principale, nella quale Virgilio fa festa allʼautore, percioché ha
avuto in dispregio lo spirito fangoso. [E mostra in questa particella
lʼautore una spezie dʼira, la quale non solamente non è peccato ad
averla, ma è meritorio a saperla usare: la quale vertú, cioè sapere
usare questa spezie dʼira, Aristotile nel quarto dellʼ_Etica_ chiama
«mansuetudine», e quegli cotali, che questa virtú hanno, dice che
sʼadirano per quelle cose e contro a quelle persone, contro alle quali
è convenevole dʼadirarsi, e ancora come si conviene, e quando, e
quanto tempo; e questi, che questo fanno, dice che sono commendabili.
E séguita che i mansueti vogliono essere senza alcuna perturbazione, e
non vogliono esser tirati da alcuna passione, ma quello solamente fare
che la ragione ordinerá: cioè in quelle cose nelle quali sʼadira, tanto
tempo essere adirato, quanto la ragione richiederá. Questa cotale
spezie dʼira nʼè conceduta daʼ santi. Dice il salmista: «_Irascimini,
et nolite peccare_»; volendo per queste parole che ne sia licito il
commuoversi per le cose non debitamente fatte, sí come fa il padre
quando vede alcuna cosa men che ben fare al figliuolo, o il maestro al
discepolo, o lʼuno amico allʼaltro, accioché per quella commozione egli
lʼammonisca e corregga con viso significante la sua indegnazione, non
come uomo che, della ingiuria la quale gli pare per lo non ben fare
dʼalcuno, disideri vendetta; e, fatta la debita ammonizione, ponga giú
lʼira. E in questa maniera adirandosi, e per cosí fatta cagione, non
si pecca. In questa maniera si dee intendere Dio verso noi adirarsi,
come spesso nella Scrittura si legge: e il salmista spesse volte priega
che da questa ira il guardi, cioè da adoperare sí, che esso contra di
lui si debba adirare. E da questa ira dobbiam credere essere stato
commosso Cristo, nel quale mai non fu peccato alcuno, quando, preso un
mazzo di funi, cacciò dal tempio i venditori eʼ compratori, dicendo:
«_Domus mea, domus orationis_», ecc. Questa spezie dʼira chiamano molti
«sdegno» (e cosí mostra di voler qui intendere lʼautore): il qual non
voglion cadere se non in animi gentili, cioè ordinati e ben disposti
e savi. E tanto voglion che sia maggiore, quanto colui è piú savio in
cui egli cade; percioché quanto piú è savio lʼuomo, tanto piú cognosce
le qualitá eʼ motivi deʼ difetti che si commettono, e per conseguente
piú si commuove. E però dice Salomone: «_Ubi multum sapientiae, ibi
multum indignationis_». E vuole lʼautore in questa particella mostrare
questa virtú essere stata in lui, in quanto in parte alcuna non si
mostra per lo supplicio deʼ dannati in questo cerchio esser commosso,
come neʼ superiori è stato: ma avergli Virgilio, cioè la ragione, fatta
festa abbracciandolo, e chiamandolo «alma sdegnosa», e benedicendo,
in segno di congratulazione, la madre di lui; e questa festa, questa
congratulazione non gli avrebbe mai fatta Virgilio, se non in
dimostrazione che nobilissima cosa e virtuosa sia lʼessere isdegnoso.
È il vero che, come di molte altre cose avviene, questo adiettivo,
cioè «sdegnoso», spessissimamente in mala parte si pone: il che,
quantunque non vizi la veritá del subietto, nondimeno è daʼ discreti
da distinguere e da riguardare, dove debitamente si pone; e, dove non
debitamente si pone, averlo per alcuna di quelle spezie dʼira, le quali
di sopra son mostrate esser dannose.]
