XII.

La fuga e le passioni della Duchessa de Plaisance.

La società gaudente di Parigi sotto re Luigi Filippo. — Camillo

Cavour ai banchetti del principe Belgiojoso a Parigi. — Uno

scandaloso romanzo _a chiave_. — Pier Angelo Fiorentino. — La

duchessa de Plaisance. — Sua passione per il principe Belgiojoso.

— Sua fuga con lui. — Rifugio nel Lago di Como. — Il barone Carlo

Bellerio alla Villa Pliniana. — L'ora dell'abbandono. — La duchessa

de Plaisance a Moltrasio e a Milano. — Ultimi anni della duchessa.

— Ultimi anni del principe. — Un dramma di Mario Uchard sulla

duchessa de Plaisance. — Lettera inedita di Mario Uchard.

Parigi, sotto il regno di Luigi Filippo, presentava un memorando

spettacolo. Una coorte di grandi ingegni sfolgorava in mezzo a una

gaudiosa corruzione. Mentre oggi passiamo nella vita colla fronte

corrugata, con arido odio, forse, nel cuore; sospinti fra i clamori

delle lotte di classe, — jeri, i nostri padri avventurosi, dai begli

occhi di cospiratori e di trovatori amanti, cercavano di temperare

le tristezze del romanticismo fra le gajezze delle liete compagnie

d'amici. Così Venezia si preparava all'insurrezione del Quarantotto e

alla leonina difesa colle serenate del Canal Grande, colle _sagre_ di

Santa Marta, coi _baccanali_ del Lido; così Milano si preparava alle

Cinque Giornate colle facezie del Moncalvo e cogli spettacoli della

Scala; così Parigi pensava, abbagliava il mondo co' suoi eccelsi poeti,

co' suoi filosofi; e gioiva.

Il principe Emilio Belgiojoso era un genuino rappresentante dell'epoca

sua. Egli avea sortito indole di cospiratore, d'artista e di gaudente.

Egli era diventato popolare a Parigi per il suo buon cuore e per le

gioconde sue cene. I chiomati, romantici studenti del _Quartier latino_

cantavano una canzonetta in suo onore, il cui ritornello finiva in un

amenissimo _Belsgiozosò_, come i Francesi pronunciavano tutti questo

cognome. Quando Camillo Cavour andò per la prima volta a Parigi (era

ben giovane allora! contava ventisette anni) fu introdotto nell'allegra

società, la quale dettava la moda alla Francia, all'Europa; e vi trovò

anche il principe Emilio Belgiojoso. Nel _Diario inedito_ di Camillo

Cavour, pubblicato dal senatore Domenico Berti, si leggono le seguenti

noterelle che aprono uno spiraglio nella vita parigina d'allora.

Correva l'anno _1837_, domenica, 30 luglio; e il conte scrive:

“J'ai rencontré Cigala chez le chevalier Portula: il s'est

emparé de moi et ne m'a plus quitté. Nous avons dîné ensemble au

_Café de Paris_. Il m'a fait faire connaissance avec _Boigne,

Belgiojoso,_ etc. Ces messieurs veulent à toute force me

présenter au jockey-club. _Me voilà donc enrôlé parmi les plus

mauvais sujets de Paris._„

E ancora:

“_Vendredi, 11 août._

“Soupé avec M.r de la Grange, Belgiojoso, Dalton, N. Roqueplan,

Cigala, Lautour. _Orgie complète_. Ces messieurs n'ont pas plus

fait attention à moi que s'ils avaient été dans une auberge.„

Madama Joubert incolpa, nei _Souvenirs_, il principe Belgiojoso d'aver

invogliato Alfredo de Musset alle crapule. È una calunnia; perchè,

anche prima d'incontrarsi col seducente principe italiano, il poeta

di _Rolla_ tentava con entusiasmo l'articolo _champagne_.... e ahimè!

anche qualche altro liquore di marca meno aristocratica.

Fatto sta che la Parigi di Luigi Filippo si slanciava a quella corrente

di piaceri, che doveva ingrossarsi e diventare oceano negli ultimi

anni del secondo Impero, quando su una folla irrequieta di teste dai

berretti a sonagli, e illuminata dai più bei rosei colori dei fuochi di

bengala, sorgeva lenta ma implacabile, nera, minacciosa, la gigantesca

e brutale figura di Ottone di Bismarck.

