Appare per queste parole che ʼl viaggio di costoro era circulare, e

che, venuta lʼuna parte dal mezzo del cerchio nella parte opposita,

scontrava lʼaltra parte, la quale, partitasi dal medesimo termine che

essi, era giá giunta, e quivi percossisi, e dette lʼun contro allʼaltro

le parole di sopra dette, ciascuna parte si rivolgeva indietro, e

veniva al punto del cerchio donde prima partita sʼera; e quivi ancora

con lʼaltra, che in una medesima ora vi pervenía, si percotevano, e

quelle medesime parole lʼun contro allʼaltro diceano; e cosí senza

riposo continovavano questa loro angoscia, volgendosi «per lo cerchio

tetro», cioè logoro per lo continuo scalpitio.

«Da ogni mano», da destra e da sinistra, nella guisa detta, andavano

«allʼopposito punto» del cerchio, a quello onde partiti sʼerano,

«Gridandosi anco», come usati erano, «in loro ontoso», vituperevole,

«metro», cioè:—«Perché tieni?—E perché burli?».—Il quale lʼautore

chiama «metro», non perché metro sia, ma largamente parlando, come il

piú volgarmente si fa, ogni orazione [o brieve o lunga] misurata o non

misurata, è chiamata metro: e dicesi metro da «_metros_», _graece_,

che in latino suona «misura»; e quinci, propriamente parlando, i versi

poetici sono chiamati «metri», percioché misurati sono da alcuna

misura, secondo la qualitá del verso.

«Poi si volgea ciascun», di questi che voltavano i pesi, «quandʼera

giunto», al punto del mezzo cerchio, come di sopra è detto, «Per lo

suo mezzo cerchio», cioè per quel mezzo cerchio il quale a lui era

dalla divina giustizia stabilito, «allʼaltra giostra», cioè percossa: e

chiamala «giostra», percioché a similitudine deʼ giostratori sʼandavano

a ferire e a percuotere insieme.

«Ed io, chʼavea lo cor quasi compunto», di compassione, la quale

portava a tanta fatica e a tanto tormento, quanto quello era il quale

nel percuotersi sofferivano. E, oltre a ciò, aveva la compunzione

per lo vermine della coscienza, il quale il rodeva, cognoscendosi di

questa colpa esser peccatore; il che esso assai chiaramente dimostra

nel primo canto, dove dice il suo viaggio essere stato impedito dalla

lupa, cioè dallʼavarizia. E in questo è da comprendere invano esser da

noi conosciuti i vizi eʼ peccati, se, sentendoci inviluppati in quelli

o poco o molto, noi non abbiam dolore e compunzione. Né osta il dire:

come avea lʼautore compunzione dellʼessere avaro, che ancora, come

nelle seguenti parole appare, non sapea chi essi si fossero? percioché

qui usa lʼautore una figura chiamata «preoccupazione». «Dissi:—Maestro

mio». Qui domanda lʼautore Virgilio che gente questa sia, e per qual

colpa dannati, dicendo: «or mi dimostra, Che gente è questa», la quale

è qui cosí dolorosamente afflitta; e dopo questo gli muove un altro

dubbio, dicendo: e, oltre a quel che domandato tʼho, mi diʼ «e se

tutti fûr cherci, Questi chercuti alla sinistra nostra».—«Chercuti»

gli chiama, percioché avevano la cherica in capo, e da questo ancora

comprendeva loro per quello dovere esser cherici.

