[Truovansi adunque, secondo che esponendo la lettera è detto, essere

stati due Plutoni, deʼ quali per avventura ciascuno potrebbe assai

attamente servire a questo luogo, quantunque lʼuno molto meglio che

lʼaltro, sí come apparirá appresso. Diceva adunque Leon Pilato che uno,

il quale fu chiamato Iasonio, aveva amata Cerere, dea delle biade, e

con lei sʼera congiunto, e di lei avea ricevuto un figliuolo, il quale

avea nominato Pluto. Sotto il qual fabuloso parlare è questa istoria

nascosa, cioè che, al tempo del diluvio il quale fu in Tessaglia aʼ

tempi del re Ogigio, si trovò in Creti un mercatante, il quale ebbe

nome Iasonio; e questi essendo molto ricco, e avendo, per la fertilitá

stata il precedente anno, trovata grandissima copia di grano, e quella

comperata a quel pregio che esso medesimo aveva voluto; udendo il

diluvio stato in Tessaglia, e come egli aveva non solamente guasti i

campi e le semente del paese, ma ancora corrotta ogni biada, la quale

per i tempi passati ricolta vi si trovò, e i circustanti popoli esserne

mal forniti a dover potere sovvenirne quegli delle contrade dove stato

era il diluvio; caricati piú legni di questo suo grano, lá navicò, e

di quello ebbe daʼ paesani ciò che egli addomandò; e in questa guisa,

ispacciatol tutto, fece tanti denari, che a lui medesimo pareva uno

stupore: e in questa maniera di Cerere, cioè del suo grano, generò

Plutone, cioè una smisurata ricchezza. E in questo luogo si pone

Plutone, per lo quale sʼintendono le ricchezze mondane, a tormentare

coloro che quelle seppero male usare, sí come appresso apparirá;

e perciò assai convenientemente qui si potrebbe di questo Plutone

intendere.]

[Ma, come di sopra dissi, molto meglio si conformerá al bisogno questo

altro, del quale si legge che Plutone, il quale in latino è chiamato

_Dispiter_, fu figliuolo di Saturno e della moglie, il cui nome fu

_Opis_, e come altra volta giá è detto, nacque ad un medesimo parto

con Glauca, sua sorella, e occultamente, senza saperlo Saturno, fu

nutricato e allevato. Costui finsero gli antichi essere re dello

ʼnferno, e dissero la sua real cittá esser chiamata Dite, della quale

assai cose scrive Virgilio nel sesto dellʼ_Eneida_ quivi:

_Respicit Aeneas subito et sub rupe sinistra

moenia lata videt, ecc._

E appresso a Virgilio, discrive la sua corte e la sua maestá Stazio nel

suo _Thebaidos_, dicendo:

_Forte sedens media regni infelicis in arce

dux Herebi populos poscebat crimina vitae,

nil hominum miserans iratus et omnibus umbris:

stant furiae circum variaeque ex ordine mortes,

saevaque multisonas exercet poena catenas:

fata ferunt animas,_ ecc.

E, oltre a questo, gli attribuirono un carro, sí come al sole; ma,

dove quello del sole ha quattro ruote, disson questo averne pur tre, e

chiamarsi «triga»; e quello dissero esser tirato da tre cavalli, i nomi

deʼ quali dissono esser questi: Meteo, Abastro e Novio. E, oltre a ciò,

accioché senza moglie non fosse, dice Ovidio esso aversela trovata in

cosí fatta maniera, che, essendosi un dí Tifeo con maravigliose forze

ingegnato di gittarsi da dosso Trinacria, alla quale egli è sottoposto,

parve a Plutone che, se questo avvenisse, esser possibile a dover poter

trapassare infino in inferno la luce del giorno; e perciò, venuto a

procurare come fondata e ferma fosse Trinacria e a quella andando

dʼintorno, ed essendo pervenuto non lontano a Siragusa, gli venne

veduta in un prato una vergine chiamata Proserpina, la quale con altre

vergini andava cogliendo fiori; e percioché essa sprezzava le fiamme

di Venere e recusava i suoi amori, avvenne che, come Plutone veduta

lʼebbe, subitamente sʼinnamorò della sua bellezza: e perciò, piegato

il carro suo, nʼandò in quella parte, e, presa Proserpina, la quale di

ciò non suspicava, seco ne la portò in inferno, e quivi la prese per

moglie. E, oltre a questo, dicono lui avere avuto un cane, il quale

aveva tre teste ed era ferocissimo, e quello avere posto a guardia

del suo regno. Del quale cane dice cosí Seneca tragedo nella tragedia

dʼ_Ercole furente_:

_Post haec avari Ditis apparet domus.