Nel 1852, comparve a Parigi un romanzo che dipingeva la società

parigina corrotta. Sollevò scandalo; tutti lo lessero. La principessa

Belgiojoso si divertiva a svelare i nomi veri che si nascondevano sotto

i nomi inventati. Il romanzo si chiamava _Un caprice de grande dame_;

l'azione si svolgeva fra il 1842 e il 1845 a Parigi: n'era autore

“le marquis De Foudras„. In esso, una splendida civetta, madame de

Montgazon (una dama spagnuola) faceva bel contrasto con una cortigiana

titolata, la marchesa di Lydonne, la quale era poi una marchesa vera:

de Contard. E un vecchio egoista spiccava accanto a un briccone di

spirito, sotto il cui nome di _Fortunio_ tutti leggevano il nome d'un

napoletano di spirito sfavillante e diabolico, il quale, a Parigi,

teneva col veneziano Scudo il regno della critica musicale: Pier Angelo

Fiorentino, morto poi nella stessa Parigi nel 1864.

Ma un altro scandalo più grave, e per una passione sincera,

ineluttabile, non per un altro _caprice de grande dame_, si sollevò a

Parigi in quel tempo.

Una mattina, si sparse nell'alta società e nella Corte, la novella

che la duchessa de Plaisance era fuggita da Parigi col principe Emilio

Belgiojoso. La famiglia della duchessa, immersa nel dolore, vestì il

lutto.

La nuova Bianca Cappello parigina era Anna Maria Berthier, principessa

di Wagram, moglie del duca de Plaisance; titolo che Napoleone

I (prendendolo da un piccolo villaggio dei Pirenei) avea dato

all'arcitesoriere suo, Lebrun. Ell'era figlia d'un terribil, feroce

soldato: del maresciallo Alessandro Berthier, nativo di Versailles,

che nelle sanguinose battaglie napoleoniche, a Marengo, ad Austerlitz,

a Jena, a Wagram, primeggiò come capo dello Stato maggiore. La madre

di lei era pure un alto personaggio: era quella figlia del duca

di Birkenfeld, che il Bonaparte avea data in moglie al suo diletto

Berthier, qual novello segno d'onore: al maresciallo Berthier, che avea

per intima amica una contessa Visconti-Almi, vissuta a lungo a Parigi.

Per le parentele, la duchessa de Plaisance era congiunta colla casa

di Wittersbach e con altre teste coronate. Il maresciallo Berthier si

uccise nel 1º luglio del 1815 precipitandosi da un balcone, e lasciò

una bambina, Anna Maria.... la fuggitiva!

I due fuggiaschi non si preoccuparono dello scandalo enorme sollevato;

la duchessa de Plaisance, non pensò che abbandonava una tenera figlia,

la quale avrebbe pianto lacrime amare; non si preoccupò alla notizia

che il marito l'aveva dichiarata al mondo come morta e che il lutto,

ordinato per un anno, era persino portato dagli staffieri nella livrea

e dai cavalli nelle gualdrappe.

Il duca de Plaisance era un perfetto gentiluomo; era buono; non

meritava quel dolore. Il solo fratello della Plaisance cercava di

scusarla, egli che l'aveva amata sin dall'infanzia. La duchessa era

alta, bionda, formosa, imperiosa, dal volto affocato, come se il sangue

le fluttuasse indomito sulle guancie. Chiari gli occhi, piccoli il naso

e la bocca, e niveo il collo. Il profilo era quello d'un cammeo; ma non

d'un cammeo d'artefice squisitissimo. Quando andava in carrozza, levava

il capo con un gesto risoluto: pareva che sfidasse il destino. Quando

cavalcava, parea l'arcangelo delle battaglie.

I due fuggitivi ripararono in Italia, nei silenzii della fosca, antica

_Villa Pliniana_, sul lago di Como; villa che il Belgiojoso possedeva.

