desta», cioè non si rileva piú; e cosí pare che, tra lʼaltre pene che
i golosi hanno, abbiano ancora che qual si leva o parla, per alcuna
cagione, come ricaduto è, piú di qui al dí del Giudicio non si possa
levare né parlare; «Di qua dal suon dellʼangelica tromba», cioè di
qua dal dí del Giudicio, quando un agnolo mandato da Dio verrá, e con
altissima voce, quasi sia una tromba, eʼ dirá:—«_Surgite, mortui, et
venite ad iudicium_»;—«Quando vedrá», ed egli e gli altri dannati,
«la nimica podestá», cioè Cristo, in cui il Padre ha commessa ogni
podestá. E non vedranno i dannati Cristo nella maestá divina, ma il
vedranno nella sua umanitá, e parrá loro lui essere turbato verso di
loro, come contra nemici: [ma ciò non fia vero, percioché il giusto
giudice, come sará ed è Cristo, non si commuove contro a colui il
quale ha offeso; percioché, se egli facesse questo, parrebbe che egli
animosamente venisse alla sentenza. Ma questo è il costume di coloro
che hanno offeso, che, come sentono dire cosa che gli trafigga, cosí si
turbano; e come sono turbati essi, cosí par loro che sia turbato colui
che meritamente gli riprende.]
E seguisce, al suono dellʼangelica tromba, che «Ciascuno rivedrá la
trista tomba». Dice «rivedrá», risurgendo, e chiamala «trista tomba»,
cioè sventurata sepoltura, in quanto ella è stata guardatrice di
ceneri, le quali deono risurgere a perpetuo tormento. «Ripiglierá sua
carne e sua figura», e questo non per lor forza, ma per divina potenza,
[sará loro in questo cortese, non per lor bene o consolazione, ma
accioché il corpo, il quale fu strumento dellʼanima a commettere le
colpe per le quali è dannata, sostenga insieme con quella tormento;] e,
ripreso il corpo, ciascuno «Udirá quel che in eterno rimbomba», cioè
risuona (e pone il presente per lo futuro), e questo sará la sentenza
di Dio, nella quale Cristo dirá aʼ dannati:—«_Ite maledicti in ignem
aeternum_»,—ecc., le quali parole in eterno non caderanno della mente
loro.
«Sí trapassammo». Qui comincia la quarta parte del presente canto,
nella quale lʼautore muove un dubbio a Virgilio, e scrive la soluzion
di quello. Dice adunque: «Sí», cioè cosí ragionando, «trapassammo»,
lasciato Ciacco, «per sozza mistura Dellʼombre e della pioggia», la
quale, essendo, come di sopra è detto, da se medesima sozza, piú sozza
ancora diveniva per la terra, la qual putiva, ricevendo la pioggia; «a
passi lenti», forse per lo ragionare, o per lo luogo che non pativa che
molto prestamente vi si potesse andare per uom vivo; «Toccando un poco
la vita futura», cioè ragionando della futura vita. E questo mostra
fosse intorno alla resurrezione deʼ corpi, sí per le parole passate, e
sí ancora per quello che appare nel dubbio mosso dallʼautore.
«Perchʼio dissi:—Maestro», continuandomi a quello che della futura
vita ragionavamo, «esti tormenti», li quali io veggio in queste
anime dannate, «Cresceranno ei dopo la gran sentenza», data da Dio
nellʼultimo e universal giudicio, «O fien minori», che al presente
sieno, «o saran sí cocenti»,—come sono al presente?
«Ed egli a me» (_supple_) rispose:—«Ritorna a tua scienza», alla
filosofia, «Che vuol, quanto la cosa è piú perfetta, Piú senta il bene,
e cosí la doglienza». E questoʼ ci è tutto il dí manifesto, percioché
noi veggiamo in un giovane sano e ben disposto parergli le buone cose
piacevoli e saporite, dove ad uno infermo, nel quale è molta meno
perfezion che nel sano, parranno amare e spiacevoli; vedrem similmente
un giovane sano con gravissima doglia sentire ogni piccola puntura,
dove un gravemente malato, appena sente le tagliature e glʼincendi
molte volte fattigli nella persona: e cosí adunque, sí come séguita,
dobbiam credere dovere avvenire aʼ dannati, quando i corpi avranno
riavuti, in quanto avrá il tormento in che farsi piú sentire.