Hic saevus umbras territat Stygius canis,

qui terna vasto capita concutiens sono

regnum tuetur: sordidum tabo caput

lambunt colubrae: viperis horrent iubae

longusque torta sibilat cauda draco.

Par ira formae,_ ecc.]

[Le quali molte fizioni al nostro proposito io intendo cosí: Plutone

voglion molti, come altra volta è stato detto, vegna tanto a dire

quanto «terra»: come che, secondo Fulgenzio, «Plutone» in latino suona

tanto quanto «ricchezza»; e perciò è chiamato daʼ latini «_Dispiter_»,

quasi «padre delle ricchezze»: e che le periture ricchezze consistano

in terra, o di sotterra si cavino, questo è chiarissimo; ed «_Opis_»

è chiamata la terra, e perciò meritamente Plutone è detto non

solamente «terra», ma ancora «figliuolo della terra». Ma, percioché

le prime ricchezze, non essendo ancora trovato lʼoro, apparvero in

parte pervenire dal lavorio della terra, e Saturno fu colui il quale

primieramente insegnò lavorare la terra, è per questo meritamente

chiamato padre di Plutone.]

[Alle ricchezze, le quali per Plutone intendiamo, è meritamente data

una cittá, la quale ha le mura di ferro, e per guardia Tesifone;

accioché per questo noi intendiamo le menti degli avari, aʼ quali le

ricchezze commesse sono, esser di ferro, e conosciamo la crudeltá loro

intorno alla guardia e tenacitá di quelle; e in questa cittá dice

Virgilio non esser licito ad alcun giusto dʼentrare:

_Nulli fas casto sceleratum insistere limen;_

accioché egli appaia che il cercare o il servare le ricchezze senza

ingiustizia non potersi fare.]

[Per la real corte e per li circustanti a questo Plutone si deono

intendere lʼangosce e lʼansietá delle sollicitudini infinite, e

ancora le fatiche dannevoli, le quali hanno gli avari nel ragunar le

ricchezze, e ancora le paure di perderle, dalle quali sono infestati

coloro li quali con aperta gola intendono sempre a ragunarle; e per

lo carro dobbiamo considerare le circuizioni e i ravvolgimenti per lo

mondo, ora in questo e ora in quel paese discorrendo, che fanno coloro

li quali e tirati e sospinti sono dal disiderio di divenir ricchi; e

lʼessere il detto carro sopra tre ruote tirato, nulla altra cosa credo

significhi se non la fatica, il pericolo e la incertitudine delle cose

future, nelle quali coloro, che vanno dattorno, continuamente sono; e

cosí i cavalli tiranti questo carro dicono esser tre, a dimostrarne

di tre accidenti, li quali in questi cotali attornianti il mondo per

arricchire par che sieno.]

[Chiamasi adunque il cavallo primo Meteo, il quale è interpetrato

«oscuro», per lo quale sʼintende lʼoscura, cioè stolta, diliberazione

dʼacquistare quello che non è di bisogno, dalla quale il cupido, senza

riguardare il fine, si lascia tirare. Il secondo cavallo è chiamato

Abaster, il quale tanto viene a dire quanto «nero», accioché per

questo si conosca il dolore e la tristizia deʼ discorrenti, li quali

spessissime volte si truovano in cose ambigue e in evidenti pericoli e

in paure grandissime. Il caval terzo è nominato Novio, il qual tanto

vuol dire quanto «cosa tiepida», accioché per lui cognosciamo che

per la paura deʼ pericoli, e ancora peʼ casi sopravvegnenti, cade la

speranza di coloro che ferventissimamente disiderano dʼacquistare, e

cosí intiepidisce lʼardore il quale a ciò stoltamente gli confortava.]

[Il maritaggio di Proserpina, la quale alcuna volta significa

«abbondanza», e massimamente qui, ad alcuno non è dubbio che con altrui

che coʼ ricchi non si fa, e spezialmente secondo il giudicio del vulgo

ragguardante, la cui estimazione spessissimamente è falsa; percioché

esso quasi sempre crede che lá dove vede i granai pieni, come appo

i ricchi si veggono, che quivi sia abbondanza grandissima; dove in

contrario, essendo le menti vòte, sí come lʼavarizia procura, vʼè fame

e gran penuria dʼogni bene, e però di questo maritaggio niuna cosa si

genera che laudevole o degna di memoria sia.]

