Sono adunque alcuni, li quali, non essendo loro necessitá, in tanto

disiderio sʼaccendono di divenir ricchi, che il trapassar lʼAlpi e le

montagne eʼ fiumi, e navigando divenire alle nazioni strane, tirati

dalla speranza e sospinti dal disiderio, par loro leggerissima cosa;

avendo del tutto in dispregio ciò che Seneca intorno a queste fatiche

scrive a Lucillo, dove dice: «_Magnae divitiae sunt, lege naturae,

composita paupertas. Lex autem illa naturae scis quos terminos nobis

statuat: non exurire, non sitire, non algere; ut famem sitimque

depellas, non est necesse superbis assidere liminibus, nec supercilium

grave et contumeliosam etiam humilitatem pati; non est necesse maria

tentare, nec sequi castra; parabile est quod natura desiderat et

appositam. Ad supervacua sudatur: illa sunt quae togam conterunt, quae

nos senescere sub tentorio cogunt, quae in aliena litora impingunt. Ad

manum est, quod sal est: qui cum paupertate bene convenit, dives est_».

E se questi cotali fossono contenti quando ad alcun convenevole termine

pervenuti sono, o fossero contenti di pervenire a questo termine con

onesta fatica e laudevole guadagno, forse qualche scusa il naturale

appetito, il quale abbiamo infisso, dʼavere, gli troverebbe; ma,

percioché, a questo, modo non si sa porre, tutti nel miserabile vizio

trapassiamo, cioè in soperchio volere piú che non si conviene. È il

vero che il trapassar per questa via il convenevole par tollerabile,

quando a quelle che molti altri tengono si riguarda.

Sono i piú sí offuscati dallʼappetito concupiscibile, che ogni onestá,

ogni ragione, ogni dovere cacciano da sé, in dover per qualunque via

ragunare, non solamente piú che non bisogna ad uno, ma ancora piú

che non bisognerebbe a molti: e, per pervenire a questo, altri si

dánno senza alcuna coscienza a prestare ad usura, altri a rubare e

occupare con violenza lʼaltrui, altri ad ingannare e fraudolentemente

acquistare, e con altri esercizi simili, non piú dʼinfamia che di fama

curando, si sforzano le lor fortune ampliare. Contro a questi cotali

dice Tullio nel libro terzo _Degli offici_: «_Detrahere igitur alteri

aliquid, et hominem hominis incommodo suum commodum augere, magis est

contra naturam, quam mors, quam paupertas, quam dolor, quam caetera,

quae possunt aut corpori accidere, aut rebus aeternis_», ecc.

Sono nondimeno alcuni altri, li quali pare che _prima facie_ vogliano

e ingegninsi dʼavere piú che il bisogno non richiede, li quali sono a

distinguere da questi, percioché, dove i predetti sono pessima spezie

dʼavari, quelli, dei quali intendo di dire, non si posson con ragione

dire avari, né sono. Son di quegli li quali, in nulla parte passato

il dovere, con diligenzia sʼingegneranno di fare che i lor campi

loro abbondevolmente rispondano: questo è giusto disiderio e giusta

operazione, quantunque ella trapassi il bisogno, percioché quel piú

in assai cose commendabili si può poi a luogo e a tempo adoperare.

Alcuni altri, per non stare oziosi, con ogni lealtá faranno una loro

arte, alcuna mercatanzia, li quali, quantunque piú che lor non bisogna

avanzin di questa, non sono perciò da reputare avari. Altri sʼingegnano

di riscuotere e di racquistare quello o che hanno creduto o che hanno

prestato del loro ad altrui: né questo è da dire avarizia, quantunque

sia piú che quel che bisogna a chi il raddomanda. E similmente sono

alcuni altri, li quali col sudore e con la fatica loro, o per prezzo

o per provvisione si fien messi al servigio dʼalcun altro e con fede

lʼavranno servito: il domandar questo, e il volerlo, niuna ragion vuole

che sia reputata avarizia.

