XI.

Le amiche e le nemiche di Parigi.

Ultimi anni di Madame Récamier e la Principessa. — Il brio di lady

Blessington, lord Byron e la contessa Guiccioli a Parigi. — Giorgio

Sand. — _Daniel Stern_ e il Mazzini. — Il salotto della contessa

Anna Dubourg, Sofia O' Ferrall e il conte Federico Confalonieri. —

Il salotto di Madame Ancelot. — L'addio desolato del tenore Nourrit

e l'apparizione della Principessa nel salotto di Madame Ancelot. —

Un'accademia di quaranta donne immortali. — Intrighi femminili. —

Madame de Castellane. — Madame de Girardin. — Teofilo Gautier viene

in scena. — Le allegre serate in casa della contessa Merlin. — La

disgrazia toccata a questa signora.

“Prima di tutto, è buona; poi, è intelligente; infine, è bellissima.„

Così la duchessa di Devonshire definiva Madame Récamier con quella

limpida verità che di rado la donna tributa a un'altra donna, se colei

è assai ammirata. Abbiamo detto in un antecedente capitolo che la

Récamier accolse benevola la Belgiojoso appena l'esule principessa

fissò dimora a Parigi; ora aggiungiamo che l'amò con trasporto

d'affetto, senza ombra di gelosia: ella non ne aveva mai patite.

Certo non era allora più la seducente Récamier che il pittore David

dipinse nel suo celebre quadro del Louvre, mezzo coricata su un sofà

con la testina alta, in una semplicissima sottil veste bianca che

disegna il corpo fidiaco e lascia scoperto l'esile collo, le braccia

languide e i piedi; quegli adorabili piedini incrociati....

Nata nel 1777, s'avviava ormai al sepolcro. La figura s'era incurvata;

la cecità appannava gli sguardi; era scomparsa quella celestiale

bellezza che avea accese violente passioni ad uomini e a donne; ad

uomini come Luciano Bonaparte, come il principe Augusto di Prussia,

nipote del grande Federico; come il duca di Laval; come il Laharpe;

come il visconte di Chateaubriand, che a settantanove anni voleva

sposarla per darle il glorioso suo nome; come il poeta Ballanche,

brutto, goffo, e ch'ella, appunto per questo, consolò di soavi parole

e assistette nell'ultima malattia piangendo all'estinguersi di quel

cuore a lei religiosamente devoto.... Purissima in mezzo a una società

impura, la Récamier ebbe l'infelicità di suscitare passioni anche alla

violenta Madame de Staël, a lady Webb, alla regina Ortensia.

La Récamier non avea avuti che rapporti filiali verso il vecchio suo

marito, il banchiere che Napoleone I fece d'improvviso fallire per

un milione, gettando nella povertà l'impeccabile signora per punirla

d'avergli resistito.... Giovanna Giulietta Bernard aveva sposato il

Récamier in pieno Terrore, nell'anno stesso del supplizio di Maria

Antonietta e del re Luigi XVI. La vita si trascinava allora in una

specie di stupore ferale: sparivano amici, sparivano conoscenti;

il popolaccio, accovacciato come una belva sitibonda di sangue ai

piedi della ghigliottina, si divertiva a veder rotolare teste di

giovani dame, di fanciulle, di vecchi sacerdoti, di gentiluomini

impavidi: e anche il signor Récamier andava quasi tutt'i giorni a

veder ghigliottinare personaggi coi quali era stato in rapporti di

banca, perchè, essendo sicuro di far anch'esso la tragica fine, volea

avvezzarsi a quei selvaggi rulli di tamburo che coprivano gli urli di

disperazione, a quegli orrendi patiboli. Fu salvo; e potè adorare sua

moglie alcun tempo ancora.

La Récamier, negli ultimi suoi anni, teneva salotto

all'_Abbaye-aux-Bois, rue de Sèvres_; orgogliosa de' trionfi de' suoi

amici, devota alla loro memoria; poich'ella visse intera la vita per

l'amicizia, questa luce dell'anima più rara che la luce dell'amore.

Madame Récamier aveva abbandonato l'arpa, che sapea suonare con

dolcezza; aveva abbandonato il pianoforte, e nulla, assolutamente

nulla, tentava per mascherar la vecchiaja, ch'è sì bello lasciar venire

serenamente co' suoi capelli bianchi, colle sue rughe, linee del mesto

libro della vita.

Nel ricevere la Belgiojoso (questa lo raccontava spesso agli amici)

la Récamier provava gran gioja, perchè le ricordava l'Italia ch'ella

amava; l'Italia dove avea soggiornato; l'Italia dove (a Roma) avea

conosciuto Antonio Canova, che modellò due squisiti busti di lei.

Colpita, come Bianca Milesi, dal colèra, madama Récamier ne morì in

dodici ore, l'11 maggio del 1849 a Parigi.

