«Ed egli a me», rispuose cosí:—«La tua cittá», cioè Firenze, della

qual tu seʼ, «chʼè piena Dʼinvidia», ed énne piena «sí, che giá

trabocca il sacco»; quasi voglia dire: ella nʼè sí piena, che ella

non la può dentro a sé tenere, per la gran quantitá conviene che si

versi di fuori, cioè si pervenga agli effetti, li quali dalla invidia

procedono. E questo dice costui, percioché, tra lʼaltre invidie che in

Firenze erano, ve nʼera una, la quale gittò molto danno alla cittá, e

massimamente a quella parte alla quale era portata; e questa era la

ʼnvidia, la quale portava la famiglia deʼ Donati alla famiglia deʼ

Cerchi; percioché dove i Donati erano delle sustanze temporali anzi

disagiati gentiliuomini che no, vedendosi tutto dí davanti, sí come

vicini in cittá e in contado, la famiglia deʼ Cerchi, li quali in quei

tempi erano mercatanti grandissimi, e tutti ricchi e morbidi e vezzosi,

e, oltre a ciò, nel reggimento della cittá e nello stato potentissimi,

avevano e alle ricchezze e allo stato loro invidia; e aveanne tanta

che, comʼè detto, non potendola dentro piú tenere, non molto poi con

dolorosi effetti la versaron fuori. «Seco mi tenne», sí come cittadino,

«in la vita serena», cioè in questa vita mortale, la quale chiama

«serena», cioè chiara, per rispetto a quella nella quale dannato

dimorava.

[Nota: Lez. XXIV]

«Voi cittadini», di Firenze, «mi chiamaste Ciacco». Fu costui uomo non

del tutto di corte; ma, percioché poco avea da spendere, ed erasi, come

egli stesso dice, dato del tutto al vizio della gola, [era morditore

di parole, e] le sue usanze erano sempre coʼ gentiliuomini e ricchi, e

massimamente con quegli che splendidamente e delicatamente mangiavano e

beveano, daʼ quali se chiamato era a mangiare, vʼandava, e similmente

se invitato non era, esso medesimo sʼinvitava. Ed era per questo

vizio notissimo uomo a tutti i fiorentini; senza che, fuor di questo,

egli era costumato uomo, secondo la sua condizione, ed eloquente e

affabile e di buon sentimento; per le quali cose era assai volentieri

da qualunque gentileuomo ricevuto. «Per la dannosa colpa della gola,

Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco»; cioè in questo tormento mi

rompo. Pioveva quivi, come di sopra è detto, grandine grossa, la quale,

agramente percotendogli, tutti gli rompea; e dice che ciò gli avvenia

«per la dannosa colpa della gola», nelle quali parole manifesta qual

vizio in questo terzo cerchio dellʼinferno sia punito, che ancora per

infino a qui apparito non era, chiamando il vizio della gola «dannosa

colpa»: e questo non senza cagione, percioché dannosissimo vizio è, sí

come piú distesamente si mostrerá appresso nella esposizione allegorica.

«Ed io anima trista»; e veramente è trista lʼanima di chi a sí fatta

perdizion viene, «non son sola»; quasi voglia dire, non vorreʼ che tu

credessi che io solo fossi nel mondo stato ghiotto, perciò «Che tutte

queste», le quali tu vedi in questo luogo dintorno a me, «a simil pena

stanno», che fo io, e «Per simil colpa»—cioè per lo vizio della gola:

«e», detto questo, «piú non feʼ parola».

