Ma, perché mi fatico io tanto in discrivere i mali per la gola

stati, conciosiacosaché io conosca quegli essere infiniti? E perciò

riducendosi verso la finale intenzione, come assai comprender si

puote per le cose predette, tre maniere son di golosi. Delli quali

lʼuna pecca nel disordinato diletto di mangiare i dilicati cibi

senza saziarsi; e questi son simili alle bestie, le quali senza

intermissione, sol che essi trovin che, il dí e la notte rodono. E di

questi cotali, quasi come di disutili animali, si dice che essi vivono

per manicare, non manucan per vivere; e puossi dire questa spezie di

gulositá, madre di oziositá e di pigrizia, sí come quella che ad altro

che al ventre non serve. La seccnda pecca nel disordinato diletto del

bere, intorno al quale non solamente con ogni sollecitudine cercano i

dilicati e saporosi vini, ma quegli, ogni misura passando, ingurgitano,

non avendo riguardo a quello che contro a questo nel _Libro della

Sapienza_ ammaestrati siamo, nel quale si legge: «_Ne intuearis vinum,

cum flavescit in vitro color eius: ingreditur blande, et in novissimo

mordebit, ut coluber_». Per la qual cosa, di questa cosí fatta spezie

di gulosi maravigliandosi, Iob dice: «Numquid _potest quis gustare,

quod gustatum affert mortem_?» Né è dubbio alcuno la ebrietá essere

stata a molti cagione di vituperevole morte, come davanti è dimostrato.

È questa gulositá madre della lussuria, come assai chiaramente

testifica Ieremia, dicendo: «_Venter mero aestuans, facile despumat in

libidinem_»; e Salomon dice: «_Luxuriosa res est vinum, et tumultuosa

ebrietas; quicumque in his delectabitur, non erit sapiens_»; e san

Paolo, volendoci far cauti contro alla forza del vino, similmente

ammaestrandoci, dice: «_Nolite inebriari vino, in quo est luxuria_». È

ancora questa spezie di gulositá pericolosissima, in quanto ella, poi

che ha il bevitore privato dʼogni razional sentimento, apre e manifesta

e manda fuori del petto suo ogni secreto, ogni cosa riposta e arcana:

di che grandissimi e innumerabili mali giá son seguiti e seguiscono

tutto il dí. Ella è prodiga gittatrice deʼ suoi beni e degli altrui,

sorda alle riprensioni, e dʼogni laudabile costume guastatrice. La

terza maniera è deʼ golosi, li quali, in ciascheduna delle predette

cose, fuori dʼogni misura bevendo e mangiando e agognando, trapassano

il segno della ragione; deʼ quali si può dire quella parola di Iob:

«_Bibunt indignationem, quasi aquam_». Ma, secondo che si legge nel

salmo: «_Amara erit potio bibentibus illam_»; e come Seneca a Lucillo

scrive nella ventiquattresima epistola: «_Ipsae voluptates in

tormentum vertuntur; epulae cruditatem afferunt; ebrietates, nervorum

torporem, tremoremque; libidines, pedum et manuum, et articulorum

omnium depravationes_» ecc. Questi adunque tutti ingluviatori,

ingurgitatori, ingoiatori, agognatori, arrappatori, biasciatori,

abbaiatori, cinguettatori, gridatori, ruttatori, scostumati, unti,

brutti, lordi, porcinosi, rantolosi, bavosi, stomacosi, fastidiosi e

noiosi a vedere e a udire, uomini, anzi bestie, pieni di vane speranze

sono; vòti di pensieri laudevoli e strabocchevoli neʼ pericoli,

gran vantatori, maldicenti e bugiardi, consumatori delle sustanzie

temporali, inchinevoli ad ogni dissoluta libidine e trastullo deʼ

sobri. E, percioché ad alcuna cosa virtuosa non vacano, ma se medesimi

guastano, non solamente aʼ sensati uomini, ma ancora a Dio sono

tanto odiosi, che, morendo come vivuti sono, ad eterna dannazione

son giustamente dannati; e, secondo che lʼautor ne dimostra, nel

terzo cerchio dello ʼnferno della loro scellerata vita sono sotto

debito supplicio puniti. Il quale, accioché possiamo discernere piú

chiaro come sia con la colpa conforme, nʼè di necessitá di dimostrare

brievemente.