«Tutto», cioè avvegna, «che questa gente maladetta», cioè i dannati,
«In vera perfezion». «Perfezione» è un nome il quale sempre suona in
bene e in aumento della cosa, la quale di non perfetta divien perfetta:
e, percioché neʼ dannati non può perfezione essere alcuna, e per questo
per riavere i corpi non saranno piú perfetti, ma piú tosto diminuiti,
dice lʼautore: «In vera perfezion giammai non vada». Andrá adunque
non in perfezione, ma in alcuna similitudine di perfezione, in quanto
riavranno i corpi cosí come gli riavranno i beati; ma i beati gli
riavranno in aumento di gloria, dove i dannati gli riavranno in aumento
di tormento e di pena, la quale è diminuzione di perfezione. «Di lá»,
cioè dalla sentenzia di Dio, «piú che di qua», dalla detta sentenzia,
«essere aspetta»,—in maggior pena; cioè aspetta, dopo i corpi riavuti,
molta maggior pena che essi non hanno o avranno infino al dí che i
corpi riprenderanno.
«Noi aggirammo». Qui comincia la quinta e ultima parte nella quale
lʼautor mostra dove pervenissero. E dice: «Noi aggirammo a tondo quella
strada», e dice «a tondo», percioché ritondo è quello luogo, come
molte volte è stato detto; «Parlando piú assai chʼio non ridico», pure
intorno alla vita futura; «Venimmo al punto», cioè al luogo, «dove si
disgrada», per discendere nel quarto cerchio dello ʼnferno. «Quivi
trovammo Pluto il gran nemico», cioè il gran dimonio.
Il qual Pluto, chi egli sia, racconteremo nel canto seguente. Nondimeno
il chiama qui lʼautore avvedutamente «il gran nimico», in quanto,
come si dirá appresso, esso significa le ricchezze terrene, le quali
in tanto sono aʼ mortali grandissime nimiche, in quanto impediscono
il possessor di quelle a dover potere intrare in paradiso; dicendo
Cristo nellʼEvangelio: essere piú malagevol cosa ad un ricco entrare
in paradiso che ad un cammello entrare per la cruna dellʼago. [Le
quali parole piú chiaramente che il testo non suona esponendo, secondo
che ad alcun dottor piace, si deono intendere cosí: cioè essere in
Ierusalem stata una porta chiamata Cruna dʼago, sí piccola, che senza
scaricare della sua soma il cammello, entrar non vi potea, ma scaricato
vʼentrava. E cosí, moralmente esponendo, è di necessitá al ricco, cioè
allʼabbondante di qualunque sustanza, ma in singularitá delle ricchezze
male acquistate, di porre la soma di quelle giuso, se entrare vogliono
in paradiso, lʼentrata del quale è strettissima. Se adunque esse
impediscono il nostro entrare in tanta beatitudine, meritamente dir si
possono grandissime nostre nemiche, ecc.]
II
SENSO ALLEGORICO
[Nota: Lez. XXV]
«Al tornar della mente che si chiuse», ecc. Nel principio di questo
canto lʼautore, sí come di sopra ha fatto negli altri, cosí si continua
alle cose seguenti. Mostrògli nel precedente canto la ragione, come
i lussuriosi, li quali nellʼira di Dio muoiono, sieno dalla divina
giustizia puniti; e percioché la colpa della gola è piú grave che il
peccato della lussuria, in quanto la gola è cagione della lussuria, e
non _e converso_, gli dimostra in questo terzo cerchio la ragione, come
il giudicio di Dio con eterno supplicio punisca i golosi.
A detestazion deʼ quali, e accioché piú agevolmente si comprenda quello
che sotto la corteccia litterale è nascoso, alquanto piú di lontano
cominceremo.
