Ma, ritornando alla folle ragion di costoro, dico che, quantunque

biasimevole sia molto alle donne mostrare con le poppe il petto, non

sono perciò le poppe deʼ membri osceni e che nascondere del tutto si

deano; percioché, se di quegli fossono, non lʼavrebbe la natura poste

in cosí aperta e patente parte del corpo come è il petto, anzi si

sarebbe ingegnata dʼoccultarle, come gli altri fece. Oltre a questo,

le poppe sono aʼ sani intelletti venerabili, conciossiacosaché elle

sieno quelle, onde noi prendiamo i primi nudrimenti. Appresso, quando

i nostri primi parenti peccarono e cognobbero la ignominia loro, non

nascose la nostra prima madre questa parte del corpo, anzi, sí come

Adam, fattesi copriture di frondi di fico, nascosero e occultarono

quelle parti del corpo, le quali costoro non si vergognano di

mostrare. Né avevano i nostri parenti di cui vergognarsi se non di

Dio, che creati gli avea, e di se medesimi; dove costoro né di Dio

si vergognano, né degli uomini. [Similmente, quando i predetti di

paradiso cacciati furono, i vestimenti, che da Domeneddio furon lor

fatti, non ricopersono le parti superiori, né per nasconder quelle

fatti furon da lui, ma per ricoprire le parti inferiori, delle quali,

partita da loro per lo peccato la luce della innocenza, essi di se

medesimi si vergognavano. E però potrebbono in contrario di questa loro

scostumaggine dir le donne:—Quello, che noi vi mostriamo, non fu nella

nostra prima madre ricoperto dal vestimento che Iddio ne fece; dove

quel, che voi mostrate a noi, fu ricoperto al primo nostro padre.—]

È vero che, quantunque il costume deʼ giovani nella parte mostrata

biasimevole sia e villano, non si scusa perciò la vanitá delle

donne, le quali dʼaltra parte, non potendo nascondere il fervore

inestinguibile della lor concupiscenza, con industria e arte

sʼingegnano, in ciò chʼelle possono, di quello adoperare che possa

provocar gli uomini con appetito piú caldo a disiderare i loro

congiugnimenti. Elle si dipingono, elle sʼadornano, elle si azzimano,

e con cento varietá di fogge sé ogni giorno trasformano; ballano,

cantano, lasciviscon con gli occhi, con atti e con le parole; dove

dovrebbono con onestá la lor bellezza in parte nascondere, e rifrenare

i costumi.