Dice adunque lʼautore che essi giacciono sopra il suolo della terra

marcio, putrido, fetido e fastidioso, non altrimenti che ʼl porco

giaccia nel loto, e quivi per divina arte piove loro sempre addosso

«grandine grossa e acqua tinta e neve», la quale, essendo loro cagione

di gravissima doglia, gli fa urlare non altrimenti che facciano i cani:

e, oltre a ciò, se alcuno da giacer si lieva o parla, giace poi senza

parlare o urlare infino al dí del giudicio; e, oltre a ciò, sta loro

in perpetuo sopra capo un demonio chiamato Cerbero, il quale ha tre

teste e altrettante gole, né mai ristá dʼabbaiare. E ha questo dimonio

gli occhi rossi e la barba nera ed unta, e il ventre largo, e le mani

unghiate, e, oltre allʼabbaiare, graffia e squarcia e morde i miseri

dannati, li quali, udendo il suo continuo abbaiare, disiderano dʼessere

sordi. La qual pena spiacevole e gravosa, in cotal guisa pare che la

divina giustizia abbia conformata alla colpa: e primieramente come

essi, oziosi e gravi del cibo e del vino, col ventre pieno giacquero

in riposo del cibo ingluviosamente preso; cosí pare convenirsi che,

contro alla lor voglia, in male e in pena di loro, senza levarsi

giacciano in eterno distesi, col loro spesso volgersi testificando

i dolorosi movimenti, li quali per lo soperchio cibo giá di diverse

torsioni lor furon cagione. E, come essi di diversi liquori e di vari

vini il misero gusto appagarono; cosí qui sieno da varie qualitá di

piova percossi ed afflitti: intendendo per la grandine grossa, che gli

percuote, la cruditá deglʼindigesti cibi, la quale, per non potere

essi, per lo soperchio, dallo stomaco esser cotti, generò neʼ miseri

lʼaggroppamento deʼ nervi nelle giunture; e per lʼacqua tinta, non

solamente rivocare nella memoria i vini esquisiti, il soperchio deʼ

quali similmente generò in loro umori dannosi, i quali per le gambe,

per gli occhi e per altre parti del corpo sozzi e fastidiosi vivendo

versarono; e per la neve, il male condensato nutrimento, per lo quale

non lucidi ma invetriati, e spesso di vituperosa forfore divennero per

lo viso macchiati. E, cosí come essi non furono contenti solamente alle

dilicate vivande, né aʼ savorosi vini, né eziandio aʼ salsamenti spesso

escitanti il pigro e addormentato appetito, ma gli vollero dallʼindiane

spezie e dalle sabee odoriferi; vuole la divina giustizia che essi

sieno dal corrotto e fetido puzzo della terra offesi, e abbiano, in

luogo delle mense splendide, il fastidioso letto che lʼautore discrive.

E appresso, come essi furono detrattori, millantatori e maldicenti,

cosí siano a perpetua taciturnitá costretti, fuor solamente di tanto

che, come essi, con gli stomachi traboccanti e con le teste fummanti,

non altramenti che cani abbaiar soleano, cosí urlando come cani la loro

angoscia dimostrino, e abbian sempre davanti Cerbero, il quale ha qui a

disegnare il peccato della gola, accioché la memoria e il rimprovero di

quella nelle lor coscienze gli stracci, ingoi e affligga; e, in luogo

della dolcezza deʼ canti, li quali neʼ lor conviti usavano, abbiano il

terribile suono delle sue gole, il quale glʼintuoni, e senza pro gli

faccia disiderare dʼesser sordi.

