«Io dico, seguitando, chʼassai prima», ecc. Continuasi lʼautore in

questo canto alle cose precedenti in questa forma che, avendo nella

fine del precedente canto mostrato come, alquanto aggirata della padule

di Stige, pervenissero a piè dʼuna torre; nel principio di questo

dimostra quello che, avanti al piè della torre pervenissero, vedessero,

discrivendo poi quello che di ciò che videro seguisse: e intende

lʼautore dimostrare in questo come, trasportati da Flegias dimonio

per nave, pervenissero alla porta della cittá di Dite. E dividesi il

presente canto in quattro parti: nella prima dimostra lʼautore come,

vedute certe fiamme sopra due torri, distanti lʼuna allʼaltra, un

demonio chiamato Flegias venisse in una barchetta, e come in quella

Virgilio ed esso discendessero; nella seconda discrive lʼautore ciò

che, navicando per la palude, udisse e vedesse dʼuno spirito chiamato

Filippo Argenti; nella terza mostra come, giunti nel fosso della cittá

di Dite, e quindi alla porta di quella pervenissero; nella quarta pone

la raccolta fatta loro daʼ demòni, che sopra la porta o allʼentrata

della porta erano, e come, avendo Virgilio parlato con loro, gli fosse

da loro chiusa la porta nel petto, e turbato a lui se ne tornasse, e

quel che dicesse. La seconda comincia quivi: «Mentre noi correvam»; la

terza quivi: «Quivi il lasciammo»; la quarta quivi: «Non senza prima

far».

Dice adunque nella prima: [«Io dico, seguitando». Nelle quali parole

si può alcuna ammirazion prendere in quanto, senza dirlo, puote ogni

uom comprendere esso aver potuto seguire la materia incominciata; e sí

ancora che, per insino a qui, non ha alcunʼaltra volta usato questo

modo di continuarsi alle cose predette. E perciò, accioché questa

ammirazion si tolga via, è da sapere che Dante ebbe una sua sorella,

la quale fu maritata ad un nostro cittadino chiamato Leon Poggi, il

quale di lei ebbe piú figliuoli, traʼ quali ne fu uno di piú tempo

che alcun degli altri, chiamato Andrea, il quale maravigliosamente

nelle lineature del viso somigliò Dante, e ancora nella statura della

persona, e cosí andava un poco gobbo, come Dante si dice che facea,

e fu uomo idioto, ma dʼassai buon sentimento naturale e neʼ suoi

ragionamenti e costumi ordinato e laudevole; del quale, essendo io suo

dimestico divenuto, io udiʼ piú volte deʼ costumi e deʼ modi di Dante,

ma, tra lʼaltre cose che piú mi piacque di riservare nella memoria, fu

ciò che esso ragionava intorno a quello di che noi siamo al presente in

parole.]

[Diceva adunque che, essendo Dante della setta di messer Vieri deʼ

Cerchi, e in quella quasi uno deʼ maggiori caporali, avvenne che,

partendosi messer Vieri di Firenze con molti degli altri suoi seguaci,

esso medesimo si partí e andossene a Verona. Appresso la qual partita,

per sollecitudine della setta contraria, messer Vieri e ciascun altro

che partito sʼera, e massimamente deʼ principali della setta, furono

condennati, sí come ribelli, nellʼavere e nella persona, e tra questi

fu Dante: per la qual cosa seguí che alle case di tutti fu corso a

romor di popolo, e fu rubato ciò che dentro vi si trovò. È vero che,

temendosi questo, la donna di Dante, la qual fu chiamata madonna Gemma,

per consiglio dʼalcuni amici e parenti, aveva fatti trarre dalla casa

alcuni forzieri con certe cose piú care, e con iscritture di Dante, e

fattigli porre in salvo luogo. E, oltre a questo, non essendo bastato

lʼaver le case rubate, similmente i parziali piú possenti occuparono

chi una possesione chi unʼaltra di questi condennati: e cosí furono

occupate quelle di Dante. Ma poi, passati ben cinque anni o piú,

essendo la cittá venuta a piú convenevole reggimento che quello non era

quando Dante fu condennato, dice le persone cominciarono a domandar

loro ragioni, chi con un titolo chi con un altro, sopra i beni stati

deʼ ribelli, ed erano uditi: per che fu consigliata la donna che

ella, almeno con le ragioni della dote sua, dovesse deʼ beni di Dante

raddomandare. Alla qual cosa disponendosi ella, le furon di bisogno

certi stromenti e scritture, le quali erano in alcuno deʼ forzieri, li

quali ella in su la furia del mutamento delle cose aveva fatti fuggire,

né poi mai gli aveva fatti rimuovere del luogo dove diposti gli aveva.