Il principe Emilio condusse là l'idolo suo; là, in quel recesso solenne

e solitario, all'ombra dell'alta montagna che sovrasta la villa e che

l'accoglie a' suoi piedi, su un aspro scoglio, in un seno austero, e,

di notte, pauroso. Entro quelle sale folte di ombra, che sembran mute

camere funerarie d'un castello di sovrani spariti; fra quegli alberi

secolari, sibilanti ai gelidi soffii e su le cui fronde il sole cala

a stento un raggio sottile, impallidito; fra quei sepolcrali, alti

cipressi, al fragore monotono di acque cadenti dall'alto, ermo dirupo,

— fra memorie immani d'agguati e di sangue; — là, in quella villa

grandiosa dall'atrio dorico, e funerea come una casa di fantasmi, il

principe Emilio condusse la lieta, bionda duchessa de Plaisance; e

là i due amanti vissero, volontarii prigionieri, chiusi, soli, soli,

con qualche servo, per otto anni; e in quell'asilo, anco tra le nevi

dell'inverno e all'infuriar delle procelle in mezzo a una desolazione

d'ombre e di spume iraconde e di flutti lividi, i baci d'amore

bastavano; e in profondo, immenso oblio era sepolta per quelle anime

beate la vita degli altri, la vita del mondo. Pochissimi, intimi amici

li visitavano.

Larga e monumentale è la mole della _Villa Pliniana_, che prese il

nome da Plinio perchè Plinio il Giovane descrisse in una lettera a

Licinio una sorgente che vi cresce e decresce a guisa del mare; eterna

sorgente della cui mistica vita molti esplorarono il segreto; simbolo

delle vicende umane. Il conte Anguissòla (che col Gonfalonieri, col

Pallavicino e col Landi avea assassinato nel 1547 il ribaldo Pier Luigi

Farnese, duca di Piacenza e di Parma) temendo vendette ivi riparò, e

fe' costruire addosso alla montagna protettrice, la villa; — e questa,

che aveva accolto il fuggiasco del delitto co' suoi turbamenti, doveva,

quasi tre secoli più tardi, accogliere i fuggiaschi dell'amore. Nella

_Villa Pliniana_, due sicarii incappucciati da frati, penetrarono un

giorno per insidiare cogli stili, celati sotto le tonache, la vita

dell'Anguissòla e per vendicare il Farnese; — là, una notte, Napoleone

Bonaparte riposò, sognando forse nuove vittorie; ma nella stessa dimora

ben altri sogni allietavano il principe Belgiojoso e Anna Maria, alta,

bionda, dal bel corpo adorato!...

Come mai passavano i lunghi giorni nella reclusione?... Doveva essere

un'estasi, un mutuo incantamento, che solo la passione, un'invincibile

passione, in tutti e due, poteva spiegare. Aveano abbandonati i viaggi,

i teatri, i conviti, le danze, le mille leggiadrie, le mille feste

della grande metropoli, della città più mondanamente seduttrice della

terra per un eremo come quello.

Al rimbombo del torrente precipitantesi a picco dal monte, confondeasi

il canto soave del principe, i suoni del cembalo d'Anna Maria. Ed

erano talora risate di gioja, che si perdeano nei chioschi segreti

dei boschetti, fra le edere, tenaci come passioni. E quali veglie

nelle notti piovose d'autunno!... Nessun astro in cielo; e monti neri,

acqua nera; e i cipressi, nella languida pace dell'alba, disegnantisi

appena con tremolii lenti nelle cime.... Par che, all'alba, la mano

d'una fata, ardente d'amore, passi tra le chiome di foglie, destandone

brividi di voluttà. Sulla ringhiera marmorea, le ultime rose grondanti

rugiada si rialzano superbe alla luce; bellezze lagrimose ed altiere

che domandano a Dio un conforto. E, sbattendo sugli scogli, l'onde

dalle lunghe striscio violacee, assaltano avide gli scogli e ricadono

con un singhiozzo.... Ma che importa tutto questo a due cuori amanti?