«Io gli risposi», cioè gli dissi:—«Ciacco, il tuo affanno», il quale

tu sostieni per la dannosa colpa della gola, «Mi pesa sí», cioè tanto,

«chʼa lagrimar mʼinvita»: e mostra qui lʼautore dʼaver compassione di

lui, accioché egli sel faccia benivolo a dovergli rispondere di ciò

che intende di domandare. E nondimeno, quantunque dica «a lacrimar

mʼinvita», non dice perciò che lacrimasse; volendo, per questo,

mostrarne lui non essere stato di questo vizio maculato, ma pure

alcuna volta essere stato da lui per appetito incitato, e perciò non

pena, ma alcuna compassione in rimorsione del suo non pieno peccato ne

dimostra. E però segue: «Ma dimmi, se tu sai, a che», fine, «verranno

i cittadin», cioè i fiorentini, «della cittá partita»; peroché in

queʼ tempi Firenze era tutta divisa in due sètte, delle quali lʼuna

si chiamavano Bianchi e lʼaltra Neri; ed era caporale della setta deʼ

Bianchi messer Vieri deʼ Cerchi, e di quella deʼ Neri messer Corso

Donati; ed era questa maladizione venuta da Pistoia, dove nata era

in una medesima famiglia chiamata Cancellieri: e dimmi «Sʼalcun vʼè

giusto», nella cittá partita, il quale riguardi al ben comune e non

alla singularitá dʼalcuna setta; «e dimmi la cagione, Perché lʼha tanta

discordia assalita».—Domandalo adunque lʼautore di tre cose, alle

quali Ciacco secondo lʼordine della domanda successivamente risponde.

«Ed egli a me» (_supple_) rispose alla prima:—«Dopo lunga tencione»,

cioè dopo lunga riotta di parole, «Verranno al sangue», cioè

fedirannosi e ucciderannosi insieme.

Il che poco appresso addivenne: percioché, andando per la terra alcuni

delle dette sètte, tutti andavano bene accompagnati e a riguardo, e

cosí avvenne che, la sera di calendimaggio milletrecento, faccendosi

in su la piazza di Santa Trinitá un gran ballo di donne, che giovani

dellʼuna setta e dellʼaltra a cavallo e bene in concio sopravvennero

a questo ballo; e quivi primieramente cominciarono lʼuna parte a

sospignere lʼaltra, e da questo vennero a sconce parole, e ultimamente,

cominciatavisi una gran zuffa tra loro e lor seguaci e, dalle mani

venuti aʼ ferri, molti vi furono fediti, e tra gli altri fu fedito

Ricovero di messer Ricovero dei Cerchi, e fugli tagliato il naso,

di che tutta la cittá fu sommossa ad arme. E non finí in questo il

malvagio cominciamento, percioché in questo medesimo anno in simili

riscontri pervenuti, sanguinosamente si combatterono le dette sètte.

«E la parte selvaggia», cioè la Bianca, la quale chiama «selvaggia»,

percioché messer Vieri deʼ Cerchi, il quale era, come detto è, capo

della parte Bianca, eʼ suoi consorti, erano tutti ricchi e agiati

uomini, e per questo erano non solamente superbi e alti eri, ma egli

erano salvatichetti intorno aʼ costumi cittadineschi, percioché non

erano accostanti allʼusanze degli uomini, né gli careggiavano, come per

avventura faceva la parte avversa, la quale era piú povera: «Caccerá

lʼaltra» parte. Né si vuole intendere qui che di Firenze cacciasse la

parte Bianca la Nera, come che alcuni ne fosser mandati dal Comune in

esilio, perché non avean di che pagare le condannagioni dagli uficiali

del Comune fatte per li loro eccessi; ma intende lʼautor qui che la

parte selvaggia, cioè Bianca, caccerá la parte Nera del reggimento

dello stato del Comune, come essi fecero; e ciò avvenne, «con molta

offensione», in quanto, oltre agli altri mali e oppressioni ricevute

daʼ Neri, furono le condannagioni pecuniarie grandissime, tanto piú

gravi aʼ Neri che aʼ Bianchi, quanto aveano meno da pagare, perché

poveri erano per rispetto deʼ Bianchi.