Dice adunque il testo cosí: «Lo collo poi» che dal legno ebbe cacciata
quella anima iracunda, «con le braccia mi cinse», abbracciandomi;
«Baciommi il volto», in segno di singulare benivolenzia; percioché
noi abbracciamo e baciamo coloro li quali noi amiamo molto. E dice
«il volto», non dice la bocca, accioché per questo noi sentiamo
primieramente lʼonestá del costume, percioché il baciar nel volto è
segno caritativo, ove il baciare in bocca, quantunque quel medesimo
sia alcuna volta, le piú delle volte è segno lascivo. E, oltre a ciò,
il volto nostro è detto «volto» da «_volo vis_», percioché per quello
neʼ non viziati uomini si dimostra il voler del cuore: e percioché il
voler del cuore dellʼautore era buono e onesto, Virgilio, approvando
quel buon volere, mostrò la sua approvazione, baciando quella parte del
corpo dellʼautore, nella quale quella buona disposizione si dimostrava.
«E disse:—Alma sdegnosa». Non disse iracunda, ma «sdegnosa», in
quanto, giustamente adirandosi e quanto si conviene servando lʼira,
mostrò lo sdegno della sua nobile anima. «Benedetta colei che in
te», cioè sopra te, «si cinse!». Cingonsi sopra noi le madri nostre
nel mentre nel ventre ci portano; e dice qui lʼautor «benedetta», a
dimostrazion che, come lʼalbero, il qual porta buon frutto, si dice
«benedetto», cosí ancora si dice «benedetta» la madre che porta buon
figliuolo. E in questa parte non si commenda poco lʼautore; ma egli è
in ciò da avere per iscusato, in quanto non fa questo per commendar
sé, ma per commendar la virtú della mansuetudine, della quale era di
necessitá di trattare in questa parte, accioché noi non credessimo ogni
ira esser peccato.
«Questi», che ti si mostrò, «fu al mondo», cioè in questa vita,
«persona orgogliosa», cioè arrogante: «Bontá», cioè virtú, «non è che
sua memoria fregi», cioè adorni; percioché le virtú adornano cosí
il nome e la memoria dellʼuomo, nel quale state sono, come il fregio
adorna il vestimento; «Cosí», cioè come fu arrogante nel mondo, «sʼè
lʼombra sua qui furiosa», per rabbia e per dolore del tormento.
«Quanti si tengono or lassú». Poi che egli ha biasimata la furiosa e
sconvenevole vita di quello spirito, meritamente si volge Virgilio
a biasimare, sotto i nomi deʼ piú eminenti prencipi, i fastidi e le
stomacaggini, non dico solamente degli uomini di maggiore stato, ma
eziandio di molti plebei, li quali, per apparere dʼesser quel che non
sono, si sforzano dʼesser ponderosi neʼ passi, gravi nel parlare,
e nellʼadoperare di sentimento sublime, dove nellʼeffetto di niuno
valore sono; dicendo: «Quanti si tengono or lassú», cioè nel mondo, il
quale è di sopra da noi, «gran regi», cioè gran maestri. Nondimeno il
«re» è dinominato da «_rego regis_», il quale sta per «reggere» e per
«governare». Di questi cotali, quantunque di molti sieno le lor teste
ornate di corona, non son però tutti da dovere essere reputati re; e
però dice lʼautore bene «si tengono»; ma, perché essi si tengano, essi
non sono.
A dimostrazione della qual veritá ottimamente favella Seneca tragedo
in quella tragedia la quale è nominata _Tieste_, dove dice: «Non fanno
le ricchezze li re, non il colore del vestimento tirio, non la corona
della quale essi adornano la fronte loro, non le travi dorate deʼ lor
palagi: re è colui il quale ha posta giú la paura e ciascun altro male
del crudel petto; re è colui il quale non è mosso dalla impotente
ambizione e dal favore non stabile del precipitante popolo; sola la
buona mente è quella che possiede il regno: questa non ha bisogno di
cavalli né dʼarmi; re è colui il quale alcuna cosa non teme da non
temere». Dalle quali parole possiam comprendere quanti sieno oggi
quegli li quali degnamente si possano tenere re. Non sono adunque re
questi cotali che re si tengono, anzi son tiranni.