Ma resta a vedere quello che lʼautor voglia intendere per Cerbero, la

qual cosa sotto assai sottil velo è nascosa. Cerbero, come altra volta

è stato detto, fu cane di Plutone, re dʼinferno, e guardiano della

porta di quello; in questa guisa, che esso lasciava dentro entrar chi

voleva, ma uscirne alcun non lasciava. Ma qui, come detto è, lʼautore

discrive per lui questo dannoso vizio della gola, al quale intendimento

assai bene si conforma lʼetimologia del nome. Vuole, secondo che

piace ad alcuni, tanto dir «Cerbero», quanto «_creon vorans_», cioè

«divorator di carne»; intorno alla qual cosa, come piú volte è detto di

sopra, in gran parte consiste il vizio della gola; e per ciò in questo

dimonio piú che in alcun altro il figura, perché egli è detto «cane»,

percioché ogni cane naturalmente è guloso, né nʼè alcuno che se troverá

da mangiare cosa che gli piaccia, che non mangi tanto che gli convien

venire al vomito, come di sopra è detto spesse volte fare i gulosi.

Per le tre gole canine di questo cane intende lʼautore le tre spezie

deʼ ghiotti poco davanti disegnate; e in quanto dice questo demonio

caninamente latrare, vuole esprimere lʼuno deʼ due costumi, o amenduni

deʼ gulosi. Sono i gulosi generalmente tutti gran favellatori, e ʼl piú

in male, e massimamente quando sono ripieni: il quale atto veramente

si può dire «latrar canino», in quanto non espediscon bene le parole,

per la lingua ingrossata per lo cibo, e ancora perché alquanto rochi

sono per lo meato della voce, il piú delle volte impedito da troppa

umiditá; e, oltre a ciò, percioché i cani, se non è o per esser

battuti, o perché veggion cosa che non par loro amica, non latran mai;

il che avviene spesse volte deʼ gulosi, li quali come sentono o che

impedimento sopravvegna, o che veggano per caso diminuire quello che

essi aspettavano di mangiare, incontanente mormorano e latrano. E,

oltre a questo, sono i gulosi grandi agognatori: e, come il cane guarda

sempre piú allʼosso che rode il compagno che a quello che esso medesimo

divora, cosí i gulosi tengono non meno gli occhi aʼ ghiotti bocconi che

mangia il compagno, o a quegli che sopra i taglieri rimangono, che a

quello il quale ha in bocca: e cosí sono addomandatori e ordinatori di

mangee e divisatori di quelle.

E in quanto dice questo dimonio aver gli occhi vermigli, vuol sʼintenda

un degli effetti della gola neʼ golosi, aʼ quali, per soperchio bere,

i vapor caldi surgenti dallo stomaco generano omóri nella testa, li

quali poi per gli occhi distillandosi, quegli fa divenir rossi e

lagrimosi.

Appresso dice lui aver la barba unta, a dimostrare che il molto

mangiare non si possa fare senza difficultá nettamente, e cosí, non

potendosi, è di necessita ugnersi la barba o ʼl mento o ʼl petto;

e per questa medesima cagione vuole che la barba di questo dimonio

sia nera, percioché ʼl piú ogni unzione annerisce i peli, fuorché i

canuti. Potrebbesi ancora qui piú sottilmente intendere e dire che,

conciosiacosaché per la barba sʼintenda la nostra virilitá, la quale,

quantunque per la barba sʼintenda, non perciò consiste in essa, ma nel

vigore della nostra mente, il quale è tanto quanto lʼuomo virtuosamente

adopera, e allora rende gli operatori chiari e splendidi e degni

di onore; dove qui, per la virilitá divenuta nera, vuole lʼautore

sʼintenda nella colpa della gola quella essere depravata e divenuta

malvagia.

Dice, oltre a ciò, Cerbero avere il ventre largo, per dimostrare il

molto divorar deʼ gulosi, li quali, con la quantitá grande del cibo,

per forza distendono e ampliano il ventre, che ciò riceve oltre alla

natura sua; e, che è ancora molto piú biasimevole, tanto talvolta

dentro vi cacciano, che, non sostenendolo la grandezza del tristo

sacco, sono, come altra volta di sopra è detto, come i cani costretti a

gittar fuori.

E, in quanto dice questo demonio avere le mani unghiate, vuoi che

sʼintenda il distinguere e il partire che fa il ghiotto delle vivande;

e, oltre a questo, il pronto arrappare, quando alcuna cosa vede che piú

che alcuna altra gli piaccia.

