«Questa», cioè fortuna, «è colei, che tanto è posta in croce», dalle

bestemmie e daʼ rammarichii, «Pur da color che le dovrian dar lode», sí

come uomini ben trattati da lei, «Dandole biasmo a torto e mala voce»,

cioè neʼ loro rammarichii dicendo sé esser mal trattati da lei, dove

sono trattati bene e molto meglio che essi non son degni. «Ma ella sʼè

beata», cioè eterna, «e ciò non ode», cioè le bestemmie eʼ rammarichii:

«Con lʼaltre prime creature», cioè coʼ cieli e con le intelligenzie

separate, «lieta, Volge sua spera», cioè la ruota, per la quale si

discrivono le sue veloci circunvoluzioni delle sustanze temporali; «e

beata si gode», non curando di queste cose.

[Ora, avanti che piú oltre si proceda, è da vedere che cosa sia questa

fortuna, della qual qui lʼautore domanda Virgilio; quantunque molte

cose in dimostrarlo nʼabbia dette lʼautore, e, conchiudendo, mostri

di volere lei essere una ministra di Dio, posta sopra il governo

delle cose temporali; dalla qual conclusione non è mia intenzion

di partirmi, ma di dilucidarla alquanto piú, secondo che Iddio mi

presterá. E, come che molti per avventura abbian creduto o credano,

io estimo questa ministra dei beni temporali non essere altro se non

lʼuniversale effetto deʼ vari movimenti deʼ cieli, li quali movimenti

si credono esser causati dal nono cielo, e il movimento uniforme di

quello esser causato dalla divina mente, e cosí per questi mezzi sará

lʼuniversale effetto deʼ movimenti deʼ cieli causato dalla divina mente

e per conseguente dato da essa amministratore e ordinatore deʼ beni

temporali, deʼ quali essi movimenti deʼ cieli sono causatori. E dicesi

dato ministro, piú tosto a dimostrazione che cosa possa essere questo

nome fortuna attribuito a questi mutamenti delle cose, che perché alcun

ministerio vi bisogni, se non essa medesima operazion deʼ cieli. E

percioché di questo effetto sono propinquissima causa i cieli, e sia

opinion deʼ filosofi il causato, almeno in certe parti, esser simile

al causante, sí come le piú volte suole esser simigliante il figliuolo

al padre; pare che, se i cieli sono in continuo moto, che lʼuniversale

loro effetto, il quale è intorno alle cose inferiori e temporali,

similmente debba essere in continuo movimento: e se lʼuniversale

effetto è in movimento continuo, le sue particularitá similmente in

continuo movimento saranno; e cosí seguirá le cose governate essere

convenienti e conformi alla cosa che le governa, causa e dispone; e

per conseguente quelle ottimamente dover seguire la disposizion data

dal governante. E percioché egli non par possibile cosa che glʼingegni

umani comprendano le particularitá infinite di questo universale

effetto deʼ cieli: sí come noi possiam comprendere nelle continue

fatiche, e le piú delle volte vane degli strologi, li quali, quantunque

lʼarte sia da sé vera e da certi fondamenti fermata, nondimeno non

paiono glʼingegni umani essere di tanta capacitá che essi possan

comprendere ogni particularitá di cosí gran corpo, come è il cielo, né

ancora pienamente le rivoluzioni, congiunzioni, mutazioni e aspetti

deʼ corpi deʼ pianeti; e per conseguente cognoscere né quello che il

cielo dimostra dover producere, né quello che a dò seguire o fuggire,

per avere o per fuggire quello che sʼapparecchia, sia sofficiente né

bastevole: e però ottimamente dice lʼautore i consigli umani non poter

comprendere né contastare alle occulte, quanto è a noi, operazioni

di questo effetto. Ed esso effetto non è altro che permutazioni

delle cose prodotte daʼ cieli, le quali, non avendo stabilitá coloro

dai quali causate sono, né esse similmente possono avere stabilita;

e se i movimenti deʼ cieli son veloci, e le cose causate da loro

seguono la similitudine del causante, sará di necessitá questo loro

effetto universale esser movibile e di veloce moto, come essi sono; e

seguiranne quello che noi continuamente nelle cose temporali veggiamo,

cioè le rivoluzioni continue e le permutazioni e delle gran cose e

delle minori.]

