X.

Una folla d'immortali.

Canta il principe Belgiojoso. — Rossini al piano. — Giulia Grisi

e il tenore Mario. — Meyerbeer e i gatti. — Thalberg. — Un altro

pianista: Döhler. — Chopin e gli esuli polacchi a Parigi. — Un

pittore irritato: Delacroix. — Bella scenetta! — Il ritratto della

Belgiojoso dipinto dal Lehmann. — Victor Hugo. — Alessandro Dumas

padre e la sua bionda Ida. — Balzac. — Sue supposizioni sulla

Principessa. — Stendhal lo corregge. — Il poeta de Laprade. —

Lamartine. — Chateaubriand. — Augusto Barbier. — Un traduttore

di Dante. — La grandezza di Pellegrino Rossi. — Camillo Cavour in

una seduta spiritica presso la Principessa. — Un improvvisatore. —

Carattere del salotto della Belgiojoso.

Dalla _rue d'Anjou Saint-Honoré_, la principessa Belgiojoso

aveva portato il suo celebre _salon_ al numero 28 nella _rue du

Montparnasse_, in mezzo agli alberi. Splendida era anche quella sua

palazzina. Carlo Monselet, nelle _Statues et statuettes_, la descrive

con pochi tocchi, così:

“Un cancello di ferro, di lavoro squisito e bizzarro, s'apre sopra

un giardino disordinato, pieno d'ombre e d'erbe, sulle quali rotolano

quattro o cinque caprette dalle zampe bianche e nervose. Una ragazzina,

che ha portato dall'Italia sul volto un bacio del sole morente, passa,

inseguendole, con una verghetta in mano. La casa è in fondo, a diritta,

con delle torricelle di ferro agli angoli e sculture in alto.„[71]

L'interno delle sale presentava press'a poco lo spettacolo della

palazzina di rue d'Anjou Saint-Honoré. Al piano terreno, abitava il

principe Emilio Belgiojoso, che, nel frattempo, s'era riavvicinato

alla moglie. Quasi tutte le sere, egli saliva, cantarellando, per una

scaletta a chiocciola e compariva nelle sale della principessa, in

mezzo a un concerto musicale, di cui diventava il re colla divina sua

voce, colla sua grazia.

I concerti, infatti, si susseguivano continui. Nelle sere di carnevale,

erano concerti allegri, e la musica di Gioachino Rossini ne faceva

riccamente le spese: il principe cantava e il maestro lo accompagnava

al pianoforte. Nelle sere di quaresima, si eseguiva, invece, tutta

musica religiosa; ma anche allora, il Rossini imperava col suo _Stabat

Mater_. I cantanti più celebri dell'_Opéra-Italien_ prodigavano in

quelle sale le loro note sublimi. Ecco il soavissimo canto a mezza

voce di Giulia Grisi; una carezza!... Il povero Vincenzo Bellini

ha scritto per lei _I Puritani_.... E Gioachino Rossini la guarda

felice quand'ella gli canta un'aria dell'_Otello_ o del _Barbiere di

Siviglia_. Nata a Milano, Giulia Grisi s'avvicina alla principessa sua

concittadina e parla con lei in meneghino purissimo: e la principessa

sorride mostrando le sue belle file di denti che Alfredo de Musset ha

ancora l'ingenuità di descrivere.... al principe Emilio Belgiojoso, suo

amico, intimo compagno di cene: “Ce sont de petits boutons d'oranger

blanc, enchassés dans du satin groseille, qui servent de dents à cette

belle personne.„

Voce ammaliante era quella del tenore _Mario_, bellissimo uomo.

Giovanni dei marchesi De Candia, nato a Cagliari, ufficiale di Carlo

Alberto, era fuggito in Francia per respirare libere aure. A Parigi,

Emilio Belgiojoso, che amava il canto e cantava, lo incoraggiò

all'arte; e il De Candia si diede alle scene col nome di _Mario_.

Eccellente patriota anche quel Mario!... Amico del Mazzini, apriva

anch'egli la propria casa di Parigi agli emigrati italiani, e

gareggiava coi principi Emilio e Cristina nel soccorrerli.

Piccolo di statura, l'autore di _Roberto il Diavolo_ compariva nel

salotto con un serafico sorriso, e facendo un profondo inchino alla

principessa. Durante la conversazione, il maestro Meyerbeer stava

zitto, solo esprimendo con esclamazioni _ah! oh!_ calda ammirazione

ad ogni frase, anche insignificante, che cadeva dalle labbra della

dea. Egli aveva una terribil paura dei gatti. Di tratto in tratto,

gettava qua e là spaventato gli sguardi, credendo di vederne spuntar

qualcuno sulla soglia dell'uscio o sotto il pianoforte. Non andava

a dormire, senza esaminare ansante sotto il letto, se mai vi fosse

annidata qualcuna di quelle bestie, delle quali Teofilo Gautier andava

pazzo a tal segno da tenerne una dozzina in casa, sulle poltrone e

fra le rare porcellane; e l'autore di _Mademoiselle Maupin_ descrisse

il gatto, nello studio sul Baudelaire; le sue poche pagine squisite,

scintillanti, vincono tutto il volume fisiologico che sulla domestica

belva, pure cara al Petrarca, pubblicò il Rajberti di Monza. Enrico

Heine e Gioachino Rossini andavano a gara (un duetto!) nel burlare,

davanti alla principessa, il maestro Meyerbeer. Il Rossini diceva:

“Oh, la mia piccola musica si eseguisce facilmente. È la grande ch'è

difficile!„ E alludeva alla musica del _Roberto_.

