La Crociata italiana_,[116] mentre cinque celebri
compositori, Liszt, Thalberg, Herz, Czerny e Chopin le offrivano più
splendido omaggio, pubblicando a Milano il _Morceau de concert; grandes
variations de bravoure pour piano sur la marche des Puritains de
Bellini_: “Sui campi della gloria — Noi pugneremo allato!...„[117] —
Quali complicate variazioni! Quelle del Liszt sono infernali: la coda
del diavolo. Ma non si tratta dei _Puritani_, bensì del _Belisario_....
Come mai tanto equivoco?...
E infernali erano (o press'a poco) le idee del principe di Metternich,
l'inflessibile sostenitore del diritto divino atterrato in quell'anno
dal diritto del popolo.
Il Metternich scriveva al Granduca di Toscana che fra un Cesare
Balbo, un Gioberti, un Azeglio, campioni del liberalismo italiano,
e un Mazzini e seguaci, passava la stessa differenza che fra degli
avvelenatori e degli assassini.[118]
Il Metternich non poteva poi capacitarsi del liberalismo del
nuovo papa. Un papa liberale è impossibile! — scriveva al conte di
Ficquelmont, mandato a Milano per istudiarne lo spirito pubblico.
“Le Pape _libéral_ n'est pas un être possible. Un Grégoire VII a pu
devenir le maitre du monde: un Pie IX ne peut pas le devenir. Il peut
détruire, mais il ne peut édifier. Ce que déjà le Pape libéralisant a
détruit, c'est son propre pouvoir temporel.„[119] E non aveva torto il
vecchio diplomatico! Ma altri, fra gl'inni ardenti a Pio IX, pensavano
al pari di Metternich: ricordo il Cormenin, il quale nel libretto
_Sull'indipendenza italiana_ (riporto la versione del Bianchi-Giovini)
diceva nel '48 agl'italiani: “Parliamo schietto: su che si fonda la
vostra bella ma fragile rigenerazione? Sopra una mobile arena, sopra
una nube che attraversa il cielo e passa; sopra la sola volontà di un
uomo; sopra un soffio di esistenza; sopra la testa di Pio IX; sopra
nulla.„[120] E Carlo Cattaneo, andava ripetendo: “Pio IX è una bella
favola, per insegnarci la verità.„ — Luigi Napoleone venne definito dal
Metternich collo stesso giudizio del Thiers: “Louis-Napoleon est un feu
flegmatique, avec toutes les apparences du bon sens.„ E il giudizio su
Carlo Alberto non era certo più amorevole!...
Ma la principessa risparmiava forse ella severi giudizii sugli uomini
che guidavano la pubblica cosa in Lombardia?... Fin dal 1846, ell'avea
pubblicato a Parigi un opuscolo acerbissimo che Francesco Cusani, nella
_Storia di Milano_, chiama ingiustamente libello; — non è libello,
no, la parola di chi punge i dormenti per risvegliarli alla luce; non
è libello l'opuscolo _Études sur l'histoire de la Lombardie dans les
trente dernières années ou des causes du défaut d'énergie chez les
Lombards_; opuscolo che l'anno appresso apparve a Parigi tradotto
in italiano. La principessa avea veduto colla insurrezione di Milano
come “la mancanza d'energia dei Lombardi„ da lei deplorata, si fosse
mutata d'improvviso in eroismo; ma i patrizii, ma i governanti non la
persuadevano. Nello scritto pubblicato nella _Revue des Deux Mondes_
col titolo _L'Italie et la révolution italienne de 1848_, comincia
coll'accusare l'aristocrazia piemontese e più l'aristocrazia lombarda.