La baronessa di Staël era sparita fin dal 1817; ma l'influsso di

quella formidabil donna, detta il Voltaire in gonnella, perdurava

in donne come la Belgiojoso, come la Sand, come un'altra amica della

principessa: lady Blessington.

Vi sono gl'improvvisatori della poesia, della musica, dell'eloquenza:

nella vita, abbiamo gli improvvisatori della simpatia. Vi sono esseri

privilegiati che, appena si mostrano, accendono nei cuori simpatia

irresistibile. Del bel numer'una, era lady Blessington.

Margherita Power, divenuta per il secondo suo matrimonio _lady

Blessington_ (il primo marito si chiamava il capitano Saint-Léger

Farmer), era nata da un piccolo proprietario di quella irlandese

contea di Waterford, dove più tardi vide la luce un'altra regina

della moda, un'altra autrice di romanzi mordenti: l'avventurosa Maria

Letizia Wyse, sposatasi prima al vecchio de Solms; poi al ministro

d'Italia, Urbano Rattazzi; quindi al giornalista spagnuolo De Rute;

morta nel febbrajo del 1902. Lady Blessington era un portento per la

finissima bellezza, per l'eleganza suprema ch'ella imponeva alle dame

inglesi; le quali la detestavano, non potendole perdonare l'audacia

colla quale ella smascherava nei proprii romanzi l'ipocrisia dei

puritani d'Albione. Fra i tanti romanzi sociali di lady Blessington,

uno ne emerge: _Le vittime della società_; ma noi italiani dovremmo

conoscere ancor più _L'ozioso in Italia_, che fa il pajo con l'altro

suo libro d'impressioni di viaggi, _L'ozioso in Francia_. Nell'_Ozioso

in Italia_, lady Blessington descrive gli azzurri del cielo di Genova,

di Firenze, di Venezia, di Roma, i monumenti, i capi d'opera dell'arte

moderna, la società italiana; riferisce le conversazioni avute con lord

Byron, al quale ell'aveva portata una lettera del poeta Tommaso Moore;

ma non dice ch'ella viaggiava col marito e coll'amante suo, insieme,

il conte Alfredo d'Orsay.... Erano i comodi costumi d'allora.... Lord

Byron s'affrettò a informare di quella trinità viaggiante Tommaso Moore

con un piccante biglietto da Genova, prima d'imbarcarsi per la Grecia

insorta; biglietto che non venne tradotto da Carlo Rusconi fra le

lettere del poeta d'Aroldo. Lady Blessington difese lord Byron contro

le accuse lanciategli dall'Inghilterra: il suo _Diario di Conversazioni

con lord Byron_ contrasta simpaticamente colle infamie che sul grande

poeta pubblicò nel 1869 Enrichetta Beecher-Stowe; questa arrivò al

punto d'accusarlo d'amore incestuoso con la sorellastra Aurora Leight;

e non si accorgeva che con sì orrenda accusa, avventata nella _Vera

storia di lady Byron_, macchiava il fulgente alloro guadagnatosi colla

_Capanna dello zio Tom_, che tanto contribuì a spezzare le catene degli

schiavi americani. Ma l'accusa era vera!

La principessa Belgiojoso apprezzava il coraggio di lady Blessington,

di questa bella Amazzone della letteratura inglese, e si divertiva

a udirla parlare con tanto spirito delle gelosie della povera Teresa

Gamba contessa Guiccioli, l'amante di lord Byron, la quale, perduto

il glorioso e bellissimo amico suo nel 1824, morto in Grecia, non

seppe consolarsene neppure fra gli spassi di Parigi e della corte

di re Luigi Filippo, dove, come un fiore del giardino italico, venne

portata dal secondo marito, il marchese de Boissy. Questo gentiluomo

francese non era meno balordo del vecchio conte Guiccioli di Ravenna,

il primo marito della _charming_ contessa Teresa, come lord Byron

definiva quella damina molto piccola, molto bionda, molto bianca di

carni, molto opulenta nel busto stretto alla vita, molto seducente nel

sorriso. Si racconta che il marchese de Boissy presentasse al re Luigi

Filippo la sposa con queste parole: “La marquise de Boissy, ma femme,

ci-devant maîtresse de lord Byron!„ Quando lady Blessington andò a

trovare a Genova lord Byron, questi si divertì a corteggiarla sotto

gli occhi di milord Blessington, del conte d'Orsay e della _charming_

Guiccioli, che ne sentiva (dicea la brillante scrittrice) tutti gli

aghi della gelosia. Lady Blessington morì a Parigi nel suo palazzo di

_rue du Cercle_; la contessa Guiccioli (che andava pure a visitare la

Belgiojoso, subendone sorridente la superiorità intellettuale) morì

settuagenaria a Firenze co' suoi antichi riccioli a spirale sulle

tempie e colla sua grazia innata, che gli anni non aveano illanguidito

d'una sfumatura; morì dopo d'aver difeso anch'essa il suo adorato

indimenticabile poeta.... colla penna! L'amore che fa tanti miracoli,

fece anche quello di trasformare la colta dilettante di poesia in vera

autrice. Chi oggi può leggere il libro che la Guiccioli pubblicò a

Londra: _Ricordanze di lord Byron_?... È quasi introvabile.