«Ed egli a me». Qui Virgilio primieramente generalmente di quegli,

che erano cosí a man destra come a man sinistra, ditermina; e

poi, distinguendo, risponde alla domanda fattagli dallʼautore, e

dicegli, oltre a ciò, per qual colpa dannati sieno, primieramente

dicendo:—«Tutti quanti», cioè quanti tu ne vedi a destra e a sinistra,

«fûr guerci», cioè con non diritto vedere, come color ci paiono, li

quali non hanno le luci degli occhi dirittamente come gli altri uomini

poste negli occhi. [Il qual difetto talora avviene per natura, e talora

per accidente: per accidente avviene per difetto le piú delle volte

delle balie, le quali questi cotali, essendo piccioli fanciulli, hanno

avuti a nodrire, ponendo loro la notte un lume di traverso o di sopra

a quella parte ove tengon la testa; o esse medesime, come spesse volte

fanno, stando loro sopra capo, glʼinducono a guatarsi indietro, e i

fanciulli, vaghi della luce, torcono gli occhi, e sí in quella parte

dove il lume veggono, e, non potendosi muovere, si sforzano e torcono

le luci al lume; ed essendo tenerissimi, agevolmente rimuovono la luce,

o le luci, dal lor natural movimento in questo accidentale, e divengon

guerci. Questa spezie dʼuomini, quantunque non sia del tutto reputata

giusta, non ha pertanto tanta di malizia quanta hanno coloro li quali

guerci nascono, li quali, per quegli che fisonomia sanno, sono reputati

uomini astuti, maliziosi e viziati, e il piú si credono non altrimenti

avere il giudicio della mente lor fatto che essi abbiano gli occhi.]

E però dice:—«Tutti fûr guerci Sí della mente», cioè sí perverso e

malvagio giudicio ebbero nella mente loro intorno alle cose temporali,

«in la vita primaia», cioè in questa, «Che con misura nullo spendio

fêrci», in questa vita: e ciò fu che o essi strinsero troppo le mani,

lá dove esse eran da allargare, o essi lʼallargaron troppo, lá dove

eran da strignere; e cosí né nellʼuna parte né nellʼaltra servarono

alcuna misura, [liberalmente spendendo, dove e come e quanto e in

cui si convenia]. «Assai la voce lor chiaro lʼabbaia», cioè il

manifesta quando dicono:—«Perché tieni?—E perché burli?»,—usando

questo vocabolo «abbaia» nellʼanime deʼ miseri in detestazion di

loro, il quale è proprio deʼ cani; «Quando vengono aʼ due punti del

cerchio» (mostrati di sopra, dove si dicono:—«Perché tieni?—E perché

burli?»—), «Ove colpa contraria gli dispaia», cioè gli divide,

facendogli tenere contrario cammino, sí come nelle colpe furon

contrari. Le quali colpe vuole lʼautore che sien queste, avarizia e

prodigalitá, delle quali lʼuna appresso egli apre, e lʼaltra per lʼaver

detto «contraria» vuol che sʼintenda, e dice:

«Questi son cherci, che non han coperchio Peloso al capo», percioché la

cherica, la quale è rasa, è nella superior parte del capo. [E vogliono

alcuni i cherici portare la cherica in dimostrazione e reverenza

di san Piero, al quale dicono questi cotali quella essergli stata

fatta da alcuni scellerati uomini in segno di pazzia: percioché, non

intendendo, e non volendo intendere la sua santa dottrina, e vedendolo

ferventemente predicare dinanzi aʼ prencipi e aʼ popoli, li quali

quella in odio aveano, estimavano che egli questo facesse come uomo

che fuor del senno fosse. Altri vogliono che la cherica si porti in

segno di degnitá, in dimostrazione che coloro, li quali la portano,

sieno piú degni che gli altri che non la portano; e chiamanla «corona»,

percioché, rasa tutta lʼaltra parte del capo, un sol cerchio di capelli

vi dee rimanere, il quale in forma di corona tutta la testa circunda,

come fa la corona. E chiamansi questi cotali, che questo cerchio

portano, «clerici» da «_cleros_», _graece_, che in latino suona quanto

«uomini la sorte deʼ quali sia Iddio».]