Creò il Nostro Signore il mondo e ogni creatura che in quello è; e,
separate lʼacque, e quelle, oltre allʼuniversal fonte, per molti fiumi
su per la terra divise, e prodotti gli alberi fruttiferi, lʼerbe e
gli animali, e di quegli riempiute lʼacque, lʼaere e le selve, tanto
fu cortese aʼ nostri primi parenti, che, non ostante che contro al
suo comandamento avessero adoperato, ed esso per quello gli avesse di
paradiso cacciati, tutte le sopradette cose da lui prodotte sottomise
alli lor piedi, sí come dice il salmista: «_Omnia subiecisti sub
pedibus eius, oves et boves et universa pecora campi, et volucres
caeli, et pisces maris, qui perambulant semilas maris_»; e, come
queste, cosí molto maggiormente i frutti prodotti dalla terra, di
sua spontanea volontá germinante. Per la qual cosa con assai leggier
fatica, sí come per molti si crede, per molti secoli si nutricò e
visse innocua lʼumana generazione dopo ʼl diluvio universale. I cibi
della quale furono le ghiande, il sapor delle quali era aʼ rozzi
popoli non men soave al gusto, che oggi sia aʼ golosi di qualunque
piú morbido pane; le mele salvatiche, le castagne, i fichi, le noci e
mille spezie di frutti, deʼ quali cosí come spontanei producitori erano
gli alberi, cosí similemente liberalissimi donatori. Erano, oltre a
ciò, le radici dellʼerbe, lʼerbe medesime piene dʼinfiniti, salutevoli
non men che dilettevoli, sapori; e le domestiche gregge delle pecore,
delle capre, deʼ buoi prestavan loro abbondevolmente latte, carne,
vestimenti e calzamenti, senza alcun servigio di beccaro, di sarto
o di calzolaio; oltre a ciò, lʼapi, sollecito animale, senza alcuna
ingiuria riceverne, amministravano a quegli i fiari pieni di mèle; e la
loro naturale piú tosto che provocata sete saziavano le chiare fonti,
i ruscelletti argentei e gli abbondantissimi fiumi. E a queste prime
genti le recenti ombre deʼ pini, delle querce, degli olmi e degli altri
arbori temperavano i calori estivi, e i grandissimi fuochi toglievan
via la noia deʼ ghiacci, delle brine, delle nevi e dei freddi tempi;
le spelunche deʼ monti, dalle mani della natura fabbricate, daʼ venti
impetuosi e dalle piove gli difendeano, e sola la serenitá del cielo, e
i fioriti e verdeggianti prati dilettavan gli occhi loro. Niun pensiero
di guerra, di navicazione, di mercatanzia o dʼarte gli stimolava;
ciascuno era contento in quel luogo finir la vita, dove cominciata
lʼavea. Niuno ornamento appetivano, niuna quistione aveano, né era tra
loro bomere, né falce, né coltello, né lancia. I loro esercizi erano
intorno aʼ giuochi pastorali o in conservar le greggi, delle quali
alcun comodo si vedeano. Era in queʼ tempi la pudicizia delle femmine
salva e onorata; la vita in ciascuna sua parte sobria e temperata e,
senza alcuno aiuto di medico o di medicina, sana; lʼetá deʼ giovani
robusta e solida, e la vecchiezza deʼ lor maggiori venerabile e
riposata. Non si sapeva che invidia si fosse, non avarizia, non
malizia o falsitá alcuna, ma santa e immaculata semplicitá neʼ petti
di tutti abitava; per che meritamente, secondo che i poeti questa etá
discrivono, «aurea» si potea chiamare.
Ma, poi che, per suggestion diabolica, sí come io credo, cominciò
tacitamente neʼ cuori dʼalcuni ad entrare lʼambizione, e quinci il
disiderio di trascendere a piú esquisita vita, venne Cerere, la quale
appo Eleusia e in Sicilia prima mostrò il lavorío della terra, il
ricogliere il grano e fare il pane: Bacco recò dʼIndia il mescolare
il vino col mèle, e fare i beveraggi piú dilicati che lʼusato; e con
appetito non sobrio, come il passato, furon cominciate a gustare le
cortecce degli alberi indiani, le radici eʼ sughi di certe piante, e
quelle a mescolare insieme, e a confondere nel mèle i sapori naturali,
e a trovare gli accidentali con industria: furono incontanente avute in
dispregio le ghiande. Similmente, avendo alcuni, in lor danno divenuti
ingegnosi, trovato modo di tirare in terra con reti i gran pesci del
mare, e di ritenere neʼ boschi le fiere, e ancora dʼingannare gli
uccegli del cielo; furon da parte lasciati i lacciuoli e gli ami, e la
terra riposatasi lungamente, cominciata a fendere, e ʼl mare a solcar
daʼ navili, e portare dʼun luogo in un altro, e recare, i viziosi
princípi: si mutaron con esercizi gli animi. E giá in gran parte, sí
come piú atta a ciò, Asia sí per gli artifici di Sardanapalo, re degli
assiri, e sí per gli altrui, da questa dannosa colpa della gola, come
lo ʼncendio suol comprender le parti circostanti, cosí lʼEgitto, cosí
la Grecia tutta comprese, in tanto che giá non solamente neʼ maggiori,
ma eziandio nel vulgo erano venuti i dilicati cibi e ʼl vino, e in ogni
cosa lasciata lʼantica simplicitá. Ultimamente, sparto giá per tutto
questo veleno, aglʼ italiani similmente pervenne; e credesi che di
quello i primi ricevitori fossero i capovani, percioché né Quinzi né
Curzi né Fabrizi né Papirii né gli altri questa ignominia sentivano;
e giá era perfetta la terza guerra macedonica, e vinto Antioco magno,
re dʼAsia e di Siria, da Scipione asiatico, quando primieramente il
cuocere divenne, di mestiere, arte.