[Né osta quello che per avventura alcuni potrebbon dire, cioè di vedere

alcune cose non muoversi mai, o muoversi di rado e con difficultá, sí

come sono le cittá e simili cose, le quali lungo tempo consistono:

intorno alla qual cosa è da intendere le rivoluzioni deʼ cieli

adoperare secondo la disposizione delle cose, le quali esse operazioni

deʼ cieli ricevono. Domeneddio creò la terra stabile e perpetua, e però

non atta ad alcun moto per sé medesima; ma, se dalle mani degli uomini

ella è messa in alcuna opera, e tratta della sua stabilitá, adoperano

i cieli sopra questa materia tarda e grave tardamente. Ma nondimeno,

quantunque tardo e rado sia il movimento, pur la muovono; e però le

cittá, che di materia terrea paion composte, non senza gran cagione si

muovono tardamente. E nondimeno questo tardo movimento, considerata la

natura della cosa che si muove, si può dire veloce, ecc.]

[Ora hanno gli uomini a questo effetto posto nome «fortuna» a

beneplacito, come quasi a tutte lʼaltre è stato posto; e, secondo che

le cose secondo i nostri piaceri o contrarie nʼavvengono, le chiamiamo

«buona fortuna» e «mala fortuna». E furono in tanta semplicitá, anzi

sciocchezza, i gentili, che, non avendo riguardo alla sua origine, la

stimarono una singular deitá, in cui fosse potenza di dar bene e male,

secondo il beneplacito suo; e per averla benivola, le feciono templi e

ordinarono sacerdoti c sacrifici, seguendo per avventura, piú che la

veritá, la sentenza di questi versi:

_Si Fortuna volet, fies de rhetore consul;

si volet haec eadem, fies de consule rhetor,_ ecc.

E se alcune genti furono che intorno a questa bestalitá peccassero,

i romani piú che gli altri vi peccarono. Nondimeno, quantunque di

necessitá paia, come detto è, questa fortuna nelle sue amministrazioni

esser veloce, non è questa necessitá imposta se non sopra i movimenti

delle cose causate daʼ cieli, delle quali lʼanime nostre non sono,

percioché sopra i cieli son create da Dio e infuse neʼ corpi nostri,

dotate di ragione, di volontá e di libero arbitrio; e perciò niuna

necessitá in noi può causare in farci ricchi o poveri, potenti o non

potenti contro a nostro piacere. Il che in assai sʼè potuto vedere, in

Senocrate e in Diogene, in Fabbrizio e in Curzio e in altri assai; il

che chiaramente Giovenale il dimostra nel verso preallegato, dicendo:

_Nullum numen abest, si sit prudentia; nos te,

nos facimus, Fortuna, deam, coeloque locamus._

E questo avviene per la nostra sciocchezza, seguendo piú tosto con

lʼappetito la sua volubilitá che la forza del nostro libero arbitrio,

per lo quale nʼè conceduto di potere scalpitare e aver per nulla ogni

sua potenza.]

[Adunque questo effetto universale deʼ movimenti deʼ cieli e delle

loro operazioni, secondo il mio piccolo conoscimento, credo si possa

dire essere quella cosa la quale noi chiamiamo «fortuna», e la qual

noi vogliamo esser ministra e duce deʼ beni temporali. E in questa

opinione, se io intendo tanto, mi par che fossero queʼ poeti, li quali

sentirono che lʼuna delle tre sorelle chiamate «parche», o fate che

vogliam dire, cioè Cloto, Lachesis e Atropos, alle quali la concezione

e il nascimento di ciascun mortale, e similmente la vita e la morte

attribuiscono, fosse questa Fortuna; e quella, di queste tre, vogliono

che sia Lachesis, cioè quella la qual dicono che, nascendo noi, ne

riceve e nutrica in vari e molti mutamenti, infino al dí della morte.