E però meritamente séguita che questi cotali, che re si tengono perché
posson far male quando vogliono, «Che qui staranno, come porci, in
brago»; e meritamente, accioché nel brago e nella bruttura riconoscano
i mali usati splendori nella vita presente; e, che ancora piú
vituperevole fia, morranno «Di sé lasciando», in questa vita, «orribili
dispregi», cioè memoria di cose orribili e meritamente da dispregiare,
state operate per loro.
«Ed io:—Maestro». Qui comincia la quarta particola della seconda
parte principale di questo canto, nella quale lʼautor discrive come,
secondo il suo desiderio, vide straziare allʼanime dannate quello pien
di fango che davanti gli sʼera parato. E primieramente apre il suo
desiderio a Virgilio, dicendo: «Ed io:—Maestro, molto sarei vago Di
vederlo attuffare», costui, il qual tu mi diʼ che fu persona orgogliosa
(e questa vaghezza par che sia generale in ciascuno virtuoso uomo,
di vedere glʼincorreggibili punire), «in questa broda». Il proprio
significato di «broda», secondo il nostro parlare, è quel superfluo
della minestra, il qual davanti si leva a coloro che mangiato hanno: ma
qui lʼusa lʼautore largamente, prendendolo per lʼacqua di quella padule
mescolata con loto, il quale le paduli fanno nel fondo, e percioché
cosí son grasse e unte come la broda.
«Anzi che noi uscissimo del lago»,—cioè di questa padule. È il «lago»
una ragunanza dʼacque, la quale in luoghi concavi tra montagne si fa,
per lo non avere uscita; ed è in tanto differente dal padule, in quanto
il lago ha grandissimo fondo ed hal buono, ed è in continuo movimento;
per le quai cose lʼacqua senza corrompersi vi si conserva buona; dove
la padule ha poco fondo e cattivo, ed è oziosa. Pone adunque qui
lʼautore il vocabolo del «lago» per lo vocabolo della «padule», usando
la licenza poetica, e largamente parlando.
«Ed egli a me:—Avanti che la proda», cioè la estremitá di questa
padule. La quale lʼuomo, come deʼ fiumi, chiama «riva»; ma pone
lʼautore questo vocabolo «proda», percioché egli è proprio nome di
quelle rive dove i navili pongono; e ciò è, perché sempre i navili,
accostandosi alla riva, dove scaricar debbono il carico il qual
portano, o caricar quello che prendono, pongono la lor proda alla
riva. «Ti si lasci veder, tu saráʼ sazio», di quel che disideri. E poi
ancora gliele rafferma dicendo: «Di tal disio», chente tu diʼ che hai,
«converrá che tu goda»,—cioè ti rallegri.
«Dopo ciò poco», cioè poco dopo queste parole di Virgilio, «vidi quello
strazio Far di costui», del quale io disiderava, «alle fangose genti»,
cioè aglʼiracundi, li quali erano in quel padule, «Che Dio ancor ne
lodo e ne ringrazio».
«Tutti gridavano», queʼ dannati, animando lʼun lʼaltro ad offender
questʼanima. E che gridavano?—«A Filippo Argenti!»—quasi voglian
dire: corriam tutti addosso a Filippo Argenti.
Fu questo Filippo Argenti (secondo che ragionar solea Coppo di Borghese
Domenichi) deʼ Cavicciuli, cavaliere ricchissimo, tanto che esso alcuna
volta fece il cavallo, il quale usava di cavalcare, ferrare dʼariento,
e da questo trasse il sopranome. Fu uomo di persona grande, bruno e
nerboruto e di maravigliosa forza e, piú che alcuno altro, iracundo,
eziandio per qualunque menoma cagione. Né di sue opere piú si sanno che
queste due, assai ciascuna per se medesima biasimevole. E per lo suo
molto essere iracundo scrive lʼautore lui essere a questa pena dannato.
