Le quali cose mal considerate da noi, non come térrei, ma quasi come

se di fuoco fossimo stati formati, chi per nobiltá di sangue, chi per

eccellenzia di dignitá, chi per altezza di stato, chi per sublimitá di

scienza, chi per abbondanza di ricchezze, chi per corporal forza, chi

per bellezza, chi per destrezza di membri, tanto fastidiosi divenuti

siamo, teneri e déscoli e impazienti, che per ogni leggerissima cosa

ci accendiamo; e, non potendo lʼun dellʼaltro sofferire i costumi,

non solamente per ogni piccola ingiuria ci adiriamo, ma come fiere

salvatiche daʼ cacciatori e daʼ cani irritate, in pazzo e bestial

furore trascorriamo, tumultando, gridando e arrabbiando. E cosí nelle

tenebre dellʼignoranza offuscati, spesse volte e noi e altrui in

miseria quasi incomportabile sospignamo. Di che, provocata sopra noi la

divina ira, avviene che la sua giustizia ne manda in parte, dove gli

splendor mondani e le ricchezze e le dignitá avute son per niente, e

noi non altramenti che porci siamo avviluppati, convolti e trascinati

in puzzolente e fastidioso loto, dove con misera ricordazione e

continua, senza pro, cognosciamo che noi eravam térrei, quando,

adirati, di percuotere il cielo non che altro ci sforzavamo. Alla

dimostrazione della qual cosa accioché deducendoci pervegnamo, prima

mi par di dimostrare in che questo vizio consista, che di procedere ad

altro; accioché per questa dichiarazione sia meglio conosciuto, e, per

conseguente, dal meglio conosciuto meglio guardar ci possiamo, e, oltre

a ciò, con men difficultá veggiamo come attamente lʼautor disegni

dalla giustizia di Dio essere alla colpa dato conveniente supplicio.

Dico adunque che, secondo che ad Aristotile pare nel quarto

dellʼ_Etica_, che lʼira, la quale meritamente si dee reputar vizio, è

un disordinato appetito di vendetta; e perciò pare questa esser causata

da tristizia nata nellʼadirato, per alcuna ingiuria ricevuta in sé

o in altrui di cui gli caglia o nelle sue cose, o falsa o vera che

quella ingiuria sia. E in tanto è questo appetito vizioso, in quanto

questi cotali iracundi si turbano verso coloro, verso li quali non è di

bisogno turbarsi, e per quelle cose per le quali turbar non si deono, e

quando turbar non si deono, e ancora piú velocemente che non deono, e

piú tempo perseverano in stare adirati che essi non deono.

E di questi cotali adirati o iracundi, secondo che Aristotile medesimo

dimostra, son tre maniere. La prima delle quali è quella dʼalcuni,

che, per ogni menoma cosa che avviene, non che per le maggiori,

solamente che loro non sodisfaccia, subitamente sʼadirano e gridano

e prorompono in furore; ma in essa non lungamente perseverano, quasi

lor sia bastevole dʼaversi mostrati adirati, o perché subitamente

vien lor fatto di prender vendetta della cosa per la quale adirati si

sono; e cosí esalata lʼira, ritornano nella quiete prima. La qual cosa

in questi cotali è commendabile, quantunque non sia perciò stata la

colpa dellʼadirarsi minore. Eʼ pare che in questa spezie dʼira sieno

fieramente inchinevoli coloro, li quali sono di complession collerica,

dalla velocitá o sottigliezza della quale par che venga questa

subitezza.

La seconda maniera è quella di coloro li quali non troppo correntemente

per ogni piccola cagion sʼadirano, ma pure in quella, dopo alquanto

aver sofferto, pervengono: lʼira deʼ quali è sí pertinace e ferma,

che non senza difficultá si dissolve. E questi stanno lungamente

adirati, servando dentro a se medesimi lʼira loro, né quasi mai quella

risolvono, se della ingiuria, la quale par loro aver ricevuta, alcuna

vendetta non prendono. Né questa tengono ascosa senza lor gravissima

noia, percioché, quanto il fuoco piú si ristrigne in poco luogo, piú

cuoce; e perciò, mentre penano a sodisfare a questo loro disordinato

appetito, tanto servano lʼira e se medesimi affliggono e molestano. Ed

è questa ira men curabile in quanto è nascosa, percioché né amico né

altri può a questi cotali persuadere alcuna cosa, per la quale questa

ira nascosa si diminuisca o si lasci; per che segue esser di necessitá

o che per vendetta, o che per lunghezza di tempo, nella quale ogni cosa

diminuisce, ella intiepidisca e ismaltiscasi e ritorni in niente. E son

questi cotali non solamente a se medesimi molesti, ma ancora alle lor

famiglie, aʼ compagni e agli amici, coʼ quali essi, stimolati dalla

turbazione intrinseca, vivere con alcuna consolazione non possono. [E

da questa spezie dʼira sono infestati maravigliosamente quegli che

son di complessione malinconica, percioché in essi, per la grossezza

dellʼumor terreo, la impression ricevuta persevera lungamente.]