Di che assai manifestamente si può raccogliere che, dove questo vizio

solo si vince fuggendolo, per esser vinti da lui i giovani e le donne

il destano, il chiamano, e, se egli non volesse venire, il tirano; non

contenti solamente aʼ portamenti, ma con gli odori arabici, con le

cortecce, con le polveri, con le radici e con liquori orientali, con

vini e con le vivande e con le morbidezze e con gli ozi e con altre

cose assai lo sforzano; mostrandosi in lor danno e in lor vergogna

assai mal grati della liberalitá dalla natura usata verso di loro. [E

cosí miseramente nella lussuria, abominevole vizio, pervegnamo, la

quale scelleratamente seguita, ne trae della mente la notizia di Dio, e

contro allʼamor del prossimo ne sospigne ad operare; togliendoci ancora

di noi medesimi e delle nostre cose la debita sollecitudine, sí come

colei il cui esercizio diminuisce il cerebro, evacua lʼossa, guasta

lo stomaco, caccia la memoria, ingrossa lʼingegno, debilita il vedere

e ogni corporal forza quasi a niente riduce. Ella è morte deʼ giovani

e amica delle femmine, madre di bugie, nemica dʼonestá, guastamento

di fede, conforto deʼ vizi, ostello di lordura, lusinghevole male e

abominazione e vituperio deʼ vecchi. Alla cui troppa licenza reprimere

Nostro Signore primieramente istituí il matrimonio, nel quale non dando

piú che una moglie ad Adam, né ad Eva piú che un marito, mostrò di

volere che uno fosse contento dʼuna e una dʼuno; il che poi nella legge

data a Moisé espressamente comandò, ogni altro umano congiugnimento

vietando. E, non bastando questo, per onestare il matrimonio e

ristrignere la presunzion nostra nel vizio, avendo giá da sé lʼonestá

publica separate da cosí fatti congiugnimenti le madri e le figliuole,

e similemente i padri eʼ figliuoli, e gli adultèri essendo stati

proibiti; da questi congiugnimenti medesimi tolsero le leggi i fratelli

e le sorelle, e poi, piú avanti stendendosi, ancora ne tolsero assai,

cioè quegli li quali o per consanguinitá o per affinitá parevano assai

propinqui, i gradi con diligente dimostrazion distinguendo; e con

queste segregando ancora le giovani vergini, e gli uomini ancora e le

femmine le quali aʼ divini servigi avessero sagrate le nostre leggi.

Dalle quali cose assai manifestamente si può comprendere, quantunque

in questa colpa caggendo per incontenenza molto sʼoffenda Iddio,

secondo la varietá delle persone divenire il peccato piú e men grave.

E perciò è da sapere esser molte le spezie di questo peccato, ma, tra

le molte, di cinque almeno farsi nelle leggi singular menzione, delle

quali accioché per ignoranza non si trasvada, credo esser utile quelle

distintamente mostrare.]

[Commettesi adunque questo vizio carnale tra soluto e soluta, e questa

spezie ha meno di colpa che alcuna altra, e chiamasi «fornicazione»;

il qual nome ella trasse dal luogo dove il piú si solea anticamente

commettere, cioè nelle fornici. «Fornice» è ogni volta murata,

quantunque, a differenza di queste, si chiamin «testudini» quelle deʼ

templi e deʼ reali palagi, e «fornici» eran chiamate propriamente

quelle le quali eran fatte a sostentamento deʼ gradi deʼ teatri; i

quali teatri, percioché la moltitudine degli uomini anticamente si

ragunava i dí solenni a vedere i giuochi, li quali in essi si faceano,

prendevano in queste fornici le femmine volgari loro stanza a dare

opera al loro disonesto servigio con quegli aʼ quali piaceva: e cosí

da quello luogo questa spezie di colpa trasse questo nome, cioè

«fornicazione».]

[Commettesi ancora questo vizio tra soluto e soluta vergine, e

questa spezie si chiama «stupro»: ed ebbe questo vocabolo origine da

«stupore», in quanto, quando prese lʼuso, non solamente in vergine si

commetteva, ma in vergine vestale: le quali vergini vestali furono

sacratissime appo i gentili, e di precipua venerazione, e massimamente

appo i romani; e però pareva uno stupore che alcun fosse di tanta

presunzione, che egli ardisse a violare una vergine vestale. Oggi è

questo nome declinato a qualunque vergine, e ancora quando questo

medesimo vizio tra persone per consanguinitá o per affinitá congiunte

si commette, percioché non meno stupore genera negli uditori aver con

questa turpitudine maculata lʼonestá del parentado che lʼavere viziata

la verginitá dʼalcuna; quantunque viziare alcuna vergine sia gravissimo

peccato, percioché le si toglie quello che mai rendere non le si può,

di che ella riceve grandissimo danno; e quanto il danno è maggiore,

tanto è maggiore la colpa, per la quale segue il danno.]

[Commettesi ancora questo peccato tra obbligato e soluta, o tra

obbligato e obbligata, o tra soluto e obbligata, e chiamasi questa

spezie «adulterio»: e venne questo nome dallʼeffetto del vizio, cioè

«_adulterium, alterius ventrem terens_»: cioè lʼadulterio è il priemere

lʼaltrui ventre; percioché in esso si prieme la possessione, la quale

non è di colui che la prieme, né similmente di colei alla quale è

premuto, ma del marito di lei.]