[Cerbero, cane di Plutone, estimano alcuni essere stato vero cane, e

perciò essere detto lui aver tre teste, per tre singulari proprietá,

le quali erano in lui: egli era nel latrato dʼalta voce e di sonora,

ed era mordacissimo, e, oltre a ciò, era, in tenere quello che egli

prendeva, fortissimo. Nondimeno, sotto la veritá di questo cane,

sentirono i poeti essere altri sensi riposti, in quanto è detto

«guardiano di Dite»; e però, conciosiacosaché per Dite si debbano

intender le ricchezze, sí come davanti è mostrato, non potremo piú

dirittamente dire alcuno esser guardiano di quelle se non lʼavaro; e

cosí per Cerbero sará da intendere lʼavaro, al quale perciò sono tre

teste discritte, a dinotare tre spezie dʼavari. Percioché alcuni

sono li quali sí ardentemente disiderano lʼoro, che essi cupidamente

in ogni disonesto guadagno, per averne, si lascian correre, accioché

quello, che acquistato avranno, pazzamente spendano, donino e gittin

via; i quali, avvegnaché guardiani delle ricchezze dir non si possano,

nondimeno sono pessimi e dannosi uomini. La seconda spezie è quella di

coloro li quali con grandissimo suo pericolo e fatica ragunano dʼogni

parte e in qualunque maniera, accioché tengano e servino e guardino,

e né a sé né ad altri dellʼacquistato fanno pro o utile alcuno. La

terza spezie è quella di coloro li quali non per alcuna sua opera, o

ingegno o fatica, ma per opera deʼ suoi passati, ricchi divengono, e

di queste ricchezze sono sí vigilanti e studiosi guardiani, che essi,

non altramenti che se da altrui loro fossero state diposte, le servano,

né alcuno ardire hanno di toccarle: e questi cotali sono da dire

tristissimi e miseri guardiani di Dite.]

[I serpenti, i quali sono a Cerbero aggiunti alle chiome, sono da

intendere per le tacite e mordaci cure, le quali hanno questi cotali

intorno allʼacquistare e al guardare lʼacquistato.]

[Oltre a questo, gli antichi chiamarono questo Plutone «Orco», sí come

appare nelle Verrine di Tullio, quando dice: «_Ut alter Orcus venisse

Aetnam, et non Proserpinam, sed ipsam Cererem rapuisse videbatur_»,

ecc. Il qual dice Rabano cosí essere chiamato, percioché egli è

ricettatore delle morti; conciosiacosaché egli riceva ogni uomo di che

che morte si muoia, e cosí lʼavaro ogni guadagno riceve di che che

qualitá egli si sia. E questo basti ad aver detto intorno a quello che

per Plutone si debba intendere in questo luogo. Il che raccogliendo,

sono le ricchezze e i malvagi guardatori e spenditori di quelle: e cosí

significherá questo dimonio il peccato e la cagion del peccato, il

quale in questo quarto cerchio miseramente si punisce.]

[Son certo che ci ha di quegli che si maraviglieranno, percioché

lʼallegoria, la quale io ho al presente dato a questo cane infernale,

cioè a Cerbero, non è conforme a quella la quale gli diedi nella

esposizione allegorica del precedente canto; dove mostrai lui

significare il vizio della gola, e qui dimostro io per lui significare

tre spezie dʼavarizia. Ma io non voglio che di questo alcuno prenda

ammirazione, percioché la divina Scrittura è tutta piena di simili

cose, cioè che una medesima cosa ha non solamente uno, ma due e tre e

quattro sentimenti, secondo che la varietá del luogo, dove si truova,

richiede: la qual cosa accioché voi per manifesto esempio veggiate,

mi piace per alcuna figura, e per la varietá deʼ sensi di quella

mostrarvelo.]