Gioachino Rossini viveva giocondo, ma allora senza lussi. I suoi

capolavori gli aveano fruttati pochissimi quattrini; e quando

poteva riceverne dagli editori, n'era tutto beato: li riponeva in un

ripostiglio, li teneva nascosti come un tesoro geloso. Fu sotto il

secondo Impero che l'autore del _Barbiere di Siviglia_ guadagnò fior

di ricchezze. Egli era intimo amico, allora, del re delle finanze,

il banchiere Rothschild, il quale gli diceva: “Caro maestro! Domani

alla Borsa giuocate così e così, questo e questo....„ Il maestro

s'affrettava a giuocare, naturalmente; e vinceva.

Ed ecco due pianisti di gran fama entrano nel salotto: Sigismondo

Thalberg, ginevrino, e Teodoro Döhler, che, non ostante il cognome

tedesco, vide la luce nella culla della melodia italiana: a Napoli. Il

primo, ruvido, avido di denaro; il secondo, gentile, avido di sorrisi

principeschi.

Il Thalberg componeva _variazioni_ e _fantasie_ su una folla di opere;

fantasie e variazioni complicate, di pessimo gusto, che stanno all'arte

come i giuochi d'un acrobata alle carole d'una Elssler. Le sue mani

correan rapidissime sui tasti come lucertole sulle pietre. Il Döhler

era più geniale: suonava _perlato_: un incanto di grazia. Sul ritmo

delle sue scarpe inverniciate, ei passava di salotto in salotto, dove

ripetea un proprio notturno preferito (quello in _re_ bemolle) che godè

gran voga.

Teodoro Döhler era stato un fanciullo prodigio. A tredici anni, le sue

esecuzioni al pianoforte strappavano al teatro del Fondo di Napoli

battimani fragorosi, urli d'ammirazione. Suo padre venne chiamato

a Lucca per l'educazione di quei principi, e portò seco il piccolo

Teodoro nell'artistica, silente città toscana, che pare un asilo di

sognatori. Pochi mesi dopo, Teodoro seguì il duca a Vienna; e là,

alla scuola di Carlo Czerny, allievo di Beethoven, maestro di Liszt,

insuperabile nell'insegnamento della meccanica pianistica, stupì

tutti: — a soli diecisette anni, venne nominato pianista del duca di

Lucca; e accompagnò il principe nelle peregrinazioni per l'Europa,

componendo fantasie sulla _Norma_, su _Zampa_, sul _Roberto il

Diavolo_, opera, quest'ultima, ricca di colore, ma troppo lunga (non

è vero?) trattandosi del diavolo, che ama far le cose presto!... In

un giro artistico in Germania, le bionde Margherite restarono rapite

al delicatissimo tocco di quel Faust del piano; ma fu a Parigi, e

precisamente nel salotto della Belgiojoso, ch'egli venne consacrato

maestro.

I buongustai, non ostante la presenza del Thalberg (detto da madame de

Girardin “il re„) preferivano il Döhler quale esecutore al pianoforte.

Le maniere del giovane pianista, imparate a Corte, così diverse da

quelle di tanti altri artisti alla moda, incliti villani, piacquero

anche alla gran dama milanese, certo più del talento delizioso. Le loro

conversazioni alla sera si protraevano, destando inutili gelosie in

Enrico Heine, che attanagliava il preferito con acerbi motti e risate.

Tanto preferito, che la dama ne accolse il bacio fecondo....

Un giorno, Teodoro Döhler si congeda dalla principessa e da Parigi:

e vola oltre la Manica ad altre conquiste, ad altre incoronazioni.

Poi passa fra i mulini dell'Olanda e fra le slitte della Russia. Le

sue mani s'aprono orizzontali sul cembalo, e solo colle dita ricurve

toccano i tasti. Ma una principessa russa, Tschermeteff, vuole quelle

mani per lei sola; vuole stringerle davanti all'altare. Ella porta

una ricca fortuna al maestro, che ritorna colla sposa sotto il nativo

cielo d'Italia; ma una malattia di languore lo assale, lo consuma, e lo

spegne il 21 febbrajo 1856.

Sui leggii dei pianoforti, si trovano ancora alcuni pezzi del Döhler,

ne' quali risplende la grazia ch'egli sfoggiava nell'eseguirli. I suoi

_Lieder_ essendo imitazioni delle melodie dello Schubert, subirono,

invece, la sorte di tutte le imitazioni di questo mondo. Enrico Heine

lasciò in _Lutezia_ questo ricordo del Döhler: “Comme le plus grand

d'entre les petits, nous nommerons ici Théodore Döhler.„

Tempeste, turbini, come gli uragani delle sue lande ungariche,

sollevava Francesco Liszt sul cembalo; e le sue mani ossute e adunche

come quelle d'un vecchio avaro volavano fulminee sui tasti, e la

sua lunga chioma apollinea svolazzava, e tutta la sua magra persona

vibrava, agitavasi, e l'aria tremava.

