Dico che, perché la divina giustizia ne sia piú qui che in alcuna altra

parte dimostrata, può essere la ragion questa: è la giustizia virtú,

la quale, secondo i meriti, retribuisce a ciascheduno; e, quantunque

questa virtú strettamente usi il suo uficio intorno agli atti degli

uomini, nondimeno sono alcune cose operate per gli uomini, delle

quali ella del tutto è schifa dʼintramettersi, estimando ottimamente

fare il suo uficio quando quelle cotali cose pospone; in quanto non

le pare quelle cotali cose, o meritorie o non meritorie che sieno,

essere state causate da alcuna ordinata volontá, o da iniquitá di

malizia, o ancora da alcuna incontenenza, se non come sono le opere

degli animali, neʼ quali non è alcuna ragione. E queste cotali

operazioni son quelle deʼ furiosi e deʼ mentacatti e deʼ fanciulli

e deglʼignoranti; percioché in quelle cose, le quali questi cotali

fanno, non è potuta cadere alcuna debita elezione, come detto è: e,

dove elezione e volontá esser non può intorno allʼadoperare, non pare

che caggia né esaminazione né giudicio della giustizia. E di sopra a

questo luogo, se ben si riguarda, non sono puniti alcuni altri, se

non questi cotali, cioè mentacatti o furiosi o fanciulli o ignoranti,

come è dimostrato; intorno aʼ quali se la giustizia non sʼinterpone,

era di soperchio e mal conveniente averla tra loro, o di sopra a

loro, dimostrata, percioché, quanto a quegli, ella sarebbe stata

oziosa; il che la virtú non patisce. Ad averla piú giú che questo

luogo dimostrata, eʼ ne seguivano altri inconvenienti. Primieramente

pare che avessero potuto deʼ peccatori, che alle piú profonde parti

dello ʼnferno doveano discendere, sí come incerti di sé, rimanersi

nelle parti dellʼinferno che state fossero superiori al luogo dove

stata fosse posta la giustizia, e cosí non sarebbono stati secondo le

colpe commesse puniti; e, oltre a ciò, se vogliam dire essa medesima

giustizia, la quale gli fa pronti a trapassare la riviera dʼAcheronte,

similmente gli farebbe pronti a discendere infino lá dove ella fosse,

ne seguirebbe che quegli, che non son degni di scendere tanto giú

quanto ella fosse, vi scenderebbero alla esaminazione e al giudicio, e

cosí sentirebbono di quelle pene che essi non hanno meritate: il che è

contro agli effetti della giustizia. E però ottimamente in questa parte

la discrive lʼautore, nella quale niuna cosa deʼ superiori sʼimpaccia;

né hanno, quelli che neʼ cerchi piú alti esser debbono, a discender

giuso; né può alcuno stare in forse di sé; né ancora, sedendo ella in

su questa entrata, può trapassare alcuno o fuggirle degli occhi, che

non gli convenga venire alla sua esaminazione.

È nondimeno da intendere la giustizia di Dio essere in ogni parte, e

per tutto distribuire secondo che ciascuno ha meritato, né bisognarle

fare alcuna esaminazione o inquisizione deʼ nostri meriti o delle

nostre colpe, come alla giustizia deʼ mortali bisogna; percioché, nel

cospetto della giustizia di Dio, non solamente tutte le nostre opere

sono presenti e conosciute da lei, ma ella ancora vede e conosce e

discerne tutti i pensieri nostri, e da che cagion nascono, né gli si

possono per alcuna industria o sagacitá occultare: ma conviensi aʼ

nostri ingegni per alcuna sensata forma dimostrare gli spirituali

effetti della divinitá e di qualunque altra spiritual cosa.