[Leggesi nel _Genesi_ che il serpente venne ad Eva, e confortolla

che assaggiasse del cibo il quale lʼera stato comandato che ella

non assaggiasse: perciò questo serpente doversi intendere il nemico

della umana generazione, tutti i santi uomini e dottori della Chiesa

sʼaccordano. Similmente scrive san Giovanni nellʼ_Apocalissi_ che

fu fatta una battaglia in cielo, come nellʼesposizione litterale fu

detto, nella quale san Michele arcangiolo uccise il serpente: e per

questo serpente similmente sʼintende, per tutti, il nemico nostro

antico. Per che potete vedere per gli esempli posti, per lo serpente

intendersi il diavolo. Ma in altra parte si legge nella Scrittura che,

essendo il popolo dʼIsrael venuto, dietro alla guida di Moisé, in parte

del diserto piena di serpenti, e che questi serpenti trafiggevano

e molestavano forte il popolo, e non solamente gli offendevano

dʼinfermitá, ma egli ve ne morivano per le trafitte velenose: la qual

cosa come Moisé sentí, per comandamento di Dio fece un serpente di

rame, e, dirizzata nel mezzo del popolo una colonna, vel pose suso,

e comandò che qualunque del popolo trafitto fosse, incontanente che

trafitto fosse, mostrasse quella puntura o quella piaga, che dal

serpente avesse ricevuta, a questo serpente da lui elevato, ed egli

sarebbe guerito; e cosí avveniva. Intendesi in questa parte questo

serpente elevato esser Cristo, il quale, nel mezzo del popolo ebraico

elevato in su la colonna della croce, sanò e sana tutte le piaghe

delle colpe nostre, per li conforti e per le tentazioni deʼ serpenti,

cioè deʼ nemici nostri, fatte nelle nostre anime: le quali come noi le

mostriamo a questo serpente elevato, cioè a Cristo, per la contrizione

e per la satisfazione, incontanente siamo per la sua passion liberati

e guariti dalle piaghe, le quali a morte perpetua ci traevano, E fu

questo serpente, cioè Cristo, di rame, secondo due proprietá del rame,

il quale è di colore rosso ed è sonoro: percioché Cristo nella sua

passione divenne tutto rosso del suo prezioso sangue, versato per le

punture della corona delle spine, per le battiture delle verghe del

ferro, per le piaghe fattegli nelle mani e neʼ piedi daʼ chiovi coʼ

quali fu confitto in su la croce, e per lo costato, quando gli fu

aperto con la lancia. Fu ancora questo serpente sonoro, in quanto la

sua dottrina inflno agli estremi del mondo fu predicata e udita, e

ancora si predica e predicherá mentre il mondo durerá. E cosí in una

medesima figura avete il serpente significar Cristo e ʼl dimonio:

Cristo in quanto libera, il dimonio in quanto offende.]

[Leggesi ancora per la pietra essere assai spesso nelle sacre lettere

significato Cristo, c talora lʼostinazion del dimonio. Dice il

salmista: «_Lapidem, quem reprobaverunt aedificantes, hic factus est

in caput anguli_»: e vogliono i dottori per questa pietra significarsi

Cristo. Fu nella edificazion del tempio di Salomone piú volte daʼ

maestri che ʼl muravano provato di mettere, tra lʼaltre molte pietre

che vʼerano, una pietra in lavorio, né mai si poterono abbattere a

porla in parte dove paresse loro che ella ben risedesse; ultimamente,

provandola ad un canto, il quale congiugneva due diverse pareti del

tempio, trovarono questa pietra ottimamente farsi in quel canto, e

nella congiunzion deʼ due pareti. Vogliono adunque i dottori questi

due pareti avere a significare due popoli deʼ quali Cristo compuose

il tempio suo, deʼ quali lʼuno fu di parte deʼ giudei e lʼaltro fu

deʼ gentili, deʼ quali Cristo, come che due pareti fossero, fece una

chiesa. Significano ancora le due pareti i due Testamenti, il Nuovo e

ʼl Vecchio, alla congiunzion deʼ quali solo Cristo fu sofficiente, in

quanto il suo nascimento, la sua predicazione e la sua passione furon

quelle che apersero i segreti misteri del Vecchio Testamento, velati

da dura corteccia sotto la lettera, e cosí quegli per opera congiunse

con la sua dottrina, la qual noi leggiamo nel Nuovo Testamento; e

cosí potete veder qui per la pietra significarsi Cristo. Oltre a

questo, si legge nellʼApocalissi: «_Substulit angelus lapidem quasi

molarem et misit in mare_», per la qual pietra vogliono i dottori,

sʼintendano i pessimi e malvagi uomini. Ed Ezechiel dice: «_Auferam

eis cor lapideum_», per la quale intendono i dottori la durezza della

infedelitá. E il salmista dice: «_Descenderunt in profundum, quasi

lapides_», intendendo per questa pietra il peso e la gravezza del

peccato.]