Entusiasta per la principessa Cristina Belgiojoso si mostrava (dice

Camillo Cavour nel _Diario inedito_) Madame de Boigne. Questa dama,

autrice dello squisito romanzo _Une passion dans le grand monde_, era

moglie di quel Boigne che durante il regno di Luigi Filippo primeggiò

fra gli eroi del _Jockey's Club_ e del _Café de Paris_: un semidio

della moda.

Ma più delle ammirazioni di madame de Boigne, importava a Cristina

l'amicizia calda e sincera d'una grande scrittrice: Giorgio Sand.

Nei crocchi mondani di Parigi, si ripeteva che la Sand avesse fatto

lega colla Belgiojoso perchè questa canzonasse lietamente Alfredo de

Musset, concedendosi, mercè lo spirito della patrizia italiana, il

lusso d'un divertimento, in compenso del bel filo da torcere che il

poeta le aveva dato dopo la procellosa avventura erotica di Venezia.

Ma sarà vero?... La Sand fece più male co' suoi romanzi che colle sue

passioni. L'aurea lingua de' suoi libri non li ha salvati dall'oblio;

eppure quali pagine risplendenti di bellezza ci offrono _Valentine_ e

_Lelia_ e _Spiridion_ e _Les sept cordes de la lyre_! Sì, di bellezza;

ma come certi fiori tropicali, quelle pagine emanano aliti che turbano

il cervello di chi non è forte. I romanzi della Sand sono i romanzi

delle signore mal maritate, che a tutti i costi vogliono uscire dalle

loro catene, e non s'avveggono delle ingiustizie ch'esse medesime,

cieche, commettono a danno degli altri. La ciarpa tricolore del sindaco

è ben di rado l'arcobaleno della felicità; le signore mal maritate

lo sentono, ne soffrono, e s'afferrano disperate al collo dei giovani

liberi, spesso inesperti, e ne struggono come edere per sempre la vita,

non immaginando nemmeno il delitto che, per soddisfare un febbrile

egoismo, compiono dinanzi a quel Dio da esse tante volte implorato in

ajuto dei proprii dolori.

La Belgiojoso amava grandemente la Sand, perchè questa tendeva a

migliorare, come lei, le condizioni del popolo. La Sand fondò, infatti,

un giornale settimanale col titolo: _La cause du peuple_, e divenne

mazziniana fervente al pari di Madame d'Agoult.

Madame d'Agoult si mostrò mai amica della principessa Belgiojoso?...

La natura le aveva create rivali. Tutt'e due volevano dominare nello

stesso regno: Parigi. Tutt'e due s'eran gittate nei flutti della

politica; ma Madame d'Agoult non possedeva il talento dell'italiana,

per navigarvi sicura; non avea la meta dell'esule; meta fieramente

contesa e bella: la libertà della patria. Madame d'Agoult, nota nella

letteratura col nome di battaglia _Daniel Stern_, si limitava alla

parte di seconda attrice.... con Giuseppe Mazzini. Le _Lettres de

Joseph Mazzini à Daniel Stern_[83] mostrano quanta considerazione in

materia politica, l'agitatore ligure nutrisse per quella donna; ma

nella sua generosità di poetico sognatore egli scambiava talvolta per

autentiche Minerve certe povere donnette....

Madame d'Agoult rappresentava anch'essa i liberissimi costumi femminei

di quel tempo. Non mostrava alcun riguardo di viaggiare l'Europa col

ben chiomato pianista Liszt, e di portare trionfalmente in società

(come per esempio nel salotto della dolce contessa Maffei a Milano) i

segni di non legali ma feconde tenerezze.

Ben più attraente di Madame d'Agoult era la contessa Anna Dubourg, una

specie di contessa Maffei di Parigi.

Gli emigrati italiani e polacchi, fra il '33 e il '44, ricevevano

a Parigi cordiali, calde accoglienze dalla _contessa Anna_, come la

chiamavano. La genialità più squisita splendeva ne' suoi sguardi e

nella sua parola. Tutt'i frequentatori del suo salotto le porgevano

omaggi di devozione; tutti, anche lontani, la ricordavano. Nessun

ingegno forte e ardito in lei; ma una grazia dolce e sorridente che

avvinceva gli animi. Gli emigrati lombardi andavano tutti in casa

della contessa Anna; vi andava anche l'illustre capo de' congiurati

del '21, il conte Federico Confalonieri quando, liberato dai lunghi,

cupi martirii dello Spielberg, rivide Parigi; e fu là, nel salotto

della Dubourg ch'egli incontrò Sofia O' Ferrall, la donna eletta che,

commossa alle sofferenze del patrizio somigliante a misero spettro,

ed entusiasta di quel carattere indomito, se ne innamorò; ed egli la

fece sua seconda moglie, per avere una compagna, un'infermiera. La

prima moglie del Confalonieri, l'incomparabile contessa Teresa Casati,

morì consumata da un dolor solo, — per l'adorato marito prigioniero:

— morì nel settembre del 1830 in Milano, senza aver potuto almeno una

volta riabbracciare colui che, con un grido (ben raro) del suo cuore la

chiama nelle _Memorie_ “martire santa dell'amor conjugale„.