È, oltre alla predetta, la seconda spezie dʼavarizia, la quale consiste

in difetto di dare dove e quanto si conviene; e in questa quasi tutta

lʼuniversitá degli uomini pecca. Sonne alcuni, che, poi che per loro

opera o per lʼaltrui sono divenuti ricchi, sono sí fieramente tenaci,

che, non che pietá o misericordia gli muova a sovvenire eziandio dʼuna

piccola quantitá un bisognoso, ma aʼ figliuoli, alle mogli e a se

medesimi son sí scarsi, che, non che in altro si ristringano, ma essi

né beono né mangiano quanto il naturale uso disidera; e dellʼaltrui

prenderebbono, se loro dato ne fosse. Alcuni altri ne sono, li quali

né onore né dono voglion ricevere da alcuni, per non avere a dare o ad

onorare.

Alcuni altri ne sono, li quali non solamente alle loro vigilie o aʼ

cassoni ferrati li loro tesori fidano, ma, fatte profondissime fosse

neʼ luoghi men sospetti, gli sotterrano: di che segue assai sovente,

come essi vivendo non ne hanno avuto bene, cosí dopo la morte loro non

ne puote avere alcun altro. E pallian questi cotali la lor miseria

col dire: noi siamo solenni guardatori del nostro, accioché alcuno

bisogno non ne costringa a dimandar lʼaltrui, o a fare altra cosa che

piú disonesta fosse che lʼavere ben guardato il suo. E di questi cotali

sono alcuni piú da riprendere che alcuni altri; sí come noi veggiamo

spesse volte avvenire che alcuno per ereditá diverrá abbondante, senza

avere in ciò alcuna fatica durata, e nondimeno sará piú tenace che se

per sua industria o procaccio ricco divenuto fosse: il che, oltre al

vizio, pare una cosa mirabile, percioché in loro non dovrebbe avvenir

quello che in coloro avviene, li quali con suo grandissimo affanno

hanno ragunato quello che essi poi con sollecitudine guardano; e

ciascuno naturalmente, secondo che dice Aristotile, ama le sue opere

piú che lʼaltrui, come i padri i figliuoli e i poeti i versi loro. E

di questi medesimi si posson dire essere i cherici, neʼ quali è questo

peccato tanto piú vituperevole, quanto con men difficultá lʼampissime

entrate posseggono, non di loro patrimonio, non di loro acquisto

pervenute loro; e, oltre a ciò, con men ragione le ritengono, percioché

i loro esercizi deono essere intorno alle cose divine, allʼopere della

misericordia e di ciascuna altra pietosa cosa: deono stare in orazione,

digiunare, sobriamente vivere, e dar di sé buono esemplo agli altri

in disprezzare le cose temporali e ʼl mondo, e seguire con povertá le

vestigie di Cristo, accioché, bene adoperando, appaiano le loro opere

esser conformi alla dottrina. Le quali cose come essi le fanno, Iddio

il vede.

È, appresso, questo vizio meno abbominevole in una etá che in unʼaltra,

percioché lʼessere un giovane avaro, senza dubbio non riceve scusa

alcuna, percioché lʼetá del giovane è di sua natura liberale, sí come

quella che si vede forte e atante neʼ bisogni sopravvegnenti, ed è

piena di mille speranze e dʼaltrettanti aiuti, e molte vie o vede o le

par vedere da potere risarcire quello che speso fosse, o dʼacquistar di

nuovo; il che neʼ vecchi non puote avvenire, percioché essi, li quali

il piú sono astuti e avveduti, non si veggono, procedendo avanti nel

tempo, rimanere alcuno aiuto né amico, se non le sustanze temporali;

e in contrario si veggono ogni dí pieni di bisogni nuovi e inopinati,

e similmente sʼaccorgono che, essendo essi delle dette sustanze

abbondevoli, non mancar loro lʼessere serviti e aiutati e avuti cari,

da coloro spezialmente li quali sperano, secondo il loro adoperare

verso loro, doversi nella fine dettare il testamento; dove spesso, se

essi senza denari, senza derrate sono, non che daʼ piú lontani, ma

dalle mogli, daʼ figliuoli, daʼ fratelli sono scacciati, ributtati

e avviliti e avuti in dispregio. La qual paura se considerata fia,

non sará alcuno che si maravigli se essi son tenaci e ancora cupidi

dʼavanzare, se il come vedessero.