Un altro glorioso straniero, un altro amico della Belgiojoso, un

polacco, Chopin, sedeva al piano.... Altra musica la sua! Musica

dolente. Nella melanconia di quelle note profonde, sembra che gema

l'anima della Polonia. La principessa ammirava grandemente Chopin,

anche perchè le rappresentava una terra sorella all'Italia nelle

sventure e nelle speranze. Parecchi esuli polacchi si univano cogli

esuli italiani nel salotto della Belgiojoso a Parigi; e anche per essi

era pronta la borsa della generosa gentildonna.

Ai primi del 1834, la principessa polacca Czartoriska, nata principessa

Sapieha, commossa alle lagrimevoli miserie di tante famiglie

polacche rifugiatesi in Francia, avea fondata a Parigi una società

di beneficenza, tutta di signore; e, nella schiera, brillava primo il

nome della principessa Belgiojoso, accanto a quello della signora di

Lamartine, moglie del poeta, e al nome della contessa di Montijo, madre

di colei che divenne imperatrice di Francia. E balli, e concerti, e

fiere.... tutto veniva allora escogitato per accrescere i sussidii; e a

quei balli, a quei concerti pubblici, a quelle fiere di beneficenza, la

principessa lombarda emergeva per la singolarità della bellezza e degli

abbigliamenti, scelti e adatti all'occasione.

Gli esuli polacchi, come gli esuli italiani, portavano in cuore

l'immagine sacra della patria; se non chè, fra gl'italiani non

iscoppiavan mai le discordie feroci, che spesso obbligavano i fratelli

della Polonia a metter mano alla spada e lanciarsi a duelli fra

loro.[72] Superfluo è il rammentare che, nel glorioso 29 novembre

del 1830, i Polacchi si sollevarono contro la tirannia moscovita:

superfluo il ricordare le lotte dei Polacchi contro le decuple forze

dei Russi, lotte che durarono fino al settembre dell'anno dopo: i

nomi del Chlopiçki, del Czartoryiski, dello Skrzyneçki, del Dembinski,

splendono a caratteri d'oro nella storia degli eroi. La terra polonese

fu seminata di cadaveri dal vincitore feroce; e fu allora che la terza

colonna polacca potè attraversare la Germania e arrivare in Francia,

a Parigi: altri Polacchi esularono nel Belgio, nell'Inghilterra, nella

Germania, nella Svizzera; fu un lungo esodo di superstiti esacerbati,

mestissimi, che si sparsero per l'Europa a mostrare di quali

ingiustizie nefande era capace il despotismo della Santa Alleanza.

Ma a Parigi, dove nel 1830 era stato lanciato il grido della rivolta

e l'appello all'emancipazione dei popoli oppressi; a Parigi, dove

si preparavano le nuove rivendicazioni, i Polacchi, più che altrove,

trovarono larga eco alle loro aspirazioni di libertà; il popolo stesso

li acclamava. Tutta una ricca letteratura cosmopolita sorse allora

a favore della Polonia; letteratura segnatamente poetica, che durò

lunghi anni, e tenne deste le sacrosante ragioni di quel popolo degno

d'augusti destini.

Nessuna donna allora a Parigi, — neppur la classica tragica Rachel —

vide curvarsi dinanzi tante fronti di pensatori, di poeti, d'artisti,

come la Belgiojoso; ed era omaggio reso a lei e all'Italia, ch'ella

rappresentava nel centro della civiltà europea colla magnificenza

delle gentildonne del Rinascimento, coll'attraenza della donna liberale

moderna.

Anche tre pittori francesi di grido andavano nel salotto della

Belgiojoso, dove tutte le arti belle aveano altare: il pittore Gérard,

Enrico Lehmann, e il Delacroix, che finì col detestar la Belgiojoso.

Il Delacroix non era entusiasta, come altri, della pallida bellezza

della principessa; eppure era romantico e amava i chiari di luna. Il

solo sorriso della principessa gli rendeva il sentimento d'un essere

vivente: almeno ei diceva così.

Madame Jaubert racconta ne' _Souvenirs_ che la principessa lo avea

invitato una volta a pranzo a Port-Marly, dove ella avea preso in

affitto una villetta graziosa. Il Delacroix entra pian piano nella sala

mentre la principessa, animatissima, questiona con Giacomo Alessandro

Bixio, di Chiavari, uomo politico e semi-letterato, fratello di Nino

Bixio, l'eroe garibaldino dei _Mille_.

All'apparire del Delacroix, i duellanti troncano la lotta per

accogliere con onore il celebre pittore di _Dante e Virgilio_; ma la

ripiglian ben presto, e più accesa. La tenacissima italiana sostiene

(al pari del Gioberti) la superiorità dell'Italia sulla Francia; non

ammette neppure un dubbio!... Il Bixio, benchè d'origine italiana,

sostiene che gl'italiani serbano in petto le loro convinzioni,

laddove i Francesi, più franchi, non potrebbero sopportare in silenzio

l'oppressione e si batterebbero subito.