Appresso, dove lʼautor dice questo demonio non tener fermo alcun

membro, vuol che sʼintenda la infermitá paralitica, la quale neʼ gulosi

si genera per li non bene digesti cibi nello stomaco; o, secondo che

alcuni altri vogliono, neʼ bevitori per lo molto bere, e massimamente

senzʼacqua, ed essendo lo stomaco digiuno; e puote ancora significare

glʼincomposti movimenti dellʼebbro.

Oltre a ciò, lá dove lʼautore scrive che questo demonio, come gli vide,

aperse le bocche e mostrò loro le sanne, vuol discrivere un altro

costume deʼ gulosi, li quali sempre vogliosi e bramosi si mostrano; o

intendendo per la dimostrazion delle sanne, nelle quali consiste la

forza del cane, dimostrarsi subitamente la forza deʼ golosi, la qual

consiste in offendere i paurosi con mordaci parole, alle quali fine por

non si puote se non con empiergli la gola, cioè col dargli mangiare o

bere. La qual cosa il discreto uomo, consigliato dalla ragione, per

non avere a litigar della veritá con cosí fatta gente, fa prestamente,

volendo piú tosto gittar via quello che al ghiotto concede che, come

è detto, porsi in novelle con lui: percioché, come questo è dal savio

uomo fatto, cosí è al ghiotto serrata la gola e posto silenzio. E in

questo pare che si termini in questo canto lʼallegoria.

CANTO SETTIMO

I

SENSO LETTERALE

[Nota: Lez. XXVI]

—«_Papé Satan, papé Satan aleppe_»,—ecc. Nel presente canto

lʼautore, sí come è usato neʼ passati, continuandosi alle cose

precedenti, dimostra primieramente come nel quarto cerchio dello

ʼnferno discendesse; e poi, vicino alla fine del canto, dimostra

come discendesse nel quinto, discrivendo quali colpe e nellʼun

cerchio e nellʼaltro si puniscano. E dividesi questo canto in due

parti principali: nella prima mostra lʼautore esser puniti gli avari

eʼ prodighi; nella seconda mostra esser puniti glʼiracondi e gli

accidiosi. E comincia la seconda quivi: «Or discendiamo ornai a maggior

pièta». La prima parte si divide in tre: nella prima, continuandosi

alle cose precedenti, mostra come trovò Plutone, e come da Virgilio

fosse la sua rabbia posta in pace; nella seconda discrive qual pena

avessero i peccatori nel quarto cerchio, e chi eʼ fossero; nella terza

dimostra che cosa sia questa che noi chiamiamo «fortuna». La seconda

comincia quivi: «Cosí scendemmo»; la terza quivi:—«Maestro,—dissʼio

lui».

Dice adunque che avendo, come nella fine del precedente canto dimostra,

trovato Plutone, «il gran nemico», che esso Plutone, come gli vide,

_admirative_ cominciò a gridare, ed a invocare il prencipe deʼ dimòni,

dicendo:—«_Papé_».

Questo vocabolo è _adverbium admirandi_, e perciò, quando dʼalcuna cosa

ci maravigliamo, usiamo questo vocabolo dicendo: «_papé_!». E da questo

vocabolo si forma il nome del sommo pontefice, cioè «papa», lʼautoritá

del quale è tanta, che neʼ nostri intelletti genera ammirazione; e

non senza cagione, veggendo in uno uomo mortale lʼautoritá divina,

e di tanto signore, quanto è Iddio, il vicariato. E i greci ancora

chiamavano i lor preti «_papas_», quasi «ammirabili»: e ammirabili

sono, in quanto possono del pane e del vino consecrare il corpo e ʼl

sangue del nostro signor Gesú Cristo; e, oltre a ciò, hanno autorità di

sciogliere e di legare i peccatori che da loro si confessano delle lor

colpe, sí come piú pienamente si dirá nel Purgatorio, alla porta del

quale siede il vicario di san Pietro.