La terza maniera di questi iracundi sono alcuni, li quali, adirati,

in alcuna maniera non lasciano lʼira, né per consiglio dʼalcuno, né

per lusinga, né ancora per lunghezza di tempo, senza aver prima presa

vendetta dellʼoffesa, la quale par loro avere ricevuta: e questi sono

pessimi adirati, percioché, come assai chiaramente veder si può, essi

hanno lʼira convertita in odio. [Della qual maladizione fieramente son

maculati i toscani, e tra loro in singularitá i fiorentini, li quali

per alcuno ammaestramento datoci non ci sappiamo recare a perdonare;

e, che ancora è molto peggio, mandandoci Domeneddio per questo il

giudicio suo sopra, tanto impazientemente il comportiamo, che di questo

male in molti altri strabocchevolmente trapassiamo, bestemmiandolo,

rinnegandolo e chiamandolo ingiusto; non volendoci per alcuna maniera

ricordare delle sue parole nello Evangelio, nel quale egli, per farci

al perdonare inchinevoli, per figura dimostra di quel signore, il

quale volle rivedere la ragione dellʼamministrazione che un deʼ suoi

servi aveva fatta deʼ fatti suoi. Trovò che ʼl servo gli doveva dare

cento talenti, e però comandò che esso, ogni sua cosa venduta, fosse

messo in prigione, infino a tanto che egli avesse interamente pagato:

ma, pregandolo con umiltá il servo gli perdonasse, impetrò rimessione

del debito; e poi liberato, fece, senza voler perdonare, prendere

un suo conservo, per dieci talenti che dar gli dovea, e metterlo in

prigione. Il che udendo il signore, che cento nʼavea perdonati a lui,

il fece prendere e dʼogni suo bene spogliare e gittare nelle tenebre

esteriori, percioché verso il prossimo suo era stato ingrato, non

volendosi ricordare di ciò che esso avea dal suo signor ricevuto. Alle

quali cose se noi riguardassimo, cognosceremmo questo signore essere

Iddio Padre, e il servo che dar dovea i cento talenti esser ciascheduno

uomo: e perché possibile non ci era pagare il debito, mandò di cielo

in terra il Figliuolo, il quale con la sua passione e morte ne liberò

da cosí ponderoso debito. E noi poi, mal grati di tanta grazia, non ci

possiamo, né ci lasciamo recare aʼ conforti di coloro che saviamente

ne consigliano, a perdonare alcuna ingiuria, quantunque menoma, lʼuno

allʼaltro: di che, privati dʼogni nostro bene, siamo per giudicio di

Dio gittati in casa il diavolo.]

Ma, quantunque lʼuno pecchi meno che lʼaltro di queste tre maniere

dʼiracundi, nondimeno tutte offendono gravemente Iddio, sí nel non aver

saputo porre il freno della temperanza agli émpiti loro, e sí per la

ragione detta di sopra, e sí ancora per avere avuto in dispregio il

comandamento di Dio, dove nello Evangelio dice: «_Mihi vindictam et

ego retribuam_». E per questo nellʼira sua divenuti e in quella morti,

quello ne segue, che poco davanti si disse, cioè che, dannati, siam

mandati al supplicio, il quale lʼautore ne discrive.

È nondimeno questo vizio spesse volte non solamente per lo futuro

supplicio dannoso molto allʼiracundo, ma ancora nella vita presente.