— Non capisco, signor Bixio, — esclama la principessa, — non capisco

come, essendo voi d'origine italiana, osiate esprimere tale giudizio!

Il Bixio ridendo (il che irrita la superba milanese) risponde: Io non

dubito che, una volta appassionatisi, gl'Italiani si batterebbero bene

per sostenere una causa; ma essi non lo farebbero di sangue freddo, per

principio.

— Par principe! — grida la principessa in francese, bollente di collera

improvvisa; — qu'entendez-vous par là?... Quel est le principe, pour un

Français, qui ne fléchisse pas devant....

E qui, secondo Madame Jaubert, la principessa si sarebbe lasciata

andare a una frase punto gentile verso i Francesi; ma non può essere,

assolutamente; poichè nessuna volgarità poteva uscire da quelle

labbra di gran dama. La Belgiojoso avrà risposto bruscamente, non ne

dubito; ma in modo conforme alla sua eletta educazione. Tuttavia, un

glaciale silenzio seguì alla risposta della principessa. Il Delacroix

si levò tranquillamente e si diresse verso la porta del giardino.

Quando s'annuncia il pranzo, la Belgiojoso manda il domestico _Pietro_

ad avvertirne l'assente convitato: ma, dopo qualche istante, il

servo ritorna dichiarando che il signore è partito. Tutt'i presenti

si sforzarono, quella sera e dopo, a far comprendere che avevano

dimenticato una parola sfuggita alla collera; ma Eugenio Delacroix non

pose più piede in casa dell'illustre italiana.

Buon amico della principessa era il pittore Gérard. Il vecchio autore

di _Psiche che riceve il primo bacio d'amore_ sorviveva al genere di

pittura che lo avea reso celebre in Francia. Colui che un giorno era

chiamato il pittore dei re e il re dei pittori, seguiva fedelmente il

caposcuola dei classici, David. Imitava con gelido pennello la bella

antichità, il cui ideale pareva risorto, ma per morire soffocato fra le

efflorescenze del romanticismo trionfante. Il buon Gérard voleva nelle

proprie adunanze la principessa Belgiojoso, e andava spesso da lei,

lieto di riceverne un sorriso di ringraziamento.

Quando la Belgiojoso cominciò a frequentare le piccole stanze del

Gérard in cui si protraevano fino a tarda ora i crocchi animati, erano

scomparsi i personaggi che, prima della rivoluzione del luglio 1830,

si facevano ammirare per quella delicatezza elegante e per quella

dignità semplice e naturale che formavano il precipuo carattere del

ramo primogenito dei Borboni. Vi andavano tre amici italiani: Terenzio

Mamiani, il conte Carlo Pepoli e Gioachino Rossini, che cantava egli

stesso le arie del suo _Barbiere di Siviglia_ con un brio indiavolato;

v'andava un poeta estemporaneo allora assai noto, Luigi Ciconi, e oggi

ignotissimo. Fido al Gérard, il Ciconi ne raccolse l'ultimo sospiro

dopo d'averlo, coll'ardore d'un missionario, infervorato alla Fede e

invaghito del cielo. Madame Ancelot, che ci fornisce questi ragguagli

nel libriccino spirante bontà _Les salons de Paris: foyers éteints_,

delinea la principessa Belgiojoso come eccitata dall'ambiente:

Sa vive imagination, excitée par les scènes tumultueuses de notre

époque, ne pouvait se restreindre aux paisibles émotions et aux

succès fémenins que l'on trouve dans les salons. Il lui fallait

les émotions de la révolte et les succès du _forum_.

Nelle salette del Gérard, non s'incontrava più il tozzo Stendhal,

l'impenitente innamorato di Milano; non più il cortese e furbo italiano

Pozzo di Borgo, che a Parigi faceva della diplomazia moscovita col

titolo d'ambasciatore; vi s'incontrava il dolce, raccolto poeta

patrizio, conte Alfredo de Vigny, il poeta delle anime tranquille.

Strano! Nella casa del Gérard andava frequente un pittore ch'era

tutto l'opposto del Gérard: appunto quell'Eugenio Delacroix, pieno

di slancio, di foga, d'ispirazione romantica, che lo avea fatto

dimenticare. Ciò prova quanto il Gérard fosse di carattere buono ed

elevato. Quanti così?...

Il Gérard entrava nel salotto della principessa Belgiojoso accompagnato

da un pittore, tedesco di nome e di nascita, ma francese per elezione:

Enrico Lehmann.

Il Delacroix d'Italia, Francesco Hayez, principe della scuola romantica

fra noi, ritrasse un giorno Cristina Belgiojoso in un ritratto,

mirabile per raro valore artistico, ma poco rassomigliante. Il vero, il

sovrano ritratto della principessa è quello dipinto da Enrico Lehmann,

a olio, grande al vero, e la cui fotografia fregia la prima pagina di

questo libro.

Il Lehmann depose su quella tela due tinte dominanti: il bruno e il

bianco; ma quale impressione profonda desta quel ritratto nell'animo di

chi lo contempla!

Qui contempla ce front bien fait pour un musée

Dans ces grands yeux pensifs reviendra lire encor,

Tant cette belle femme est gravement posée

Sur son escabelle à clous d'or.