«Satán». Sátan e Sátanas sono una medesima cosa, ed è nome del prencipe

deʼ demòni, e suona tanto in latino, quanto «avversario» o «contrario»

o «trasgressore», percioché egli è avversario della veritá, e nemico

delle virtú deʼ santi uomini; e similmente si può vedere lui essere

stato trasgressore, in quanto non istette fermo nella veritá nella

quale fu creato, ma per superbia trapassò il segno del dover suo.

«_Papé Satán_». Questa iterazione delle medesime parole ha a dimostrare

lʼammirazione esser maggiore.

E seguita: «_aleppe_». «_Alep_» è la prima lettera dellʼalfabeto deʼ

giudei, la quale egli usano a quello che noi usiamo la prima nostra

lettera, cioè «a»; ed è «_alep_» appo gli ebrei _adverbium dolentis_;

e questo significato dicono avere questa lettera, percioché è la prima

voce la quale esprime il fanciullo come è nato, a dimostrazione che

egli sia venuto in questa vita, la quale è piena di dolore e di miseria.

Maravigliasi adunque Plutone, sí come di cosa ancora piú non veduta,

cioè che alcun vivo uomo vada per lo ʼnferno; e, temendo questo non

sia in suo danno, invoca quasi come suo aiutatore il suo maggiore; e,

accioché egli il renda piú pronto al suo aiuto, si duole. O vogliam

dire, seguendo le poetiche dimostrazioni, Plutone, ricordandosi che

Teseo con Piritoo vivi discesero in inferno a rapire Proserpina, reina

di quello, e poi, dopo loro, Ercule; e questo essere stato in danno e

del luogo e degli uficiali di quello: veggendo lʼautor vivo, né temer

deʼ dimòni, ad unʼora si maraviglia e teme, e però _admirative_, e

dolendosi, chiama il prencipe suo.

«Cominciò Pluto», (_supple_) a dire o a gridare, «con la voce

chioccia», cioè non chiara né espedita, come il piú fanno coloro i

quali da sùbita maraviglia sono soprappresi. E, oltre a ciò, cominciò

Pluto a gridare per ispaventar lʼautore, sí come neʼ cerchi superiori

si son sforzati Minos e Cerbero nellʼentrata deʼ detti cerchi, accioché

per quel gridare il ritraesse di procedere avanti e dal dare effetto

alla sua buona intenzione.

[Ma, innanzi che piú oltre si proceda, è da sapere che, secondo che

i poeti dicono, Plutone, il quale i latini chiamano _Dispiter_, fu

figliuolo di Saturno e di Opis, e nacque ad un medesimo parto con

Glauco. E, secondo che Lattanzio dice, egli ebbe nome Agelasto; e,

secondo dice Eusebio _in libro Temporum_, il nome suo fu Aidoneo. Fu

costui dagli antichi chiamato re dʼinferno, e la sua real cittá dissero

essere chiamata Dite, e la sua moglie dissero essere Proserpina. Leon

Pilato diceva essere stato un altro Pluto, figliuolo di Iasonio e di

Cerere: deʼ quali quantunque qui siano assai succintamente le fizioni

descritte, se elle non si dilucidano, non apparirá perché lʼautore qui

questo Pluto introduca: ma, percioché piú convenientemente pare che si

debbano lá dove lʼaltre allegorie si parranno, quivi le riserberemo, e

diffusamente con la grazia di Dio lʼapriremo.]

«E quel savio gentil, che tutto seppe», cioè Virgilio, [il qual

veramente quanto allʼarti e scienze mondane appartiene, tutto seppe:

percioché, oltre allʼarti liberali, egli seppe filosofia morale e

naturale, e seppe medicina; e, oltre a ciò, piú compiutamente che altro

uomo aʼ suoi tempi seppe la scienza sacerdotale, la quale allora era

in grandissimo prezzo;] «Disse, per confortarmi:—Non ti noccia La sua

paura», la quale egli o mostra dʼavere in sé, o vuol mettere in te di

sé; e dove della paura di Plutone dica, vuol mostrare lʼautore per ciò

esser da Virgilio confortato, peroché generalmente ogni fiero animale

si suol muovere a nuocere piú per paura di sé che per odio che abbia

della cosa contro alla qual si muove; e deesi qui intender la paura

di Plutone esser quella della quale poco avanti è detto: «ché poter

chʼegli abbia, Non riterrá lo scender questa roccia»,—cioè questo

balzo.