È intra ʼl mestiere e lʼarte questa differenza, che il mestiere è uno
esercizio, nel quale niuna opera manuale, che dallo ʼngegno proceda,
sʼadopera, sí come è il cambiatore, il quale nel suo esercizio non
fa altro che dare danari per danari; o come era in Roma il cuocere
aʼ tempi che io dico, neʼ quali si metteva la carne nella caldaia, e
quel servo della casa, il quale era meno utile agli altri servigi,
faceva tanto fuoco sotto la caldaia, che la carne diveniva tenera a
poterla rompere e tritar coʼ denti. Arte è quella intorno alla quale
non solamente lʼopera manuale, ma ancora lo ʼngegno e la ʼndustria
dellʼartefice sʼadopera, sí come è il comporre una statua, dove, a
doverla proporzionare debitamente, si fatica molto lo ʼngegno; e sí
come è il cuocere oggi, al quale non basta far bollir la caldaia, ma vi
si richiede lʼartificio del cuoco, in fare che quel, che si cuoce, sia
saporito, sia odorifero, sia bello allʼocchio, non abbia alcun sapore
noioso al gusto, come sarebbe o troppo salato o troppo acetoso o troppo
forte di spezie, o del contrario a queste; o sapesse di fumo o di
fritto o di sapor simile, del quale il gusto è schifo.
Era dunque, al tempo di sopra detto, mestiere ancora il cuocere in
Roma, in che appare la modestia e la sobrietá loro; ma, poi che le
ricchezze eʼ costumi asiatichi vʼentrarono, con grandissimo danno del
romano imperio, di mestiere, arte divenne; essendone, secondo che
alcuni credono, inventore uno il quale fu appellato Apicio: e quindi si
sparse per tutto, accioché i membri dal capo non fosser diversi; e non
che le ghiande eʼ salvatichi pomi e lʼerbe o le fontane eʼ rivi fossero
in dispregio avute, ma eʼ furono ancora poco prezzati i familiari
irritamenti della gola: e per tutto si mandava per gli uccelli, per le
cacciagioni, per li pesci strani, e quanto piú venien di lontano, tanto
di quegli pareva piú prezzato il sapore. Né fu assai aʼ golosi miseri
lʼavere i lacciuoli, le reti e gli ami tesi per tutto il mondo, alle
cose le quali dovevano poter dilettare la gola ed empiere il ventre
misero, ma diedero e dánno opera che nelle cose, le quali sé eʼ loro
deono corrompere, fossero gli odori arabici, accioché, confortato il
naso, e per lo naso il cerebro, lui rendessero piú forte allʼingiurie
deʼ vapori surgenti dallo stomaco, e lʼappetito piú fervente al
disiderio del consumare. Né furono ancora contenti aʼ cibi soli, ma
dove lʼacqua solea salutiferamente spegner la sete, trovati infiniti
modi dʼaccenderla, a dileticarla non a consumarla, varie e molte spezie
di vini hanno trovate; e, non bastando i sapori vari che la varietá
deʼ terreni e delle regioni danno loro, ancora con misture varie
gli trasformano in varie spezie di sapore e di colore. E, accioché
piú lungo spazio prender possano ad empiere il tristo sacco, hanno
introdotto che neʼ triclini, nelle sale, alle mense sieno intromessi
i cantatori, i sonatori, i trastullatori e i buffoni, e, oltre a ciò,
mille maniere di confabulazioni neʼ lor conviti, accioché la sete non
cessi. Se i familiari ragionamenti venisser meno, si ragiona, come
Iddio vuole, in che guisa il cielo si gira, delle macchie del corpo
della luna, della varietá degli elementi; e da questi subitamente si
trasvá alle spezie deʼ beveraggi che usano glʼindiani, alle qualita deʼ
vini che nascono nel Mar maggiore, al sapore degli spagnuoli, al colore
deʼ galli, alla soavitá deʼ cretici: né passa intera alcuna novelletta
di queste, che rinfrescare i vini eʼ vasi non si comandi. Ed è tanto
questa maladizione di secolo in secolo, dʼetá in etá perseverata e
discesa, che infino aʼ nostri tempi, con molte maggior forze che neʼ
passati, è pervenuta; e, secondo il mio giudicio, dove che abbia ella
molto potuto, o molto possa, alcuno luogo non credo che sia, dove ella
con piú fervore eserciti, stimoli e vinca gli appetiti, che ella fa
appo i toscani; e forse non men che altrove appo i nostri cittadini nel
tempo presente. Con dolore il dico: e, se lʼautore non avesse solamente
Ciacco, nostro cittadino, essere dannato per questo vituperevol vizio,
nominato, forse senza alcuna cosa dire del nostro esecrabile costume
mi passerei. Questo, adunque, mi trae a dimostrare la nostra dannosa
colpa, accioché coloro, li quali credono che dentro aʼ luoghi riposti
delle lor case non passino gli occhi della divina vendetta, con meco
insieme, e con gli altri, sʼavveggano e arrossino della disonestá la
quale usano. Intorno a questo peccato, non quanto si converrebbe, ma
pure alcuna cosa ne dirò.