D'aussi beaux cheveux noirs, couronnés d'une tresse,

Eurent-elles jamais bandeau plus opulent,

Ces muses qu'on voyait, au doux pays de Grèce,

Fouler les vallons, d'un pied blanc?

Così un poeta francese, Augusto Desplaces, descriveva quel ritratto

in rima, mentre il Balzac della caricatura, Gavarni, lo rifaceva

grottescamente in prosa su un periodico: la caustica prosa del suo

lapis: e lo intitolava: _un cas de cholera!_

Quando il ritratto della principessa apparve esposto al Louvre, gran

folla lo ammirò. Non è uno dei tanti ritratti; è una _biografia_, è la

_visione_ della principessa.

Cristina Belgiojoso è seduta sul ricco sgabello, di cui parla il poeta.

Ha una larga veste bianca, dalle rigide pieghe, che le ricadon dalle

spalle avvolgendola quasi in un peplo di sacerdotessa druidica. Il

volto ovale, incorniciato dai capelli neri, lisci, pallido d'un pallor

di morte, è rivolto a noi: e quei due grandi neri occhi sembra che

vogliano scrutarci, per istrappare il nostro segreto. Quel ritratto

passò a Milano. Nel rosso salotto della marchesa Luigia Visconti

d'Aragona (colei che la principessa chiamava teneramente _sorella_)

quel ritratto illuminava tutta una parete col suo chiaror di fantasma

dominatore.

Enrico Lehmann è famoso per altri ritratti: del Liszt, di madama

d'Agoult, della moglie d'Arsène Houssaye, di Alfonso Karr. Nel 1852,

fu incaricato di decorare la sala delle feste all'_Hôtel de Ville_ a

Parigi; ed egli ebbe l'eroico coraggio d'eseguirvi in soli dieci mesi

cinquantasei composizioni. Negl'incendii della Comune, quelle pitture

furon divorate dal fuoco coll'intero palazzo.

Quali altre magnifiche figure d'immortali vediamo ora nel salotto di

Cristina Belgiojoso a Parigi? Ecco due sovrani dell'immaginazione:

Victor Hugo e Alessandro Dumas padre.

Quando sulla soglia del salotto della Belgiojoso, appare la nobile

figura di Victor Hugo, sembra che comparisca un nume, tanto gli sguardi

curiosi e reverenti si rivolgono a lui. Ed egli è, veramente, il dio

del romanticismo; è il grande poeta delle immagini come il Balzac

definisce, nello studio sullo Stendhal, il poeta delle _Orientales_,

che dell'Oriente ha i fulgori. Mentre il Balzac è il descrittore

freddo, spietato, formidabile, delle misere realtà umane, Victor

Hugo è l'infiammato cantore degl'ideali; è il vindice dei calpestati

diritti del popolo, il poeta dell'umana giustizia con visioni sideree.

Quando ei siede accanto alla principessa, ella sembra una delle

visioni incarnate del sommo poeta. Le signorine avvicinandosi a lui,

s'inchinano; si dan l'aria d'angeli in adorazione; e passando davanti

allo specchio, guardano forse (chi sa?) se son loro spuntate le ali....

L'eccelso poeta diffonde luce dintorno, luce nei cuori dei giovani;

eppure neanche allora il centro del salotto della Belgiojoso diventava

Victor Hugo; rimaneva Cristina Belgiojoso. Forse per questo, Victor

Hugo, che voleva essere idolatrato, metteva di rado il piede nel

salotto?...

Alessandro Dumas padre interviene di tratto in tratto ai _sabati_ della

principessa, che aveva scelto quel giorno per le riunioni numerose; e

una volta l'autore del _Conte di Montecristo_ ha il coraggio d'entrare,

tutto raggiante di gioja, colla propria amante, l'attrice Ida Ferrier,

una bellissima creatura bionda, le cui perfezioni di statua greca son

decantate da un magico descrittore della bellezza, Teofilo Gautier,

nel libro _Les belles femmes de Paris_. Ida Ferrier, nata a Nancy

da una levatrice e da un padre che si fece conoscere con qualche

ritardo, rappresentò nel dicembre del 1837 a Parigi, nella tragedia

di Alessandro Dumas padre, _Caligola_, la parte di Stella. Le intime

relazioni di lei col romanziere più immaginoso della terra, non erano

più un mistero per alcuno. La principessa accolse con sorridente

cortesia il Dumas, ma non degnò nemmeno d'uno sguardo l'attrice,

la quale, invece, era entusiasta della principessa, dell'Italia e

degl'Italiani.