«Poi si rivolse a quella enfiata», superba, «labbia», cioè aspetto,

«E disse:—Taci, maledetto lupo»; per ciò il chiama «lupo», accioché

sʼintenda per lui il vizio dellʼavarizia, al quale è preposto: il qual

vizio meritamente si cognomina «lupo», sí come di sopra nel primo canto

fu assai pienamente dimostrato; «Consuma dentro te con la tua rabbia»,

la quale continuamente, con inestinguibile ardore di piú avere, ti

sollecita e infesta. «Non è senza cagion lʼandare», di costui, «al

cupo», cioè al profondo inferno, vedendo: «Vuolsi», da Dio chʼegli

vada, «nellʼalto», cioè in cielo, «lá dove Michele», arcangelo, «Feʼ

la vendetta del superbo strupo»,—cioè del Lucifero, il quale, come

nellʼ_Apocalissi_ si legge, fu da questo angelo cacciato di paradiso,

insieme coʼ suoi seguaci. E chiamalo «strupo», quasi violatore col

suo superbo pensiero della divina potenza, alla quale mai piú non era

stato chi violenza avesse voluto fare: per che pare lui con la sua

superbia quello nella deitá aver tentato, che nelle vergini tentano gli

strupatori.

«Quali». Qui per una comparazione dimostra lʼautore come la rabbia di

Plutone vinta cadesse, dicendo che «Quali dal vento», soperchio, «le

gonfiate vele», cioè che come le vele gonfiate dal vento soperchio,

«Caggiono avvolte» e avviluppate, «poi che lʼalber fiacca», cioè

lʼalbero della nave fiacca per la forza del vento impetuoso, «Tal cadde

a terra la fiera crudele», cioè Plutone.

«Cosí scendemmo». Qui comincia la seconda parte della prima di questo

canto, nella quale lʼautore dimostra qual pena abbiano i peccatori,

li quali in questo quarto cerchio si puniscono, e chi essi sieno; e

dice: «Cosí», vinta e abbattuta la rabbia di Plutone, «scendemmo nella

quarta lacca», cioè parte dʼinferno, cosí dinominandola per consonare

alla precedente e alla seguente rima: «Pigliando piú della dolente

ripa», cioè mettendoci piú infra essa che ancora messi ci fossimo;

e, accioché di qual ripa dica sʼintenda, segue: «Che ʼl mal», cioè le

colpe e i peccati, «dellʼuniverso», di tutto il mondo, «tutto insacca»,

cioè in sé insaccato riceve.

Ed esclamando segue: «Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa Nuove

travaglie?». Vuolsi questa lettera intendere _interrogative_ e con

questo ordine: «Ahi giustizia di Dio, Chi stipa», cioè ripone, «tante

nuove travaglie e pene», cioè diversi tormenti e noie, «quante io

viddi» in questo luogo? «E per che», cioè per le quali, «nostra colpa»,

cioè il nostro male adoperare peccando, «se ne scipa»? cioè se ne

confonde e guasta e attrita, o in noi vivi temendo di quella pena,

o neʼ morti dannati che quella sostengono. E vuole in queste parole

mostrar lʼautore di maravigliarsi per la moltitudine.

Poi per una comparazion ne dimostra che maniera tengono in quel luogo

i peccatori nel tormento lor dato dalla giustizia, e dice: «Come fa

lʼonda», del mare, «lá sovra Cariddi», cioè nel fare di Messina.