«E papi e cardinali». [È il papa in terra vicario di Gesú Cristo, dal

quale, mediante san Piero, hanno lʼautoritá grandissima, la quale

santa Chiesa ne predica; della quale autoritá, e in _Purgatorio_ e in

_Paradiso_, sí come in luoghi, dove piú convenientemente il richiede la

materia che qui, si dirá, e perciò qui piú non mi stenderò. Onde questo

nome papa venga, è poco avanti stato mostrato. «Cardinali» è sublime

nome di degnitá; e, come che, oltre alla chiesa di Roma, abbiano la

chiesa di Ravenna, quella di Napoli e alcune altre cherici, li quali

si chiamano «cardinali», non sono però in preeminenza né in oficio né

in abito da comparare a quegli della chiesa di Roma, percioché questi

per eccellenza portano il cappello rosso, e hanno a rappresentare nella

chiesa di Dio il sacro collegio deʼ settantadue discepoli, li quali

per coaiutori degli apostoli furono primieramente instituiti. E il

cardinalato di Roma è il piú alto e il piú sublime grado, appresso al

papa, che sia nella Chiesa. E, percioché a loro sʼappartiene, insieme

col papa, a diliberare le cose spettanti alla salute universale deʼ

cristiani, e ogni altra contingente alla chiesa di Dio, e pare che

sopra la loro diliberazione si volga il sí e il no delle cose predette,

son chiamati cardinali da questo nome «_cardo, cardinis_», il quale

ne significa quella parte del cielo sopra la quale tutto il cielo si

volge, per altro nome chiamata «polo» (o «poli», percioché son due) e

cosí da «_cardo_» vien «cardinale»; o, secondo che alcuni altri dicono,

da quella parte della porta, sopra la quale si volge tutto lʼuscio.]

«In cui», cioè neʼ quali, «usò avarizia il suo soperchio». È avarizia,

secondo Aristotile nel quarto della sua _Etica_, la inferiore estremitá

di liberalitá, per la quale, oltre ad ogni dovere, ingiuriosamente si

disidera lʼaltrui, o si tiene quello che lʼuom possiede: della quale

piú distesamente diremo, dove discriveremo lʼallegorico senso della

parte presente di questo canto. Questo vizio dice lʼautore usare «il

suo soperchio», cioè il disiderare piú che non bisogna e tenere dove

non si dee tenere, neʼ cherici, neʼ quali tutti intende per queste due

maggiori qualitá nominate: la qual cosa se vera è o no, è tutto il dí

negli occhi di ciascuno, e perciò non bisogna che io qui ne faccia

molte parole.

E, avendo qui lʼautore dichiarato qual sia in parte quel vizio che in

questo quarto cerchio si punisce, cioè avarizia, vuol che sʼintenda

per le parole dette di sopra («Ove colpa contraria gli dispaia»),

con questo vizio insieme punircisi lʼopposito dellʼavarizia, cioè la

prodigalitá, la quale è il superiore estremo di liberalitá: e come

lʼavarizia consiste in tenere stretto quello che spendere bene e dar si

dovrebbe, cosí la prodigalitá è in coloro, li quali dánno dove e quando

e come non si conviene; benché poco appresso lʼautore alquanto piú

apertamente dimostri sé intender qui punirsi questi due vizi.

«Ed io:—Maestro, tra questi cotali», che tu mi diʼ che furon cherici,

e ancora tra gli altri, «Dovreʼio ben riconoscere alcuni», percioché

furono uomini di grande autoritá, e molto conosciuti, come noi sappiamo

che sono i papi e i cardinali e i signori e gli altri che in questi due

peccati peccano (o vogliam dire: percioché lʼautor peccò in avarizia,

e lʼun vizioso conosce lʼaltro); «Che fûro», vivendo «immondi»,

cioè brutti e macolati, «di cotesti mali»,—cioè dʼavarizia e di

prodigalitá.