«E ʼl fiorentino spirito bizzarro», cioè iracundo. E credo questo
vocabolo «bizzarro» sia solo deʼ fiorentini, e suona sempre in mala
parte: percioché noi tegnamo bizzarri coloro che subitamente e per
ogni piccola cagione corrono in ira, né mai da quella per alcuna
dimostrazione rimuover si possono. «In se medesmo», vedendosi schernire
o assalire dagli altri, «si volvea coʼ denti», per ira mordendosi.
«Quivi il lasciammo», procedendo avanti, «che piú non ne narro», che di
lui dopo questo si seguisse.
«Ma negli orecchi mi percosse un duolo». Qui si può comprendere quello,
che poco avanti dissi, venire a ciascun senso quello che da essi si
percepe: in quanto dice che un «duolo», cioè una voce dolorosa, gli
percosse gli orecchi, di lá venendo dove quella dolorosa voce era nata.
E segue: «Per che io», avendolo udito, per conoscere onde venisse,
«avanti», cioè innanzi a me, «intento», a riguardare, «gli occhi
sbarro», cioè, quanto posso apro.
«Lo buon maestro». Qui comincia la quarta particella della seconda
parte principale del presente canto, nella quale lʼautore dimostra
come venissero neʼ fossi della cittá di Dite. Dice adunque: «Lo buon
maestro disse:—Omai, figliuolo, Sʼappressa la cittá che ha nome Dite,
Coʼ gravi cittadin», non gravi per costumi o per virtú, ma per peccati,
«col grande stuolo»,—cioè con la gran quantitá.
«Ed io:—Maestro, giá le sue meschite». «Meschite» chiamano i saracini
i luoghi dove vanno ad adorare, fatti ad onore di Maometto, come noi
chiamiamo «chiese» quelle che ad onore di Dio facciamo; e percioché
questi cosí fatti luoghi si soglion fare piú alti e piú eminenti che
gli edifici cittadini, è usanza di vederle piú tosto, uno che di fuori
della cittá venga, che lʼaltre case; e perciò non fa lʼautor menzione
dellʼaltre parti della cittá dolente, ma di questa sola, chiamandole
«meschite», sí come edifici composti ad onor del dimonio, e non di Dio.
«Lá entro certo nella valle cerno»; dice «nella valle», percioché
la cittá era molto piú bassa che esso non era; e dice le discernea
«Vermiglie, come se di foco uscite Fossero».—E questo dice a rimuovere
una obiezione che gli potrebbe esser fatta, in quanto di sopra ha
alcuna volta detto sé non potere guari vedere avanti per lo fummo del
padule; e cosí vuol dire che né ancora qui vedrebbe quelle meschite, se
non fosse che esse medesime si facevan vedere per lʼessere affocate,
cioè rosse.
«E quei mi disse:—Il fuoco eterno, Chʼentro lʼaffuoca, le dimostra
rosse», cioè roventi, «Come tu vedi in questo basso inferno».—
Udita la cagione per la quale erano rosse quelle meschite (la qual
fu necessaria dʼaprire, accioché egli non estimasse quelle essere
dipinte), ed egli soggiugne: «Noi pur giugnemmo dentro allʼalte fosse,
Che vallan quella terra sconsolata». «Vallo», secondo il suo proprio
significato, è quello palancato, il quale aʼ tempi di guerre si fa
dintorno alle terre, accioché siano piú forti, e che noi volgarmente
chiamiamo «steccato»; e da questo pare venga nominata ogni cosa la qual
fuor delle mura si fa per afforzamento della terra.