La duchessa de Plaisance, la principessa di Wagram, s'abbandonava

talora a scherzi infantili col principe: e un giorno, remando con lui

sul lago, ella gli disse: “una capanna, il tuo cuore.... e un buon

cuoco.„

Nei pomeriggi d'estate, sulla balaustrata della loggia alta e severa,

comparivano ritte due figure ravvolte in un lenzuolo, che molti, sul

lago di Como, ricordano ancora. Erano il principe e la duchessa. E

stavano lì, ritti, qualche tempo, sembrando due statue. D'un tratto,

i due amanti spiccavano insieme un salto da quell'altezza e piombavano

nel lago, che ivi è profondissimo; e beatamente nuotavano.

Ma un giorno, comparve alla Pliniana un fiero gentiluomo. Era un

cospiratore milanese, un mazziniano, amico di Cristina Belgiojoso, ma

non certo inviato da questa principessa, chè mai ell'avrebbe voluto

abbassarsi per venire a patti o catechizzare una rivale!... Egli

era pure amico e concittadino del principe Emilio; era stato attivo

cospiratore con lui nella _Giovine Italia_; con lui aveva fondata a

Parigi la “Cassa di soccorso per gli emigranti italiani„; con lui s'era

trovato nelle belle audacie mazziniane, nei pericoli. Era il barone

Carlo Bellerio.[94]

Il Bellerio voleva strapparlo da quella donna, fra le cui blandizie

l'amico perdeva l'antico amor patriottico, del quale l'Italia aveva

ancora bisogno. Il Bellerio soffriva nel veder sepolto negli ozii

snervanti d'una villa un amatissimo amico, che, per il suo passato

operoso, per il prestigio del gran nome e della personale seduzione,

avrebbe dovuto agire ancor più, ora che altri passi sulla via della

indipendenza restavano da compiere, gli ultimi forse, i decisivi!...

Carlo Bellerio si presentava alla duchessa anche per preghiera della

famiglia Belgiojoso, allo scopo di ricondurre l'ordine morale dove la

passione l'avea bandito.

L'incontro del barone Bellerio colla duchessa de Plaisance alla

Pliniana fu uno de' più caratteristici: una scena. Qua, un cospiratore

dagli occhi fulgentissimi, leale, impavido, che vuol distruggere a

ogni costo la rete avvolgente la vita d'un patriota, d'un gentiluomo,

d'un amico; là, una gran dama ch'era precipitata nello scandalo,

disprezzando il disprezzo di mille.

Il Bellerio le parlava vibrato, commosso; ella ascoltava con blanda

rassegnazione.

— Pensate, o duchessa, pensate che non può tardare il giorno nel

quale uno di voi due, stanco, abbandonerà l'altro. È meglio che

affrettiate voi stessa il momento della separazione; ma senza chiasso,

da buoni amici, con cordialità. L'addio d'oggi non sarebbe senza la

soddisfazione di compiere un alto sacrificio; l'addio di domani non

sarà senza fastidio, forse non senza disprezzo. E pensate al dolore

della vostra famiglia di Parigi, al dolore di vostro fratello che

vi ama, di vostra figlia che avete abbandonato.... Pensate allo

scandalo....

E la duchessa, con voce bassa, lenta, per troncare ogni discussione,

rispose:

— Ma a me piacciono gli scandali!

Quando scoppiò la rivoluzione del '48 a Milano, non si vide, pur

troppo, il principe Emilio Belgiojoso primeggiare nella sua città fra

i maggiorenti che guidavano il popolo alla lotta eroica e bellissima.

Egli era ancora celato nella Villa Pliniana colla duchessa de

Plaisance!

In quello stesso anno, il giovane Carlo Rezia di Como corre a

una polveriera austriaca e ne invola le polveri; altri animosi

s'impadroniscono della polveriera di Geno; a Como, i cittadini fanno

prigionieri nelle caserme millecinquecento soldati; s'impadroniscono

dell'antica, gloriosa bandiera del reggimento Prohaska; — e il

principe Belgiojoso rimane inerte accanto alla duchessa!... Soltanto,

all'improvviso, dona alla guardia civica comense una bandiera: povera

bandiera, che, dopo varie vicende, passò a una società operaja, che la

conserva tuttora.