Sofia O' Ferrall, danese d'origine, povera, era dama di compagnia della

contessa Anna Dubourg; ma il superbo Confalonieri non fe' conoscere

mai ad alcuno questo particolare. Noi ritroveremo più tardi, a Blevio,

fra gli azzurri del lago di Como, in compagnia allegra, Sofia. La

principessa visitava a Parigi la Dubourg: le voleva bene perchè

schietta, perchè amica degl'italiani e dell'Italia.

Anche Madame Ancelot amava la patria nostra, ch'ella chiamava “ce

fortuné pays de l'intelligence„ specialmente pei portentosi ingegni

versatili, che la privilegiata terra nostra produce; “Il ne s'est

trouvé un Michel-Ange qu'en Italie„ ella diceva. Terenzio Mamiani

destava speciali ammirazioni in Madame Ancelot.... La buona signora

ammirava in lui la conversazione finamente canzonatrice, spesso

allegrissima. “La poésie et la philosophie donnaient un grand charme à

ses paroles„ ella aggiungeva.

Il Mamiani, dai capelli ricciuti e baffetti sottili, con l'abito

stretto alla vita e coi calzoni attillati (secondo la moda del tempo)

era diventato il _deus loci_ del salotto della Ancelot; la quale ne

teneva religiosamente il ritratto appeso a una parete; e lo additava a

tutti, dicendo: “Voilà mon doux Mamianì!„[84]

Era romanziera e fecondissima commediografa Virginia Ancelot,

moglie di _monsieur_ Ancelot, poeta, tragedo. Abitava nell'_Hôtel

de la Rochefoucauld_, dove riceveva a braccia aperte i più illustri

personaggi. Ed era anche pittrice. Un suo quadro mostra il suo salotto

dagli ampii usci spalancati, con un gruppo caratteristico: lei,

regina, scollata, — Victor Hugo giovane, vicino alla moglie, — e il

poeta Parseval de Grandmaison, che declama de' versi. Questo vate da

salotto era autore del poema epico _Philippe Auguste_, un immortale

dell'Accademia, come monsieur Ancelot.... Poveri immortali....

morti!... In quella casa, aveva abitato un giorno lo scettico duca de

la Rochefoucauld, autore delle _Maximes et réflexions morales_; Madame

de Sévigné, ciarliera e arguta, vi era passata; i grandi scrittori del

regno di Luigi XIV vi erano stati ricevuti con tutti gli onori delle

armi.

Non contenta d'averlo ritratto col pennello, il suo celebre salotto

(che gareggiava con quello della Récamier), Madame Ancelot lo ritrasse

anche colla penna: _Un salon de Paris 1824-1864_; e vi appose un motto

poco lusinghiero, veramente, pe' suoi bravi ospiti: “Et in Arcadia

ego!„ Il dolce e gelido Alfredo de Vigny, la “casta diva„ della lirica;

— Emilio Deschamps, che si sforzava a tradurre in francese la _Divina

Commedia_; — Sofia Gay, romanziera, vociferante come una trecca,

sprizzante veleno da tutt'i pori, maledica verso tutti; — sua figlia

Delfina, che diventò Madame Emilio Girardin, dai begli occhi azzurri,

dal naso aquilino, dalle labbra sottili, dal mento duro; — e tutte, o

quasi tutte, le stelle di prima, seconda, terza grandezza passarono nel

salotto Ancelot; quante stelle in quarant'anni!... Un firmamento! — Vi

andò, qualche volta, anche la principessa Belgiojoso. Vi andò per la

segreta antipatia che la padrona di casa nutriva per le due muse Gay,

madre e figlia?... Un profugo veneto, Antonio Caccianiga, lo descrisse

così:

“Madama Ancelot riceveva una sera per settimana una società composta

di accademici colleghi del marito, di letterati amici di lei, e di

contesse del sobborgo di San Germano che amavano le belle lettere

e gl'inni dei poeti. Ce n'erano di belle e di brutte, e chiedevano

sovente un'ode, una canzone, una ballata pel pianoforte o per l'album.

I Francesi, così compiacenti in simili cose, le contentavano tutte.

Ignoro i loro componimenti, ma me li immagino; per le belle, avranno

cantato qualche variazione della solita romanza: — _Je pense à toi_ — e

per le brutte? — _Je pense à moi!_„[85]

Oh i due deliziosi acquerelli-caricature del Gavarni: _Elle va

chanter!_ e _Elle a chantè!_...[86]

Sul tardi, quelle pareti in mezzo a profondo, sacro silenzio,

risuonavano alle cadenze (poco piacevoli per noi italiani) di

declamazioni di poesie francesi. Talvolta, le poesie eran così vivaci,

che tutti si addormentavano....