Per la qual cosa diceva questo Andrea che essa aveva fatto chiamar lui,

sí come nepote di Dante, e, fidategli le chiavi deʼ forzieri, lʼaveva

mandato con un procuratore a dover recare delle scritture opportune.

Delle quali mentre il procuratore cercava, dice che, avendovi altre piú

scritture di Dante, tra esse trovò piú sonetti e canzoni e simili cose;

ma, tra lʼaltre che piú gli piacquero, dice fu un quadernetto, nel

quale di mano di Dante erano scritti i precedenti sette canti; e però

presolo e recatosenelo, e una volta ed altra rilettolo, quantunque poco

ne ʼntendesse, pur diceva gli parevan bellissima cosa. E però diliberò

di dovergli portare, per saper quel che fossero, ad un valente uomo

della nostra cittá, il quale in queʼ tempi era famosissimo dicitore in

rima, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio Frescobaldi; il qual

Dino, essendogli maravigliosamente piaciuti, e avendone a piú suoi

amici fatta copia, conoscendo lʼopera piú tosto iniziata che compiuta,

pensò che fossero da dover rimandare a Dante, e di pregarlo che,

seguitando il suo proponimento, vi desse fine. E, avendo investigato e

trovato che Dante era in quei tempi in Lunigiana con un nobile uomo deʼ

Malispini, chiamato il marchese Morruello, il quale era uomo intendente

e in singularitá suo amico, pensò di non mandargli a Dante, ma al

marchese, che gliele mostrasse, e cosí fece; pregandolo che, in quanto

potesse, désse opera che Dante continuasse la ʼmpresa, e, se potesse,

la finisse.]

[Pervenuti adunque i sette canti predetti alle mani del marchese, ed

essendogli maravigliosamente piaciuti, gli mostrò a Dante; e, avendo

avuto da lui che sua opera erano, il pregò gli piacesse di continuare

la ʼmpresa. Al qual dicono che Dante rispuose:—Io estimava veramente

che questi, con altre mie cose e scritture assai, fossero, nel tempo

che rubata mi fu la casa, perduti, e però del tutto nʼavea lʼanimo e ʼl

pensiero levato: ma, poiché a Dio è piaciuto che perduti non sien, ed

hammegli rimandati innanzi, io adopererò ciò che io potrò di seguitare

la bisogna, secondo la mia disposizion prima.—E quinci rientrato nel

pensiero antico, e reassumendo la intralasciata opera, disse in questo

principio del canto ottavo: «Io dico, seguitando» alle cose lungamente

intralasciate.]