«Poi appresso», cioè dopo tutto questo, «convien che questa», parte

selvaggia, «caggia», dello stato e della maggioranza: e questo avverrá,

«Infra tre soli», cioè infra lo spazio di tre anni; percioché il sole

circuisce tutto il zodiaco in trecentosessantacinque dí e un quarto,

li quali noi chiamiamo «uno anno»: e questo medesimo spazio di tempo

alcuna volta si chiama «un sole», cioè il circuito intero dʼun sole. E

dice «infra tre soli», percioché non si compiè il terzo circuito del

sole, che quello addivenne che egli qui vuol mostrare di profetezzare,

il che appare esser vero; percioché, vedendosi i Neri opprimer dalla

parte Bianca, nʼandò messer Corso Donati in corte di Roma a papa

Bonifazio ottavo, e con piú altri suoi aderenti pregarono il papa gli

piacesse di muovere alcuno deʼ reali di Francia, il quale venisse a

Firenze a doverla racconciare, poiché per messer Matteo dʼAcquasparta

cardinale e legato di papa non sʼera potuta racconciare, non volendo

i Bianchi ubbidire al detto legato. Per li prieghi deʼ quali, non

avendo il papa potuto pacificare messer Vieri con messer Corso, per

la superbia di messer Vieri; il papa mandò in Francia al re Filippo,

il quale ad istanza del detto papa mandò di qua messer Carlo di

Valois, suo fratello, il quale sotto nome di paciaro il papa mandò a

Firenze: e furono tali lʼopere sue, che, aʼ dí 4 dʼaprile 1302, tutti

i caporali di parte Bianca richiesti da messer Carlo per un trattato

il quale dovean tenere, contro al detto messer Carlo non comparirono,

anzi si partiron di Firenze: di che poi come ribelli condennati furono

da messer Carlo; e cosí il reggimento della cittá rimase tutto nella

parte Nera. Appare dunque, come Ciacco pronostica, la parte selvaggia

infra tre soli esser caduta e lʼaltra sormontata. [Nondimeno chi

questa istoria vuole pienamente sapere, legga la _Cronica_ di Giovanni

Villani, percioché in essa distesamente si pone.]

Séguita poi: «e che lʼaltra sormonti», cioè la parte Nera, la quale

sormontò, come mostrato è di sopra, «Per la forza di tal, che testé

piaggia». Dicesi appo i fiorentini colui «piaggiare», il quale mostra

di voler quello che egli non vuole, o di che egli non si cura che

avvenga: la qual cosa vogliono alcuni in questa discordia deʼ Bianchi

e deʼ Neri di Firenze aver fatta papa Bonifazio, cioè dʼaver mostrata

igual tenerezza di ciascuna delle parti e, per dovergli porre in pace,

avervi mandato il cardinal dʼAcquasparta, e poi messer Carlo di Valois:

ma ciò non essere stato vero, percioché lʼanimo tutto gli pendeva alla

parte Nera; e questo era per la obbedienza mostrata in queste cose

da messer Corso, dove messer Vieri era stato salvatico e duro: e per

questo, sí come egli volle e occultamente adoperò, furono da messer

Carlo tenuti i modi, li quali egli in queste cose tenne, come di sopra

appare: e perciò lʼautore dice essere stata depressa la parte Bianca ed

elevata la Nera, con la forza di tale, il quale in quel tempo, cioè nel

1300, piaggiava.

«Alte terrá», nel reggimento e nello stato, «lungo tempo le fronti»,

il quale «lungo tempo» non è ancora venuto meno, «Tenendo lʼaltra»,

parte cacciata, «sotto gravi pesi», sí come lo stare fuori di casa sua

in esilio, «Come che di ciò» che io predico, «pianga, e che nʼadonti»,

cioè tu Dante. Il quale, sí come altra volta è stato detto, fu della

parte Bianca, e con quella fu cacciato di Firenze, né mai poi vi

ritornò, e perciò ne piagnea, cioè se ne dolea, e adontavane, come

coloro fanno alli quali pare ricever torto.