Madame Ancelot aveva conosciuta la Belgiojoso intorno al 1832, in casa

del pittore Gérard: e l'incontrò poi in parecchi salotti parigini.

“Elle ne m'attirait pas; elle m'étonnait.„ L'effetto che la strana

apparizione faceva in quasi tutti.... E racconta questo aneddoto

pittoresco:

“Mi ricordo d'una sera in casa del nostro illustre Berryer; —

quell'Arturo Berryer oratore principe, del quale abbiamo le postume

_Œuvres parlementaires_. Vi si eseguiva della musica; e Adolfo Nourrit

(il famoso tenore di Montpellier che, avvilito pei cessati trionfi,

si uccise poi sotto il cielo ridente di Napoli, e per il quale Rossini

avea scritta la parte d'Arnoldo nel _Guglielmo Tell_), cantava là, per

l'ultima volta. Quella sera, egli aveva ceduto ad una preghiera, alla

quale non si può resistere; ma ciò che v'era di triste nel fondo del

suo cuore traspariva, contro ogni suo sforzo, nelle inflessioni della

voce e imprimeva una specie d'emozione alla società che sapeva de' suoi

crucci e della sua partenza. Verso mezzanotte, mentre egli cantava

e teneva l'uditorio sotto l'impero della sua simpatica malinconia,

apparve, sulla soglia del salotto, la principessa Belgiojoso, ancora

in lutto di sua madre. Ella portava una veste di seta bianca, ornata

di _jais_ neri. Il suo pallore sepolcrale, il suo abbigliamento

funereo, i suoi grandi occhi neri brillanti, la sua persona alta e

magra, tutto concorreva per darle l'aspetto d'un'apparizione d'oltre

tomba. Ella rimaneva là, sulla soglia, ferma, immobile, come una

statua di marmo. Arturo Berryer stava per andarle incontro; ma ella,

d'un gesto imperioso, gli fe' cenno di non turbare il canto. Ella

restò così, là, pallidissima, senza movimenti, e così esile che pareva

impalpabile.„[87]

La marchesa Vittoria Gherardini (che avea sposato in prime nozze un

Trivulzio padre di Cristina e in seconde il marchese Visconti d'Aragona

coinvolto quale carbonaro nei processi del '21 a Milano) era morta,

infatti, a Parigi; e la principessa ne fece trasportare la salma nei

sepolcri gentilizii ad Àffori presso Milano, come la madre cara le avea

raccomandato sul letto di morte. La bella e animosa marchesa Vittoria

fu l'ultima dei feudatarii di Àffori.

Ed ora un'altra scena: una scena di donne, degna di Carlo Goldoni e del

Molière.

Elisa, la viril sorella di Napoleone I, che voleva tutto e diventar

tutto, volle essere anche presidentessa d'un'effimera accademia

di donne, sotto il primo Impero: e Madame Jules de Castellane non

accontentandosi della notorietà acquistata a Parigi col suo teatrino

in casa e co' suoi cavalli alle corse, vagheggiava anch'essa, al

pari d'Elisa, un'Accademia femminile di quaranta donne immortali, con

sedute solenni, con ricevimenti ufficiali, coi discorsi; una copia,

insomma, dell'Accademia francese. Ma poichè possedeva almeno il buon

senso di comprendere di non essere abbastanza capace per fondarla

lei, l'accademia, ne affidò l'incarico alla ispiratrice sua segreta,

Virginia Ancelot. Madame de Castellane non pretendeva neppure al

campanello di presidentessa: voleva affidarlo alla celebre mano che

avea donato alla Francia i più appassionati romanzi: Giorgio Sand. Ma

una furiosa avversaria scattò subito contro tale illustre candidatura;

una giornalista, romanziera, commediografa, che non si reputava

inferiore per nulla all'autrice di _Lelia_. Era Madame de Girardin.

Chi avrebbe potuto resisterle?... Ell'era inebbriata dell'incenso che

scrittori e artisti le prodigavano per ingraziarsi il marito di lei,

il temuto Emilio de Girardin, padrone della pubblica opinione, coi

prepotenti sommesso, coi deboli prepotente.

Non ostante il potere d'Emilio (era figlio naturale del generale

Alessandro conte di Girardin) quella signora non veniva ammessa negli

aristocratici salotti del _faubourg Saint-Germain_; ma ella sperava di

debellarne le sdegnose ritrosie una volta che, divenuta presidentessa

e regina d'un'Accademia di donne immortali, avrebbe potuto invogliare

del nuovo, alto consesso le marchese e le duchesse più o meno intinte

di letteratura; queste non avrebbero respinte allora le sue visite; e

le avrebbero (così sperava.) aperto l'Olimpo del blasone, in compenso

dell'Olimpo della penna.