E questa, secondo la qualitá della vita di ciascuno, il parer degli

uomini seguitando, dicono esser buona e malvagia fortuna. E percioché,

come detto è, in essa vita consistono le revoluzioni eʼ mutamenti di

ciascuno, assai appare ciò non essere altro che lʼuniversale effetto di

tutti i cieli, daʼ quali questi movimenti, quanto al corpo, son causati

in noi.]

[E questa fortuna chiama lʼautore «dea», poeticamente parlando, e

secondo lʼantico costume deʼ gentili, li quali ogni cosa, la qual

vedeano che lungamente durar dovesse o esser perpetua, deificavano, sí

come i cieli, le stelle, i pianeti, gli elementi, i fiumi e le fonti,

li quali tutti chiamavano «dèi»: e però vuol lʼautore sentire per

questa deitá la perpetuitá di questo effetto, il quale tanto dobbiam

credere che debba durare quanto i cieli dureranno e produceranno gli

effetti li quali producer veggiamo. Ora che che io mʼabbia detto

intorno a questa fortuna, intendo che, in questo e in ognʼaltra cosa,

sempre sia alla veritá riservato il luogo suo.]

[Nota: Lez. XXVIII]

«Or discendiamo ornai a maggior pièta», ecc. Qui comincia la seconda

parte del presente canto, nella quale lʼautore fa tre cose: prima

dimostra come discendesse nel quinto cerchio dello ʼnferno, dove dice

trovò la padule chiamata Stige; nella seconda dimostra in questo quinto

cerchio esser tormentati due spezie di peccatori: iracondi e accidiosi;

nella terza scrive come per lo cerchio medesimo procedesse avanti. La

seconda comincia quivi: «Ed io, che di mirar»; la terza quivi: «Cosí

girammo».

Dice adunque: «Or discendiamo omai»; quasi dica: assai abbiamo

ragionato della fortuna, e però discendiamo «a maggior pièta», cioè a

maggior dolore. E mostra la cagione, per la quale il sollecita allo

scendere, dicendo: «Giá ogni stella scende, che saliva Quando mi

mossi». Nelle quali parole lʼautore discrive che ora era della notte,

e mostra che egli era passata mezza notte; percioché ogni stella, la

quale sovra lʼorizzonte orientale della regione cominciava a salire

in su il farsi sera (come era quando si mossono, ed egli stesso il

dimostra, dicendo: «Lo giorno se nʼandava»), era salita infino al

cerchio della mezza notte, donde, poiché pervenute vi sono, cominciano,

secondando il cielo il suo girare, a discendere verso lʼorizzonte

occidentale. E, fatta questa discrizion dellʼora della notte, quasi per

quella voglia dire aver mostrato loro essere stati molto, subgiugne la

seconda cagione per la quale il sollecita a discendere, dicendo: «e ʼl

troppo star si vieta», cioè mʼè proibito da Dio, per lo mandato del

quale io vengo teco.