«Giusti son due». Qui risponde Ciacco alla seconda domanda fatta

dallʼautore dove di sopra disse «sʼalcun vʼè giusto»: e dice che, intra

tanta moltitudine, vʼha due che son giusti. Quali questi due si sieno,

sarebbe grave lo ʼndovinare; nondimeno sono alcuni li quali, donde

che egli sel traggano, che voglion dire essere stato lʼuno lʼautor

medesimo, e lʼaltro Guido Cavalcanti, il quale era dʼuna medesima

setta con lui. «Ma non vi sono intesi», cioè non è alcun lor consiglio

creduto.

«Superbia, invidia ed avarizia sono Le tre faville cʼhanno i cuori

accesi».—Qui risponde Ciacco alla terza domanda fatta dallʼautore

di sopra, dove dice: «dimmi la cagione, Perché lʼha tanta discordia

assalita». E dice che tre vizi sono cagione della discordia: cioè

superbia, la quale era grande in messer Vieri e neʼ consorti suoi, per

le ricchezze e per lo stato il quale avevano; e per questo essendo male

accostevoli aʼ cittadini, e dispiacendone molto, in parte si generò

la discordia. Il secondo vizio e cagione della discordia dice essere

stata invidia, la quale sente lʼautore essere stata nella parte di

messer Corso, il quale a rispetto di messer Vieri era povero cavaliere,

ed era grande spenditore; per che veggendo sé povero e messer Vieri

ricco, gli portava invidia, come suole avvenire; ché sempre alle cose,

le quali piú felici sono stimate, è portata invidia. [E, oltre a ciò,

vʼera la preeminenza dello stato, al quale generalmente tutti coloro,

che in istato non si vedevano, portavano invidia: dalla quale invidia,

stimolante coloro li quali ella ardeva, furono aguzzati glʼingegni

e sospinti a trovar delle vie e deʼ modi, per li quali la discordia

sʼavanzò, e poi ne seguí quello chʼè mostrato.] Il terzo vizio dice

essere lʼavarizia, la quale consiste in tenere piú stretto che non si

conviene quello che lʼuom possiede, e in disiderare piú che non bisogna

altrui dʼavere; e cosí può essere stata, e nellʼuna parte e nellʼaltra,

cagione di discordia: nellʼuna, cioè nella Bianca, della quale erano

caporali i Cerchi, li quali erano tutti ricchi, e se per avventura

corteseggiato avessero coʼ lor vicini, come non faceano, non sarebbon

nate delle riotte che nacquero; e cosí nella parte Nera, se stati

fossero contenti a quello che loro era di bisogno, non avrebbon portata

invidia aʼ piú ricchi di loro, né disiderata la discordia, per potere

per quella pervenire ad occupare quello che loro non era di necessitá;

il che poi, rubando e scacciando, mostrarono nella partita deʼ loro

avversari. E cosí questi tre vizi sono le tre faville che hanno accesi

i cuori a discordia e a male adoperare.

«Qui pose fine», Ciacco, «al lacrimabil suono», cioè ragionamento;