Scoppiò il conflitto. Gli animi più o meno letterarii s'appassionarono.

Gli uni, con Madame Ancelot, sostenevano la candidatura della Sand; gli

altri, con Madame de Girardin, sostenevano la candidatura.... di Madame

de Girardin. Ma la Sand, non ostante il suo coraggio in tante, anzi in

troppe cose, non si sentiva d'accettare. Non voleva accettare neppure

Madame Charles Reybaud, romanziera assai stimata, timida signora, E

allora gli sguardi si rivolsero sulla grande patriota italiana, che

in quell'anno (era il 1843) attirava più che mai l'attenzione di tutta

Parigi: la principessa Cristina Belgiojoso.

“On dut donc (dice _Une vieille Saint-Simonienne_ nella _Revue des

Revues_ di Parigi)[88] on dut donc se rejeter sur la princesse de

Belgiojoso, quoique non française. C'était une femme d'une grande

allure patricienne, amie passionnée de G. Sand. Furibonde zélatrice

de la cause républicaine, elle aidait généreusement de sa bourse

tous les conspirateurs politiques, italiens ou polonais, réfugiés en

France. M.me de Belgiojoso eut été, certes, pour l'académie des femmes,

une présidente hors ligne: elle était belle, d'une beauté tragique,

impressionnante: grande était son intelligence.„

Dinanzi alla candidatura della principessa, Madame de Girardin si

sentì vinta, ma non doma; abbandonò furiosa la candidatura, e afferrò

furiosa la penna, per deridere le idee delle due gemelle, Castellane

e Ancelot. Guizzano le sue ironie in una delle appendici, che dal '36

al '48, ella, Madame de Girardin, scriveva nella _Presse_, sotto il

titolo di _Courrier de Paris_. Le firmava con un pseudonimo nobiliare

(s'intende!): _Le Vicomte Charles de Launay_; e vi profondeva agilità

di stile, brio.... ed acido corrosivo. Anche oggi son piacevoli a

leggersi quei “corrieri„, modelli d'un genere che si crede facile ed è

difficilissimo. Tutta la vita parigina di quel periodo passa, trasvola

nei rapidi _feuilletons_ della celebre giornalista. Ecco: quello

era il campo dove ella raccoglieva allori veridici; gli altri suoi

erano allori di carta. Madame de Girardin compose, infatti, parecchie

commedie; ma esse provano una volta di più che le donne sul teatro

possono regnare come attrici, come cantanti, come ballerine, non come

autrici.

Nel _feuilleton_ del 23 marzo 1844, madame de Girardin s'occupa

dell'Accademia femminile. Ella sostiene che un italiano ha più spirito

d'un'italiana; uno spagnuolo ha più spirito d'una spagnuola; un russo

ha più spirito d'una russa; un greco ha più spirito d'una greca;

ma una francese ha più spirito d'un francese....; “car en France

(soggiunge maligna), excepté les _bas bleus_, toutes les femmes ont de

l'esprit.„[89]

E finisce con questa variante della favoletta d'Esopo sulla volpe e

l'uva:

“Quant aux femmes célèbres, elles vous diront qu'elles ne rêvent

nullement les _dignités académiques_; l'art pour elles n'est pas une

profession, mais une religion: leur talent n'est pas un trésor qu'elles

exploitent, comme les hommes, par intérêt et par orgueil: c'est un don

du ciel, qu'elles cultivent avec amour et respect.„

Ma, non contenta d'assalire l'Accademia, assalì anche la principessa

Belgiojoso.... colla penna de' proprii amici. Ed ecco tutto uno

stillicidio di veleni da penne più e men note contro la Belgiojoso!

Ecco lo stesso Teofilo Gautier, il poeta della bellezza, macchiarsi

d'un cattivo ritratto della grande Italiana. Madame de Girardin, nella

terza lettera della _Croix de Berny_, introdusse quel ritratto, che

assicurò al volume un grossolano successo di scandalo. La _Croix de

Berny_ è composta di lettere firmate da Irène de Chateaudun (ch'è

Madame de Girardin); da Raymond de Villiers (ch'è Jules Sandeau), da

Roger de Monbert (ch'è Mery) e da Edgard de Meilhan (ch'è precisamente

Théophile Gautier), amico e biografo della Girardin, a' cui piedi aveva

deposto penna e discrezione.