«Le mura», di quella terra, «mi parea che ferro fosse». Dice quelle
essergli parute esser di ferro, a dimostrazione della fortezza di
questa terra, della quale dice Virgilio nel sesto dellʼ_Eneida_ cosí:
_Porta adversa, ingens, solidoque adamante columnae,
vis ut nulla virum, non ipsi excindere ferro
caelicolae valeant. Stat ferrea turris ad auras,
Tesiphoneque sedens, palla succinta cruenta,
vestibulum exsomnis servat noctesque diesque.
Hinc exaudiri gemitus et saeva sonare
verbera; tum stridor ferri tractaeque catenae,_ ecc.
«Non senza prima far», ecc. Qui comincia la quarta parte principale
del presente canto, nella quale lʼautor discrive la raccolta fatta
loro daʼ demòni, li quali erano in su la porta di Dite, e come a
Virgilio serrarono la porta nel petto. E in questa parte fa due cose:
primieramente discrive cui trovassero allʼentrare della porta di Dite,
e come Virgilio domandasse di parlar con loro; appresso dimostra
come si sconfortasse per lʼandar Virgilio a loro. E comincia questa
particella quivi: «Pensa, lettor».
Dice adunque primieramente: «Non senza prima far grande aggirata»;
nelle quali parole dimostra che lungamente andassero per li fossi
di quella cittá, avanti che essi giugnessono lá dove era la porta
di quella; e però segue: «Venimmo in parte dove ʼl nocchier», cioè
Flegias. Ed è questo nome «nocchiere» il proprio nome di colui, al
quale aspetta il governo generale di tutto il legno, e a lui aspetta di
comandare a tutti gli altri marinari, secondo che gli pare di bisogpo;
e chiamasi «nocchiere» quasi «navichiere». «Forte—Uscite!—ci gridò».
Qui si può comprendere, dal gridar forte di questo nocchiere, il
costume deglʼiracundi intorno al parlare, li quali non pare il possan
fare se non impetuosamente e con romore.—«Qui è lʼentrata»,—della
cittá di Dite.
«Io vidi piú di mille», cioè molti, «in su le porte», di questa cittá
di Dite, «Dal ciel piovuti», cioè demòni, li quali, cacciati di
paradiso, in guisa di piova caddero nello ʼnferno, «che stizzosamente»,
cioè iracundamente, «Dicean», con seco medesimi:—«Chi è costui, che
senza morte», cioè essendo ancor vivo, «Va per lo regno della morta
gente?»,—cioè per lo ʼnferno, il qual veramente si può dir «regno
della morta gente», in quanto quegli, che vi sono, son morti della
morte temporale, e morti nella morte eternale.
«E ʼl savio mio maestro fece segno», a questi demòni, «Di voler lor
parlar segretamente». Per lo qual segno essi «Allor chiusero un poco il
gran disdegno». Non dice che il ponesser giuso, ma alquanto, col non
parlare cosí stizzosamente, il ricopersono. E qui «disdegno» si prende
in mala parte, percioché negli spiriti maladetti non può essere, né è,
alcuna cosa che a virtú aspetti. «E disser:—Vienʼ tu solo», qua a noi,
«e quei sen vada», cioè Dante, «Che sí ardito», dietro a te, «entrò
per questo regno. Sol si ritorni per la folle strada», per la quale è
venuto dietro a te. E chiamala «folle», non perché la strada sia folle,
percioché non è in potenza la strada da potere essere o folle o savia,
ma a dimostrare esser folli coloro li quali si adoperano, che per
essa convenga loro scendere alla dannazione eterna. «Pruovi, se sa»,
tornarsene indietro solo; «ché tu qui», con noi, «rimarrai. Che gli hai
scorta», insino a questo luogo, «sí buia contrada»,—cioè sí oscura.