Contro a costoro gridano la dottrina evangelica, i santi, i filosofi

eʼ poeti. Leggesi nellʼ_Evangelio_ di Luca, capitolo quinto: «_Vae

vobis, divitibus_!»; e nella _Canonica_ di san Iacopo, capitolo quinto:

«_Agite nunc, divites, plorate ululantes in miseriis, quae evenient

vobis_»; e nello _Evangelio: «Mortuus est dives, et sepultus est in

inferno_». Ed Abacuc, capitolo secondo, dice: «_Vae qui congregat

non sua_!»; ed esso medesimo, capitolo decimo: «_Vae qui congregat

avaritiam malam domui suae_!»; e lʼ_Ecclesiastico_, decimo: «_Avaro

nihil est scelestius_». E santo Agostino dice: «_Vae illis, qui

vivunt ut augeant res perituras, unde aeternas amittunt_!»; ed esso

medesimo: «_Maledictus dispensator avarus, cui largus est Dominus_». E

Seneca a Lucillo, epistola diciassettesima, scrive: «_Multis parasse

divitias, non finis miseriarum fuit, sed mutatio_». E Tullio _in primo

Officiorum: «Nihil est tam angusti animi parvique, quam amare divitias;

nihil honestius magnificentiusque, quam pecuniam contemnere, si non

habeas; si habeas, ad beneficentiam liberalitatemque conferre_». E

Virgilio, nel terzo dellʼ_Eneida_:

_...quid non mortalia pectora cogis,

auri sacra fames?_

E Persio scrive:

_Discite, o miseri, et causas cognoscite rerum:

quis modus argento, quid fas optare, quid asper

utile nummus habet?_ ecc.

E Giovenale ancora dice:

_Sed quo divitias haec per tormenta coactas?

Cum furor haud dubius, cum sit manifesta phrenesis,

ut locuples moriaris, egenti vivere fato,_ ecc.

Mostrato che cosa sia avarizia e in che pecchi lʼavaro, percioché in

quel medesimo luogo e tormento sono i prodighi tormentati, è sotto

brevitá da vedere che cosa sia prodigalitá e in che il prodigo pecchi.

È prodigalitá, secondo che Aristotile vuole nel quarto dellʼ_Etica_,

lʼuno degli estremi della liberalitá, opposito allʼavarizia; e,

cosí come lʼavarizia consiste in tenere dove e come e quando non si

conviene, e disiderare e adoperare dʼavere piú che non si conviene,

e donde e da cui non si conviene; cosí la prodigalitá consiste in

donare e spendere quanto e come e dove non si conviene, e sta questo

nel trapassare ogni termine di debita spesa intorno a quella cosa, la

quale alcun far vuole o che si conviene: come neʼ vestimenti e negli

ornamenti veggiamo spesse volte alcuni trasandare, senza considerare

la qualitá, la nazione o lo stato suo, e lʼentrate eʼ frutti delle

sue possessioni; come ancora veggiamo nel convitare, nel quale senza

considerare a cui, o quando o dove il convito sʼapparecchi, quella

spesa si fa per privati uomini, e di bassa condizione o di vile, che

se per alcun prencipe o venerabile uomo si facesse (come si legge

faceva il figliuolo dʼIsopo filosafo, il quale, rimaso del padre

ricchissimo, per dar mangiare aʼ suoi pari, comperava gli usignuoli,

i montanelli, i calderugi, i pappagalli, li quali gli uomini hanno

carissimi per lo lor ben cantare, e, quando grassi gli trovava, non

gli lasciava per danaio, e quegli arrostiti poi poneva innanzi aʼ suoi

convitati: per che talvolta avveniva essere per avventura costato

il boccone dieci fiorini dʼoro), o come ancora si può fare in cose

assai. Il come consiste negli apparati: coroneranno alcuni le sale,

ornerannole di drappi ad oro, metteranno le mense splendide, faranno

venire i trombatori, i saltatori, i cantatori, i trastullatori, i

servidori pettinati, azzimati e leggiadri, non come se scellerati e

scostumati uomini vi dovesser mangiare, come le piú volte fanno, ma re

o imperadori; useranno ancora maravigliosa sollecitudine, non dico

nelle sale o nelle camere, ma nelle stalle e neʼ cellieri, in far le

mangiatoie intarsiate, i sedili iscorniciati, e gli altri vasi a questi

luoghi opportuni cosí esquisiti, come se negli occhi sempre aver gli

dovessero e al lor proprio uso adoperargli. Peccasi ancora nel dove i

doni e le spese smisuratamente si fanno, cioè in cui e in quanto: le

piú delle volte a ghiottoni, a lusinghieri, a ruffiani, a buffoni, a

femminette di disonesta vita e di vilissima condizione si faranno doni

magnifichi, li quali sarebbono ad eccellentissimi uomini accettevoli;