Il Gautier, che avea beffato un giorno l'addobbo del salotto della

principessa, con egual grazia e malignità leggiera cincischia la

dama. Senza nominarla (la chiama soltanto la _marquise_) ne esalta la

bellezza, le belle mani aristocratiche, il piede minuscolo; ma dice:

“Je fus reçu avec toutes sortes de tendresses, bourré de petits

gâteaux, inondé de the, et assassiné de dissertations romantiques et

transcendantes.„[90]

Doveva essere soddisfatta l'acre Girardin.... Ma nossignori! Ella

attirò alla sua ignobile causa una dea della moda, la contessa Merlin,

nel cui salotto la principessa Belgiojoso andava di tratto in tratto,

non certo in omaggio a lei, arricchita col più infame commercio

(quello degli schiavi), ma pei celebri artisti, che la circondavano

divertendo se stessi e divertendo tutti. Madame Merlin, che dilettavasi

a scrivere, nelle _Lionnes de Paris_ pubblicate sotto falso nome,

trasformò la principessa Belgiojoso in una spaventevole avventuriera

criminale e demoniaca. Ma questo romanzo, come tutti gli sfoghi

ignobili, ebbe voga fugace, e solo nel “petit monde boulevardier„ dei

cattivi soggetti.[91]

Come ne rimasero Madame de Castellane e la principessa Belgiojoso?...

_Une vieille St.-Simonienne_ racconta così:

“Néanmoins, malgré tous ces mécomptes, M.me de Castellane continuait

bravement à aller de l'avant. En vain M.me de Belgiojoso elle-même

terrorisée par tant d'injures, refusait-elle son concours. M.me

Ancelot, qui avait toujours été l'àme de l'entreprise, ne lui

consacrait pas moins toutes ses énergies.„

Ah, no! Non bisognava conoscere la principessa per supporre ch'ella

potesse atterrirsi. Anche allora, ella avrà fatto il suo solito

gesto di sprezzante indifferenza, sollevando il mento, senza

pronunciare neppure una sillaba. Su quella statua di marmo le raffiche

non lasciavano solco. La Belgiojoso ricusò il proprio concorso

all'Accademia Castellane, perchè le vere regine della letteratura si

erano, nel frattempo, ritirate, lasciando il posto a quaranta poetesse

e giornaliste di scarsa fama; e una principessa Belgiojoso non poteva,

non voleva, in una Parigi, offrire lo spettacolo di regnare sopra un

asilo di scrivanelle mediocri. L'Accademia s'aperse, ma senza Giorgio

Sand, senza Cristina Belgiojoso, e non ebbe importanza. Una sola seduta

fu memorabile: il ricevimento d'una celebre viaggiatrice inglese,

mistress Trollope, reduce da una traversata del deserto.

Virginia Ancelot contava allora mezzo secolo; ma, più di lei, la

contessa Merlin (per dirla con Shakespeare) era scesa nella valle degli

anni. Al pari della Girardin, la Merlin era gelosissima del fascino

che la gran dama italiana irradiava, e del gran posto che teneva nella

metropoli del mondo.

La Merlin era nata Maria de las Mercedes de Jaruco. Avea visto la

luce sotto l'azzurro cielo di quell'Avana da lei descritta nel libro

_Havana, lettres et voyages_. Suo padre era il conte de Jaruco,

ispettore generale delle truppe spagnuole a Cuba, e illustre negriero.

Ell'avea ammaliato della sua grazia il valoroso generale Cristoforo

Merlin, che la sposò, e la portò a brillare a Parigi, dove ben

presto ella seppe circondarsi di sapienti, di letterati, di poeti,

d'artisti, d'uomini di spirito e anche di donne di spirito e belle.

Nel salotto della Merlin, gli artisti italiani, le melodie italiane

primeggiavano. Gioachino Rossini si metteva al pianoforte; il grosso

e mordace napoletano Luigi Lablache, dalla bella testa nera, mirabile

nel genere buffo e nel serio, maestro di canto della regina Vittoria

d'Inghilterra, apriva la bocca alle barzellette e alle delizie canore.

Il cagliaritano marchese de Candia, che, lasciata la sciabola di

brillante ufficiale sardo, era salito (come dicemmo) sulle scene col

classico nome di Mario, avvolgendo nel dolce fiume della voce sua

le anime rapite, non si facea pregar tanto a cantare, come un altro

celebre artista italiano che frequentava pure il salotto: il bergamasco

Rubini. Questi sapeva bene d'essere il tenore più famoso e più ricco

del secolo XIX. Ma presentiva egli d'essere nominato.... colonnello

dello czar, come avvenne?... Nel salotto Merlin, il Rubini risparmiava

i celestiali vocalizzi; non così la buona Fanny Persiani, non così la

Grisi, che, intanto, era divenuta moglie di Mario.

Tutta una costellazione musicale, nel salotto della contessa

Merlin, s'aggruppava intorno al dio Rossini, a _monsieur Rossiní_,

e vi diffondeva, con lui, i raggi del genio italiano. Ma nel

salotto della Merlin non solo si eseguivano le belle arie delle

opere italiane, dominatrici allora nel mondo; vi si recitava, si

rappresentavano sciarade in azione, con bizzarri, pittoreschi costumi;

e s'improvvisavano burle, con quella gajezza che prorompeva dai cuori e

che adesso, nel tormento del sottilizzar tutto e nell'ansia del domani,

non sappiamo trovar più.