[Commettesi ancor questo vizio tra uomo non sacro e femmina sacra, o

tra uomo sacro e femmina sacra, o tra uomo sacro e femmina non sacra:

e deesi questo «sacro» intendere quella persona essere la quale ha

sopra sé ordine sacro, sí come sono i cherici e le monache; e chiamasi

questa spezie «incesto»: il qual nome nacque anticamente dalla cintura

di Venere, la quale è daʼ poeti chiamata «cesto». Alla qual cosa con

piú evidenza dimostrare, è da sapere che tra gli altri piú ornamenti,

che i poeti aggiungono a Venere, è una singular cintura, chiamata

«_ceston_», della quale scrive cosí Omero nella sua Iliada: «_Et a

pectoribus solvit ceston cingulum varium, ubi sibi voluptaria onmia

ordinata erant, ubi inerat amicitia atque cupido atque facundia,

blanditiae, quae furant intellectum, studiose licet scientium_», ecc.

E vogliono i poeti, conciosiacosaché a Venere paia dovere appartenere

ogni congiunzione generativa, che, quando alcuni legittime e oneste

nozze celebrano, Venere vada a questa congiunzione cinta di questa

sua cintura detta «_ceston_», a dimostrazione che quegli, li quali

per santa legge si congiungono, sieno costretti e obbligati lʼuno

allʼaltro di certe cose convenientisi al matrimonio, e massimamente

alla perpetuitá dʼesso. E, percioché Venere similmente va aʼ non

legittimi matrimoni, ovvero congiugnimenti, dicono che quando ella va

a quegli cosí fatti, ella va scinta senza portare questa sua cintura,

chiamata «_ceston_»: e quinci ogni congiunzion non legittima chiamarono

«incesto», cioè fatta senza questo _ceston_: ma questa generalitá è

stata poi ristretta a questa sola spezie, per mostrare che, quantunque

lʼaltre sieno gravi, questa sia gravissima, e che in essa fieramente

sʼoffenda Iddio, conciosiacosaché le persone a lui sacrate di cosí

vituperevole vizio maculate sieno. Alcuni a questa spezie aggiungono il

commettere questo peccato tra congiunti, il quale di sopra fu nominato

«stupro»; e per avventura non senza sentimento sʼaggiugne, percioché

questo pare male da non potere in alcun tempo con futuro matrimonio

risarcire; percioché, come la monaca sacrata mai maritar piú non

si puote, cosí traʼ congiunti può mai intervenire matrimonio, dove

nellʼaltre spezie potrebbe intervenire.]

[Commettesi ancora questo vizio, e nellʼun sesso e nellʼaltro, contro

alla natural legge esercitando, e questo è chiamato «sogdomia», da

una cittá antica chiamata Sogdoma, li cittadini della quale in ciò

dissolutissimamente viziati furono; ma, percioché questa spezie ha

molto piú di gravezza e di offesa che alcuna delle predette, non

dimostra lʼautore che in questo cerchio si punisca, anzi si punisce

troppo piú giú, come si vedrá nel canto decimoquinto del presente

libro.]

[È il vero che, quantunque in queste spezie si distingua questo vizio,

e che lʼuna meriti molto maggior pena che lʼaltra, non appare però nel

supplicio attribuito al lussurioso lʼautore punirne una piú gravemente

che unʼaltra; ma noi dobbiam credere, quantunque distinte non sieno

le pene, quella, che egli attribuisce a tutte, dovere piú amaramente

priemere coloro che piú gravemente hanno commesso.]

Ma, deducendoci, da queste piú generali dimostrazioni, a quelle che

piú particulari sono, dico che, percioché il peccato della carne è

naturale, quantunque abbominevole e dannevole sia, e cagione di molti

mali, nondimeno, per la opportunitá di quello e perché pur talvolta

se nʼaumenta la generazione umana, pare che meno che gli altri tutti

offenda Iddio; e per questo nel secondo cerchio dello ʼnferno, il quale

è piú dal centro della terra che alcun altro rimoto, e piú vicino a

Dio, vuole lʼautore questo peccato esser punito.