Perchè (dice) voi conservate al Radetzky le piazze forti di Mantova,
di Verona, di Peschiera e di Legnago?... Per il Governo provvisorio
di Milano, pei conti Casati, Borromeo, Durini, Alessandro Porro,
Giulini, per il Beretta, per Cesare Correnti, ha parole agre; è acerba
addirittura contro il medico veneto Fava, eletto a direttore della
nuova polizia. E d'Achille Mauri loda l'onestà, l'ingegno letterario;
ma lo dice ignaro degli affari, privo della conoscenza degli uomini e
della politica, di carattere non fermo. Fa eccezione per la serietà
di Carlo Cattaneo, per il poeta Berchet, chiamato a Milano qual
ministro della pubblica istruzione, e per il conte Pompeo Litta,
vecchio soldato napoleonico, ministro della guerra. La narratrice
è giusta quando tributa elogi al popolo; è giusta quando dipinge
il caos di quell'epoca: e s'addentra in particolari che tutti non
conoscono: particolari d'un dramma complicato e affannoso, una delle
cui principali figure, Carlo Alberto, comincia, dopo belle vittorie, a
oscurarsi.
Tornata a Milano, la principessa bramava di parlare a Carlo Alberto il
cui esercito, venuto in soccorso dei Lombardi, s'era fermato a Lodi. La
principessa abitava, in quel momento, nel castello di Belgiojoso; ma
ogni giorno, sole o pioggia, veniva a Milano per abboccarsi coi capi.
Il 2 agosto 1848, si spinse fino a Lodi, e vide gli abitanti di quelle
campagne in preda al terrore. Al più lieve rumor di carro lontano,
gridavano: “Ecco gli Austriaci! pietà!„ Tutti fuggivano, vecchi,
ragazzi.... I giovani robusti portavano in ispalla gli ammalati, le
donne portavano in braccio i bambini. I più affaticati si lasciavano
cadere lungo il cammino, pregando.
Carlo Alberto si trovava a Codogno. Non potendo ricevere la
principessa, incaricò il conte di Castagneto di accogliere le parole
dell'illustre dama, la quale raccomandò risolutezza al più irresoluto
dei monarchi. Nello stesso tempo, veniva introdotto presso il re un
_albertista_ incrollabile: don Carlo d'Adda.
Quella sera, la principessa ritornò a Milano, e al domani, ecco il re
viene ad accamparsi co' suoi cinquantamila soldati alle porte della
città, fuori di Porta Romana.
È noto, pur troppo, il cupo dramma che ne successe; e Cristina
Belgiojoso, nelle pagine sulla rivoluzione del '48, lo racconta.
Il nemica, inferocito, principia a bombardare Milano; la guardia
nazionale lo attacca e lo respinge; gli prende cinque cannoni; fa
dugento prigionieri; le campane suonano a stormo; chiamansi i cittadini
all'armi; si levan le pietre delle strade; risorgon le barricate
come nei Cinque giorni; carrozze, carri, mobili, tutto si adopera; in
qualche luogo, si scavan le mine. Milano sembra un ammasso di pietre e
di projettili, una foresta di fortini, di fucili balenanti al sole. E
venga pure il nemico!
Viene, invece, re Carlo Alberto, e viene ad abitare nel centro della
città, nel palazzo Greppi sulla Corsia del Giardino, ora via Manzoni. E
allora succede un fatto singolare. Il nemico non attacca più.... Perchè
i suoi cannoni non tuonano più?... Taluno susurra che Carlo Alberto
ha capitolato: un altro che le truppe piemontesi stanno per ripartire.
Possibile?... È vero?... I cittadini sembran pazzi pel dolore; alcuni
nascondono il pianto fra le palme.
Ma alla desolazione succede la rabbia. La folla irrompe dinanzi al
palazzo Greppi, decisa d'impedire la fuga del re. Questi, interrogato
da una deputazione della guardia nazionale, nega la diceria della
capitolazione; si presenta al balcone e arringa il popolo, promette di
battersi alla sua testa sino all'ultimo sangue.... Un urlo di giubilo
copre le sue ultime parole; nello stesso momento, un ignoto spara un
fucile contro di lui. Il re fa atto di esserne rimasto incolume; gli
applausi raddoppiano: è un alto clamore di festa. Ma, nella notte,
Carlo Alberto abbandona Milano.... Le pagine dell'_Italie et la
révolution italienne en 1848_ della Belgiojoso sono a questo punto
concitate. Nelle sue frasi, solitamente fredde, arde l'esasperazione
nel veder infrante le speranze concepite in Carlo Alberto. Ma ella non
s'atteggia, come altri, a giustiziera del misero re, che sul funebre
campo di Novara doveva espiare ben presto gli errori proprii e gli
errori degli altri.