Resta a vedere perché piú in persona di Minos che dʼalcun altro

ministro infernale ne sia dimostrata questa giustizia; [e con questo

è da vedere quello che lʼautore abbia voluto sentire in ciò che egli

fa a questo Minos, col ravvolgimento della coda dimostrare i suoi

giudíci. E avanti allʼaltre cose, pare,] richeggionsi neʼ ministri

della giustizia, e massimamente in questo luogo, cose assai, ma

singularmente tre, cioè prudenza, costanza e severitá. Conviene essere

prudente al ministro della giustizia, accioché egli per la prudenza

cognosca le qualitá delle persone, nelle quali ha a vedere quello che

di ragion si convenga; percioché altrimenti è da punire un uomo di

minore condizione che abbia offeso un principe, che un principe che

abbia offeso un uomo di minor condizione. Conviensi che egli conosca la

qualitá deʼ tempi; percioché altrimenti è da punire un uomo che muova o

susciti un romore neʼ tempi della guerra, quando gli stati delle cittá

stanno sospesi, che uno che quel medesimo commetta quando le cittá sono

in pace e in tranquillitá. Conviensi che egli conosca la qualitá deʼ

luoghi; percioché altrimenti pecca chi fa un eccesso in un tempio o

in una piazza comune, che chi fa quel medesimo in alcuna parte rimota

e non molto frequentata dallʼusanza degli uomini. Conviensi, per la

prudenza, che egli sappia discernere i movimenti di quegli che peccano,

di quegli che testificano, di quegli che accusano, e tutte simili

cose; e, dove queste cose non sapesse distinguere quel cotale che a

ciò posto fosse, non potrebbe essere idoneo esecutore della giustizia.

Conviengli, oltre a questo, esser costante, accioché da quello, che

conosciuto avrá convenirsi fare, nol rimuova alcuna affezione, non

priego, non amore, non odio, non prezzo, non lusinga o cose simili a

queste; percioché, dove da alcuna o da piú di queste mosso fosse, mai

giudicare non poría giustamente, e per conseguente non sarebbe atto

ministro della giustizia. Conviengli, oltre alle dette cose, esser

severo, e massimamente lá dove è tolto luogo alla gratificazione.

Puossi infraʼ processi, che usano nelle cose giudiciali i ministri

della giustizia, per diversi ma onesti accidenti, piú allʼuna parte

che allʼaltra esser grazioso; la qual cosa nelle cose e neʼ tempi

debiti non è vizio, ma è segno dʼequitá dʼanimo nel giudicante; fuori

deʼ tempi debiti, conviene nelle esecuzioni al giudice esser severo in

servare strettamente lʼordine della ragione, e di quello per cagione

alcuna non uscire; e massimamente neʼ giudici di Dio, il quale insino

allo estremo punto della nostra vita con le braccia aperte della sua

misericordia nʼaspetta, tempo prestandoci alla gratificazione, se

prender la vogliamo: ma, poi che a quella non ci siamo voluti volgere,

e, quasi a vile avendo la sua benignitá, ci siamo lasciati morire,

essendo la sua sentenza passata «in rem iudicatam», con ogni severitá

dee qui il ministro della sua giustizia quella mandare ad esecuzione.

Le quali tre cose essere pienamente state in Minos si possono conoscere

neʼ processi delle sue operazioni, e ancora nella oppenione avuta di

lui da coloro li quali qual fosse la sua vita conobbero. Che egli

fosse prudente, si può comprendere in ciò, che egli compose le leggi

aʼ popoli suoi, e quegli, che usi erano di vivere scapestratamente,

ridusse per sua industria a vivere sotto il giogo della giustizia. Che

egli fosse constante in non muoversi per alcuna affezione da quello

che la giustizia volesse, appare nella vittoria di Teseo, avuta del

Minotauro, al quale, quantunque nemico fosse, pienamente servò ciò

che giusto uomo dovesse servare, cioè di liberar lui e la sua cittá

della servitudine, sí come promesso avea. Oltre a ciò, apparve la sua

severitá in Scilla, figliuola di Niso, re deʼ megarensi, la quale, da

disonesta concupiscenza mossa, per venire nelle braccia sue, tradí il

padre, e fecel signor di Megara e a lui se nʼandò; per la qual cosa,

quantunque ella fosse nobile femmina e giovane e bella, e avesselo

fatto signore di Megara, da niuna di queste cose mosso, lei, sí come

ucciditrice del padre, fece gittare in mare, in quella forma che si

gettano i patricidi. E cosí li suoi comandamenti, come detto è, avendo

in leggi ridotti, quegli con tanta costanza e con tanta severitá servò,

che non solamente i suoi sudditi tenea contenti e in pace, ma egli

riempiè tutta Grecia della fama della sua giustizia; per la qual cosa,

dopo la sua morte, estimarono gli uomini, neʼ loro errori, lui essere

appo lʼanime dʼinferno eletto a quel medesimo ufficio esercitare tra

loro che in questa vita traʼ suoi esercitava, sí come nella esposizione

letterale si dimostrò.