«Ed egli a me:—Vano», cioè superfluo, «pensiero aduni», cioè con gli

altri tuoi raccogli. E incontanente gli dice la cagione, seguendo:

«La sconoscente vita», cioè sanza discrezione menata, «che i feʼ

sozzi», di questi due vizi, e per conseguente indegni di fama, «Ad

ogni conoscenza», ragionevole, «or gli fa bruni», cioè oscuri e non

degni dʼalcun nome. «In eterno verranno alli due cozzi», cioè aʼ due

punti del cerchio, li quali di sopra son dimostrati, dove insieme si

percuotono. «Questi», cioè gli avari, li quali appare essere dallʼun

dei lati, «risurgeranno dal sepolcro», il dí del giudicio universale,

«Col pugno chiuso», testificando per questo atto la colpa loro, cioè

la tenacitá, la quale per lo pugno chiuso sʼintende; «e questi», cioè

i prodighi, «coʼ crin mozzi», [per li quali crini mozzi similmente

testificheranno la loro prodigalitá.]

[E la ragione perché questo per gli crin mozzi si testifichi è questa:

intendono i dottori, moralmente, per li capelli le sustanze mondane,

e meritamente, percioché i capelli in sé non hanno alcuno omore,

né altra cosa la quale alla nostra corporal salute sia utile; sono

solamente alcuno ornamento al capo, e per questo ne son dati dalla

natura; e cosí dirittamente sono le sustanze temporali, le quali per

sé medesime alcuna cosa prestar non possono alla salute dellʼanime

nostre, ma prestano alcuno ornamento aʼ corpi; e perciò dirittamente

sentono coloro, li quali intendono per li capelli le predette sustanze.

Risurgeranno adunque i prodighi coʼ crin mozzi,] a dimostrare come

essi, stoltamente e con dispiacere a Dio, diminuissono le loro

temporali ricchezze.

«Mal dare», la qual cosa fanno i prodighi, «e mal tener», il che fanno

gli avari, «lo mondo pulcro», cioè il cielo, nel quale è ogni bellezza,

«Ha tolto loro», sí come appare, poiché in inferno dannati sono, «e»

hannogli gli due detti vizi «posti a questa zuffa», cioè di percuotersi

insieme coʼ pesi i quali volgono, e col rimproverarsi lʼuna parte

allʼaltra le colpe loro: «Quale ella sia», la zuffa di costoro, «parole

non ci appulcro» cioè non ci ordino e non ci abbellisco dicendo; quasi

voglia dire che assai di sopra sia stato dimostrato.

«Or puoi, figliuol, veder». In questa parte continovando Virgilio le

parole sue, gli mostra quanto sia vana la fatica di coloro, li quali

tutti si dánno a congregare o adunare di questi beni temporali, e

apregli la cagione. E dice adunque: «Or puoi, figliuol, veder», in

costoro, «la corta buffa», cioè la breve vanitá, «Deʼ ben», cioè delle

ricchezze e degli stati, «che son commessi alla fortuna», secondo

il volgar parlare delle genti, e ancora secondo lʼopinion di molti;

«Per che», cioè per i quali beni, «lʼumana gente si rabbuffa». Il

significato di questo vocabolo «rabbuffa» par chʼimporti sempre alcuna

cosa intervenuta per riotta o per quistione, sí come è lʼessersi lʼuno

uomo accapigliato con lʼaltro, per la qual capiglia, i capelli son

rabbuffati, cioè disordinati, e ancora i vestimenti talvolta: e però

ne vuole lʼautore in queste parole dimostrare le quistioni, i piati,

le guerre e molte altre male venture, le quali tutto il dí gli uomini

hanno insieme per li crediti, per lʼereditá, per le occupazioni e per

li mal regolati disidèri, venendo quinci a dimostrare quanto sieno le

fatiche vane, che intorno allʼacquisto delle ricchezze si mettono. E

dice: «Ché tutto lʼoro, chʼè sotto la luna», cioè nel mondo, «O che fu

giá, di queste anime stanche», in queste fatiche del circuire, che di

sopra è dimostrato, «Non poterebbe farne posar una»,—non che trarla

di questa perdizione. Appare adunque in questo quanto sia utile e

laudabile la fatica di questi cotali, che in ragunar tesoro hanno posta

tutta la loro sollecitudine, quando, per tutto quello che per la loro

sollecitudine sʼè acquistato, non se ne puote avere, non che salute, ma

solamente un poco di riposo in tanto affanno, in quanto posti sono. Le

quali parole udite da Virgilio muovono lʼautore a fargli una domanda,

dicendo:—«Maestro—dissi lui,—or mi diʼ anche».