Ercule, adirato e in furor divenuto, uccise Megara, sua moglie, e due

suoi figliuoli; e Medea, adirata, similmente due suoi figliuoli, di

Giasone acquistati, uccise. Eteocle, re di Tebe, in singular battaglia

contro a Polinice, suo fratello, discese; Atreo diede tre suoi nepoti

mangiare a Tieste, suo fratello; Aiace telamonio, il quale non avevan

potuto vincere lʼarmi troiane, vinto dallʼira, se medesimo uccise;

Amata, moglie del re Latino, veduta Lavina, sua figliuola, divenuta

moglie dʼEnea troiano, turbata si mise il laccio nella gola, e divenne

misero peso delle travi del real suo palagio. Annibale cartaginese,

chiaro per molte vittorie, per non poter sofferire di venire alle mani

deʼ romani raddomandantilo al re Prusia, incontro a sé adiratosi,

preso volontariamente veleno, sí morí. Che bisogna raccontarne molti?

conciosiacosaché manifesto sia, lʼira, poi che il consiglio della

ragione ha tolto dellʼuomo, col furor suo molti nʼabbia giá in miseria

e detestabile ruina condotti; li quali come che in questa vita e seco

medesimi e con altrui crudelmente si trattino, ne mostra lʼautor

nellʼaltra non esser meglio dalla giustizia trattati, mostrandone loro

essere nella palude di Stige, torbida di fetido fango e orribile per

lo suo fervore e per lo fummo continuo, il quale da essa continuamente

esala, tuffati e pieni dʼabominevole fastidio; e in quella non

solamente con le mani lacerarsi, ma ancora con la testa e con ciascuno

altro membro fieramente percuotersi, e coʼ denti mordersi e troncarsi

le persone e stracciarsi tutti.

Sotto la corteccia delle quali parole, mescolando il moral senso,

spettante a noi che vivi siamo, con lo spirituale, il quale aʼ

dannati appartiene, si può vedere il dannoso costume degli iracundi

in questa vita, e la gravosa pena deʼ dannati nellʼaltra. Il

percuotersi con la testa, col petto e coʼ piedi niuna altra cosa è

che un disegnare glʼimpeti furiosi degli iracundi, quando dal focoso

accendimento dellʼira sono incitati. Possiamo nondimeno intendere per

la testa dellʼiracundo i pensieri, glʼintendimenti, le diliberazioni

dellʼiracundo, tutti posti e dirizzati dietro al disiderio della

vendetta: e questo, percioché nella testa consistono tutte le virtú

sensitive interiori e ancora le ʼntellettive, dalle quali sono formate

le predette cose. E percioché nel petto consistono le virtú vitali

e le nutritive, dobbiam sentire coʼ petti offendersi glʼiracundi,

non lʼun lʼaltro, ma se medesimi; in quanto, quando molto si pon

lʼanimo intorno allʼeffetto dʼalcun disiderio, non si prende da

colui, che cosí è occupato, né la quantitá del cibo usata, né ancora

con lʼordine consueto, per che conviene che la virtú nutritiva sia

intorno al suo uficio talvolta molto impedita; dal quale impedimento

séguita la debolezza e il diminuimento delle virtú vitali: e cosí,

mentre che lʼiracundo con tutto il suo disiderio sta inteso a doversi

dellʼingiuria ricevuta vendicare, offende piú se medesimo che ʼl

nemico. E cosí ancora per li piedi dobbiamo intender le affezioni di

qualunque persona; percioché, sí come i piedi portano il corpo, cosí

lʼaffezioni menano lʼanimo e son guida di quello: e percioché tutte

le affezioni dellʼiracundo sono pronte e inchinevoli a dover nuocere

a colui o a coloro contro aʼ quali è adirato, dice qui lʼautore

glʼiracundi coʼ piedi offendersi.

Il troncarsi coi denti le carni e levarsele con essi a pezzo a pezzo

è efficacissima dimostrazione di quanta potenzia sia lʼimpeto di

questo vizio, poiché non solamente offusca lʼintelletto e la ragione

nellʼadirato, ma ancora il priva del senso corporale. Il che se non

fosse, basterebbe allʼadirato lʼaversi morso una sol volta; percioché

il dolore ricevuto di quella il farebbe rimanere di piú volte mordersi;

dove noi possiamo avere udito e veduto essere stati alcuni di tanta

e sí furiosa ira accesi, che in se medesimi, non potendo quel che

disiderano, come cani rabbiosi rivoltisi, coʼ denti troncarsi le

proprie carni delle mani e delle braccia, e poi sputarle. E questo

medesimo ancora sono stati di quegli che, avendone il destro, hanno

adoperato nelle persone state odiate da loro: sí come ne scrive

Stazio, nel suo Thebaidos, di Tideo, amico di Polinice, il quale,

sentendosi essere stato fedito a morte da uno chiamato Menalippo, con

furia domandò dʼaverlo, e ultimamente, non senza gran zuffa e morte di

molti, essendo stato Menalippo nel mezzo della battaglia preso e menato

dinanzi da lui, al quale poca vita restava, come un cane rabbiosamente

coʼ denti gli si gittò addosso, e in questo bestiale atto, piú che

umano, morí egli e uccise il nemico.