Adunque assai convenientemente pare essere per la persona di Minos

in questo luogo figurata la divina giustizia. [Ma che questa divina

giustizia dimostri per lo ravvolgimento della coda di Minos, intorno

allʼesecuzione deʼ suoi giudíci, è da vedere. Certa cosa è la coda

essere lʼultimo membro e lʼultima parte del corpo di qualunque animale,

al quale la natura lʼha conceduta; e, quantunque ella serva a piú cose

gli animali che lʼhanno, alla presente materia non intende lʼautore

altro, secondo il mio giudicio, se non la strema e ultima parte della

vita nostra, secondo la qualitá della quale si forma il giudicio della

divina giustizia: percioché, quantunque lʼuomo sia scelleratamente

vivuto, se egli nello estremo della sua vita, pentendosi delle

malfatte cose, e con buona compunzione e con puro cuore, si rivolge

alla misericordia di Dio, senza alcun dubbio è ricevuto da essa e

giudicato degno di salvazione. Il che in molti esempli nʼè dimostrato

per la divina Scrittura, e massimamente in quello ladrone, il quale

col nostro signore Iesu Cristo fu crocifisso; il quale avendo tutti i

dí suoi menati male, e come peccatore riconosciuto poco avanti allʼora

della sua morte, con contrito cuore, non dicendo altro che:—«_Miserere

mei, Domine, cum veneris in regnum tuum_»,—il fece la misericordia

di Dio degno dʼudire dalla bocca di Cristo:—«Amen _dico tibi, hodie

mecum eris in Paradiso_»:—né è dubbio alcuno che a queste parole non

seguisse lʼeffetto; e cosí solamente allʼultima parte della vita,

cioè alla sua qualitá, fu dalla giustizia divina guardato. E cosí in

contrario, essendo Giuda Scariotto stato deʼ discepoli di Cristo, e

usato con lui, e avendo la sua dottrina udita, quantunque male poi

adoperato avesse vendendolo, nondimeno disperatosi della misericordia

di Dio, e col capestro messosi a finir la vita, col fine suo di se

medesimo dettò la sentenza alla divina giustizia, per la quale fu al

profondo dello ʼnferno a perpetue pene dannato. Ciascheduno adunque con

le colpe piú gravi, con le quali eʼ muore, del luogo il quale eʼ dee in

inferno avere, è dimostratore.]

[Nota: Lez. XXII]

Appresso le cose giá dette, resta a vedere la qualitá deʼ dannati

in questo secondo cerchio, e come alla qualitá della lor colpa sia

conforme il supplicio, il quale lʼautore ne dimostra essere lor dato

dalla divina giustizia.

Sono adunque dannati in questo cerchio, come assai fu dichiarato

leggendo la lettera, i lussuriosi. Intorno al vizio deʼ quali è da

sapere che la lussuria è vizio naturale, al quale la natura incita

ciascuno animale, il quale di maschio e femmina sí procrea; e ciò fa la

natura avvedutamente, accioché, per lʼatto del coito, ciascuno animale

generi simile a sé, e cosí si continui la spezie di quello; e, se

questa sollecitudine non fosse nella natura [delle cose], assai tosto

verrebber meno i generanti, e cosí rimarrebber vacui il cielo, la terra

e ʼl mare di possessori. È vero che ellʼha in ciascun altro animale,

che nellʼuomo, posto certo modo, accioché per lo soperchio coito non

perissono i maschi, li quali da alcun freno di ragione temperati né

raffrenati sono: e questo è non patire le femmine i congiugnimenti

deʼ maschi loro se non alcuna volta lʼanno, e questa non si prolunga

in molti dí, infraʼ quali le femmine si rendono benivole e amorevoli

alli loro maschi e loro si concedono; e, questo cotal tempo finito, o

come conoscono sé aver conceputo, piú lor dimestichezza non vogliono.