Fu per quella società che Alfredo de Musset compose i suoi “proverbii„,

narra la contessa de Bassanville ne' _Salons d'autrefois_.[92] E là

apparve la gloriosa rivale della nostra Adelaide Ristori, la Rachel,

che recitava favole del La Fontaine. E là, madame de Gernandes, sì

celebre per il suo spirito, sfavillava. Là, infine (che bella cosa!),

nessuno poteva discorrere di politica, pena il bando dal salotto.

Fra le altre piacevolezze, gli ospiti si battezzavano a perfetta

vicenda con soprannomi più e meno arguti. Alfredo de Musset veniva

chiamato _le prince tout à toutes_; la Belgiojoso (sognante, allora,

la repubblica) _Citoyenne Couperet_; e la duchessa de Plaisance, sì

bionda, sì elegante, sì profumata, e che per le sue ardite avventure

col principe Emilio Belgiojoso, doveva riempire ben presto tutta Parigi

di clamor scandaloso, veniva detta _Princesse Pompon de Falbalas_. Più

avanti, racconteremo le sue avventure.... Intanto, dobbiamo fermarci su

un piccante particolare.

La duchessa de Plaisance cercava di lottare colla principessa

Belgiojoso: anch'essa ne era gelosa. Un giorno, queste due illustri

rivali discorrevano insieme del _salon_ della Merlin. Tutto vi è

rappresentato, diceva l'una: le lettere, la musica, la poesia....

— La beautè, par Mademoiselle de Saint-Aldegonde; l'esprit par Madame

de Balby.... — soggiunse vivamente la duchessa de Plaisance.

— Et vous, madame, que representez-vous?... — le domandò ironica la

Belgiojoso.

La duchessa diventò rossa, ma con sforzata ingenuità, e sorridendo:

— Mon Dieu, je ne sais pas!... la vertu, peut-être!

E la principessa, con uno sguardo intraducibile:

— Nous prenez-vous donc pour des masques?...[93]

Madame Merlin (quand'era giovane) venne invitata una sera da gaudenti

suoi adoratori, fra i calici spumanti, fra i doppieri, tra i fiori....

Quante volte alle labbra ridenti della Merlin fu accostata da mani

traditrici la coppa inebbriante!... Troppo inebbriante; chè a poco a

poco e doppieri, e fiori, e calici, e amici si confusero come in una

ridda velata ai begli occhi della povera signora; ed ella non s'accorse

nemmeno che esperte dita le scioglievano intanto i nastri di seta, i

merletti, le vesti.... e tutta la svelavano nel suo splendore di Najade

cubana....

Così terminavano allora a Parigi alcuni banchetti di spensierati,

ignobili mortali.

E dire che la Merlin ebbe il coraggio di scrivere nelle _Lionnes de

Paris_ tanti orrori sopra un'ospite preclara del suo salotto, sulla

Belgiojoso, per compiacere a un'altra donna, Madame de Girardin!... E

dire che avea ideato persino un romanzo intitolato _La Vestale_!...

La terribile Girardin non doveva esultar molto della gioja d'aver

colpita e d'aver fatta colpire la principessa Belgiojoso, ella autrice

del dramma lacrimoso _La joie fait peur!_ Finì tristamente a cinquantun

anno nel 20 giugno del 1855, dopo d'aver molto sofferto; dopo d'aver

tanto parlato agli spiriti d'oltretomba, evocati da lei, notte e

giorno, coi picchi dei tavolini.... Orribili terrori la faceano urlare

disperata. Aveva paura d'attraversare una via in carrozza; sveniva se

vedea volare un pipistrello. Era sparita del tutto la risoluta bellezza

che le irradiava il volto, e che Teofilo Gautier ammirava incantato

alla prima tempestosa rappresentazione dell'_Hernani_ di Victor Hugo,

idolo da lei adorato, incensato sempre. Mentre scriveva, Madame de

Girardin lasciava che i folti suoi biondi capelli disciolti piovessero

per le spalle sull'accappatojo bianco nel quale ella s'avvolgea

maestosamente come una pitonessa. Nubi funeree scesero sul suo volto;

e ben luttuosi furono gli ultimi anni della potente signora!...

Quando l'angelo della morte (dice Gautier) venne a prenderla, ella lo

aspettava da lungo tempo.

La principessa Belgiojoso non nutrì invidie, gelosie, nè rancori

contro la sua nemica; si sentiva così superiore a lei! E si divertiva a

leggerne gli articoli.

Madame Émile de Girardin lasciò più vuoto nella società mondana che

nella letteratura. Ma, nella società mondana, poteva ella superare

lo spirito sfavillante e signorile della marchesa de Bedmar, che

portava il nome del bieco cospiratore spagnuolo contro la Repubblica

di Venezia?... La marchesa de Bedmar era la più intima amica della

principessa Belgiojoso. Matura, ella conservò il suo fine brio. Anche

di lei, si poteva dire: Ecco una signora che si conserva nello spirito!

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 19 / 75 题