E il Balzac? Il possente romanziere incontrò e conobbe la principessa

presso il pittore Gérard; ma ella non gli piacque, se dobbiamo credere

a quanto egli scrisse alla sua madama Hanska, divenuta poi sua moglie:

“Elle a le bonheur de me déplaire.... Sa maison est bien tenue; on y

fait de l'esprit. J'y suis allé deux samedis; j'y ai diné une fois; ce

sera tout„

Henry Beyle (o _Stendhal_) che amò tanto Milano dove, venutovi al

domani della battaglia di Marengo, trovò un ideale adorato (ma invano

adorato) in Matilde Dembowski, — ci mostra nella sua troppo lunga

_Chartreuse de Parme_ una Gina Pietranera, radiosa stella follemente

amata da un potente diplomatico, Mosca. Costui (ch'è sposato) brama

d'averla vicina senza pericoli; perciò la fa maritare a un vecchietto

settuagenario “immensément riche„ il duca Sanseverina-Taxis. La

duchessa Sanseverina è Diana colla voluttà di Venere, colla soavità

delle Vergini di Raffaello, colla passione italiana, — osserva il

Balzac nel suo _Étude sur Henry Beyle_; e aggiunge che, nello stesso

tempo, è Madama de Montespan, Caterina de' Medici e Caterina II....

E il Balzac crede di trovare l'originale di tanto ritratto nella

principessa Belgiojoso!...

“M. Beyle a-t-il eu quelque femme en vue en peignant la

Sanseverina? Je le crois. Pour cette statue, comme pour le prince

et pour le premier ministre, il y a eu nécessairement un modèle.

Est-il à Milan? est-il à Rome, à Naples, à Florence? Je ne sais.

Quoique je sois intimement persuadé qu'il existe des femmes comme

la Sanseverina, mais en très-petit nombre, et que j'en connaisse;

je crois aussi que l'auteur a peut-être grandi le modèle, et

l'a complétement idéalisé. Malgré ce travail qui éloigne toute

ressemblance, _on peut trouver dans la princesse Belgiojoso

quelques traits de la Sanseverina. N'est-elle pas Milanaise?

N'a-t-elle pas subi la bonne et la mauvaise fortune? N'est-elle

pas fine et spirituelle?_„

Quest'era una delle tante fantasie del gigantesco romanziere. Enrico

Beyle non s'era neppur sognato di prendere la Belgiojoso per modello

della duchessa Sanseverina idolatrata da un Mosca; — nel quale Mosca il

Balzac ravvisa.... chi mai?... il principe di Metternich; proprio quel

Faraone dell'assolutismo, che Cristina detestava.

Lo studio del Balzac apparve nella _Revue parisienne_ del 25 settembre

del 1840; e al Balzac rispose nel 30 ottobre lo stesso Stendhal,

allora console di Francia a Civitavecchia, e rivoluzionario. Riguardo

alla principessa Belgiojoso, lo Stendhal gli risponde che s'inganna:

“Je n'ai jamais vu madame Belgiojoso„; ed aggiunge che non ha neanche

voluto copiare il principe di Metternich da lui veduto solo nel 1810,

quando il bellissimo e dispotico principe portava un braccialetto

formato con una ciocca di capelli d'una signora C.... M....[73]

Un poeta (successo poi ad Alfredo de Musset nel soglio dell'Accademia)

sperava di spetrare anch'esso l'animo della diva lombarda; era Vittore

de Laprade, artefice di lamartiniani versi melodiosi, e autore d'un

delicato poema _Psiché_ pel quale passa un soffio panteistico antico.

Il buon Laprade credeva di trovare nella principessa la sua “anima

gemella„. Pretendeva di suonarlo egli un sempiterno _a solo_ di flauto,

in mezzo a un'orchestra piena d'ardori....

Il sospiroso Alfonso Lamartine non andava dalla principessa, che,

conoscendo il poeta delle _Meditations_ e delle _Harmonies_ ben

poco amico dell'Italia, non volea vederselo dinanzi. Vi andava bensì

Guglielmo Pepe, il cui cugino Gabriele Pepe avea sfidato il Lamartine a

duello per la famigerata frase sull'Italia “terra dei morti„. Guglielmo

parla con onore della principessa nelle proprie _Memorie_, là dove

con gratitudine ricorda averlo la generosa compatriota protetto un

giorno, in un pericoloso frangente, presso un signor Denis, _maire_

d'Hyères.[74]

Anche lo Chateaubriand rendeva omaggio alla Belgiojoso. Nei _Mémoires

d'outre-tombe_, egli la ricorda.[75] Così le rendeva omaggio Carlo

Agostino Sainte-Beuve; così il Quinet; così il Cousin.

Tocca ora un posto d'onore a un poeta grandemente stimato dalla

principessa e da tutti i più chiari esuli italiani: il poeta Augusto

Brizeux, traduttore della _Divina Commedia_. Il Mamiani scriveva di

lui da Parigi al direttore dell'_Antologia_ di Firenze, il prezioso

Vieusseux: “È raro modello alla patria sua, di gusto purissimo ed

elegante, e d'una soavità e naturalezza veramente antica; autore del

bellissimo poema _Marie_ e di una versione di Dante, quella che insino

a qui è meglio riuscita in Francia a far sentire l'originalità e la

profondità dell'Omero italiano.„[76]

E Augusto Barbier, al quale Terenzio Mamiani dedica gl'_Inni sacri_?...