[Nota: Lez. XXVII]

Qui comincia la terza parte della prima principale di questo canto,

nella quale lʼautore scrive come Virgilio gli dimostrasse che cosa

sia fortuna, e però dice:—«Maestro, or mi diʼ anche»; quasi dica: tu

mʼhai detto che tutto lʼoro del mondo non potrebbe fare riposare una di

queste anime, e per questo mʼhai mostrato quanto sia vana la fatica di

coloro li quali, posta la speranza loro in questi beni commessi alla

fortuna, intorno allʼacquistarne e allʼadunarne si faticano; ma dimmi

ancora: «Questa fortuna, di che tu mi tocche», dicendo deʼ beni che le

son commessi, «Che è?» cioè che cosa è? «che i ben del mondo ha sí tra

branche?»,—cioè tra le mani e in sua podestá.

«E quegli a me», rispose dicendo:—«O creature sciocche. Quanta

ignoranza è quella che vʼoffende!», credendo come voi non dovete

credere, cioè che i beni temporali sieno in podestá della fortuna

come suoi; conciosiacosaché essa sia ministra in distribuirgli, e non

donna in donargli, sí come appare nelle parole seguenti. «Or voʼ che

tu mia sentenza ne ʼmbocche», cioè che tu ne senta quello che ne sento

io: e dice «ne ʼmbocche», cioè riceva, non con la bocca corporale,

la quale quello che riceve manda allo stomaco, ma con la bocca dello

ʼntelletto, il quale, rugumando ed esaminando seco quello che per li

sensi esteriori e poi per glʼinteriori concepe, quel sugo fruttuoso ne

trae spesse volte, che per umano ingegno si puote.

E quinci séguita Virgilio a dichiarare quello che egli senta della

fortuna, dicendo: «Colui, lo cui saver tutto trascende», cioè Iddio,

il quale è somma sapienza, e appo il quale ogni altra sapienza è

stoltizia, «Fece li cieli», nella creazion del mondo, «e dieʼ lor chi

conduce». E in questo sente lʼautore con Aristotile, il quale tiene che

ogni cielo abbia una intelligenza, la quale il muove con ordine certo

e perpetuo: e che lʼautore questo senta, non solamente qui, ma in una

delle sue canzone distese dimostra, dicendo: «Voi, che, ʼntendendo, il

terzo ciel movete» ecc. E queste cotali intelligenzie muovono i cieli

loro commessi da Dio, «Sí chʼogni parte», della lor potenzia, «ad ogni

parte», mondana e atta a ricevere, «splende», cioè splendendo infonde,

«Distribuendo igualmente la luce». Dice «igualmente» non in quantitá,

ma secondo la indigenza della cosa che quella luce o influenzia riceve;

[«igualmente», cioè con equale affezione e operazione distribuiscono

nelle creature la potenzia loro.]