Ma negli uomini non pose la natura questa legge, percioché gli conobbe

animali razionali, e, per quello, dover conoscere quello e quando

e quanto sʼappartenesse di fare a dover ben vivere. Ma mai non mi

ricorda dʼaver letto che appo coloro, li quali mondanamente vivono,

alcuno, quello che la ragione vuole in questo atto, osservasse, che una

femmina: e questa fu una donna dʼArabia, reina deʼ palmireni, chiamata

Zenobia, della qual si legge mai ad Odenato, suo marito, essersi

voluta consentire per altro che per ingenerar figliuoli; servando in

ciò questo stile, che, essendo il marito giaciuto carnalmente con lei,

piú accostare nol si lasciava infino a tanto che ella non conosceva se

conceputo aveva o no: se conosceva non aver conceputo, gli si concedeva

unʼaltra volta; se conceputo aveva, mai infino alla purificazione dopo

ʼl parto, piú non gli si concedea. Ma come la laudevol contenenza di

questa reina, o come gli uomini in questo usino il giudicio della

ragione, gli occhi nostri medesimi ce ne son testimoni: percioché dove

essi, la ragion seguitando, dovrebber quel modo a se medesimi porre, il

quale essi veggiono la natura aver posto agli animali bruti, in ciò che

possono o sanno in contrario si sforzano.

Noi leggiamo che in Roma fu un giovane chiamato Spurima, il quale,

quantunque avesse tutta la persona bella, avea oltre ad ogni altro

mortale il viso bellissimo, in tanto che poche donne erano, che

di tanta costanza fossero, che, vedendolo, non si commovessono a

disiderare i suoi abbracciamenti: della qual cosa accorgendosi egli,

per non esser cagione che alcuna casta mente la sua onestá contaminasse

con appetito men che onesto, preso un coltello, tutto il bel viso si

guastò, rendendolo non meno con le fedite diforme che formoso fatto

lʼavessono le mani graziose della natura. In veritá laudevole cosa fu

questa e da doverla con perpetua commendazione gloriare. Ma i moderni

giovani fanno tutto il contrario: i costumi deʼ quali avere alquanto

morsi, non fia loro per avventura disutile, e potrá esser piacevole

ad altrui. E, accioché io non mi stenda troppo, mi piace di lasciare

stare la sollecitudine, la qual pongono gran parte del tempo perdendo

appo il barbiere in farsi pettinare la barba, in farla a forfecchina,

in levar questo peluzzo di quindi, in rivolger quellʼaltro altrove,

in far che alcuno del tutto non occupi la bocca, e in ispecchiarsi e

azzimarsi, allecchinarsi, scrinarsi i capelli, ora in forma barbarica

lasciandogli crescere, attrecciandogli, avvolgendosegli alla testa, e

talora soluti su per gli ómeri lasciandogli svolazzare, e ora in atto

chericile raccorciandogli. E similmente ristrignersi la persona, fare

epa del petto, non in suʼ lombi, ma in su le natiche cignendosi; [come

gatti mammoni], allacciarsi anzi legarsi, e aʼ calzamenti portare le

punte lunghissime, non altrimenti che se con quelle uncinar dovessono

le donne, e trarle neʼ lor piaceri; farsi le trombe alle maniche, e

di quelle non mani, ma branche piú tosto dʼorso cacciare. Né voʼ dire

deʼ cappuccini, coʼ quali o a babbuini o a scottobrinzi simiglianti

si fanno, né similmente della lascivia degli occhi, coʼ quali quasi

sempre quel vanno tentando, che essi poi non vorrebbero aver trovato.