Lʼessere in quella padule fitti, la qual dice calda, nera e nebulosa

e piena di loto, assai ben si può comprendere la tristizia esser

causativa dellʼira; percioché, se quelle cose che avvengono, delle

quali lʼuomo sʼadira, se esse non ci contristassono, senza dubbio

noi non ci adireremmo, e cosí per lʼesser contristati ci adiriamo:

e perciò, accioché i miseri iracundi sieno nel vizio loro medesimo

puniti e afflitti, e per quello senza pro riconoscano sé dovere avere

con pazienza schifata la tristizia, donde la loro ira nacque; in

questa padule di Stige, la quale è interpretata «tristizia», demersi

bollono, e in continua ira, in danno di se medesimi, come dimostrato è,

sʼaccendono.

Lʼessere la padule calda e nera e nebulosa ne può assai ben dimostrare

le tre qualitá deglʼiracundi, delle quali di sopra è detto: intendendo

per la caldezza del pantano la qualitá deglʼiracundi, la qual dissi

subitamente accendersi, e ciò procedere dallʼomor collerico, il quale

è caldo e secco. Per la nebula del padule possiamo intendere lʼaltra

qualitá deglʼiracundi, la qual dissi lungamente servare lʼira accolta,

ma poi per lunghezza di tempo a poco a poco risolversi, sí come

veggiamo che le nebule deʼ pantani, state quasi salde e intere per

buona parte del dí, pure alla fine si risolvono e tornano in niente. La

terza qualitá deglʼiracundi, li quali dissi non solamente non lasciar

mai lʼira presa, ma quella convertita in odio mai non dimettere, senza

aver presa vendetta dellʼoffesa, la quale gli parve aver ricevuto, e

ciò procedere da complession malinconica, cioè terrea, si può intender

per la nerezza del pantano, in quanto la terra di sua natura è nera,

e la interpetrazion del nome della malinconia si dice da «_melan_»,

_graece_, il quale in latino suona «nero». E questi cotali malinconici

son sempre nellʼaspetto chiusi, bulbi e oscuri, per che assai paion

conformarsi al colore del padule. O vogliam dire queste tre proprietá,

le quali lʼautor discrive esser di questa padule, dover significare tre

proprietá deglʼiracundi, cioè: per la nerezza, la tristizia; per la

nebula, la caligine dellʼignoranza, la quale lʼira para dinanzi agli

occhi dello ʼntelletto, e cosí non può, offuscato, vedere quello che

sia da fare; e per lo caldo, il furor dellʼiracundo nel qual sʼaccende.

Per lo loto, nel qual sono imbrodolati e brutti tutti, possiamo

intendere la sozza e fetida macula, la quale lʼira mette nelle menti

di qualunque da essa vincere si lascia, e ancora per gli effetti di

quella, li quali macolano e bruttano ogni onesta fama.

[Nota: Lez. XXXII]

Resta a vedere del vizio opposito allʼiracundia, il quale in questa

medesima padule di Stige si punisce con glʼiracundi, cioè lʼaccidia.

Alla quale rimuovere delle menti umane, assai cose ne sono dalla natura

delle cose mostrate, oltre agli ammaestramenti datine dalla filosofia e

dagli uomini virtuosi: ma, se ogni altra cosa dinanzi dagli occhi del

nostro intelletto e deʼ corporali levata ne fosse, assai forza dovrebbe

avere, al sospignerci ad esser neʼ tempi debiti in continuo esercizio,

il riguardare la bruna schiera delle formiche, piccolissimi animali,

nel tempo estivo, le quali, se noi ogni cosa vorremo attendere, senza

aver né astrolago o altro maestro, senza vedere albero o prato fiorito,

senza salire in alcun luogo rilevato a considerare se incerate son

le biade neʼ campi, o altra qualitá di tempo, come talvolta fanno

i naviganti; dentro dalla sua cava standosi, cognoscono quando la

state ne viene, e quando sono le semente mature, e in quali contrade

si ricolgano; e allora, purgata la via e aperta lʼuscita della sua

cava, la qual per ventura le piove del verno e i piedi degli animali

aveano riturata, a piena schiera tutte escon fuori, e senza guida

alcuna, tutte si dirizzano allʼaie, dove i lavoratori le biade segate

ragunano e battono e mondano, e aʼ granai neʼ quali quelle ripongono,

e a qualunque altro luogo per li campi fosser per ventura ristrette.