«Noi ricidemmo il cerchio», cioè pel mezzo passammo, e andammone

«allʼaltra riva», cioè alla parte opposita: e quivi pervennero

«Sovrʼuna fonte che bolle», per divina arte, «e riversa», lʼacqua cosí

bogliente, «Per un fossato che da lei deriva», cioè si fa dellʼacqua

che essa fonte riversa. «Lʼacqua», la qual questa fonte riversa, «era

buia», cioè oscura, «assai», vie, «piú che persa». È il perso un colore

assai propinquo al nero, e perciò, se questa acqua era piú oscura che

il color perso, séguita che ella doveva esser nerissima. [Pigliano

lʼacque i colori, i sapori, i calori e lʼaltre qualitá nel ventre della

terra: ut «pontica», quasi nera per lo luogo che ha a dar quel colore;

«altheana», quasi lattea, perché passa per luoghi piombosi; lʼolio

petroio dʼAllacone, lʼacque di Volterra, lʼacque dʼAmbra, lʼacqua da

Santa Lucia di Napoli.] «E noi», Virgilio e io, «in compagnia dellʼonde

bige», cioè lunghesso lʼacque bigie, come i compagni vanno lʼuno

lunghesso lʼaltro per un cammino (e chiama questʼacqua oscura e nera

«bigia», non volendo però per questo vocabolo mostrarla men nera, ma,

largamente parlando, lo ʼntende per nero); e cosí, andando con queste

onde bigie, «Entrammo giú», discendendo, «per una via diversa», cioè

malvagia.

Poi segue: «Una palude fa, cʼha nome Stige, Questo tristo ruscel»;

e vuolsi questa lettera cosí ordinare: «Questo tristo ruscel», cioè

rivicello, «fa una palude», ragunandosi in alcuna parte concava del

luogo, donde lʼacqua non aveva cosí tosto lʼuscita, «cʼha nome Stige».

E quinci dice: quando questo ruscello fa la palude, cioè «quando è

disceso», correndo, «Al piè delle malvage piagge grige», le quali in

quel cerchio sono.

[Di questa padule chiamata Stige molte cose si scrivono daʼ poeti,

la quale essi dicono essere una padule infernale, ed essere stata

figliuola del fiume chiamato Acheronte e della Terra. E, secondo che

dice Alberigo nella sua Poetria, questa Stige fu nutrice e albergatrice

degli iddii del cielo, e per essa giurano essi iddii, e non ardiscono,

quando per lei giurano, spergiurarsi, sí come dice Virgilio:

_...Stigiamque paludem,_

_dii cuius iurare timent et fallere numen, ecc._

E la cagione per la quale essi temono, giurando per Stige, di

spergiurarsi, è per paura della pena, la quale è che quale iddio,

avendo giurato per Istige, si spergiura, sia privato infino a certo

tempo del divino beveraggio; il quale i poeti chiamano «néttare»

cioè dolcissimo e soave. E questa onorificenzia vogliono esserle

stata conceduta, percioché la Vittoria, la quale fu sua figliuola, fu

favorevole aglʼiddii quando combatterono coʼ figliuoli di Titano, e

vollesi piú tosto concedere a loro che aʼ detti figliuoli di Titano.]

[Lʼallegoria di questa favola, quantunque non paia del tutto opportuna

al proposito, pure, perché in parte e qui e altrove potrá esser utile,

la scriverò. Questo nome Stige è interpetrato «tristizia», e perciò

è detta figliuola dʼAcheronte, il qual, come davanti è detto, viene

a dire «senza allegrezza». Pare ad Alberigo che colui, il quale è

senza allegrezza, agevolmente divenga in tristizia, anzi quasi par

di necessitá che egli in tristizia divenga; e cosí dallʼessere senza

allegrezza nasce la tristizia. Che ella sia figliuola della Terra, par

che proceda da ragion naturale, peroché, conciosiacosaché tutte lʼacque

procedano da quello unico fonte mare Oceano, e di quindi venire per le

parti intrinseche della terra, infino al luogo dove esse fuori della

terra si versano; pare assai conveniente dovere esser detto figliuolo

della Terra ciò che esce del ventre suo, come lʼacqua fa che è in

questa palude.]