E vuole in queste parole lʼautore quello dimostrare, che negli altri
cerchi di sopra ha dimostrato, cioè che per alcun deʼ ministri
infernali sempre allʼentrar del cerchio sia spaventato: e cosí qui,
dovendo del quinto cerchio passar nel sesto, il quale è dentro della
cittá di Dite, introduce questi demòni a doverlo spaventare, accioché
del suo buon proponimento il rimovessero, e impedisserlo a dover
conoscere quello che si dee fuggire, per non dovere, perduto, in
inferno discendere.
«Pensa, lettor». Qui comincia la seconda particella di questa parte
principale, nella quale lʼautore mostra come si sconfortasse. «Pensa,
lettor», che queste cose leggerai, «se io mi sconfortai, Nel suon delle
parole maladette», cioè dette da quegli spiriti maladetti. E soggiugne
la cagione per la quale esso si sconfortò, dicendo: «Chʼio non credetti
ritornarci mai», cioè in questa vita, vedendomi tôrre colui che infin
quivi guidato mʼavea, e senza il quale io non avrei saputo muovere un
passo.
E però, da questa paura sbigottito, dice:-«O caro duca mio, che piú
di sette», cioè molte, ponendo il finito per lo ʼnfinito, «Volte
mʼhai sicurtá renduta, e tratto Dʼaltro periglio che incontro mi
stette»; cioè quando tu mi levasti dinanzi alle tre bestie, le quali
impedivano il mio cammino, quando tu acchetasti lʼira di Carone,
di Minos, di Cerbero e degli altri che opposti mi si sono; «Non mi
lasciar—dissʼio—cosí disfatto», come io sarei qui, ritrovandomi senza
te; «E, se lʼandar piú oltre», cioè piú giuso, «ci è negato, Ritroviam
lʼorme nostre insieme ratto»,—per la via tornandoci, per la quale
venuti siamo.
«E quel signor», Virgilio, «che lí mʼavea menato, Mi disse:—Non temer,
ché ʼl nostro passo», cioè lʼentrare nella cittá di Dite, «Non ci può
tôrre alcun»; quasi dica: quantunque costoro faccian le viste grandi
e dican parole assai, essi non posson però impedire lʼandar nostro; e
pone la cagion perché non possono, dicendo: «da Tal nʼè dato», cioè da
Dio, al voler del quale non è alcuna creatura che contrastar possa. «Ma
qui mʼattendi, e lo spirito lasso», faticato per la paura, «Conforta,
e ciba di speranza buona»; e poi pone di che egli debba prender la
speranza buona, dicendo: «Chʼio non ti lascerò nel mondo basso»,—cioè
nello ʼnferno, il quale piú che alcuna altra cosa è basso.
«Cosí sen va», verso queʼ demòni, «e quivi mʼabbandona Lo dolce padre»,
cioè lascia solo di sé, «ed io rimango in forse; E ʼl sí e ʼl no», che
egli debba a me ritornare come promesso mʼha, o rimaner con coloro (sí
come essi il minacciavano, dicendo:—Tu qui rimarrai—), «nel capo mi
tenzona», cioè nella virtú estimativa, la quale è nella testa.
E poi segue: «Udir non potei quel che a lor», cioè a queʼ demòni, «si
porse», cioè si disse; «Ma el non stette lá con essi guari, Che ciascun
dentro a pruova si ricorse. Chiuser le porti», della cittá, «quei
nostri avversari Nel petto», cioè contro al petto, «al mio signor, che
fuor rimase».
Puossi per questo atto, fatto daʼ demòni, comprendere che Virgilio
dicesse loro esser piacere di Dio che esso mostrasse lo ʼnferno a colui
il quale con seco avea, e che essi, avendo questo in dispetto, accioché
egli non avvenisse, si ritiraron dentro e serraron le porti.
«E rivolsesi a me», tornando, «con passi rari». Disegna in queste
parole lʼautore lʼatto di coloro li quali per giusta cagione sdegnano
e si turbano, in quanto non furiosamente, non con impeto, come
glʼiracundi, corrono alla vendetta, ma mansuetamente si dolgono di ciò
che alcuno ha men che bene adoperato.