e chiamalo «lacrimabile», percioché a molti fu dolorosissimo, e

cagione di povertá e di miseria e di pianto, e tra gli altri allʼautor

medesimo, il quale cadde dallo stato, nel quale era, in perpetuo

esilio. [Muovono alcuni in questa parte un dubbio, e dicon cosí,

che, conciosiacosaché singular grazia di Dio sia il prevedere le cose

future, e i dannati del tutto la divina grazia aver perduta, non pare

che convenientemente qui lʼautore induca lʼanima di Ciacco dannata a

dover predire le cose, le quali scrive gli predisse. Alla soluzione

del qual dubbio par che si possa cosí rispondere: esser vero alcuna

cosa non potersi fare che buona sia, senza la grazia di Dio, la qual

veramente i dannati hanno perduta; ma nondimeno concede Domeneddio

ad alcune delle sue creature nella loro creazione certe grazie, le

quali esso non toglie loro, quantunque queste creature, create da lui

buone, poi diventino perverse. Percioché noi possiam manifestamente

conoscere che, quantunque gli angeli, li quali per la loro superbia

furon cacciati di paradiso, quantunque da lui della beatitudine privati

fossero, non furon però privati della scienza, la quale nella loro

creazione avea loro conceduta; o vero che questa non fu lor lasciata

in alcuno lor bene, anzi in pena e in supplicio, percioché quanto

piú sanno, tanto piú conoscono la gloria la quale per loro difetto

perduta hanno, e per conseguente maggiore. supplicio sentono. E cosí

similemente crea Nostro Signore lʼanime nostre perfette e simiglianti a

sé; e, quantunque esse per le loro malvage operazioni perdano il poter

salire aʼ beni di vita eterna, non perdono perciò quelle dote che nella

lor creazione furono lor concedute da Dio, quantunque in danno di loro

siano lor lasciate da Dio. E le dote, le quali noi riceviamo da Dio,

sono molte, percioché esso ne dona la ragione, la volontá, il libero

arbitrio, e dánne la memoria, lʼeternitá e lo ʼntelletto, e in queste

cose ne fa simili a sé: le quali cose, quantunque nella sua ira moiamo,

in parte ne rimangono; tra le quali è quella parte della sua divinitá,

la quale conceduta nʼha. E se questa rimane aʼ dannati, meritamente

delle cose future si possono addomandare, ed essi ne posson rispondere:

per che non pare che lʼautore inconvenientemente abbia del futuro

addomandata lʼanima dannata. Ma che le predette dote ne sien concedute,

pare che si provi per la divina Scrittura, nella quale si legge quasi

nel principio del Genesi: «Dixit Deus:—Faciamus _hominem ad imaginem

et similitudinem nostram_».—E se fece egli questo, che il fece, dunque

abbiam noi le cose predette.]

[È il vero che queste cose furon concedute allʼanima e non al corpo,

percioché il corpo nostro non ha similitudine alcuna con Domeneddio:

percioché Domeneddio, come altra volta è detto, non ha né mani né piedi

né alcuna altra cosa corporea, quantunque la divina Scrittura questi

membri gli attribuisca, accioché i nostri ingegni da dimostrata forma

possan comprendere i misteri, che sotto questa forma la Scrittura

intende. Furono adunque concedute allʼanima, la quale esso per ciò

chiamò «uomo», perché ella è quella cosa per la quale è lʼuomo, mentre

ella sta congiunta col corpo. E di questi cosí magnifichi doni, come

che tutti gli eserciti lʼanima mentre viviamo, nondimeno alcuni

nʼesercita dopo la morte del corpo, come detto è: ma che la divinitá ne

sia conceduta, e che ella nelle nostre anime sia, in certe cose appare

vivendo noi, quantunque, essendo oppressa da questa gravitá del corpo,

rade volte e con difficultá le intervenga il potere sé esser divina

mostrare; nondimeno il dimostra talvolta dormendo, il corpo sobrio e

ben disposto e soluto dalle cure corporali, sí come Tullio ne dimostra

_in libro De divinatione_, in quanto, quasi alleviata neʼ sogni, ne

dimostra le cose future. Qual piú certa dimostrazione avrebbe alcuna

viva voce fatta a Simonide poeta, volente dʼuna parte in unʼaltra

navicare, che in sua salute gli fece la divinitá della sua anima nel

sonno vedere? Aveva il dí davanti Simonide seppellito un corpo, il

quale gittato dal mare in su il lito aveva trovato, la cui effigie gli

parve, dormendo, vedere, e udire da lui:—Simonide, non salire sopra

la nave, su la quale tu ti disponi dʼandare, percioché ella perirá con

quegli che su vi fieno in questo viaggio.—Per la qual cosa Simonide

sʼastenne; né molti dí passarono, che con certezza gli fu recitato

quella nave esser perita. Non fu similemente non una volta, ma due,

dimostrato nel sonno ad Astiage che ʼl figliuolo, il quale di Mandane,

sua unica figliuola, nascerebbe, il priverebbe dello imperio dʼAsia?