apparecchierannosi loro cavalcature, farannosi letti e scalderannosi

i bagni non altramenti che se nobili e segnalati uomini dovessero

pervenirvi: e, se per avventura un valente uomo capitasse alle case

di questi cotali gittatori, con tristo viso, con leggieri spese

malvolentieri ricevuto vi fia. Ora in queste e in simili cose consiste

il vizio della prodigalitá e il prodigo gitta via il suo.

[Nota: Lez. XXXI]

È, oltre a questo, il prodigo in parte simile allʼavaro, in quanto esso

disidera, e con ardente sollecitudine, dʼacquistare; e in ciò posta

giuso ogni coscienza, ogni onestá e dovere, non cura come né donde si

venga lʼacquisto: per che talvolta commette baratterie, frodi e inganni

e violenze; ma nol fa al fine che lʼavaro, cioè per adunare, ma per

aver piú che gittar via. E se alcuni sono in questo vizio oltre ad ogni

misura peccatori, sono i cherici, cioè i gran prelati, percioché essi

il piú, senza avere alcun riguardo a Dio, né al popolo loro commesso,

o alla qualitá di colui in cui conferiscono, concedono, anzi gittano

gli arcivescovadi, i vescovadi, le badie e lʼaltre prelature e benefici

di santa Chiesa ad idioti, ebriachi, manicatori, furiosi, dʼogni

scelleratezza viziosi e cattivi uomini: di che il popolo cristiano non

solamente non è allʼopportunitá sovvenuto, ma dalle miserie e cattivitá

di cosí fatti pastori son trasviati allo ʼnferno, dietro al malo

esempio.

Piace, oltre alle dette cose, ad Aristotile, questo vizio della

prodigalitá essere assai men dannevole che quello dellʼavarizia,

percioché, non ostante che dellʼavarizia né lʼavaro né alcun altro

abbia alcun bene, dove della prodigalitá pur nʼhanno bene alcuni,

quantunque mal degni, pare la prodigalitá non debba potersi accrescere

né divenir maggiore, percioché il prodigo continuamente diminuisce

le sustanze sue, senza le quali la prodigalitá non si può mandare ad

esecuzione, e, diminuendosi, pare di necessitá si debba diminuire

il vizio: il che dellʼavarizia non avviene, percioché lʼavaro

continuamente accresce il suo, e, accrescendolo, accresce la cupidigia

dellʼaver piú. Appresso, il vizio il quale si può in alcuna maniera

curare pare essere minore che quello che curar non si può; e la

prodigalitá si può curare, il che non si può lʼavarizia: e però pare

la prodigalitá esser minor vizio che lʼavarizia. Il che, quantunque

per una ragione di sopra mostrato sia, si può ancora mostrar con due

altre, cioè che la prodigalitá si possa curare. Delle quali ragioni

è lʼuna questa: curasi la prodigalitá dal tempo, percioché, quanto

lʼuomo piú sʼavvicina alla vecchiezza, tanto diventa piú inchinevole

a ritenere, per la ragione di sopra mostrata, dove si disse perché i

vecchi eran piú avari che i giovani: e non è alcun dubbio le ricchezze

naturalmente disiderarsi, accioché lʼuom possa per quelle sovvenire

aʼ difetti umani; e perciò convenevole pare, quanto alcuno sente i

difetti maggiori, tanto piú inchinevole sia a quelle cose, per le

quali si puote o rimediare o sovvenire a quegli. La seconda ragione è,

percioché la povertá è ottima medica a cotale infermitá, e in essa si

perviene assai agevolmente da chi gitta e scialacqua senza modo e senza

misura il suo, sí come i prodighi fanno; e chi in essa diviene, non può

donar né spendere, e cosí si truova guerito di questo vizio; il che

dellʼavarizia non avviene, come mostrato è.