[Ora questa istoria medesima puntualmente, quasi senza alcuna cosa

mutarne, mi raccontò giá un ser Dino Perini, nostro cittadino e

intendente uomo, e, secondo che esso diceva, stato quanto piú esser si

potesse familiare e amico di Dante; ma in tanto muta il fatto, che esso

diceva non Andrea Leoni, ma esso medesimo essere stato colui, il quale

la donna avea mandato aʼ forzieri per le scritture, e che avea trovati

questi sette canti, e portatigli a Dino di messer Lambertuccio. Non so

a quale io mi debba piú fede prestare; ma qual che di questi due si

dica il vero o no, mʼoccorre nelle parole loro un dubbio, il quale io

non posso in maniera alcuna solvere che mi soddisfaccia. E il dubbio

è questo. Introduce nel sesto canto lʼautore Ciacco, e fagli predire

come, avanti che il terzo anno, dal dí che egli dice, finisca, convien

che caggia dello stato suo la setta, della quale era Dante. Il che

cosí avvenne, percioché, come eletto è, il perdere lo stato la setta

Bianca e il partirsi di Firenze fu tutto uno: e però, se lʼautore si

partí allʼora premostrata, come poteva egli avere scritto questo? e

non solamente questo, ma un canto piú? Certa cosa è che Dante non avea

spirito profetico, per lo quale egli potesse prevedere e scrivere, e a

me pare esser molto certo che egli scrisse ciò che Ciacco dice poi che

fu avvenuto; e però mal si confanno le parole di costoro con quello che

mostra essere stato. Se forse alcun volesse dire lʼautore, dopo la

partita deʼ Bianchi, esser potuto occultamente rimanere in Firenze, e

poi avere scritto anzi la sua partita il sesto e il settimo canto, non

si confá bene con la risposta fatta dallʼautore al marchese, nella qual

dice sé avere creduto questi canti con lʼaltre sue cose essere stati

perduti, quando rubata gli fu la casa. E il dire lʼautore aver potuto

aggiungere al sesto canto, poi che gli riebbe, le parole le quali fa

dire a Ciacco, non si può sostenere, se quello è vero che per i due

superiori si racconta, che Dino di messer Lambertuccio nʼavesse data

copia a piú suoi amici; percioché pur nʼapparirebbe alcuna delle copie

senza quelle parole, o pur per alcuno antico, o in fatti o in parole,

alcuna memoria ne sarebbe. Ora, come che questa cosa si sia avvenuta

o potuta avvenire lascerò nel giudicio deʼ lettori; ciascun ne creda

quello che piú vero o piú verisimile gli pare.]

[Tornando adunque al testo, dice:] «Io dico, seguitando» alle cose

predette, «chʼassai prima Che noi», cioè Virgilio ed io, «fossimo al

piè de lʼalta torre», alla quale nella fine del precedente canto scrive

che pervennero, «Gli occhi nostri nʼandâr», riguardando, «suso alla

cima», cioè alla sommitá della torre predetta. E appresso dimostra la

cagione perché gli occhi verso la cima levarono, dicendo: «Per due

fiammette», cioè piccole fiamme, «che vedemmo porre», in su quella

sommitá della torre, «E unʼaltra», fiamma, «di lungi» da questa torre,

«render cenno», sí come far si suole per le contrade nelle quali è

guerra, che, avvenendo di notte alcuna novitá, il castello o il luogo,

vicino al quale la novitá avviene, incontanente per un fuoco o per due,

secondo che insieme posti si sono, il fa manifesto a tutte le terre e

ville del paese. E dice che questo cenno dʼuna fiamma fu renduto di

lontano, «Tanto, chʼappena il potea lʼocchio tôrre», cioè discernere

[altro]. Ma pure, poi che tolto lʼebbe, dice:

«Ed io mi volsi al mar», cioè allʼabbondanza, «di tutto il senno»,

cioè a Virgilio (del quale nel principio del canto precedente dice:

«E quel savio gentil, che tutto seppe»); e séguita: «Dissi:—Questo

che dice?», cioè che significa il fuoco, il quale è qui sopra di noi

fatto in questa torre? «e che risponde Quellʼaltro fuoco?», il quale io

veggio fare sopra la torre, la quale nʼè lontana; «e chi son queʼ che

ʼl fenno»?—questo chʼè sopra noi, e quello ancora che nʼè piú rimoto.

«Ed egli a me:—Su per le sucide onde», di Stige, le quali chiama

«sucide», perché nere e brutte erano, «Giá puoi scorger», cioè di

lontan vedere, «quello che sʼaspetta» di dovere avvenire per questo

fuoco e per quello, «Se ʼl fummo», cioè la nebbia, «del pantan nol ti

nasconde»,—percioché la nebbia, dove non si diradi, ha a tôr la vista

delle cose, alle quali ella è davanti e mèzza tra esse e lʼocchio del

riguardante.