[E però, senza por piú esempli, potete vedere, comʼè detto, una

medesima cosa avere diversi sensi e diverse esposizioni: il che,

come delle figure del Vecchio Testamento addiviene, cosí similmente

addiviene delle fizioni poetiche, le quali significano quando una cosa

e quando unʼaltra.]

[Ora si suole intorno a queste esposizioni spesse volte dire per li

laici la Scrittura avere il naso di cera, e perciò i predicatori e i

dottori, secondo che lor pare, torcerlo ora in questa parte e ora in

altra. La qual cosa non è vera: percioché la Scrittura di Dio non ha il

naso di cera, anzi lʼha di diamante, del quale non si può levare, né vi

si può appiccare alcuna cosa, né si può rintuzzare, sí come quella la

quale è fondata e ferma sopra pietra viva, e questa pietra è Cristo:

ma puossi piú tosto dire questi cotali avere il cuore, lo ʼntelletto e

lo ʼngegno di cera, e perciò vedere con gli occhi incerati, e come son

fatti eglino pieghevoli ad ogni dimostrazione vera e non vera, cosí par

loro sia fatta la Scrittura; non conoscendo che la varietá deʼ sensi

è quella che nʼapre la veritá nascosa sotto il velo delle cose sacre,

la quale noi aver non possiamo, né potremmo, se sempre volessimo ad

una medesima cosa dare un medesimo significato. Non si dovranno alcuni

maravigliare, se in altra parte Cerbero significò il vizio della gola,

e in questa gli sʼattribuisce la guardia delle ricchezze.]

[Nota: Lez. XXX]

Ma, accioché noi alle spezie deʼ due peccati ci deduciamo, dico che,

secondo che i poeti scrivono, neʼ tempi che Saturno regnò, fu una etá

tanto laudevole, tanto piacevole e tanto, a coloro che allora vivevano,

graziosa e innocente, che essi la chiamarono, come altra volta è detto,

lʼ«etá dellʼoro». E, quantunque essi vogliano quella in ciascuno atto

umano essere stata virtuosa, intorno allʼappetito delle ricchezze del

tutto la discrivono innocua. Percioché essi dicono, regnante Saturno

predetto, tutti i beni temporali, avvegnaché pochi e rozzi fossero,

essere stati comuni a ciascheduno, e perciò non essersi allora trovato

alcuno che servo fosse, o che in ispezialitá alcun mercennaio servigio

facesse; ciascuno era e signore e servo di sé parimente, né era campo

alcuno che da alcun termine o fossa o siepe segnato fosse; alcuno

armento non era, che dʼesser piú dʼuno che dʼun altro si conoscesse; di

niuna pecunia era notizia, sí come di quella che ancora non era stata

da alcuna stampa segnata; né mercatante, né navilio o alcuna altra

cosa, per la quale apparer potesse alcuno in singularitá avere appetito

di possedere quello che agli altri non fosse comune, si conoscea. E per

questo vogliono, e meritamente, in queʼ secoli il mondo avere avuta

lieta pace e consolata, né alcun vizio ancora esser potuto entrare

nelle menti deʼ mortali. La quale benignitá e di Dio e della natura

delle cose, se continuata fosse stata da noi, come mostrata ne fu neʼ

primi tempi per doverla seguire e continuare, non è dubbio alcuno

[che dove avendola lasciata, e preso altro cammino, e per quello i

vizi ne trasviano allo ʼnferno] che noi, dopo riposata vita mortale,

non fossimo similmente saliti allʼeterna. Ma, poi che, tra tanta

simplicitá, tra tanta innocenzia nella vita piena di tranquillitá,

[essendone operatore il nemico dellʼumana generazione,] furon questi

due pronomi, «mio» e «tuo», seminati, tanto il santo ordine si turbò,

che grandissima parte di quegli, li quali a dovere riempiere in

paradiso le sedie degli angioli ribelli creati furono e sono, rovinano

ad accrescere il loro numero in inferno.