Tanta delusione spense nella principessa gli ardori monarchici, e vi
riaccese, invece, gl'ideali repubblicani. Ella va quindi a trovare gli
uomini della Repubblica Francese a Parigi e gli uomini della Repubblica
mazziniana a Roma.
Che cos'era successo, intanto, a Parigi?... La _rivoluzione di
febbrajo_ avea rovesciato Luigi Filippo; e il trono del _re borghese_
dalle torme urlanti era stato portato in piazza della Bastiglia, e
frantumato: frantumato là, ai piedi di quella _Colonna di Luglio_,
eretta dal popolo per eternare la rivoluzione del 1830 — eroica
rivoluzione, e così propizia a Luigi Filippo!... Un curioso preludio
aveano avuto le sanguinose giornate di febbrajo, durante le quali
i cadaveri de' popolani, uccisi dalle palle di Luigi Filippo, erano
portati per le vie di Parigi a mostrare il delitto d'un monarca, che
volea regnare sui morti. Quelle giornate erano state precedute da
innumerevoli banchetti!... I famosi banchetti _riformisti_; i banchetti
di mille, duemila persone imbanditi a Parigi, nel giardino pubblico del
Castello Rosso; imbanditi in tutta la Francia, per chiedere liberali
riforme, per protestare contro Luigi Filippo e il suo governo, divenuto
il governo dell'egoismo, il governo dei sistemi dissolventi!... Era,
adunque, una rivoluzione cominciata coi cucchiaj; continuata colle
barricate; finita colla repubblica!
La caduta di Luigi Filippo dettò amari versi a Nicolò Tommaseo,
mentr'era a Venezia in carcere prima della rivoluzione memoranda di San
Marco:
.... Te, conte di Parigi in sull'aurora,
A mezzogiorno re, bandito a sera,
Te la madre anelante e tremebonda
In notte inospital per la campagna,
Molle d'acqua i capelli, i piè nel fango,
Come la prole d'un ladron, traea.
.... Passò la gloria tua, come l'odore
De' tuoi banchetti, e delle danze il giro:
Ed or che la perdesti, il peso or senti
Della corona....
La principessa Belgiojoso trovava Luigi Bonaparte a capo della
repubblica; una repubblica che non poteva durare: il fuggiasco del
castello di Ham avrebbe ben presto mutata con un colpo di Stato la
poltrona presidenziale in un trono! E la conduttrice del “battaglione
di napoletani„ vide a Parigi lo spettacolo di altre donne battagliere;
ma che donne!... Donde erano sbucate le _vésuviennes_, come a Parigi le
chiamavano? quelle _vésuviennes_, riunite in una specie d'associazione
politica, esaltate, libere? Ah, come libere!...
Je suis vésuvienne! — À moi le pompon!
Que chacun me vienne — Friper le jupon!
cantavano, o, almeno, così le faceva cantare il poeta A. Montémont.
Ma ben altre curiosità attendevano la principessa a Parigi!
Ella intervenne a una festa di ballo in costume nella quale, fra
gli uomini, primeggiava Armando Marrast e, fra le signore, con lei,
la principessa Czartorisky, polacca, moglie di quel principe Adamo
Czartorisky che spiegò tanto valore nell'insurrezione polacca del 1830.