[Che ella sia nutrice e albergatrice deglʼiddii, non vollero i poeti

senza cagione. Intorno al qual senso è da sapere che sono due maniere

di tristizia: o lʼuomo sʼattrista percioché egli non può aʼ suoi

dannosi desidèri pervenire; o lʼuomo sʼattrista cognoscendo che egli

ha alcuna o molte cose meno giustamente commesse. La prima spezie di

tristizia non fu mai nutrice né albergatrice deglʼiddii, anzi è loro

nimica e odiosa, intendendo glʼ«iddii» per lʼanime deʼ beati; ma la

seconda fu ed è nutrice deglʼiddii, cioè di coloro li quali divengono

iddii, cioè beati: percioché il dolersi e lʼattristarsi delle cose men

che ben fatte, niuna altra cosa è che prestare alimenti alla virtú, per

la quale i gentili andarono nelle lor deitá, secondo che le loro storie

ne mostrano; e noi cristiani, per lʼattristarci deʼ nostri peccati,

nʼandiamo in vita eterna, nella quale noi siamo veri iddii e non vani.

Queste due spezie di tristizia, mostra Virgilio dʼavere ottimamente

sentito nel sesto del suo _Eneida_, lá dove egli manda i perfidi e

ostinati uomini in quella parte dello ʼnferno, la quale esso chiama

Tartaro, nella quale non è alcuna redenzione; e gli altri, li quali

hanno sofferto tristizia e pena per le lor colpe, mena neʼ campi Elisi,

cioè in quello luogo ove egli intende che sieno le sedie deʼ beati.

O vogliam dire quello che per avventura piú tosto i poeti sentirono,

glʼiddii, i quali costei nutrica e alberga, essere il sole e le stelle,

le quali alcuna volta ne vanno in Egitto: e questo è nel tempo di

verno, quando il sole, essendo rimoto da noi, è in quella parte del

zodiaco, la quale gli astrologhi chiamano «solestizio antartico».

Percioché, oltre agli egizi meridionali in quelle parti abitanti,

esso fa quello che gli astrologhi chiamano «_zenit capitis_»; e in

questo tempo sono nutriti il sole e le stelle dalla palude di Stige,

secondo lʼopinione di coloro li quali stimavano che i fuochi dei corpi

superiori della umiditá deʼ vapori surgenti dallʼacqua si pascessero;

e appo questa palude di Stige, mentre nel mezzo dí dimorano, stanno e

albergano. Che questa padule di Stige, secondo la veritá, sia sotto

la plaga meridionale, il dimostra Seneca in quel libro il quale egli

scrisse _Delle cose sacre dʼEgitto_, dicendo che la palude di Stige è

appo coloro che nel superiore emisperio sono; mostrando appresso che

non guari lontano da Siene, estrema parte dʼEgitto verso il mezzodí,

essere un luogo il quale è chiamato daʼ greci «_phile_», il quale è

tanto a dire quanto «amiche»: e appo quel luogo essere una grandissima

padule, la quale, conciosiacosaché a trapassarla sia molto malagevole

e faticoso, percioché è molto limosa e impedita daʼ giunchi, li quali

essi chiamano «papiri», è appellata Stige, percioché è cagion di

tristizia, per la troppa fatica aʼ trapassanti.]

[Che glʼiddii giurino per questa palude di Stige, può esser la ragion

questa: noi siamo usati di giurare per quelle cose le quali noi

temiamo, o per quelle le quali noi desideriamo; ma chi è in somma

allegrezza, non pare che abbia che desiderare, quantunque abbia che

temere; e questi cotali sono glʼiddii, i quali i gentili dicevano

esser felici: e perciò, non avendo costoro che desiderare, resta che

giurino per alcuna cosa la quale sia loro contraria; e questa è la

tristizia. E che chi si spergiura sia privato del divin beveraggio,

credo per ciò essere detto, percioché coloro, li quali di felice stato

son divenuti in miseria, solevan dire essersi spergiurati, cioè men che

bene avere adoperato, e cosí essere divenuti dalla dolcezza del divin

beveraggio, cioè dalla felicitá, nellʼamaritudine della miseria.]