Intorno alla qual cosa è da sapere che tra Messina in Cicilia e

una punta di Calavria, chʼè di rincontro ad essa, chiamata Capo di

Volpe, non guari lontana ad una terra chiamata Catona e a Reggio,

è uno stretto di mare pericolosissimo, il quale non ha di largo

oltre a tre miglia, chiamato il fare di Messina. E dicesi «fare» da

«_pharos_», che tanto suona in latino quanto «divisione»; e per ciò

è detto «divisione», perché molti antichi credono giá che lʼisola di

Cicilia fosse congiunta con Italia, e poi per tremuoti si separasse

il monte chiamato Peloro di Cicilia dal monte Appennino, il quale è

in Italia, e cosí quella che era terraferma, si facesse isola. E sono

deʼ moderni alcuni li quali affermano ciò dovere essere stato vero: e

la ragione, che a ciò inducono, è che dicono vedersi manifestamente,

in quella parte di questi due monti che si spartí, grandissime pietre

nelle rotture loro essere corrispondenti, cioè quelle dʼAppennino a

quelle che sono in Peloro, ed _e converso_. E, come di sopra è detto,

questo mare cosí stretto è impetuosissimo e pericolosissimo molto:

e la ragione è, percioché, quando avviene che venti marini traggano

[come è libeccio e ponente, e ancora maestro, che non è marino], essi

sospingono il mare impetuosamente verso questo fare, e per questo fare

verso il mare di Grecia. E, se allora avviene che il mare di verso

Grecia, per lo flottare del mare Oceano, il quale due volte si fa ogni

dí naturale, [che sospignendo la forza deʼ venti marini il mare verso

la Grecia, ed il mare per lo flotto] si ritragga in verso il mare

Mediterraneo, scontrandosi questi due movimenti contrari, con tanta

forza si percuotono e rompono, che quasi infino al cielo pare che le

rotte onde ne vadino: e qual legno in quel punto vi sʼabbattesse ad

essere, niuna speranza si può aver della sua salute: [e cosí ancora

sospignendo i venti orientali, cioè il greco, levante e scilocco, il

mare di Grecia verso il fare, e per quello verso il mare Tirreno e il

flotto mettendosi, avvien quel medesimo che dinanzi è detto]. E questo

è quello che lʼautore vuol dire: «Come fa lʼonda..., Che si frange con

quella in cui sʼintoppa». [E sono in questo mare due cose mostruose,

delle quali lʼuna ciò che davanti le si para trangugia, e questo si

chiama Silla, ed è dalla parte dʼItalia; lʼaltra si chiama Cariddi, e

questa gitta fuori ciò che Silla ha trangugiato; ma, secondo il vero,

questa Cariddi, la quale è di verso Cicilia, è il luogo dove di sopra

dissi lʼonde scontrarsi insieme, le quali, levandosi in alto per lo

percuotersi, par che sieno del profondo gittate fuori da coloro che non

veggiono la cagione della elevazione.]

Dice adunque lʼautore che, in quella guisa, che di sopra è mostrato,

le due onde di due diversi mari si scontrano, cosí quivi due maniere

di diverse genti o peccatori convenirsi scontrare. E questo intende

in quanto dice: «Cosí conviene che qui», cioè in questo quarto

cerchio, «la gente riddi», cioè balli, e, volgendo, come i ballatori,

in cerchio, vengano impetuosamente a percuotersi, come fanno lʼonde

predette.

«Lí», nel quarto cerchio, «vidʼio gente, piú chʼaltrove, troppa»; e

di questo non si dee alcun maravigliare, percioché pochi son quelli

che in questo vizio, che quivi si punisce, non pecchino. E poi dice a

qual tormento questa gente cotanta è dannata, dicendo: «E dʼuna parte

e dʼaltra con grandʼurli», cioè a destra e a sinistra, miseramente

per la fatica e per lo dolore urlando, sí come appresso piú chiaro si

dimostrerá, «Voltando pesi» gravissimi «per forza di poppa», cioè del

petto (ponendo qui la parte per lo tutto), «Percotevansi incontro»,

cioè lʼun contro allʼaltro con questi pesi, li quali per forza

voltavano, «e poscia», che percossi sʼerano, «pur lí», cioè in quello

medesimo luogo, «Si rivolgea ciascun, voltando a retro», cioè per quel

medesimo sentiero che venuti erano: in questo voltare, «Gridando»,

quegli dellʼuna parte incontro allʼaltra:—«Perché tieni?»;—e incontro

a questa gridava lʼaltra:—«E perché burli?»—cioè getti via. «Cosi

tornavan», come percossi sʼerano e avean gridato, «per lo cerchio

tetro».

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 17 / 25 段