Poi segue: «Gli occhi alla terra», bassi; nel quale atto si manifesta
la turbazione del mansueto, dove in contrario lʼiracundo leva la
testa e fa romore; «e le ciglia avea rase Dʼogni baldanza»; in quanto
il mansueto ristrigne dentro con la forza della virtú lʼimpeto,
il quale vorrebbe correre alla vendetta, e però pare sbaldanzito,
cioè senza alcuno ardire, dove glʼiracundi col capo levato paiono
baldanzosi e arditi; «e dicea neʼ sospiri», cioè sospirando dicea
(nel qual sospirare appaiono alcuni segni della perturbazione del
mansueto):—«Chi mʼha negate le dolenti case?»—quasi dica: questi
demòni, li quali sono in ira di Dio e niente contro a Dio possono,
hanno negato a me, che sono mandato da Dio, le case dolenti. La qual
cosa, percioché era oltre ad ogni convenienza, gli era materia di
sospirare e di rammaricarsi.
«E a me disse», non ostante la sua perturbazione:—«Tu, perchʼio
mʼadiri», di quella ira la quale è meritoria, «Non sbigottir», cioè non
te nʼentri alcuna paura, per ciò «chʼio vincerò la pruova», dellʼentrar
dentro alla cittá, «Qual, chʼalla difension», che io non vʼentri,
«dentro sʼaggiri», cioè si dea da fare perché io non vʼentri. «Questa
lor tracotanza», del fare contro a quello che debbono, «non mʼè nuova,
Ché giá lʼusâro in men segreta porta», che questa non è, [e contro
al signor del cielo e della terra, cioè di Gesú Cristo]. E dice «men
segreta», in quanto quella è allʼentrata dellʼinferno, e questa è quasi
al mezzo; perché assai appare questa esser piú segreta e piú riposta
che non è quella. E questo fu, secondo che si racconta, quando Cristo
giá risuscitato scese allo ʼnferno a trarne lʼanime deʼ santi padri, li
quali per molte migliaia dʼanni lʼavevano aspettato; intorno al quale
il prencipe deʼ demòni coʼ suoi seguaci fu di tanta presunzione, che
egli ardí ad opporsi, in ciò che esso poté, perché Cristo non liberasse
coloro li quali lungamente avea tenuto in prigione: e per questo
metaphorice si dice Cristo avere spezzata la porta dello ʼnferno, e
rotti i catenacci del ferro. La qual porta convenne esser quella della
quale fa qui menzione lʼautore, cioè la men segreta, alla qual poi
non fu mai fatto alcun serrame, sí come esso medesimo dice: «La qual
senza serrame ancor si truova». Né si dee intendere dʼalcuna altra,
percioché, secondo la discrizione dellʼautore, nello ʼnferno non ha che
due porte: delle quali è lʼuna quella di che di sopra è detto, e della
quale esso dice qui: «Sovrʼessa vedestú la scritta morta» (cioè, «Per
me si va nella cittá dolente», ecc., la qual chiama «scritta morta»,
percioché ha a significare, a quegli che per essa entrano, eterna
morte); ed evvi, oltre a questa, la porta di Dite, infino alla quale
Cristo non discese, percioché si crede che nel primo cerchio dello
ʼnferno, cioè nel limbo, erano quegli li quali Cristo ne trasse.
E poi séguita: «E giá di qua da lei», cioè da quella prima porta, la
qual senza serrame ancor si trova, «discende lʼerta». «Erta» è a chi
volesse tornare in suso, ma, discendendo, come far conviene a chi dalla
prima porta vuol venire a quella di Dite, si dee dir «china»; ma, come
spesse volte fa lʼautore, usa un vocabolo per un altro. «Passando
per li cerchi», dello ʼnferno, «senza scorta», cioè senza guida, sí
come colui che bisogno alcuno non ha, avendo seco la divina sapienza,
alla quale ogni cosa è manifesta; «Tal, che per lui ne fia la terra
aperta»;—di tanta potenza sará; sí come appresso appare, dove dice
lʼautore che, toccata la porta di quella solamente con una verga,
lʼaperse.