Il Mamiani ama anche il poeta dei _Jambes_: lo ama per “l'affetto

grande che porta alla nostra Italia e per la compassione sincera che

mostra delle sventure di lei„.[77]

Ma altri poeti venivan presentati alla principessa, del cui carattere

italianissimo e del cui salotto di Parigi ben giustamente rileva l'alto

valore l'Hanotaux nel libro su Henri Martin, — altro francese, questo,

amico d'Italia nei lieti e, più, nei tristi giorni. “Elle fut avec plus

de flamme ce que M.me du Deffand avait étè, au XVIIIe siècle, avec plus

d'esprit; et vingt ans plus tôt, M.me Récamier, avec plus de majesté:

elle fut un centre.... Personne ne fit plus qu'elle, en France, pour la

propagation de l'idée italienne. Elle lui consacra sa vie, sa fortune,

son cœur.„

Ah, la patria lontana, della quale la principessa avea illustri

campioni sì vicini, come un Mamiani, un Rossini, un Bellini, un

Gioberti, un Michele Amari! È lo storico, quest'ultimo, dei _Vespri

Siciliani_, che preludiavano ad altri vespri; profugo dal regno

borbonico delle Due Sicilie; modesto nella sua dottrina. Di tratto in

tratto, l'Amari visitava la principessa; onde a un amico ei scriveva da

Parigi: “Per lo più passo qualche ora dal marchese Arconati milanese,

la cui moglie è molto istruita, da M. Thierry, che mi vuol bene, e

dalla principessa Belgiojoso ch'è simpatica sempre!„[78]

Agli occhi della Belgiojoso, l'Italia era rappresentata da un'altra

figura, che non si mescolava colla folla del salotto; che di rado

andava a visitare Cristina Belgiojoso, ma l'apprezzava; un singolare

ingegno, che dovea tragicamente finire sotto il pugnale della canaglia:

Pellegrino Rossi.

Nella storia italiana del Quarantotto, questo nome purissimo è cinto

dall'orrenda macchia d'un delitto; nella storia degli ordini liberi,

risplende di luce perpetua. Il suo volto parea quello d'un'erma greca,

tanto fini si disegnavano i lineamenti, e così placido, fortemente

placido, era l'aspetto. Il Rossi, che lasciò ai posteri il _Trattato di

diritto penale_; che fondò col Guizot la scuola politica _dottrinaria_,

titolo poi falsato e significante la malattia, la degenerazione d'un

sano concetto; il Rossi, che fondò col Sismondi, col Bellot, con

Stefano Dumont, gli _Annales de législation et de jurisprudence_, ne'

quali scolpisce, come nel porfido, la teoria dei “principii dirigenti„

per l'interpretazione delle leggi.... quel Rossi nato a dirigere

popoli e stati, poichè avea sortito da natura tempra di _statista_,

era poeta, e amava i romantici. Presso Ginevra, dove, esule volontario,

s'era rifugiato in una piccola campagna, Pellegrino Rossi si alimentò

della poesia funerea e grandiosa del Byron, poesia che sembra l'addio

supremo a un mondo di rovine. Due erano i poeti degli esuli: Dante, il

“ghibellin fuggiasco„, e Giorgio Byron, l'errante bardo, che a Milano,

fra gli uomini del _Conciliatore_, si svelò carbonaro, e che oro, vita

e canto immortale offerse all'indipendenza della Grecia. Quanti lampi

del Byron balenano sulla prosa dello stesso Mazzini!... Non parliamo

poi delle pagine di Carlo Bini e del Guerrazzi.

A Ginevra, Pellegrino Rossi venne da liberi suoi ammiratori innalzato

alla cattedra di diritto romano: era la prima volta che, dopo trecento

anni, fosse aperta a un cattolico l'Accademia di Calvino. Ma le

continue malevolenze dei piccoli che addentano i piedi dei grandi,

finirono coll'infastidire quel grande; e poichè al Collegio di Francia

per la morte di Giambattista Say era rimasta vacante la cattedra di

economia politica, il Rossi vi concorse, e, nel 1833, ecco egli parla

autorevole da quella cattedra. E poco dopo, egli, benchè italiano,

insegna diritto costituzionale alla gioventù francese; il che solleva

scandalo, tempeste nella scuola; ma egli, impassibile, gira lo sguardo

penetrante sulle teste agitate; e il suo tumultuoso uditorio lo

applaude appena può intenderlo. Così il Mignet stesso rammenta nelle

_Notices et portraits_; il Mignet che, al pari del Guizot, incontrava

talvolta il Rossi presso la Belgiojoso nelle ore riserbate ai più

eletti.[79]

Pellegrino Rossi parlava il francese dei classici francesi;

precisamente come lo parlava la principessa Belgiojoso; la quale mai

sarebbe discesa alle vivaci monellerie di Gyp!... Pellegrino Rossi

“était un improvisateur concis et un démonstrateur élégant„, notava

il Mignet. Ma erano tutti così quei grandi maestri italiani, che

continuavano la tradizione latina, per la quale il vero non esclude il

bello, la scienza non esclude l'arte!

Eppure, non ostante il genio, la dottrina e il coraggio contro la

sventura, gl'italiani erano malmenati a Parigi; i poveri italiani, che

solo anelavano alla liberazione della patria. Sulla fine del 1833, lo

Scribe nella commedia _Bertrand et Raton_, e Hugo nella _Marie Tudor_,

offesero gl'Italiani. Nel II atto di _Marie Tudor_, la regina infuriata

contro l'italiano Fabiani, grida:

Oh! je devais le savoir d'avance: on ne peut tirer autre chose de

la poche d'un Italien qu'un stylet, et de l'ame d'un Italien que

la trahison.