E quivi ottimamente dalla lor natura ammaestrate, discernendo dalla

paglia le granella, quello che possono prendono; e, vòlti i passi loro,

sollecitamente, senza aver chi le stimoli o solleciti altri che se

medesime, con quel che preso hanno, ritornano alla lor tana; e quello

salvamente riposto, senza alcuna intermissione, quanto il sole sta

sopra la terra, ritornano al cominciato uficio. Né son contente dʼun

sol dí essersi faticate, ma, mentre il caldo dura, ciascuna mattina col

sole levandosi, ritornano al loro esercizio; mostrando assai bene, in

quello, essere a loro manifesto quello nel verno non potere operarsi,

sí per le piove continue, e sí perché quello che la state truovano in

molte parti e presto è aperto loro, quello il verno troverebbono in

poche e serrato; avvedendosi ancora che, se cosí nellʼabbondanza della

state fatto non avessono o non facessono, convenirle di verno perir di

fame.

La qual cosa sanamente riguardata, non dubito che a ciascuno non

prestasse utile dimostrazione contro allʼoziositá, e contro al porre

indugio alle cose opportune e a dovere, quanto è per lo corpo, sí

adoperare nella nostra fervida etá, cioè nella giovinezza, che poi,

vegnendo nella fredda e impotente vecchiezza, si potesse senza vergogna

e senza stento aspettar lʼultimo giorno, quando a Dio piacesse

mandarlo: e, oltre a ciò, per la futura vita, mentre prestato nʼè

nella presente vita, adoperare che, vegnendo il freddo della morte,

noi possiamo avere lieto e glorioso luogo intraʼ beati, e non esser

gittati nella morte perpetua dello ʼnferno, dove sará pianto e stridor

di denti. Ma, percioché lʼaddormentato intelletto di molti, né per

disciplina, né per sollecitudine, né per utili esempli non si può

destare né inducere da alcuni stimoli a volere la fatica, la solerzia,

il discreto esempio del piccolo animale, non che imitare ma pur

riguardare; avviene spesso che questi cotali in questa vita vengono in

estrema miseria, e nellʼaltra tuffati bollono nella palude di Stige,

come nel presente canto ne discrive lʼautore.

E accioché piú chiaramente si comprenda che vizio questo sia, e per

conseguente meglio ce ne sappiamo guardare, ed, oltre a ciò, piú

leggermente vedere quello che voglia lʼautor sentire per la pena loro

attribuita dalla divina giustizia; dico [che lʼaccidia], secondo

che nel quarto dellʼ_Etica_ mostra ad Aristotile di piacere, colui

essere accidioso, il quale dove bisogna non sʼadira, dicendo essere

atto di stolto il non adirarsi, dove e quanto e in quel che bisogna;

percioché pare che questo cotale non abbia sentimento dʼuomo, e però

di nulla cosa sʼattristi, e cosí non essere vendicativo: e aggiugne

che sostenere lo ʼngiuriante e il non aver gli amici in prezzo sia

atto servile. Della qual sentenza considerata bene la cagione, credo

nʼapparirá ogni altra cosa che allʼaccidioso sʼattribuisce dover

nascere e venire. Che dobbiam noi credere altro di questa rimession

dʼanimo dellʼaccidioso, se non quella procedere da un torpore, da

una viltá, da una oziositá di mente, per le quali esso senza turbarsi

sostiene le ʼngiurie? Se ciò avvenisse per umiltá, o per essere

obbediente aʼ comandamenti di Dio, come molti santi uomini hanno giá

fatto, non potrebbe però senza alcuna perturbazion dʼanimo essere

avvenuto; percioché non può vittoria seguire, dove il nemico non è

comparito, e dove battaglia non è stata; e noi diciamo i santi uomini

essere stati vittoriosi nelle passioni. Turbasi adunque il santo e

savio uomo, quante volte vede o ode in sé o in altrui dire o operare

quello, che né dire né operare si convenga; ma prima chʼegli lasci

tanto avanti la perturbazion procedere, che ad atto di peccato potesse

pervenire, con umiltá e con buona pazienza vince la turbazione, e di

questa vittoria merita. Ma lʼaccidioso non è cosí; percioché non per

virtú, ma per cattivitá è paziente, e tutto dimessosi per la viltá

dellʼanimo suo allʼozio, in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue

meditazioni sʼattrista, ognora divenendo piú vile, intanto che la sua

vita, quasi non fosse vivo, trapassa; e in essa dolorosa non è cosa

alcuna, quantunque menoma, la quale esso sʼattenti di cominciare; e,

se pur tanto lo ʼnfesta la necessitá che egli alcuna ne cominci, nel

cominciamento medesimo invilisce, sí che, le piú volte intralasciatala,

non la conduce alla fine. Il tempo freddo il rattrappa, il caldo il

dissolve, il giorno gli è noioso e la notte grave; ciascheduna ora,

e in qualunque stagione, ha in sé, al giudicio del pigro, alcuno

impedimento intorno alle cose che occorrono da fare, e cosí il tempo

nuvolo e ʼl sereno. La cura familiare sempre gli peggiora tra le mani;

non visita, non sollecita le possession sue, non i lavorator di quelle,

non i servi, e lʼessergli di quelle i frutti diminuiti non se ne cura

per tracutanza. Alle publiche cose non ardirebbe di salire, alle quali

se pur sospinto fosse per li meriti dʼalcun suo, come uno addormentato

si starebbe in quelle; il letto, le notti lunghissime e i sonni, non

piú corti che quelle, gli sono graziosissimo e disiderabile bene;

la solitudine, le tenebre e il silenzio prepone ad ogni dilettevole

compagnia.

[Ma, posponendo gli atti morali e alquanto parlando degli spirituali,

non visita glʼinfermi, non visita glʼincarcerati, non sovviene di

consiglio aʼ bisognosi, non visita la chiesa, non onora il corpo di

Cristo per non trarsi il cappuccio, allʼusanza di Fiandra, non si

confessa aʼ tempi, non prende i sacramenti, non dispone né i fatti

dellʼanima né quegli del corpo.]

Ma a che molte parole? Lʼuomo si potrebbe stendere assai, volendo

pienamente raccontare ogni parte di questa miseria; ma, percioché

disutile è la materia, in poche conchiudendo le molte parole, dico che

la vita dellʼaccidioso è, quanto piú può, simigliante alla morte.

È nondimeno questo vizio origine e cagione di molti mali: di costui

nasce non solamente povertá, ma indigenzia e miseria, nella quale

rognoso, scabbioso, bolso, malinconico e pannoso si diviene; nasce

ancor da costui afflizion dʼanimo, odio di se medesimo e rincrescimento

di vita; nascene ignoranza di Dio, vilipension di virtú, perdimento di

fama e moltitudine di pensier vani; tiepidezza di spirito, prolungazion

dʼopere e fastidio general dʼogni bene; e ultimamente, dopo la trista

vita, eterna perdizion dellʼanima.

E percioché tutti gli atti di coloro, li quali sono da questo vizio

occupati, sono freddi, torpenti e rimessi, e, in quanto possono,

nascosi e occulti, gli fa assai convenientemente lʼautore stare nascosi

e riposti, senza potere esser veduti, nel fangoso fondo della misera

palude bogliente, nera e nebolosa; e in quella gorgogliare con la

gola piena del fastidio di quella, e piagnere e senza pro dolersi

della vita trista e nigligente, la qual menarono. Volendo per questo

sʼintenda primieramente, per lo calor della padule, il calor della

divina ira, il quale, sí come contrario alla freddezza del lor peccato,

gli tormenta e punisce in gravissimo e intollerabile dolore. E per

lʼessere la palude nera, vuol sʼintenda la tenebrosa lor vita, e la

oscuritá delle loro opere, delle quali mai luce alcuna non apparve. E

per questo ancora vuole loro stare tuffati, sotterrati e occulti sotto

lʼonde, accioché si comprenda loro nella presente vita non essere per

alcuna loro operazione stati conosciuti. Lʼessere la padule nebulosa,

o fumosa che vogliam dire, è a dimostrare la caligine della ignoranza,

della quale furono offuscati gli occhi dello ʼntelletto loro, li

quali mai riguardar non vollono sé essere uomini nati ad esercizio

laudevole e non a detestabile ozio. Lʼavere la strozza piena di fango,

e gorgogliare, in quali cose il lor misero adoperare si faticasse, il

quale in alcuna altra cosa non si distese, se non in pensieri e in

meditazion malinconiche, le quali son di natura terree, e, sí come

grosse e fastidiose, hanno ad oppilare i meati della chiarezza del

suono della laudevole fama, della quale niente curano gli accidiosi.

CANTO OTTAVO

I

SENSO LETTERALE

[Nota: Lez. XXXIII]

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 22 / 25 段