Lʼorigine del quale, secondo che di sopra è mostrato, par che sia

nellʼattitudine a questa colpa datane daʼ cieli; la quale parrebbe ne

dovesse da questo scusare, se data non ci fosse stata la ragione, la

quale ne dimostra quel che far dobbiamo e quel che fuggire, e, oltre a

ciò, il libero arbitrio, nel quale è podestá di seguire qual piú gli

piace. E, quantunque questa attitudine nʼabbia a rendere inchinevoli

a ricever le forme piaciute, e quelle disiderare e amare, nondimeno,

se ʼl calor naturale ed eziandio lʼaccidentale non accendessero,

e, accendendo, confortassero lʼappetito concupiscibile desto dalle

cose piaciute e inchinato dallʼattitudine, non è da dubitare che la

concupiscenza indebolirebbe e leggermente si risolverebbe, secondo che

la sentenza di Terenzio par che voglia, lá dove dice: «_Sine Cerere et

Baccho friget Venus_».

Pare adunque questo caldo, aumentativo dello scellerato appetito,

dalla divina giustizia esser punito e represso dalla frigiditá del

vento di sopra detto, dalla giustizia mandato in pena di coloro che

in questa colpa trasvanno, sí come cosa che è per la sua frigiditá

contraria al caldo, il quale conforta questo abbominevole appetito.

E che ogni vento sia freddo, assai bene si può comprendere da ciò

che generalmente ogni cosa causata suole esser simile a quella cosa

la quale la causa: e il vento è causato da nuvola frigidissima, e

perciò di sua natura sará il vento frigidissimo. Oltre a questo, e

le cose inducenti allʼatto libidinoso e la libidine, considerata la

qualitá di questo vento, oltre alla freddezza, sono ottimamente da

lui punite. Viensi a questo miserabile esercizio, avendone il fervore

impetuoso sospinti a dover dare opera al disonesto desiderio, per

molte vigilie, per molto perdimento di tempo, per molto dispendio e

per molte fatiche tutte dannose e da vituperare; le quali se alcuna

volta il disiderante conducono al pestifero effetto, non si contenta

né finisce il suo disiderio dʼaver copia di veder la cosa amata,

dʼaver copia di parlarle, dʼaver copia dʼabbracciarla e di baciarla,

se, tutti i vestimenti rimoti, con quella ignudo non si congiugne,

accioché possa ogni parte del corpo toccare, con ogni parte [essere

tócco e] strignersi, e della morbidezza di quello miseramente

consolarsi; mostrando, per questo, lʼultimo e il maggiore diletto

di cosí miserabile appetito stare nelle congiunzioni corporali,

ogni mezzo rimosso. Le quali due detestabili operazioni punisce la

divina giustizia similmente per congiunzione, ma non uniforme lʼuna

allʼaltra punisce; percioché, dove la predetta fu molto disiderata e

molto dilettevole aʼ corpi, cosí questa è odiata, e, sʼelle potesser,

fuggita dalle dannate anime. È adunque la bufera nel testo dimostrata

impetuosissima; e quanto, per venire al peccato, i pensieri del cuore

e i movimenti del corpo con fatica sʼesercitarono, cotanto nello

eterno supplicio loro gira e avvolge e trasporta; e, oltre a ciò, in

quella cosa che fu piú disiderata da loro, che maggior piacere prestò

aʼ disonesti congiugnimenti, in quella medesima dolorosamente gli

affligge, intanto che essi molto piú disiderano di mai non toccarsi,

che di toccarsi non disideraron peccando. E la cagione è manifesta,

percioché lʼimpeto di questa bufera, il quale in qua e in lá, e di

giú e di su gli [mena e] trasporta, con tanta forza lʼun nellʼaltro

riscontrandosi percuote, che il diletto da loro avuto nel congiugnersi

insieme fu niente, a comparazione della pena la quale in inferno hanno

nel riscontrarsi; e però come giá molti, vivendo, di congiugnersi

disiderarono, cosí morti e dannati disiderano senza pro di mai non

iscontrarsi. Le quali cose se bene si considereranno, assai bene si

vedrá lʼautore far corrispondersi col peccato la pena.