E poi segue che Domeneddio ha queste intelligenzie preposte a conducere

i cieli e a distribuire i loro effetti neʼ corpi inferiori, cosí:

«Similmente agli splendor mondani», cioè alle ricchezze e agli stati

e alle preeminenzie del mondo, «Ordinò general ministra e duce, Che

permutasse a tempo», cioè di tempo in tempo, «li ben vani», cioè

le ricchezze e gli onori temporali, li quali chiama «beni vani»,

percioché in essi alcun salutifero frutto non si truova né stabilitá;

e volle che questa cotal duce, cioè ministra, tramutasse questi beni

vani «Di gente in gente», cioè dʼuna nazione in unʼaltra, sí come noi

leggiamo essere infinite volte avvenuto neʼ tempi passati nelle gran

cose, non che nelle minori. Noi leggiamo il reame e lʼimperio degli

assiri esser trapassato neʼ medi, e deʼ medi neʼ persi, e deʼ persi

neʼ greci, e deʼ greci neʼ romani; e, lasciando stare gli antichi, deʼ

quali di molti altri regni e signorie si potrebbe dire il simigliante,

noi abbiamo veduto neʼ nostri dí la gloria e lʼonore dellʼarmi e

della magnificenza, e della Magna e deʼ franceschi, esser trapassata

neglʼinghilesi; e quivi non è da credere che ella debba star ferma,

ma, come in coloro è stata trasportata, cosí ancora in brieve tempo si

trasmuterá in altrui.

E segue: «e dʼuno in altro sangue». La sentenza delle quali parole,

quantunque una medesima possa essere con la superiore, nondimeno,

volendola a piú brieve permutazione e di minor fatto deducere, possiam

dire «dʼuna famiglia in unʼaltra», in quanto dʼun medesimo sangue si

tengono quegli che dʼuna medesima famiglia sono; sí come, accioché le

cose antiche pospognamo, abbiam potuto vedere e veggiamo nella cittá

nostra piena di queste trasmutazioni. Furon deʼ nostri dí i Cerchi,

i Donati, i Tosinghi e altri in tanto stato nella nostra cittá, che

essi come volevano guidavano le piccole cose e le grandi secondo il

piacer loro, ove oggi appena è ricordo di loro; ed è questa grandigia

trapassata in famiglie, delle quali allora non era alcun ricordo. E

cosí da quegli, che ora son presidenti, si dee credere che trapasserá

in altri. E questo senza alcun fallo addiviene «Oltre la difension

deʼ senni umani». Alla dimostrazione della qual veritá si potrebbono

inducere infinite istorie e mille dimostrazioni; ma, percioché assai

può a ciascuno esser manifesto i senni degli uomini non valere a

potere gli stati temporali fermare, si può far senza piú stendersene in

parole..

E per queste permutazioni avviene «Che una gente impera»,

signoreggiando, «e lʼaltra langue», servendo; e ciò avviene,

«Seguendo», i mondani beni, «il giudicio di costei», cioè di questa

ministra; il qual giudicio, «Che sta occulto», aʼ sensi umani, «come

in erba lʼangue». _Anguis_ è una spezie di serpenti, la quale ha la

pelle verde, e volentieri e massimamente la state, abita neʼ prati fra

lʼerbe; e percioché egli è con lʼerbe dʼun medesimo colore, rade volte

fra quelle è prima veduto che toccato e sentito. E cosí, dice lʼautore,

il giudicio o il consiglio di questa ministra è sí occulto aʼ sensi

umani, chʼegli non può prima esser conosciuto che sentito. Ed oltre a

questo, roborando ancora lʼautore la predetta cagione, séguita:

«Vostro saver non ha contasto a lei». Quasi voglia in queste parole

pretendere che, ancora che noi, o per industria o ancora per chiara

dimostrazione, conoscessimo o vedessimo quello a che il giudicio di

questa ministra sʼinchina, non pare che, per nostro sapere o ingegno,

possiamo a quello contastare o opporci in guisa che valevole sia: e

questo essere vero, sʼè giá per molte manifeste cose veduto. [Creso,

re di Lidia, vide in sogno essergli tolto Atis, suo figliuolo, da

Ferrea, ecc. Mostrò Iddio ad Astiage re deʼ medi, in due sogni, che il

figliuolo, il quale ancora non era generato di Mandane, sua figliuola,

il dovea privare dello ʼmperio dʼAsia: né gli giovò il maritarla ad

uomo non degno di moglie nata di real sangue, né il far poi gittare il

figliuol natone alle fiere, che quello non avvenisse giá nel consiglio

di questa ministra fermato. Non poterono lʼavere cacciato del regno

dʼAlba in villa Numitore, dʼavere ucciso Lauso, suo figliuolo, dʼaver

fatta vergine vestale Ilia, sua figliuola, adoperare che Amulio non

fosse del regno gittato, né restituitovi Numitore. Infiniti sarebbono

gli esempli che ad approvar questo si potrebbon mostrare, lasciandoci

tirare allʼattitudine dataci daʼ cieli: ma, se noi vorremo esser

prudenti, e seguire il consiglio della ragione, con la forza del libero

arbitrio che noi abbiamo, noi contrasteremo a lei, sí come dice

Giovenale: «_Nullum numen_», ecc., percioché il seguir noi il desiderio

concupiscibile, ne fa rimaner vinti daʼ movimenti di questa ministra,

ecc.]

E perciò segue: «Ella», cioè questa ministra e duce, «provvede, giudica

e persegue Suo regno». E dice «provvede», in quanto provvedute paiono

quelle cose le quali da ordinato e discreto fattore prodotte sono,

sí come son queste terrene da ordinato movimento deʼ cieli produtte,

secondo la potenzia deʼ quali esse si permutano, non altramente che se

da giudicio dato si movessero; e cosí par questa ministra da singolare

ed occulta diliberazion perseguire quello che giudicato pare, cioè

le cose commesse a lei; «come il loro» regno «gli altri dèi», cioè

lʼintelligenze, delle quali di sopra è detto.

[E, in questa parte, lʼautore, quanto piú può, secondo il costume

poetico parla, li quali spesse volte fanno le cose insensate,

non altramenti che le sensate, parlare e adoperare, ed alle cose

spirituali dánno forma corporale, e, che è ancora piú, alle passion

nostre approprian deitá, e dánno forma come se veramente cosa umana e

corporea fossero; il che qui lʼautore usa, mostrando la fortuna aver

sentimento e deitá; conciosiacosaché, come appresso apparirá, questi

accidenti non possano avvenire in quella cosa la quale qui lʼautore

nomina «fortuna», se poeticamente fingendo non sʼattribuiscono. Dalle

quali fizioni è venuto che alcuni in forma dʼuna donna dipingono questo

nome di fortuna, e fascianle gli occhi, e fannole volgere una ruota,

sí come per Boezio, _De consolatione_, appare. Ma chi le fascia gli

occhi, non intende bene ciò che fa, percioché, come appresso apparirá,

ogni permutazion dì costei va a diterminato e veduto fine; e, se

lʼeffetto di quella non segue, non è per ignoranza dei causatori della

permutazione, ma per lo libero arbitrio di colui in cui si dirizza, il

quale avvedutamente quella ischifa.]

«Le sue permutazion», che questa ministra fa nei beni temporali,

«non hanno triegue», cioè intermessione alcuna, sí come coloro che

guerreggiano hanno neʼ tempi delle triegue; e, percioché nelle sue

permutazioni non è alcun riposo, può apparire che «Necessitá la fa

esser veloce». E in queste parole vuole intendere lʼautore i movimenti

di questa ministra continui essere di necessitá: [le quali parole, non

bene intese, potrebbon generare errore, il quale con la grazia di Dio

si torrá via qui appresso, dove, esplicato il testo a questa ministra

pertenente, dimostrerò quello che intendo essere questa fortuna.] «Sí

spesso vien», il suo permutare, nel quale ella appare esser veloce,

«che vicenda consegue», cioè che egli pare questo suo permutare

vicendevolmente seguire: in quanto alcuna volta veggiamo uno medesimo

uomo, di quale che stato si sia, essere e felice e misero piú volte

nella vita sua.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 18 / 25 段