Armando Marrast, giornalista, fondatore della _Tribune_, redattore-capo
del possente _National_, aveva sposato miss Fitz Clarence, figlia
naturale di Guglielmo IV; l'aveva sposata in Inghilterra, dove
s'era rifugiato dalla Francia, dovuta abbandonare per gli attacchi
violentissimi scagliati da lui sui giornali contro il governo,
onde avea subìti processi e condanne di carcere. Il Marrast aveva
contribuito grandemente a suscitar la rivoluzione del 1848 a Parigi e
a fondare la repubblica: lo vediamo, quindi, presidente dell'Assemblea
Nazionale e _maire_ di Parigi; egli è quello che ha proclamata in
piazza della Concordia, la costituzione, che il colpo di Stato di
Luigi Napoleone Bonaparte annienterà domani; ed egli, il festeggiato,
l'adorato d'oggi, morirà domani povero e abbandonato.... Una delle
tante meteore della politica! — La principessa Czartorisky teneva a
Parigi un _salon_ singolarissimo, perchè (se dobbiamo credere a Madame
Ancelot) vi si respiravano “des émanations du siècle de Louis XIV„ e vi
s'imbandiva, a Pasqua (secondo l'uso polacco), un banchetto al quale
interveniva colla sua solenne benedizione l'arcivescovo di Parigi in
persona.[121]
Nella festa di ballo in costume, brillavano il Consiglio di Stato,
il corpo diplomatico, dieci generali. “La principessa di Belgiojoso
e la principessa Czartorisky — l'una rappresentante l'Italia, l'altra
rappresentante la Polonia — s'aggiravano insieme con dame e cavalieri
dell'aristocrazia inglese dimorante a Parigi„ — scrive l'_Evénement_. I
costumi alla Pompadour si mescolavano coi costumi dell'Ottantanove....
Ed ecco un accidente curioso, che dà un'idea di quel tempo. Mentre il
signor Marrast, il repubblicano del Quarantotto, balla gravemente una
sarabanda, viene interrotto da una folla di guardie nazionali, fabbri
ferraj, calzolaj, muratori, inverniciatori d'imposte, tosacani, i
quali, sicuri dell'ospitalità del cittadino Marrast, han creduto bene
di presentarsi senza invito ufficiale. Il signor Marrast, in mezzo
a tanti principi e principesse, si scorda, d'un tratto, i proprii
dogmi d'eguaglianza solennemente proclamati davanti al popolo sulla
piazza della Concordia, e a' quali i suddetti fabbri ferraj, calzolaj,
muratori, inverniciatori d'imposte e tosacani hanno in buona fede,
naturalmente, creduto; e il cittadino Marrast fa esprimere alle guardie
nazionali il dispiacere di non poter fare un'eccezione in loro favore.
Ma come?... protesta qualcuno della massa respinta. “Ma come?... Se
alla corte di re Luigi Filippo, che voi ci avete fatto licenziare, noi,
guardie nazionali e Palladio della nazione, intervenivamo in tal numero
da riempire le sale e da spadroneggiarle?... E voi, repubblicano, ci
respingete!...„
La _Gazzetta privilegiata di Milano_ (tornata a uscire con tanto
d'aquila austriaca in fronte sotto gli auspicii del vecchio e
soddisfatto maresciallo Radetzky) raccontava, il 2 ottobre di
quell'anno 1848, il leggiadro accidente di Parigi, che deve aver fatto
ridere gli ufficiali dalle giubbe candide; candide come la neve, non
come le intenzioni dei loro superiori.
Ma la Repubblica Francese commetteva intanto un esecrabile fratricidio.
Essa aveva lanciato il generale Oudinot per soffocare nel sangue la
Repubblica Romana.... Poteva soffrirlo il cuore italianissimo della
Belgiojoso?... Indignata, la principessa, abbandona il suo _hôtel_
della via di Montparnasse, abbandona la Francia; e noi la troviamo
a Roma fra le palle roventi dell'assedio, come suora di carità dei
feriti, come direttrice degli ospedali, dove tanto fiore di giovani
eroi italiani spasima e muore.