Pare adunque, per le ragioni dette, la prodigalitá essere minor vizio

che lʼavarizia. E se cosí è, sará chi moverá qui una question cosí

fatta: se la prodigalitá è minor vizio che lʼavarizia, perché dimostra

qui lʼautore essere in igual tormento puniti i prodighi e gli avari,

conciosiacosaché il minor vizio meriti minor pena? Puossi a questa

cosí rispondere: che il vizio della prodigalitá non è in sé minore che

lʼavarizia, percioché, dove lʼavarizia procede da naturale appetito,

pare che la prodigalitá abbia origine da stoltizia, chʼè spezie di

bestialitá. Laonde, se alcuna cosa di questo vizio pare che diminuisca

lʼessere curabile, questa bestialitá della stoltizia pare che il

supplisca; e, oltre a ciò, quantunque curabile paia questo vizio, egli

non si cura né per volontá né per opera laudevole del vizioso, e cosí

per questo il vizioso non merita; e similmente, quantunque cessata sia

la cagione, e per conseguente lʼeffetto, per le sopradette ragioni, nel

prodigo, dove il disiderio non cessi di quel medesimo adoperare, avendo

di che, non pare, non che curato sia, ma diminuito il vizio. E nelle

nostre colpe riguarda la divina giustizia non solamente lʼopere, ma

ancora la volontá: e non pecca in assai cose meno chi vuole e non puote

che chi vuole e puote; e perciò, non diminuendosi lʼabito preso del

vizio, non diminuisce il vizio nello abituato. Laonde convenientemente

segue in igual supplicio punirsi il prodigo e lʼavaro. E percioché

questi due peccati sono radice e principio di molti mali, agramente

insieme puniti sono, accioché in eterno si pianga lʼavere per loro non

solamente dimenticato Iddio, e in luogo di lui avere adorati e onorati

i denari, ma ancora vendutolo come fece Giuda, e come molti altri

fanno, che, giurando e spergiurando, simoneggiando e ingannando, tutto

il giorno il vendono; e lʼaver venduta la giustizia, corrotto le leggi,

falsificati i testamenti, i metalli e le monete, assediate le strade,

commessi i tradimenti, i furti, gli omicidii; lʼesser lusinghiere

divenuto e ad ogni malvagio guadagno inchinevole; lʼaver la loro

verginitá, la pudicizia, lʼonestá e ogni vergogna posta giú, e lʼesser

divenute menandare, maliose, venefiche e indovine.

La pena adunque attribuita a questi peccatori è da vedere come sia

conforme al peccato. Come detto è, tutta la sollecitudine dellʼavaro è

in ragunare e in tenere il ragunato e in guardarlo piú che si conviene;

e quella del prodigo è in procurare con ogni studio dʼavere e di male

spender quello che aver puote: e però assai convenevolmente pare che

dalla divina giustizia puniti sieno nel continuo volgere gravissimi

pesi col petto, e con quegli lʼavaro e ʼl prodigo amaramente urtarsi

e percuotersi insieme. Per lo quale atto è da intendere che, come

in questa vita, senza darsi alcun riposo, a diversi e contrari fini

faticarono, satisfacendo allʼappetito loro e in quello sentendo

dannosa dilettazione; cosí in inferno perduti, per grande afflizion

di loro, son posti in continuo esercizio di volger col petto pesi

che sien loro faticosi e noiosi: e con quegli, come a diversi fini,

vivendo, affannarono, diverse opinioni seguitando, cosí, lʼuno incontro

allʼaltro facendosi, si percuotano e molestino, in lor maggior dolore

la loro viziosa vita con ontoso verso si rimproverino. E accioché nel

tormento loro si dimostri essi mai nella presente vita alcuna quiete

non avere avuta, né doverla in quella sperare, vuole la giustizia che

il loro discorrimento a tanta noia sia circulare.

Appresso, lʼesser queste due spezie di vizio poste sotto la

giurisdizione di Plutone si dee credere non esser fatto senza ragione.

[Io vi mostrai di sopra questo Plutone essere disegnato per lo padre

delle ricchezze, e quello che la sua cittá, la corte, i circustanti,

il carro, lo sterile matrimonio e il can tricerbero era da intendere:

le quali son tutte cose spettanti ed allʼun vizio ed allʼaltro, se

sanamente si riguarderá.] E perciò, comeché lʼautor non scriva questo

dimonio alcuna cosa adoperare in costoro, che sotto la sua giurisdizion

son dannati, nondimeno si può comprendere lui, cioè il suo significato

(oltre allʼontoso verso che lʼuna parte contro allʼaltra dice), sempre

con la sua presenzia raccendere nella memoria degli avari i tesori,

tanto amati da loro e per molte vie acquistati e con vigilante cura

guardati, essere stati da loro lasciati e, in un punto, tutti i lor

pensieri, tutte le loro speranze, tutte le lor fatiche non solamente

essere evacuate e vane, ma essi ancora esserne venuti a perdizione.