parendogli la prima volta che lʼorina della figliuola allagasse tutta

Asia, e la seconda che dalla parte genitale della figliuola usciva

una vite, i palmiti e le frondi della quale adombravan tutta Asia. E

di queste dimostrazioni si potrebbon narrare infinite, le quali per

certo, senza divino lume, né potrebbe conoscer lʼanima, né le potrebbe

mostrare. Similmente ancora, secondo che dice Tullio nel preallegato

libro, mostra lʼanima molto della sua divinitá, quando gravissimamente

infermi e debilitati siamo; percioché, quanto piú è il corpo debole,

piú pare che sia il vigor dellʼanima, e massimamente in quanto, per

lʼessere le forze corporali diminuite, non pare che possano gravar

lʼanima, come quando intere sono. E che lʼanima mostri la sua divinitá

vicina alla fine della vita del corpo, sʼè assai volte, non dormendo,

ma vegghiando veduto: e sí come esso Tullio recita sé da Possidonio,

famoso filosofo, avere avuto, che uno chiamato Modio, morendo, aver

nominato sei suoi equali amici, li quali disse dovere appresso di sé

morire, esprimendo qual primo e qual secondo e qual terzo, e cosí degli

altri; e ciò poi essere ordinatamente avvenuto. E un altro chiamato

Calano dʼIndia, essendo salito, nella presenza dʼAlessandro, re di

Macedonia, per morir volontariamente sopra il rogo, il quale prima avea

fatto, e domandandolo Alessandro se egli volesse che esso alcuna cosa

facesse, gli rispose:—Io ti vedrò di qui a pochi dí;—e quindi, fatto

accendere il rogo, si mori. Non istette guari che Alessandro morí in

Babillonia. E, se io ho il vero inteso, percioché in queʼ tempi io non

era, io odo che in questa cittá avvenne a molti nellʼanno pestifero

del milletrecentoquarantotto che, essendo soprapresi gli uomini dalla

peste e vicini alla morte, ne furon piú e piú, li quali deʼ loro

amici, chi uno e chi due e chi piú ne chiamò, dicendo:—vienne, tale e

tale,—deʼ quali chiamati e nominati, assai, secondo lʼordine tenuto

dal chiamatore, sʼeran morti e andatine appresso al chiamatore. Per

la qual cosa assai appare nellʼanime nostre essere alcuna divinitá, e

quella essere molto noiata da glʼimpedimenti corporali, e nondimeno,

come detto è, pur talvolta in alcuno atto mostrarla; e però, se questo

avviene essendo esse neʼ corpi legate, che dobbiam noi estimare che

esse debbano intorno a questa lor divinitá dover potere adoperare,

quando del tutto daʼ corpi libere sono? Eʼ non è dubbio che molto piú

la debban poter dimostrare. E perciò non pare inconveniente lʼautore

aver domandata lʼanima dannata, come altra volta è stato detto, delle

cose future, né essa averne risposto; come coloro, che il dubbio

moveano, volevan mostrare.]

[È il vero che il credere che alcuna anima dannata usasse questa sua

divinitá in alcuna sua consolazione, credo sarebbe contro alla veritá;

ma dobbiam credere che, se per virtú di questa divinitá essa prevede

alcuna felicitá dʼalcuno, questo essere ad accrescimento della sua

miseria, e cosí il prevedere glʼinfortuni, li quali afflizione e noia

gli debbono aggiugnere.]

«Ed io a lui», cioè a Ciacco, dissi:—«Ancor», oltre a ciò che detto

mʼhai, «voʼ che mʼinsegni», cioè dimostri, «E che di piú parlar mi

facci dono», dicendomi: «Farinata» degli Uberti «e ʼl Tegghiaio»,

Aldobrandi, «che fûr sí degni» dʼonore, quanto è al giudicio deʼ

volgari, li quali sempre secondo lʼapparenza delle cose esteriori

giudicano, senza guardare quello onde si muovono o che importino;

«Iacopo Rusticucci, Arrigo», Giandonati, «il Mosca», deʼ Lamberti.