È adunque in tanto moltiplicato e cresciuto appo noi, per quel che a
me paia, lʼeccesso della gola, che quasi alcuno atto non ci si fa,
né nelle cose publiche né nelle private, che a mangiare o a bere
non riesca. [In questo i denari publici sono dagli uficiali publici
trangugiati, lʼestorsioni dellʼarti e neʼ sindacati, il mobile deʼ
debitori dovuto alle vedove e aʼ pupilli, le limosine lasciate aʼ
poveri e alle fraternite, lʼesecuzioni testamentarie, le quistioni
arbitrarie, e a qualunque altra pietosa cosa, non solamente i laici,
ma ancora li religiosi divorano.] E questo miserabile atto non ci si
fa come tra cittadino e cittadino far si solea, anzi è tanto dʼogni
convenevolezza trapassato il segno, che gli apparati reali, le mense
pontificali, gli splendori imperiali sono da noi stati lasciati a
dietro; né ad alcuna, quantunque grande spesa, quantunque disutile,
quantunque superba sia, si riguarda; ogni modo, ogni misura, ogni
convenevolezza è pretermessa. Vegnono oggi neʼ nostri conviti le
confezioni oltremarine, le cacciagioni transalpine, i pesci marini
non dʼuna ma di molte maniere; e son di quegli, che, senza vergogna,
dʼoro velano i colori delle carni, con vigilante cura e con industrioso
artificio cotte. Lascio stare glʼintramessi, il numero delle vivande,
[i savori] di sapori e di color diversissimi, e le importabili some deʼ
taglieri carichi di vivande tra poche persone messi, le quali son tante
e tali, che non dico i servidori, che le portano, ma le mense, sopra
le quali poste sono, sotto di fatica vi sudano. Né è penna che stanca
non fosse, volendo i trebbiani, i grechi, le ribole, le malvagíe,
le vernacce e mille altre maniere di vini preziosi discrivere. E or
volesse Iddio che solo aʼ principi della cittá questo inconveniente
avvenisse; ma tanto è in tutti la caligine della ignoranza sparta,
che coloro ancora, li quali e la nazione e lo stato ha fatti minori,
queste medesime magnificenze, anzi pazzie, trovandosi il luogo da
ciò, appetiscono e vogliono come i maggiori. In queste cosí oneste
e sobrie commessazioni, o conviti che vogliam dire, come i ventri
sʼempiano, come tumultuino gli stomachi, come fummino i cerebri, come
i cuori infiammino, assai leggier cosa è da comprendere a chi vi vuole
riguardare. In queste insuperbiscono i poveri, i ricchi divengono
intollerabili, i savi bestiali; per le quali cose vi si tumultua,
millantavisi, dicevisi male dʼogni uomo e di Dio; e talvolta, non
potendo lo stomaco sostenere il soperchio, non altramente che faccia
il cane, sozzamente si vòta quello che ingordamente sʼè insaccato;
e in queste medesime cosí laudevoli cene sʼordina e solida lo stato
della republica, diffinisconsi le quistioni, compongonsi lʼopportunitá
cittadine e i fatti delle singular persone; ma il come, nel giudicio
deʼ savi rimanga. In queste si condanna e assolve cui il vino conforta,
o cui lʼampiezza delle vivande aiuta o disaiuta: e coloro, aʼ quali
i prieghi unti e spumanti di vino sono intercessori, procuratori o
avvocati, le piú delle volte ottengono nelle lor bisogne.