E, questo avendo Virgilio risposto, séguita lʼautore, e dimostra quello

che seguí deʼ fuochi sopra le due torri veduti, dicendo: «Corda»,

dʼalcuno arco, «non pinse mai da sé saetta, Che si corresse», cioè

volasse, «via per lʼaere snella», cioè leggiere, «Comʼio vidi una nave

piccioletta Venir per lʼacqua», della padule, «verso noi in quella» che

Virgilio diceva:—«Giá puoi scorgere», ecc.—«Sotto il governo dʼun sol

galeoto». «Galeotti» son chiamati queʼ marinari li quali servono alle

galee; ma qui, _licentia poëtica_, nomina «galeotto» il governatore

dʼuna piccola barchetta; e dice «che», questo galeotto, «gridava:—Or

seʼ giunta, anima, fella!»,—cioè malvagia.

E, come assai appare, lʼautore in questo quinto cerchio non ha ancor

mostrato essere alcun demonio, il quale preposto sia al tormento deʼ

dannati in esso, né che con alcun atto lo spaventi, come suol fare

neʼ cerchi di sopra; e perciò il pone in questo luogo. E questo è

artificiosamente fatto, percioché non sempre dʼuna medesima cosa si dee

in un medesimo modo parlare. Ponlo adunque, per variare alquanto il

modo del dimostrare, qui infra ʼl cerchio, percioché tutto è del quinto

cerchio ciò che si contiene infino allʼentrata della cittá di Dite.

E in quanto le parole di questo galeotto sono in numero singulare,

par che sieno dirizzate dal dimonio pure allʼun di lor due, cioè a

Virgilio, il quale era anima e non uomo; e però si può comprendere

questo demonio avere da occulta virtú sentito lʼautore non venir come

dannato, e però lui non avere in esso alcuna potestá; ma esso gridar

contro a Virgilio, accioché lʼautore spaventasse, e, spaventandolo,

il rimovesse dal suo buon proponimento, cioè dal voler conoscere

le colpe deʼ peccatori e i tormenti dati a quelle, accioché per lo

conoscer delle colpe apparasse quello che era da fuggire, e per la pena

prendesse timore e quindi compunzione, se per avventura in quella colpa

caduto fosse.

Al qual dimonio cosí gridante disse Virgilio:—«Flegias, Flegias»; era

questo il propio nome del dimonio che la nave menava, il qual Virgilio

quasi dirisivamente due volte nomina; seguitando: «tu gridi a vòto»,

cioè per niente,—«Disse lo mio signore». E poi soggiugne la cagione

per la quale Flegias grida a voto, dicendo:—«A questa volta», che qui

seʼ venuto, «Piú non ci avrai», che tu ci avessi, «se non passando il

loto»,—cioè il padule pieno di loto.

E, questo detto, dimostra quello che a Flegias paresse, queste parole

udendo e credendole, e dice: «Quale è colui che grande inganno ascolta,

Che gli sia fatto», che prima si turba, «e poi se ne rammarca», con gli

amici e con altrui; «Tal si feʼ Flegias nellʼira accolta», parendogli

essere ingannato in ciò che alcun di lor due non dovesse rimanere, e

che esso invano passasse il loto: che forse mai piú avvenuto non gli

era.