CANTO SESTO

I

SENSO LETTERALE

[Nota: Lez. XXIII]

«Al tornar della mente che si chiuse», ecc. Come neʼ precedenti canti

ha fatto, cosí in questo si continua lʼautore alle cose dette. Egli,

nella fine del precedente canto, mostra come, per compassione avuta di

madonna Francesca e di Polo da Rimino, cadesse, e da quel cadimento,

nel principio di questo, essere tornato in sé, e ritrovarsi nel terzo

cerchio dello ʼnferno. E fa in questo canto lʼautore cinque cose: nella

prima discrive la qualitá del luogo; nella seconda dice quello che

Cerbero demonio facesse, vedendogli, e come da Virgilio chetato fosse;

nella terza pone come trovasse un fiorentino, e che da lui sapesse

qual peccato quivi si puniva, e altre cose piú, domandandone esso

autore; nella quarta, passando piú avanti, muove lʼautore un dubbio a

Virgilio, e Virgilio gliele solve; nella quinta dimostra lʼautore dove

pervenissero. La seconda comincia quivi: «Quando ci scorse»; la terza

quivi: «Noi passavam»; la quarta quivi: «Sí trapassammo»; la quinta

quivi: «Noi aggirammo».

Discrive adunque lʼautore nella prima parte di questo canto la

qualitá del luogo, dicendo: «Al tornar della mente», mia, la quale

per compassione «si chiuse», come nella fine del precedente canto è

mostrato, «Dinanzi alla pietá deʼ due cognati», di madonna Francesca

e di Polo, «Che di tristizia tutto mi confuse»: la compassione avuta

della loro misera fortuna; «Nuovi tormenti», non quegli li quali nel

secondo cerchio aveva veduti, ma altri, li quali dice «nuovi», quanto

a sé, che mai piú veduti non gli avea; «e nuovi tormentati», altri

che quegli che di sopra avea veduti; «Mi veggio intorno come chʼio mi

muova», a destra o a sinistra, «E chʼio mi volga», in questa parte o in

quella, «e come che io mi guati».

«Io sono al terzo cerchio della piova», la qual piova è «Eterna», non

vien mai meno; «maladetta», in quanto è mandata dalla divina giustizia

per perpetuo supplicio di coloro aʼ quali addosso cade; «fredda», e

per tanto è piú noiosa; «e greve», cioè ponderosa, per piú affliggere

coloro aʼ quali addosso cade: «Regola e qualitá mai non lʼè nuova»,

sempre cade dʼun modo. E poi discrive qual sia la qualitá di questa

piova, dicendo: «Grandine grossa, ed acqua tinta e neve». Come che

queste tre cose, causate daʼ vapori caldi e umidi e da aere freddo,

nellʼaere si generino, nondimeno per effetto della divina giustizia

in quello luogo caggiono, in tormento e in pena di quegli che in

questo terzo cerchio puniti sono; e però dice: «Per lʼaer tenebroso

si riversa»; e, oltre a ciò, «Pute la terra che questo riceve», cioè

queste tre cose.

«Cerbero, fiera crudele e diversa». Fingono i poeti questo Cerbero

essere stato un cane ferocissimo, il quale essendo di Plutone, Iddio

dello ʼnferno, dicevano Plutone lui aver posto alla porta dello

ʼnferno, accioché quindi alcuno uscir non lasciasse, come che lʼautore

qui il ponga a tormentare i peccatori che in questo terzo cerchio

sono, discrivendo la qualitá della forma sua dicendo: «Con tre gole»,

percioché tre capi avea, «caninamente latra»; e in questo atto dimostra

lui essere cane, come i poeti il discrivono; «Sopra la gente, che

quivi è sommersa» sotto la grandine e lʼacqua e la neve. «Gli occhi ha

vermigli», questo Cerbero, «e la barba unta ed atra», cioè nera. «E ʼl

ventre largo», da poter, mangiando, assai cose riporre, «e unghiate

le mani», per poter prendere e arrappare: «Graffia gli spiriti», con

quelle unghie, «e ingoia», divorandogli, «ed isquatra», graffiandogli.