Furono, questi, cinque onorevoli e famosi cavalieri e cittadini

di Firenze; e, perché i loro nomi paion degni di fama, di loro in

singularitá domanda lʼautore, dimostrando poi in generalitá degli altri.

«E gli altri», nostri cittadini, «che ʼn ben far», corteseggiando e

onorando altrui, non a ben fare secondo Iddio, «poser glʼingegni», cioè

ogni loro avvedimento e sollecitudine, «Dimmi», se tu il sai, «ove

sono», se son qui con teco o se sono in altra parte, «e faʼ chʼio gli

conosca»; quasi voglia dire: io non gli riconoscerei veggendogli, se

non come io non riconosceva te, tanto il brutto tormento, nel quale

seʼ, gli dee aver trasformati; «Ché gran disio mi strigne di sapere

Se ʼl ciel gli addolcia», cioè con dolcezza consola, «o lʼinferno gli

attosca»,—cioè riempie dʼamaritudine e di tormento.

«E quegli» (_supple_) rispose:—«Ei son», coloro deʼ quali tu domandi,

«tra lʼanime piú nere».

Creò Domeneddio Lucifero, splendido, chiaro e bello piú che altra

creatura, ma egli, per superbia peccando, divenne oscuro e tenebroso;

e cosí, producendo noi puri e perfetti, infino a tanto che noi non

pecchiamo, nella chiaritá della puritá dimoriamo; ma, tantosto che

noi pecchiamo, incomincia, partitasi la puritá, quella chiaritá,

che avevamo, a divenire oscura, e quanto piú pecchiamo, in maggiore

oscuritá divegnamo. E quinci dice Ciacco, coloro, deʼ quali lʼautore

domanda, essere tra «lʼanime piú nere», cioè piú oscure, e soggiugne

la cagione dicendo: «Diverse colpe giú gli grava al fondo». E dice

«diverse colpe», percioché per lo disonesto peccato della sogdomia

Tegghiaio Aldobrandi e lacopo Rusticucci son puniti dentro alla cittá

di Dite nel canto decimosesto di questo libro; Farinata per eresia nel

decimo canto; e ʼl Mosca, perché fu scismatico, nel canto ventottesimo.

I quali peccati, perché sono piú gravi assai, come si dimostrerá,

che non è la gola, gli aggrava e fa andare piú giuso verso il fondo

dellʼinferno. «Se tanto scendi», quanto essi son giuso, «gli potrai

vedere».

«Ma, quando tu sarai nel dolce mondo». Possiam da queste parole

comprendere quanta sia lʼamaritudine delle pene infernali, quando

questa anima chiama questo mondo «dolce», nel quale non è cosa alcuna,

altro che piena dʼangoscia, di tristizia e di miseria. «Pregoti chʼalla

mente altrui mi rechi», cioè mi ricordi. E qui ancora, per queste

parole, possiam comprendere quanta sia la dolcezza della fama, la

quale, quantunque alcun bene non potesse adoperare in costui, nondimeno

non lʼha potuta, per tormento che egli abbia, dimenticare, né eziandio

lasciare, che egli non addomandasse che lʼautore di lui, tornato di

qua, ragionasse e rivocasselo nella memoria alle genti. «Piú non ti

dico», cioè dʼaltro non ti priego, «e piú non ti rispondo»,—alle cose

delle quali domandato mʼhai.

«Li diritti occhi», coʼ quali infino a quel punto guardato avea

lʼautore, «torse allora in biechi», come dette ebbe queste parole; e

dice «in biechi», quasi «in guerci». «Guardommi un poco»: atto è di

coloro li quali, costretti da alcuna necessitá, piú non aspettan di

vedere coloro che davanti gli sono; «e poi chinò la testa. Cadde con

essa a par degli altri ciechi», cioè deʼ dannati a quella medesima

pena, che era dannato esso. E cognominagli «ciechi», percioché perduto

hanno il vedere intellettuale, col quale i beati veggono la presenza di

Dio.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 15 / 25 段