[Costei esser madre della Vittoria si dice per tanto, che delle guerre

non sʼha vittoria per far festa, mangiare e bere, ballare o cantare,

né ancora per fortemente combattere, ma per lo meditare assiduo e

faticarsi intorno alle cose opportune, in far buona guardia, in

ispiare i mutamenti e gli andamenti deʼ nemici, in por gli aguati, in

prendere i vantaggi e simili cose, le quali sanza alcun dubbio hanno ad

affligger lʼuomo e a tenerlo, almeno nel sembiante, tristo.]

«Ed io, che di mirar mi stava atteso». Qui comincia la seconda parte

della seconda principale di questo canto, nella quale dimostra esser

tormentati in questa padule bogliente glʼiracundi e gli accidiosi. Dice

adunque: «Ed io, che di mirar», in questa padule, «mi stava atteso»,

cioè sollecito, «Vidi genti fangose in quel pantano», cioè in quella

padule; e dice «fangose», percioché le padule sono generalmente tutte

nelli lor fondi piene di loto e di fango, per lʼacqua che sta oziosa

e non mena via quel cotal fango, come quelle fanno che corrono, e

perciò chi in esse si mescola di necessitá è fangoso: «Ignude tutte, e

con sembiante offeso», per lo tormento sí del bollor dellʼacqua, e sí

ancora delle percosse che si davano. «Questi», fangosi, «si percotean,

non pur con mano», battendo e offendendo lʼun lʼaltro e se medesimi,

«Ma con la testa», cozzando lʼuno contro lʼaltro, «e col petto», lʼun

contro allʼaltro impetuosamente scontrandosi, «e coʼ piedi», dandosi

deʼ calci, e «Troncandosi coʼ denti», le membra e la persona, «a brano

a brano», cioè a pezzo a pezzo.

«Lo buon maestro disse». Qui gli dichiara Virgilio chi costor sieno

che cosí si troncano, e dice:—«Figlio, or vedi Lʼanime di color

cui vinse lʼira», mentre vissero in questa vita; «Ed anco voʼ che

tu per certo credi Che sotto lʼacqua», di questa padule, «ha gente

che sospira», cioè che si duole, «E», sospirando, «fanno pullular

questʼacqua al summo». Noi diciamo nellʼacqua «pullulare» quelle

gallozzole o bollori, li quali noi veggiamo fare allʼacqua, o per aere

che vi sia sotto racchiusa e esca fuori, o per acqua che di sotterra

vi surga. «Come lʼocchio», cioè il viso, «ti dice uʼ che sʼaggira»; e

cosí mostra in queste parole la padule esser piena di questi bollori,

e per conseguente dovere esser molta la gente, la quale sotto lʼacqua

sospirava o si doleva.

«Fitti nel limo». «Limo» è quella spezie di terra, la qual suole

lasciare alle rive deʼ fiumi lʼacqua torbida, quando il fiume viene

scemando, la qual noi volgarmente chiamiamo «belletta»; e di questa

maniera sono quasi tutti i fondi deʼ paduli. Dice adunque che in

questa belletta nel fondo del padule sono fitti i peccatori, li quali

«dicon:—Tristi fummo, Nellʼaer dolce, che del sol sʼallegra», cioè

si fa bella e chiara, «Portando dentro», nel petto nostro, «accidioso

fummo», cioè il vizio dellʼaccidia, il qual tiene gli uomini cosí

intenebrati e oscuri come il fummo tiene quelle parti nelle quali egli

si ravvolge. Poi segue: e percioché noi fummo tristi nellʼaer dolce,

qui «Or ci attristiam», cioè piagnamo e dogliamci «nella belletta

negra»,—in quel fango di quella padule, lʼacqua della quale ha di

sopra mostrata esser nera; e perciò conviene che la belletta sia nera

altresí, in quanto ella suole sempre avere il color dellʼacqua sotto la

quale ella sta e che la mena.