Ma il giorno preveduto dal Bellerio arriva. La duchessa non può più

rimaner sepolta viva in quella solitudine, donde per otto lunghi anni

mai, nemmeno una volta, volle allontanarsi. Ella è stanca dell'antica

villa, di quella fragorosa cascata; è stanca di quei cipressi, di

quelle fitte edere eterne, di quelle serpi striscianti nell'umidità dei

muschi, di quella lapide che, nel loggiato, reca scolpita la lettera

famosa di Plinio; è stanca di quegli amori; è stanca del principe;

ma non è stanca del lago di Como; e, dicendo addio al principe, va ad

abitare nella riva opposta del lago, a Moltrasio, pur memore d'altri

amori: di Vincenzo Bellini con Giuditta Turina.

Un giorno, il principe avea fama d'uomo facile alle decisioni. Ebbene,

si noti che non lui spezza per primo il legame; lo rompe ella, e, per

di più, va a dimorare quasi in faccia all'abbandonato!

Chi può penetrare nel cuor di quella donna che, pur frangendo ogni

vincolo coll'uomo per il quale ha offeso la società, non può lasciare

il lago, quelle rive, quei ricordi?... Per fare un dispetto al

principe?... Oppure, per assaporar le memorie d'una dolcezza amorosa,

che ha inondata la sua giovinezza?

Il principe Emilio ne sofferse come della più acerba ferita. Che

avrebbero detto a Parigi e a Milano di quell'umiliazione a cui una

donna lo avea piegato?... Quanti ne avrebbero riso!... E che strazio

essere abbandonato da una creatura divinamente bella, lungamente amata,

e adorata ancora!...

Il principe Emilio non fuggi; rimase qualche tempo nella Pliniana,

solo, triste, cercando di sviare i tormentosi pensieri coll'abbellire

i giardini, col renderli, col suo buon gusto d'artista, più ameni di

piante e di fiori. Della duchessa mai parlava; soltanto ad un amico,

che andò un giorno a trovarlo, egli manifestò per lei quel disprezzo

con cui Alfredo de Musset nella _Confession d'un enfant du siècle_

parla di certi abbandoni d'amanti....

E la duchessa brillava intanto più che mai. Uccello.... non del

paradiso, fuggito dalla gabbia, saltava spensierato di gioja in gioja.

Aveva coperto i balconi e i muri della sua villa di Moltrasio di

piante verdi rampicanti; una graziosa novità, allora, per il lago. E,

a Milano, abitava nel palazzo Poldi-Pezzoli, dove riceveva soltanto

giovani signori coi quali teneva discorsi d'una libertà da etèra. Nel

palco numero 4 della seconda fila a sinistra del teatro alla Scala, la

duchessa sfoggiava le sue rosee bellezze in modo che pareva immersa in

una vasca da bagno....

La duchessa de Plaisance s'infiammò poi, a Milano, per Cesare Stampa

marchese di Soncino, nervoso, bruno, fierissimo, di carattere violento,

tipo del gran signore. Perchè patriota risoluto, il conte Spaur,

governatore di Milano, lo avea, nel 12 gennajo del 1848, sfrattato

d'improvviso dalla città e fatto condurre a Lubiana in esilio; ma egli

ritornò in patria, a muover le mani sui padroni stranieri!...

Sprecando egli in cavalli superbi e in altri lussi, ingenti somme colla

duchessa de Plaisance, uno zio gl'intimò di lasciare quella dama,

altrimenti lo avrebbe diseredato. E fu la duchessa, lei, che pregò

il marchese Cesare di abbandonarla!... Egli non voleva: non voleva,

immaginando un rivale, una sostituzione; e la minacciò.... Ma ella

oppose alle furie il suo tranquillo sorriso: lo disarmò, e si fece

ascoltare. Così, colei stessa che jeri abbandonava l'amico venutole a

fastidio, oggi si faceva abbandonare dall'amico che amava. Poichè ella

lo amava, il Soncino! E appunto per questo volle salvarlo.

[Illustrazione: Principe EMILIO BELGIOJOSO

(dal ritratto a olio eseguito da Francesco Bouchat intorno il

1840 a Parigi, ora posseduto dal Principe Emilio Barbiano di

Belgiojoso d'Este a Milano).]

Dal conflitto penoso, ella uscì abbattuta. Il suo volto era più

affocato: girava gli occhi come una pazza.... Implorò un alto conforto;

si ricordò della obliata fede materna; e pregò.