Che fine questo costume si debba avere, Iddio il sa; credo io che egli
da esso molto offeso sia.
Ma, che che esso alle misere anime sʼapparecchi nellʼaltra vita, è
assai manifesto lui aʼ corpi essere assai nocivo nella presente.
Percioché, se noi vorrem riguardare, noi vedremo coloro, che lʼusano,
essere per lo troppo cibo e per lo soperchio bere perduti del corpo,
e innanzi tempo divenir vecchi; perdoché il molto cibo vince le forze
dello stomaco, intanto che, non potendo cuocere ciò che dentro cacciato
vʼè per conforto del non ordinato appetito e dal diletto del gusto,
convien che rimanga crudo, e questa crudezza manda fuori rutti fiatosi,
tiene afflitti i miseri che la intrinseca passion sentono, raffredda e
contrae i nervi, corrompe lo stomaco, genera umori putridi; i quali,
per ogni parte del corpo col sangue corrotto trasportati, debilitan
le giunture, creano le podagre, fanno lʼuom paralitico, fanno gli
occhi rossi, marcidi e lagrimosi, il viso malsano e di cattivo colore,
le mani tremanti, la lingua balbuziente, i passi disordinati, il
fiato odibile e fetido; senza che essi, e meritamente e senza modo,
tormentano il fianco di questi miseri che nel divorare si dilettano.
Per le quali passioni i dolenti spesse volte gridano, bestemmiano,
urlano e abbaiano come cani. Cosí adunque la rozza sobrietá, la rustica
simplicitá, la santa onestá degli antichi, le ghiande, le fontane,
gli esercizi e la libera vita è permutata in cosí dissoluta ingluvie,
ebrietá e tumultuosa miseria, come dimostrato è. Per che possiam
comprendere lʼautore sentitamente aver detto: «la dannosa colpa della
gola»; la quale ancora piú dannosa cognosceremo, se guarderemo e aʼ
publici danni e aʼ privati, deʼ quali ella è per lo passato stata
cagione.
I primi nostri padri, sí come noi leggiamo nel principio del Genesi,
gustarono del legno proibito loro da Dio, e per questo da lui medesimo
furon cacciati del paradiso, e noi con loro insieme; e, oltre a ciò,
per questo a sé e a noi procurarono la temporal morte e lʼeterna,
se Cristo stato non fosse. Esaú per la ghiottornia delle lenti, le
quali, tornando da cacciare, vide a Iacob suo fratello, perdé la sua
primogenitura. Ionatas, figliuolo di Saul re, per lʼavere con la
sommitá dʼuna verga, la quale aveva in mano, gustato dʼun fiaro di
mèle, meritò che in lui fosse la sentenza della morte dettata. Certi
sacerdoti, per aver gustati i sacrifici della mensa di Bel, furono il
dí seguente tutti uccisi. E quel ricco del quale noi leggiamo nello
Evangelio, il qual continuo splendidamente mangiava, fu seppellito in
inferno. Come i troiani si diedono in sul mangiare e in sul bere e in
far festa, cosí furon daʼ greci presi; e quel, che lʼarme e lʼassedio
sostenuto dieci anni non avean potuto fare, feciono i cibi e ʼl vino
dʼuna cena. I figliuoli di Iob, mangiando e bevendo con le lor sorelle,
furon dalla ruina delle lor medesime case oppressi e morti. La robusta
gente dʼAnnibale, la quale né il lungo cammino, né i freddi dellʼAlpi,
né lʼarmi deʼ romani non avean mai potuto vincere, daʼ cibi e dal vino
deʼ capovani furono effeminati, e poi molte volte vinti e uccisi.
Noé, avendo gustato il vino e inebriatosi, fu nel suo tabernacolo
da Cam, suo figliuolo, veduto disonestamente dormire e ischernito.
Lot, per avere men che debitamente bevuto, ebbro fu dalle figliuole
recato a giacer con loro. Sisara, bevuto il latte di mano di Iabel
e addormentatosi, fu da lei, con uno aguto fittogli per le tempie,
ucciso. Leonida spartano ebbe, tutta una notte e parte del seguente dí,
spazio di uccidere e di tagliare insieme coʼ suoi compagni lʼesercito
di Serse, seppellito nel vino e nel sonno. Oloferne, avendo molto
bevuto, diede ampissimo spazio dʼuccidersi a Iudit. E le figliuole
di Prito, re degli argivi, per lo soperchio bere vennero in tanta
bestialitá, che esse estimavano dʼessere vacche.