«Questʼinno». Glʼ«inni» son parole composte di certe spezie di versi,

e contengono in sé le laude divine, sí come appare nello Innario,

il quale compose san Gregorio, e che la Chiesa di Dio canta neʼ

suoi uffici; ma in questa parte scrive lʼautore il vocabolo, ma non

lʼeffetto di quello, percioché dove lʼinno contiene la divina laude

propriamente, quello che questi peccatori, piangendo e dolendosi,

dicono in modo dʼinno, contiene la lor miseria e la lor pena. «Si

gorgoglian nella strozza». La «strozza» chiamiam noi quella canna la

qual muove dal polmone e vien sú insino al palato, e quindi spiriamo e

abbiamo la voce, nella quale se alcuna soperchia umiditá è intrachiusa,

non può la voce nostra venir fuori netta ed espedita; e sono allora le

nostre parole piú simili al gorgogliare, che fa talvolta uno uccello,

che ad umana favella. E percioché questi peccatori hanno la gola

piena del fango e dellʼacqua del padule, è di necessitá che essi si

gorgoglino questo lor doloroso inno nella strozza, perciò «Che dir noi

posson con parola intègra», perché è intrarotta dalla superchia umiditá.

«Cosí girammo». Qui comincia la terza parte di questa seconda parte

principale, nella quale lʼautore dimostra il processo del loro andare,

e dove pervenissero, dicendo: «Cosí», riguardando i miseri peccatori

che nella padule si offendevano, e ragionando, «girammo della lorda

pozza Grandʼarco», cioè gran quantitá vòlta in cerchio, a guisa dʼun

arco. E chiamala «pozza», il quale è proprio nome di piccole ragunanze

dʼacqua; e questo, come altra volta è detto, è conceduto aʼ poeti

(cioè dʼusare un vocabolo per un altro), per la stretta legge deʼ

versi, della quale uscir non osano. E quinci dice che egli girarono,

«tra la ripa secca», alla quale non aggiugneva lʼacqua del padule, «e

ʼl mezzo», del padule, «Con gli occhi vòlti a chi del fango ingozza»,

cioè aʼ peccatori, li quali erano in quel padule: «Venimmo al piè dʼuna

torre al dassezzo», cioè poi che noi avemmo lungamente aggirato.

II

SENSO ALLEGORICO

[Nota: Lez. XXIX]

[«_Papé Satan, papé Satan aleppe_», ecc. Dimostrò lʼautore nel

precedente canto come la ragione gli dimostrò qual fosse la colpa

della gola, e che supplicio fosse dalla divina giustizia posto aʼ

gulosi, li quali in quel peccato morivano; e, continuandosi alle cose

precedenti, discrive come, seguendo la ragione, gli fosse da lei

dimostrato che cosa fosse il peccato dellʼavarizia e similmente quello

della prodigalitá, e similmente qual pena ne fosse data a coloro che

in esse erano vivuti e morti peccatori, e sotto il cui imperio puniti

fossero: procedendo appresso in questo medesimo canto, come, veduti

questi, seguendo la ragione, gli fossero dalla detta ragione mostrate

altre due spezie di peccatori, cioè glʼiracundi e gli accidiosi, e il

loro tormento. E però primieramente vedremo, come di sopra si promise,

quello che lʼautore intenda per Plutone prencipe di questo cerchio;

e appresso che cosa sia avarizia, e in che pecchi lʼavaro; e poi che

cosa sia prodigalitá, e in che pecchi il prodigo; e quinci qual sia la

pena lor data per lo peccato commesso, e come la pena si confaccia al

peccato. E, questo veduto, procederemo a vedere che peccato sia quello

dellʼira, e poi quello dellʼaccidia, e qual pena agli accidiosi e agli

iracundi data sia, e come essa si conformi alla colpa.]

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 19 / 25 段