A Moltrasio, sul lago di Como, cominciò a spargere beneficenze copiose.

Si svegliava di buon mattino; indossava un accappatojo bianco, si

scioglieva per le spalle i capelli e, a letto, apriva la corrispondenza

ch'era formata quasi tutta di suppliche di sventurati per sussidii:

rispondeva agli amici, a tutti; poi si riaddormentava. Specialmente

nell'estate, molti amici di Parigi andavano a visitarla a Moltrasio;

amici dai grandi nomi, ch'empievano gli orecchi di quegli abitanti

come una fanfara imperiale. Nel luglio del 1878, la duchessa stava per

recarsi a Parigi, che dopo la sua fuga ella non aveva più riveduta.

Molti de' suoi accusatori erano morti; gli anni aveano versato la

cenere sul fuoco delle ire; perchè non sarebbe stata accolta con

pietosa indulgenza?... Suo fratello poi la amava sempre; ed ella s'era

purificata nella carità; una carità silenziosa, inesausta, talvolta

sublime.

La duchessa fu presa da malessere. Subito dopo, una malattia ai bronchi

ostinata, divoratrice, la prese, la distrusse, — e, alle 13 e mezzo del

23 di quello stesso mese di luglio, nella sua villa di Moltrasio, la

sventurata chiuse gli occhi per sempre, invocando fidente il perdono di

Dio.

Oscuri servi furono testimonii all'atto di morte di colei ch'era stata

la principessa di Wagram, la figlia di chi aveva unito il proprio nome

al nome di Napoleone I. La salma venne chiusa in due casse: una delle

quali di zinco con un vetro per lasciar scorgere le sembianze del

cadavere. E, l'anno dopo, fu trasportata a Parigi dove venne seppellita

nella cappella di famiglia.

Così, silenziosamente, quegli avanzi lasciavano il lago di Como che

avea consumato una giovinezza, una riputazione, una vita. Così finì

colei ch'era chiamata la duchessa di Moltrasio.

Il principe Emilio Belgiojoso era morto da vent'anni. La _Villa

Pliniana_ era stata intanto abitata, a intervalli, dalla principessa

Cristina; e la villa della duchessa, che serbava le traccie della sua

sorridente eleganza, venne smembrata in varie parti e venduta: un pezzo

ne acquistò un farmacista, un altro un erbivendolo di Milano.... È

l'agonia delle cose: gli Dei se ne vanno!

Una parola qui, ancora pel principe, è doverosa. Il principe Emilio

Belgiojoso non si era dato pace, mai pace, dell'abbandono improvviso

della duchessa. Dopo qualche dimora nella desolata Pliniana, fuggì, per

distrarsi, dalla Lombardia, fuggì dall'Italia, e percorse l'Oriente.

Ma l'Oriente non valse a rifare quella vita rovinata. La salute del

principe volgeva di male in peggio. Alla spinite, si unì una forma

di demenza che strappava le lagrime. Il povero gentiluomo languiva

a Milano, in quell'avito palazzo Belgiojoso, dove avea date tante

squisite feste musicali e di scherma, nelle quali egli emergeva,

corteggiatissimo, per la bella voce e per l'arte sua di tiratore

eccezionale, quando la scherma era sapiente privilegio di pochi.

Il 17 febbrajo del 1858 fu l'ultimo per l'infelice principe, il

quale contava soli cinquantasette anni. Egli sparve, compianto, nella

febbril vigilia della liberazione della sua Milano, quasi all'aurora

dell'indipendenza d'Italia, per la quale avea, nella giovinezza,

cospirato col sentimento, col denaro, col prestigio del nome; e noi

abbiamo il dovere di onorarne con riconoscenza la memoria fra quella

dei patrioti più coraggiosi e più geniali della prima ora.

Nella _Gazzetta privilegiata di Milano_ del 20 febbrajo 1858, si

leggevano le seguenti parole:

Questa mattina nella chiesa di San Fedele, furono celebrate le

solenni esequie del Principe Emilio Belgiojoso Balbiano.