Per che creder si dee loro con vana compunzione piangere e dolersi

che, poiché pur da loro partir si doveano, non li aveano con liberale

animo aʼ bisognosi participati: della qual cosa loro sarebbe seguita

eterna salute, dove essi, per lo non farlo, ne san caduti in perpetua

perdizione. E cosí similmente i prodighi, per lʼaspetto di Plutone

si ricordano, se per caso alcuno loro uscisse di mente, deʼ loro

tesori e delle loro ricchezze disutilmente, anzi dannosamente spese,

donate e gittate; e dove, bene e debitamente spendendole, potevano

acquistar quella gloria che mai fine aver non dee, dove per lo

contrario si veggiono in tormento e in miseria sempiterna: la quale

assidua ricordazione si dee credere esser loro afflizion continua e

incomparabile dolore, il quale con inestinguibile fiamma sempre di

nuovo accende le coscienze loro.

«Or discendiamo omai a maggior pièta», ecc. Questa è la seconda

parte principale di questo settimo canto, nella quale, sí come nella

esposizion testuale appare, lʼautore del cerchio quarto discende nel

quinto. E avendogli la ragion dimostrato che colpa sia quella del vizio

dellʼavarizia e della prodigalitá, e che tormento per quella ricevano

i dannati; in questo quinto cerchio gli dimostra punirsi la colpa

dellʼira e quella dellʼaccidia. Le quali accioché alquanto meglio si

comprendano, e piú piena notizia sʼabbia della intenzion dellʼautore,

è alquanto da dichiarare in che questi due vizi consistano, e quindi

verremo a dimostrare come con la pena si confaccia la colpa.

Se noi adunque vogliam sanamente guardare, assai leggermente potrem

vedere che alcuno deʼ quattro elementi non è, il quale sia tanto

stimolato, tanto infestato, né tanto percosso e rivolto dal cielo,

dallʼacqua e dagli uomini, quanto è la terra. Questa nelle sue parti

intrinseche è con vari strumenti cavata e ricercata, accioché di quelle

i metalli nascosi si traggano, evellansi i candidi marmi, i durissimi

porfidi e lʼaltre pietre di qualunque ragione, facciansi cadere le

fortezze sopra gli alti monti fermate, e facciansi pervie quelle parti,

le quali da sé non prestavano leggermente lʼandare; questa nella

sua superficie ora daʼ marroni, ora daʼ bómeri e ora dalle vanghe è

rivolta, cavata e rotta e dʼuna parte in unʼaltra gittata; questa

daʼ templi mirabili, dagli edifici eccelsi delle cittá grandissime è

oppressa, caricata e premuta; questa dagli animali, daʼ carri, e da

ponderosissimi strascinii è attrita e scalpitata; questa dal mare, daʼ

fiumi e daʼ torrenti è rosa, estenuata e trasportata; questa dalle

selve, dallʼerbe e dalle semente continue è poppata, sugata e munta;

questa è dagli incendi evaporanti arsa, dalle folgori celestiali

percossa e daʼ tremuoti sotterranei dicrollata; questa è dai diluvi

dilavata, daʼ raggi solari esusta e daʼ ghiacci ristretta. Chi potrebbe

assai pienamente raccontare le molestie, dalle quali ella è senza

alcuna intermissione offesa e malmenata? Né per tutte le raccontate

ingiurie, né per molte altre, leggiamo o veggiamo che essa alcuna volta

rammaricata si sia, o si rammarichi; tanta è la sua umiltá costante e

paziente. Per la qual cosa forse creder si potrebbe esser piú tosto

piaciuto al nostro Creatore dʼaver di quella il corpo dellʼuom composto

che dʼaltro elemento o dʼaltra materia, accioché la natura di questa,

della qual fu composto, seguitando, fosse paziente, e con tolleranzia

fermissima sostenesse i casi per qualunque cagione emergenti.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 21 / 25 段