«Urlar»; questo è proprio deʼ lupi, comeché eʼ cani ancora urlino

spesso; «gli fa la pioggia», la qual continuamente cade loro addosso,

«come cani. Dellʼun deʼ lati fanno allʼaltro schermo», questi spiriti

dannati: «Volgonsi spesso», mostrando in questo che gravemente gli

offenda la pioggia; e perciò, come alquanto hanno dallʼun lato

ricevutala, cosí si volgon dallʼaltro, infino a tanto che alcun

mitigamento prendano in quella parte che offesa è stata dalla pioggia,

«i miseri profani».

«Profano» propriamente si chiama quello luogo il quale alcuna volta fu

sacro, poi è ridotto allʼuso comune dʼogni uomo, sí come alcun luogo,

nel quale giá è stata alcuna chiesa o tempio, la qual mentre vi fu, fu

sacro luogo, poi per alcuno acconcio [comune], trasmutata la chiesa in

altra parte, e il luogo rimaso comune, chiamasi «profano»; cosí si può

dire, degli spiriti dannati, essere stati alcuna volta sacri, mentre

seguirono la via della veritá, percioché, mentre questo fecero, era

con loro la grazia dello Spirito santo; ma, poi che, abbandonata la

via della veritá, seguirono le malvagitá e le nequizie, per le quali

dannati sono, partita da loro la grazia dello Spirito santo, sono

rimasi profani.

«Quando ci scòrse». Comincia qui la seconda parte del presente canto,

nella quale, sí come neʼ superiori cerchi è addivenuto allʼautore

dʼessere stato con alcuna parola spaventato daʼ diavoli presidenti aʼ

cerchi, neʼ quali disceso è, cosí qui similmente mostra Cerbero averlo

voluto spaventare. E questo, con quello atto generalmente soglion

fare i cani, quando uomo o altro animale vogliono spaventare: innanzi

ad ogni altra cosa gli mostrano i denti. Il che aver fatto Cerbero

verso Virgilio e verso lui dimostra qui lʼautore, dicendo: «Quando ci

scòrse», cioè ci vide venire, «Cerbero, il gran vermo» (pone lʼautore

questo nome a Cerbero di «vermo» dal luogo ove il trova, cioè sotterra,

percioché i piú di quegli animali, li quali sotterra stanno, sono

chiamati «vermini»), «Le bocche», per ciò dice le bocche, perché tre

bocche avea questo Cerbero, come di sopra è dimostrato; «aperse, e

mostrocci le sanne», cioè i denti: «Non avea membro che tenesse fermo».

Il che può avvenire da impetuoso desiderio di nuocere e da altro.

«E ʼl duca mio», veduto quello che Cerbero faceva, «distese le sue

spanne», cioè aperse le sue mani, a guisa che fa colui che alcuna cosa

con la grandezza della mano misura, «Prese la terra, e con piene le

pugna»; come la mano aperta si chiama «spanna», cosí chiusa, «pugno»;

«La gittò dentro alle bramose canne»; dice «canne», percioché eran tre,

come di sopra è mostrato.