Entrato adunque coʼ due pronomi il veleno pestifero, del voler

ciascuno piú che per bisogno non gli era, nelle menti degli uomini,

si cominciarono i campi a partire con le fosse, a raccogliere nelle

proprie chiusure le greggi e gli armenti, a separare lʼabitazioni e a

prezzolar le fatiche; e, cacciata la pace e la tranquillitá dellʼanimo,

entrarono in lor luogo le sollecitudini, gli affanni superflui, le

servitudini, le maggioranze, le violenze e le guerre: e, quantunque con

onesta povertá alcuni vincessero e scalpitassero un tempo lʼardente

desiderio dʼavere oltre al natural bisogno, non poté però lungamente la

vertú deʼ pochi adoperare, che il vizio deʼ molti non lʼavanzasse. E,

non bastando allʼinsaziabile appetito le cose poste dinanzi agli occhi

nostri e nelle nostre mani dalla natura, trovò lo ʼngegno umano nuove

ed esquisite vie a recare in publico i nascosi pericoli: e, pertugiati

i monti e viscerata la terra, del ventre suo lʼoro, lʼariento e gli

altri metalli recarono suso in alto; e similmente, pescando, delle

profonditá deʼ fiumi e del mare tirarono a vedere il cielo le pietre

preziose e le margherite; e non so da quale esperienza ammaestrati,

col sangue di pesci e coi sughi dellʼerbe trasformarono il color della

lana e della seta; e, brevemente, ogni altra cosa mostrarono, la qual

potesse non saziare, ma crescere il misero appetito deʼ mortali. Di che

Boezio nel secondo libro _Della consolazione_, fortemente dolendosi,

dice:

_Heu! primus qui fuit ille

auri qui pondera tecti

gemmasque latere volentes

pretiosa pericula fodit?_

Ma, poiché lo splendor dellʼoro, la chiaritá delle pietre orientali e

la bellezza delle porpore fu veduta, in tanto sʼacceser gli animi ad

averne, che, con abbandonate redine, per qualunque via, per qualunque

sentiero a quel crediam pervenire, tutti corriamo; e in questo

inconveniente, non solamente neʼ nostri giorni, ma giá sono migliaia di

secoli, si trascorse; e cosí la prima semplicitá e lʼonesta povertá e i

temperati disidèri scherniti, vituperati e scacciati, ad ogni illicito

acquisto siam divenuti. Per la qual cosa lʼumana caritá, la comune

fede e gli esercizi laudevoli, non solamente diminuiti, ma quasi del

tutto esinaniti sono; e, che è ancora molto piú dannevole, con ogni

astuzia e con ogni sottigliezza sʼè cercato e cerca continovo lʼodio

di Dio: pensando che dove noi dobbiam lui sopra ogni altra cosa amare,

onorare e reverire, noi lʼoro e lʼariento, i campi e lʼumane sustanze

in luogo di lui amiamo, onoriamo e adoriamo. Laonde segue che, per lo

non saper por modo allʼappetito, e non sapere o non volere con ragione

spendere lʼacquistato, morendo ci convien qui lasciare quello che noi

ne vorremmo portare, e portarne quello che noi vorremmo poter lasciare;

e col doloroso incarico delle nostre colpe, in eterna perdizione, dalla

divina giustizia a voltare i faticosi pesi, come lʼautore ne dimostra,

mandati siamo.

E, accioché meglio si comprenda la gravitá di questa colpa, e quello

che lʼautore intende in questa parte di dimostrare; e che lʼuomo ancora

si sappia con piú avvedimento dalla meglio conosciuta colpa guardare:

piú distintamente mi pare che sia da dire che cosa sia e in che,

brievemente, consista questo vizio.

È adunque lʼavarizia, secondo che alcuni dicono, «_auri cupiditas_»,

cioè disiderio dʼoro. San Paolo dice (_Ad Ephæsios_, v): «_Avaritia

est idolorum servitus_». E, secondo la sentenza dʼAristotile, nel

quarto dellʼ_Etica_, lʼavarizia è difetto di dare ove si conviene,

e soperchio volere quello che non si conviene. Che lʼavarizia sia

cupiditá dʼoro, in parte è giá dimostrato, e piú ancora si dimostrerá

appresso; che ella sia un servire aglʼidoli, seguendo la sentenza

dellʼapostolo, assai bene il dimostra san Geronimo in una sua pistola a

Rustico monaco, dove dice: «_Æstimato malo pondere peccatorum, levius

alicui videtur peccare avarus quam idolatra; sed non mediocriter errat.

Non enim gravius peccat qui duo grana thuris proiicit super altare

Mercurii, quam qui pecuniam avare, cupide et inutiliter congregat:

ridiculum videtur quod aliquis iudicetur idolatra, qui duo grana

thuris offert creaturæ, quæ Deo debuit offerre, et ille non iudicetur

idolatra, qui totum servitium vitæ suæ, quod Deo debuit offerre,

offert creaturæ_». Che ella sia difetto di non dare ove si conviene,

e soperchio volere quello che non si conviene, dimostrerá il seguente

trattato.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 20 / 25 段