E lascerò stare gli atti, gli andamenti, eʼ portamenti, il cantare,

il carolare, e cosí le promesse eʼ doni, deʼ quali si può però piú

tacere che dire, sí sono in cintola divenuti stretti; e a un solo

lor costume verrò, il quale, quantunque a loro prestantissimo paia,

percioché con gli occhi offuscati di caligine infernal si riguardano,

mi par tanto detestabile, tanto abominevole, tanto vituperevole, che

non che ad altrui, ma io credo che egli dispiaccia a colui, il quale

è di tutti i mali confortatore, e che a ciò gli sospigne: e questo

è, che portano i panni sí corti, e spezialmente nel cospetto delle

donne, che qualunque fosse quella che alla barba non se ne avvedesse,

guardandogli alle parti inferiori può assai agevolmente cognoscere che

egli è maschio; e, se la cosa procede come cominciato ha, non mi par da

dover dubitare che, infra poco tempo, non si tolga ancor via quel poco

di panno lino, il qual solamente vela il color della carne, e cosí non

sará da queʼ cotali differenza alcuna daʼ bruti animali. Ingegnossi la

natura, la quale è sommamente discreta, di nascondere in quelle parti

del corpo, le quali a lei piú occulte parvero, queʼ membri dei quali

mostrandogli ciascun si dee vergognare; e, oltre a ciò, lʼuso, della

vergogna nato, ci ha dimostrato (quantunque dalla natura, secondo che

ella puote, nascosti sieno) di velargli e ricoprirgli coʼ vestimenti,

e quantunque o necessitá o usanza lʼaltre parti del corpo scoperte

patisca, quelle in alcun modo è alcuno, fuor che i presenti giovani,

che scoperte le sofferí. Glʼindiani, gli etiopi, i garamanti e gli

altri popoli, i quali sotto caldissimo cielo abitano, quantunque

da soperchio caldo sforzati sieno dʼandare ignudi, quelle parti in

alcuna guisa non sostengono che scoperte si veggano. Ma che dichʼio

glʼindiani e gli etiopi, li quali hanno in sé alcuna umanitá e costume?

Quegli popoli, li quali abitano lʼisole ritrovate (gente, si può dire,

[fuori] del circúito della terra, e nella quale né loquela, né arte,

né costume alcuno è conforme a quegli di coloro li quali civilmente

vivono), di palme, delle quali abbondanti sono, non so se io dica

tessute o annodate piu tosto, fanno ostaculi, coʼ quali quelle parti

nascondono. I naufraghi ancora, ignudi da tempestoso mare gittati neʼ

liti, quantunque faticati e percossi dallʼonde sieno, nondimeno, non

curandosi di tutto lʼaltro corpo perché ignudo sia, quella parte, se

con altro non hanno, sʼingegnano di ricoprire con le mani. I poveri

uomini, aʼ quali mancano i vestimenti, quella parte non patiscono

che rimanga scoperta. I mentacatti eʼ furiosi e gli ebbri, mentre

che alquanto di sentimento hanno, si vergognano che queʼ membri in

aperto veduti sieno. Questi soli hanno posta giú ogni erubescenza,

ogni fronte, ogni onestá, e tanto si lasciano al bestiale appetito

e aʼ conforti del nemico dellʼumana generazione sospignere, che non

altramenti col viso levato procedono che se alcuna laudevole operazione

avesser fatta o facessono.

Allegano questi cotali, in difesa del lor vituperevole costume,

ragioni vie piú vituperevoli che non è il costume medesimo, dicendo

primieramente:—Noi seguiamo lʼusanze dellʼaltre nazioni: cosí fanno

glʼinghilesi, cosí i tedeschi, cosí i franceschi eʼ provenzali.—Non

sʼavveggono i miseri quello che essi in questa loro trascutata ragion

confessino. Solevano glʼitaliani, mentre che le troppe delicatezze

non gli effeminarono, dare le leggi, le fogge eʼ costumi eʼ modi del

vivere a tutto il mondo; nella qual cosa appariva la nostra nobilitá,

la nostra preeminenza, il dominio e la potenza; dovʼeʼ segue, se

dalle nazioni strane, da quelle che furon vinte e soggiogate da noi,

da quegli che furon nostri tributari, nostri vassalli, nostri servi,

dalle nazioni barbare, dalle quali alcuna umana vita non si servava,

né sapeva, né saprebbe, se non quanto daglʼitaliani fu lor dimostrata

(il che è assai chiaro), da loro riprendendo quel che dar solevamo,

confessiamo dʼesser noi i servi, dʼesser coloro che viver non sappiamo

se da loro non apprendiamo; e cosí dʼaver loro per maggiori e per piú

nobili e per piú costumati. O miseri! non sʼaccorgono questi cotali da

quanta gran viltá dʼanimo proceda che un italiano séguiti i costumi di

cosí fatte genti.

E in veritá, se alcuna altra onestá non dovesse da questo disonesto

costume tôrre i giovani, neʼ quali è il fervor del sangue e le forze,

eʼ dovrebbe esser la grandezza dellʼanimo, se non un giusto sdegno;

non solamente rimanere se ne dovrebbono, ma vergognarsi dʼaver mai

seguitato o seguire alcun costume di cosí fatte genti, e ogni cosa

adoperare, per la quale le nazion barbare gloriar non si potessono

dʼesser nelle lor brutte invenzioni deglʼitaliani imitate.