[E, avanti che piú si proceda, è da sapere che, secondo che scrive

Lattanzio _in libro Divinarum institutionum_, questo Flegias fu

figliuolo di Marte, uomo malvagio e arrogante e fastidioso contro

aglʼiddii. Ebbe questo Flegias, secondo che Servio dice, due figliuoli,

Issione e una ninfa chiamata Coronide, la quale, essendo bellissima,

piacque ad Apolline, iddio della medicina; di che seguí che Apolline

giacque con lei e ingravidolla, ed essa poi partorí un figliuolo, il

quale fu chiamato Esculapio. La qual cosa sentendo Flegias, e adiratosi

forte, senza prendere altro consiglio, impetuosamente corse in Delfos,

e quivi mise fuoco nel tempio dʼApolline, il quale a queʼ tempi

dallʼerror deʼ gentili era in somma reverenzia e divozione quasi di

tutto il mondo; percioché quivi ogni uomo per risponsi delle bisogne

sue concorreva. E fu questo tempio arso da Flegias, secondo che scrive

Eusebio _in libro Temporum_, lʼanno 23 di Danao, re degli argivi, il

quale fu lʼanno della creazion del mondo 3752. E, oltre a questo,

scrivono alcuni che esso uccise la figliuola, la quale, percioché

vicina era al tempo del parto, fu da alcuni aperta, e trattale la

creatura, giá perfetta, del ventre, e allevata. E questi che cosí eran

tratti deʼ ventri delle madri erano consegrati ad Apolline, in quanto

per beneficio della sua deitá, cioè dellʼarte della medicina, erano

in vita tratti. Scrivono, oltre a ciò, i poeti che Apolline, essendo

turbato di ciò che Flegias avea arso il tempio suo, il fulminò e

mandonne lʼanima sua in inferno, e condannolla a questa pena: che egli

stesse sempre sotto un grandissimo sasso, il qual parea che ogni ora

gli dovesse cadere addosso; di che egli sempre stava in paura. E di lui

scrive Virgilio nel sesto dellʼ_Eneida_:

_Phlegyasque miserrimus omnes_

_admonet, et magna testatur voce per umbras:

discite iustitiam moniti, et non contemnere divos_, ecc.]

«Lo duca mio». Poi che lʼautore ha dimostrato Flegias essersi turbato

del non dovere acquistar piú che sol passando il loto, ed egli scrive

come con Virgilio scendesse nella nave di Flegias: per che comprender

si può che altra via non vʼera da poter piú avanti procedere, senza

valicar per nave il padule. E dice: «discese nella barca, E poi mi fece

entrare», nella barca, «appresso lui; E sol quando fuʼ dentro parve

carca»: in che assai ben si comprende che lo spirito non è dʼalcun

peso, ma che il corpo è quello che è grave. È questa parte presa da

Virgilio, dove dice, nel sesto dellʼ_Eneida_, come Enea trapassò per

nave Acheronte, dicendo cosí:

_simul accipit alveo_

_ingentem Aeneam. Gemuit sub pondere cymba

subtilis, et multam accepit rimosa paludem,_ ecc.

Poi segue lʼautore: «Tosto che ʼl duca ed io nel legno fui», cioè

nella barca; e usa qui lʼautore il general nome delle navi per lo

speziale, percioché generalmente ogni vasello da navicare è chiamato

«legno», quantunque non sʼusi se non nelle gran navi. «Segando se ne

va»: dice «segando», in quanto, come la sega divide il legname in due

parti, cosí la nave, andando per lʼacqua sospinta daʼ remi o dal vento,

pare che seghi, cioè divida, lʼacqua. «Lʼantica prora»: «antica» la

chiama, percioché per molti secoli ha fatto quello uficio; «prora»

la chiama, ponendo la parte per lo tutto, percioché ogni nave ha tre

parti principali, delle quali lʼuna si chiama «prora», quantunque per

volgare sia chiamata «proda» daʼ navicanti; e questa è stretta e aguta,

percioché è quella parte che va davanti e che ha a fender lʼacqua:

lʼaltra parte si chiama «poppa», e questa è quella parte che viene di

dietro, e sopra la quale sta il nocchier della nave al governo deʼ

timoni, li quali in quella parte, lʼuno dal lato destro e lʼaltro dal

sinistro son posti; per li quali, secondo che mossi sono, la nave va

verso quella parte dove il nocchier vuole: la terza parte si chiama

«carena», e questa è il fondo della nave, il quale consiste tra la

poppa e la proda. Séguita che questa antica prora, per lo disusato

carico, sega «Dellʼacqua» del padule, «piú che non suol con altrui»,

cioè con gli spiriti, li quali in essa sogliono esser portati da

Flegias.

«Mentre noi correvam». Qui comincia la seconda parte di questo canto,

nella quale lʼautor fa quattro cose: primieramente dimostra come un

pien di fango fuori dellʼacqua del padule gli si dimostra; appresso

scrive come Virgilio gli facesse festa per lo avere egli avuto in

dispregio il fangoso che gli si dimostrò; oltre a ciò, pone come quel

fangoso fosse lacerato dallʼaltre anime deʼ dannati che quivi erano;

ultimamente discrive come nei fossi venissono della cittá di Dite.

La seconda cosa comincia quivi: «Lo collo poi»; la terza quivi: «Ed

io:—Maestro»; la quarta quivi: «Lo buon maestro».