Un'eletta e lunga schiera di parenti ed amici erano accorsi

per prestare un ultimo omaggio all'illustre defunto, alle sue

virtù ed alle splendide qualità che lo resero in vita sì caro

e desiderato da tutti. Una lunga e penosa malattia lo rapì

all'affetto di due distinti fratelli, della consorte e parenti,

all'amore ed all'amicizia di tanti, alla società di cui era

nobile ed invidiato ornamento; ma il suo nome suonerà ancora

per lungo tempo sulle labbra de' più gentili ogni qual volta

si parlerà delle doti e dei pregi che costituiscono un perfetto

cittadino ed un brillante uomo di mondo.

L'anno stesso della morte del principe, fu pubblicata a Parigi _La

Fiammina_, commedia in quattro atti e in prosa, di Mario Uchard;

commedia che, rappresentata l'anno innanzi al Théâtre-Français a

Parigi, dagli attori dell'imperatore Napoleone III, aveva ottenuto

un successo di strepitosi battimani e di lagrime, il titolo di

_capolavoro_, le lodi altisonanti di Paul de Saint-Victor. Mario

Uchard, nell'inviarne copia al duca Antonio Litta Visconti Arese, gli

diceva (in una lettera tuttora inedita, che mi è favorita dal gentile

signor David Henry Prior) che quel dramma altro non era che la storia

della duchessa de Plaisance e del principe Emilio Belgiojoso:

“_La Fiammina a été composée sur la situation de Madame de

Plaisance._ Elle est la regrettable héroïne de ce drame, et lord

Dudley n'est autre que le prince _Emilio Belgiojoso_. J'ai tout

simplement déduit les conséquences de leur liaison au cas ou

M.me de Plaisance se trouverait en présence de son mari et de

son fils, qu'elle avait quittés depuis quinze ans, à l'heure ou

j'écrivais cette comédie. Vous comprendrez, sans que je le dise,

mon cher duc, par quelle raison de convenances ils ont été si

bien déguisés par moi.„

Infatti, se non si avesse questa confessione, si stenterebbe a

ravvisare nella protagonista _Fiammina_, cantante italiana (che madama

Judith rappresentava con tanta passione) la duchessa de Plaisance;

e non si potrebbe neppur intravvedere in quel Giorgio Dudley, pari

d'Inghilterra, il principe milanese. Mario Uchard fa che Fiammina

abbandoni il marito e il figlio in culla per seguire l'amante, ed è

punita della sua colpa. Il dramma, che si svolge a Parigi sotto Luigi

Filippo, è una pittura dell'amor materno; è sano, morale.... ma non è

il dramma della Pliniana.

E non è vero che la duchessa de Plaisance avesse abbandonato un figlio;

bensì, travolta dalla vertigine, lasciò alle cure del padre una cara

figliuola; la quale, sposandosi, entrò in una grande famiglia, ben

degna di quella in cui era nata: sposò il duca de Maillè, dell'antica e

illustre casa della Turenna.

Nel 1886, la principessa Maria Troubetzkoi pubblicò a Parigi un

libro dal titolo _Amours_, con una prefazione di Madame Adam. È tutta

una serie elegante di storie d'amori. Un capitolo s'intitola _Amour

épuisé_; e allude, velatamente, al dramma di passione svoltosi sul

lago di Como fra il principe Belgiojoso e la duchessa de Plaisance. Il

marito della duchessa è rappresentato come dissoluto e brutale; il che

non era vero. Per giustificare i voli dal nido, somiglianti a quello

della bionda, maestosa signora, si ricorre facilmente alle pitture poco

caritatevoli dei mariti!... Secondo la narratrice d'_Amours_, anche

la duchessa era dotata di una bella voce, come il principe Belgiojoso;

aggiunge che s'innamorarono cantando insieme un duetto nel castello del

duca de Plaisance; castello dall'aspetto monumentale, sorgente presso

Parigi in mezzo d'un parco superbo. Nessuno è nominato: neppure la

principessa Cristina Belgiojoso. La quale (si noti!) andò a dimorare

sullo stesso lago di Como, non lungi dalla Villa Pliniana, e quasi di

fronte della villa di Moltrasio, dove abitava la duchessa.... Ma ne

riparleremo.... Intanto, più elevati drammi si svolgono; più nobili

passioni dilatano il loro impero.

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 20 / 75 题