E appresso questo, per una comparazione ottimamente convenientesi al

comparato, dimostra quel dimonio essersi acquetato, e dice: «Qual

è quel cane chʼabbaiando», cioè latrando, «agogna». «Agognare» è

propriamente quel disiderare il quale alcun dimostra veggendo ad alcuno

altro mangiare alcuna cosa; quantunque sʼusi in qualunque cosa lʼuom

vede con aspettazione disiderare; ed è questo atto proprio di cani, li

quali davanti altrui stanno quando altri mangia. «E si racqueta», sanza

piú abbaiare, «poi che ʼl pasto morde», cioè quello che gittato gli è

da mangiare, «Che solo a divorarlo intende e pugna; Cotai si fecer»,

cioè cosí quiete, «quelle facce lorde», brutte di Cerbero, che eran

tre, «Dello demonio Cerbero, che introna», latrando, «Lʼanime», in quel

cerchio dannate, «sí, chʼesser vorrebber sorde», accioché udire nol

potessero. Questo luogo è tutto preso da Virgilio, di lá dove egli nel

sesto dellʼ_Eneida_ scrive:

_Cerberus haec ingens la tratu regna trifauci

personat, adverso recubans immanis in antro.

Cui vates, horrere videns iam colla colubris,

melle soporatam et medicalis frugibus offam

obiicit: ille fame rabida tria guttura pandens,

corripit obiectam, atque immania terga resolvit

fusus humi, totoque ingens extenditur antro,_ ecc.

«Noi passavam». Qui comincia la terza parte di questo canto, nella

quale lʼautore truova un fiorentino, il quale gli dice qual peccato

in questo terzo cerchio si punisca: e, oltre a ciò, dʼalcune cose

addomandato da lui, il dichiara. Dice adunque: «Noi passavam», Virgilio

ed io, «su per lʼombre chʼadona», cioè prieme e macera, «La grave

pioggia», la quale in quel luogo era, come di sopra è mostrato, «e

ponevam le piante», deʼ piedi, «Sopra lor vanitá, che par persona».

Altra volta è detto gli spiriti non avere corpo, ed essere agli

occhi nostri invisibili, ma in questa opera tutti li mostra lʼautore

essere corporei, imitando Virgilio, il quale nel sesto dellʼ_Eneida_

fa il simigliante; e questo fa, accioché piú leggiermente inteso

sia, figurando essere corporee le cose che incorporee sono e i loro

supplici: la qual cosa non si potrebbe far tanto che bastevole fosse,

se questa maniera non tenesse. Nondimeno mostra che, quantunque in

apparenza corpi paiano, non essere in esistenza, dicendo lor «vanitá,

che par persona» e non è: il che come addivenga, pienamente si mostrerá

nel canto venticinquesimo del _Purgatorio_, dove questa materia si

tratta.

«Elle», cioè quellʼanime, «giacean per terra tutte quante, Fuor dʼuna,

chʼa seder si levò», sí che appare che anche questa una giaceva come

lʼaltre, «ratto», cioè tosto, «Chʼella ci vide passarsi davante».

E disse cosí:—«O tu, che seʼ per questo inferno tratto»,—cioè menato,

«Mi disse,—riconoscimi, se sai»; quasi volesse dire:—Guatami, e

vedi se tu mi riconosci, percioché tu mi dovresti riconoscere;—e la

ragione è questa, che—«Tu fosti prima fatto», cioè creato e nato,

«chʼio disfatto»,—cioè che io morissi, percioché, nella morte, questa

composizione, che noi chiamiamo «uomo», si disfá per lo partimento

dellʼanima; e cosí né ella che se ne va, né ʼl corpo che rimane, è piú

uomo. E veramente nacque lʼautore molti anni avanti che costui morisse,

e fu suo dimestico, quantunque di costumi fossono strani.

«Ed io a lei», cioè a quella anima:—«Lʼangoscia, che tu hai», dal

tormento nel quale tu seʼ, «Forse» è la cagione la quale «ti tira fuor

della mia mente», cioè del mio ricordo; e tiratane fuor «Sí, che non

par chʼio ti vedessi mai. Ma», poiché io non me ne ricordo, «dimmi

chi tu seʼ, che ʼn sí dolente Luogo seʼ messo», come questo è, «e a sí

fatta pena», come è questa, la quale è tale, «Che sʼaltra è maggia»,

cioè maggiore, «nulla è sí spiacente».—

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 14 / 25 段