E trascinando il Fabiani, urla:

Le poison! Le poignard! que dis-tu là, Italien? La vengeance

traître, la vengeance honteuse, la vengeance _comme dans ton

pays_!

Gli esuli nostri s'indignarono. I romagnoli Federico Pescantini

e Angelo Frignani, direttori della rivista _L'Esule_, fondata nel

1832 dagli esuli nostri, a Parigi, e che usciva anche in francese

(_L'Exilé_), inviarono allo Scribe e a Vittor Hugo una protesta. Il

Pescantini mandò il milanese Marco Aurelio Marliani a Vittor Hugo, per

chiedergli riparazione dell'oltraggio. Vittor Hugo rilasciò al Marliani

una dichiarazione di simpatia per la Nazione italiana, la quale

“presque toujours a eu en Europe l'initiative de la civilisation.„ E

aggiungeva che i detti di Maria Tudor eran quelli d'“une femme aveugle

et passionée„ — d'“une reine furieuse„ non già di lui, Vittor Hugo.

Il Marliani e il Pescantini pubblicarono la lettera nell'_Esule_,

e ne mandarono a tutt'i giornali di Parigi un “comunicato„; ma

soltanto due o tre giornali la pubblicarono. Quel Frignani avea avuta

avventurosa la vita. “Stette sedici mesi imprigionato, si finse pazzo,

andò all'ospedale, ebbe permissione d'uscire per la città: fuggì

domestico d'un maestro di scuola, che si spacciava conte e reggente

dell'Università di Bastia„.[80]

Un altro dramma di Vittor Hugo, _Lucrèce Borgia_, pure scritto

nel 1833, rappresentava l'Italia dei delitti. Un profugo milanese,

amico dei Belgiojoso, il fulmineo barone Carlo Bellerio (un barone

repubblicano incrollabile) fratello della dolce Giuditta Sidoli, la

più intima amica del Mazzini, mandò due altri esuli, il Marliani e

certo Valentini, a chiedere una riparazione a Vittor Hugo. Il poeta

rilasciò subito, anche allora, uno scritto ch'esprimeva le sue candide

intenzioni; i due amici lo portarono ai giornali; ma nessuno lo volle

pubblicare, come lo ricordava il grande patriota-cospiratore modenese

Nicola Fabrizi, esule anch'egli a Parigi.[81]

Una sera, in casa della Belgiojoso andò anche il futuro grande

ministro di Vittorio Emanuele II, Camillo Cavour; e s'imbattè in una

serata curiosa, nella quale la Belgiojoso, avida di esplorare ogni

misterioso fenomeno, stava fra le tenebre intenta con alcuni amici ai

picchi spiritici d'un tavolino.... Strano quell'ingresso del conte

Cavour nella sala tenebrosa della principessa cospiratrice! Levata

dal tavolino la catena medianica delle mani, e ricomparsa alfine la

luce delle lampade, si vide sul canapè un giovane signore milanese

profondamente addormentato. Era don Carlo D'Adda, il fiero gentiluomo

tutto intenti pratici, il quale, annoiandosi nelle lunghe attese delle

rivelazioni dell'altro mondo, avea pensato bene di schiacciarvi su un

sonno filosofico. Il conte di Cavour, invece, mostrava d'interessarsi

agli arcani esperimenti. Egli stesso, nel suo _Diario_, riferisce d'una

seduta magnetica, presso la Belgiojoso a Parigi, nel febbrajo del 1843;

nella qual seduta, una sonnambula giocò una partita di carte avendo gli

occhi bendati....[82] “Ma non mi ci coglieranno più,„ soggiunse.

E quale altro italiano dall'anima accesa comparisce nel salotto della

Belgiojoso?... Un improvvisatore dalle folte chiome alla Nazzarena,

dall'ampia fronte e dalla voce sonora: Giuseppe Regaldi. Egli s'avanza

e improvvisa sull'Italia; e gli astanti, fra i quali Victor Hugo,

rimangono ammirati a quell'onda impetuosa di versi. Victor Hugo

gli dice: “Vous avez l'âme et vous avez la voix: courage, poète!„

E il vagabondo errò da Milano a Costantinopoli, da Atene a Parigi,

dall'Egitto alla Nubia. Anch'egli faceva amare il nome d'Italia: ne

pareva la voce ispirata.

Il salotto della Belgiojoso a Parigi era cosmopolita, come la metropoli

dove raggiava. Ma su un'ara ideale, una gran fiamma vi ardeva continua,

alimentata da quella superba Vestale vigilantissima: la fiamma

dell'idea dell'_indipendenza italiana_. Maria Amelia, consorte di

Luigi Filippo, non volle ricevere la Belgiojoso, che ne rise. Così ella

rise di Paride Zajotti e del processo che costui le aveva imbastito a

Milano; processo troncato da un comando dell'imperatore d'Austria. Così

rise della burla tentata presso i Faraoni austriaci per farsi credere

una buona suddita “ravveduta„.

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 18 / 75 题