Seguitano, oltre a questo (nelli loro errori multiplicando), e dicono

che i vestimenti lunghi glʼimpedivano e non gli lasciavano nelle

cose opportune esser destri. O stoltissimo argomento vano e dʼogni

ragionevole sentimento vòto! Cosí parlan questi cotali, come se coloro,

li quali piú lunghi portano i vestimenti, non sapessono quali e quante

sieno le faccende di questi tarpati. E, se non che troppo sarebbe

lungo il sermone, io le racconterei in parte. Ma presupognamo che pure

alquante e opportune sieno, come hanno i passati nostri fatto coʼ panni

lunghi? come i romani, li quali in continue guerre, con lʼarme in dosso

ogni dí combattendo, tutto il mondo occuparono? Non mostra che a costor

facesser noia i panni lunghi, neʼ quali erano in continovi e grandi

esercizi. Ma forse diranno questi cotali non esser di necessitá agli

uomini, gli quali sono in fatti dʼarme, lʼavere i panni corti, come a

coloro che vanno vagheggiando, o, a voler dir piú proprio, a color che

vanno facendo la mostra alle femmine che son maschi e chʼegli hanno

le natiche tonde e grosse le cosce. O dissensati! Solevansi i giovani

vergognare seco medesimi degli occulti e disonesti lor pensieri, e

oggi, per somma gloria, vanno mostrando quel che le bestie, se esse

avessono con che, volentieri nasconderieno. Ma che? Dirá forse alcun

altro che i romani similmente gli portavano corti come essi fanno. E

nel vero di questo non mi darebbe il cuore di fare assai certa pruova

per scrittura che io abbia veduta: ma, in luogo di quella, le statue di

marmo e di bronzo a quegli tempi fatte, nelli quali essi discorrevano

il mondo, e delle quali si truovano ancora assai, ne mostrano quali

fossero i loro abiti, e come corti portassono i vestimenti; e di queste

io credo assai aver vedute, né mai alcuna né armata né disarmata ne

vidi, che, o daʼ vestimenti o dallʼarmadure, non fosse almeno infino

al ginocchio coperta. Per la qual cosa essendo a costor risposto assai

manifestamente, si vede che assai mal procede lʼargomento che i panni

lunghi impediscano.

E, accioché io non discorra per tutti, non ometterò però che io

unʼaltra delle lor savie ragioni non discriva, percioché estimano

quella, che dir debbono, essere efficacissima e dovergli dʼogni loro

disonestá render pienamente scusati. Dicono adunque che le donne

mostran loro con le poppe il petto, accioché piú nella concupiscenza

di loro gli accendano; e perciò, quasi in vendetta di ciò, essi

vogliono mostrar loro quelle parti, che debbano loro a quello appetito

medesimo incitare. Sarebbe questa ragione tra le bestie assai colorata,

dove ella è abominevole traʼ sensati. Ma non pensano i miseri quanto

scelleratamente essi adoperino? Essi, questo adoperando, caccian da sé

ogni reverenza materna, mostrando di credere che le madri tengan gli

occhi chiusi, o che esse non possano dalle oscene parti deʼ figliuoli

esser mosse, come lʼaltre femmine si muovono; conciosiacosaché la

natura, movitrice degli appetiti, non abbia alcun riguardo allʼonestá

della parentela. Nel vero io non lʼardirei affermare, quantunque

giá molte volte avvenuto sia, ma ardirò ben di dire che, se ciò

non avviene, esserne la lor costanza cagione, dove del contrario è

cagione il vituperevole costume deʼ figliuoli; né discrederò che, quel

che posson muovere i disonesti figliuoli, non si convenga talvolta

terminare con gli strani uomini. Appresso questo, non sʼaccorgono i

dissipiti, dove incitar credono le femmine, le quali alla lor libidine

disiderano di tirare, quello che essi nelle sorelle, nelle cognate

e nellʼaltre congiunte adoperino; le quali, quantunque spesse volte

caggiano neʼ lacciuoli scioccamente tesi da loro, rade volte avviene

che, da questo sospinte, non saltino negli abbracciamenti dʼuomini

non pensati da coloro, che a ciò con li loro disonesti portamenti le

sospingono. Né ancora considerano quanto di mal fabbrichino nelle

tenere menti delle figliuole, le quali la giovanetta etá continuamente

sospigne a dover prendere sperienza di ciò, che loro ancora non saria

di necessitá di conoscere: di che non una volta è avvenuto che,

lasciamo stare il porre dinanzi agli occhi loro quelle parti del corpo,

le quali con ogni ingegno si dovrien tôrre deʼ pensieri, ma le parole

men che oneste deʼ non cauti padri aver loro prima strupatore che

marito trovato.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 13 / 25 段