II
SENSO ALLEGORICO
«Io dico, seguitando, chʼassai prima», ecc. Nel presente canto
non è alcuna ordinaria allegoria come neʼ passati, percioché non
ci si discrive alcuna cosa che quasi nel precedente non sia stata
allegorizzata; e però alcuna breve cosetta, che ci è, in poche parole
si spedirá.
Dicono adunque alcuni le due torri, le quali lʼautore scrive essere in
questo quinto cerchio, e le fiamme su fattevi, avere a dimostrare il
trascendimento della furia deglʼiracundi, il quale trasvá sopra ogni
debito di ragione; e vogliono le tre fiamme fatte soprʼesse avere a
dimostrare le tre spezie deglʼiracundi discritte nel canto precedente.
Ma questo senso non mi sodisfa, anzi credo e le torri e le fiamme
semplicemente essere state discritte dallʼautore a continuazione del
suo poema; peroché qui parevʼessere di necessitá porre alcuna cosa, per
la quale segno si désse a Flegias che, dove che si fosse, venisse a
dovere li due venuti a riva passare allʼaltra riva, si come subitamente
venne; e perciò intorno ad esse piú non mi pare da por parole.
Per Flegias, li cui costumi discritti sono poco avanti, assai ben
si può comprendere lʼautore intendere il vizio dellʼiracundia, li
cui effetti, quanto piú possono, son conformi aʼ costumi del detto
Flegias. E bene che la pena datagli da Apolline, secondo Virgilio, non
sia corrispondente a questo vizio, non perciò toglie che qui per lo
detto vizio attamente porre non si possa; conciosiacosaché Virgilio,
dove discrive la pena postagli da Apolline, abbia ad alcuna altra sua
operazion rispetto, e non a quella per la quale lʼautore vuol qui che
egli significhi lʼiracundia; e, se contro a Virgilio sʼosasse dire, io
direi che in questa parte lʼautore avesse avuta assai piú conveniente
considerazione di lui.
Il navicar lʼautore con Virgilio nella padule di Stige puote a questo
senso adattarsi: essere di necessitá a ciascuno, il quale non vuole
nel peccato dellʼira divenire, quanto piú leggiermente può, passare
superficialmente le tristizie di questa vita, le quali sono infinite,
sempre accompagnato dalla ragione, accioché, non essendosi in quelle
oltre al dovere lasciato tirare, possa, senza pervenire nel peccato
della ostinazione, del quale nel seguente canto si tratterá, trapassare
a conoscer con dolcezza di cuore le colpe che ci posson tirare a
perdizione.
Della cittá di Dite, la qual dice lʼautore che avea le mura di ferro, e
deʼ demòni, che sopra la porta di quella incontro a Virgilio uscirono,
e, oltre a ciò, lʼavergli serrata la porta della detta cittá nel petto:
tutto appartiene a dover dire con quelle cose, le quali nel seguente
canto della detta cittá dimostra. E però quivi, quanto da Dio conceduto
mi fia, ne scriverò.
FINE DEL SECONDO VOLUME.
INDICE
Canto quarto:
I. Senso letterale p. 3
II. Senso allegorico » 89
Canto quinto:
I. Senso letterale » 105
II. Senso allegorico » 147
Canto sesto:
I. Senso letterale » 165
II. Senso allegorico » 184
Canto settimo:
I. Senso letterale » 199
II. Senso allegorico » 227
Canto ottavo:
I. Senso letterale » 261
II. Senso allegorico » 283
INDICE DEI NOMI VOLUME II