Dice adunque nella prima parte: «Mentre noi correvam», cioè velocemente

navicavamo, «la morta gora». «Gora» è una parte dʼacqua tratta per

forza del vero corso dʼalcun fiume, e menata ad alcuno mulino o altro

servigio, il qual fornito, si ritorna nel fiume onde era stata tratta:

per lo qual nome lʼautore nomina qui, _licentia poëtica_, il padule per

lo quale navicava; e, per dar piú certo intendimento che di quello

dica, cognomina questa gora «morta», cioè non moventesi con alcuno

corso, sí come i paduli fanno. «Dinanzi mi si fece», uscendo dallʼacqua

del padule, «un pien di fango», unʼanima dʼun peccatore, «E disse:—Chi

seʼ tu, che vieni anzi ora?»,—cioè anzi che tu sia morto.

«Ed io a lui» risposi:—«Sʼio vengo, non rimango», percioché io non son

dannato, e uscirò di qui per altra via; «Ma tu», che domandi, «chi seʼ,

che sí seʼ fatto brutto?»—dal fango il quale hai addosso.

«Rispose», quellʼanima:—«Vedi che son un che piango».—Risposta

veramente dʼuomo stizzoso e iracundo, del quale è costume mai non

rispondere se non per rintronico.

«Ed io a lui:—Con piangere e con lutto». Pongono i gramatici essere

diversi significati a diversi vocaboli li quali significan pianto:

dicon primieramente che «_flere_», il quale per volgare noi diciam

«piagnere», fa lʼuomo quando piagne versando abbondantissimamente

lagrime; «_plorare_», il quale similmente per volgare viene a dir

«piagnere», è piagnere con mandar fuori alcuna boce; «_lugere_», il

quale similmente per volgare viene a dir «piagnere», è quello che con

miserabili parole e detti si fa. E dicono etimologizzando: «_lugere,

quasi luce egere_», cioè aver bisogno di luce. E questo pare che sia

quella spezie di piagnere la quale facciamo essendo morto alcuno amico,

percioché, chiuse le finestre della casa, dove è il corpo morto,

quasi allʼoscuro piagnamo; ma meglio credo sia detto quegli, che per

cotale cagion piangono, avviluppati per lo dolore nella oscuritá della

ignoranza, avere bisogno in lor consolazione della luce della veritá,

per la qual noi cognosciamo noi nati tutti per morire; e però, quando

questo avviene che alcuno ne muoia, non essere altramenti da piagnere

che noi facciamo per gli altri effetti naturali. E da questo «_lugere_»

viene «lutto», il vocabolo che qui usa lʼautore. «_Eiulare_», che

per volgare viene a dir «piagnere», e, secondo piace aʼ gramatici,

«piagnere con alte boci»: e dicesi _ab «hei», quod est interiectio

dolentis_; «_gemere_», ancora in volgare viene a dir «piagnere», e

quel pianto che si fa singhiozzando; «_ululare_» in volgare vuol dir

«piagnere»: e vogliono alcuni questa spezie di piagnere esser quella

che fanno le femmine quando gridando piangono. E però. dicendo lʼautore

a questa anima che con piagnere e con lutto si rimanga, non fa alcuna

inculcazione di parole, come alcuni stimano, apparendo che le spezie

del pianto e di lutto sieno intra sé diverse.

Segue adunque: «Spirito maladetto, ti rimani», in questo tormento,

«Chʼio ti conosco, ancor sii lordo tutto».—Questo gli dice lʼautore,

percioché esso, da lui domandato chi el fosse, non lʼavea voluto dire.

«Allora tese al legno», quella anima, «ambo le mani»; e questo si dee

credere quella anima aver fatto sí come iracundo, il quale per vaghezza

di vendetta avrebbe voluto offendere e noiare, se potuto avesse,

lʼautore, percioché ingiurioso si reputava lʼautore aver detto di

conoscerlo, quantunque egli fosse tutto fangoso. «Per che ʼl maestro

accorto», della intenzione di questʼanima adirata, «lo sospinse», cioè

il rimosse della barca, «Dicendo:—Via costá con gli altri cani!»,—deʼ

quali, adirati e commossi, è usanza di stracciarsi le pelli coʼ denti,

come quivi dice si stracciavano glʼiracundi.

[Nota: Lez. XXXIV]

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 23 / 25 段