«Quali colombe». Qui lʼautore, per una comparazione, ne dichiara con

quanta affezione quelle due anime chiamate venissero a lui. «Quali

colombe dal desio», di rivedere i figliuoli, «chiamate», cioè incitate,

«Con lʼali alzate», volando, «e ferme», con lʼaffezione, «al dolce

nido», nel quale i figliuoli hanno lasciati, per dover cercar pastura

per li figliuoli e per loro; «Vengon per lʼaer», verso il nido, «dal

voler portate»; percioché gli animali non razionali non hanno altra

guida nelle loro affezioni che la volontá; «Cotali uscir», questi

due, «della schiera ovʼè Dido», la qual di sopra disse che andavano

per quello aere a guisa che volano i grú; «A noi venendo per lʼaer

maligno», quanto è a loro che quivi tormentati erano: «Sí forte», cioè

sí potente, «fu lʼaffettuoso grido», cioè priego (non si dee credere

che lʼautor gridasse). E venuti disson cosí:—«O animal grazioso e

benigno», chiamanlo per ciò «grazioso e benigno», perché benignamente

pregò; il che laggiú non suole avvenire, anzi vi si usa per li ministri

della divina giustizia rigidamente comandare: «Che visitando vai per

lʼaer perso», cioè oscuro, «Noi, che tignemmo ʼl mondo di sanguigno»,

quando uccisi fummo; percioché, versandosi il lor sangue, dovunque

toccò tinse di color sanguigno; «Se fosse amico», di noi, come egli è

nemico, «il Re dellʼuniverso», cioè Iddio, «Noi pregheremmo lui per la

tua pace», cioè che pace ti concedesse, «Poi cʼhai pietá del nostro

mal perverso», cioè al nostro tormento. «Di quel chʼudire» da noi, «e

che parlar ti piace» a noi, «Noi udiremo», parlando tu, «e parleremo a

vui», rispondendo a quelle cose delle quali domanderai, «Mentre che ʼl

vento», cioè quella bufera, «come fa», al presente, «ne tace», cioè non

cʼinfesta.

[Nota: Lez. XX]

«Siede la terra». Qui comincia costei a manifestare se medesima, senza

essere addomandata; e ciò fa per mostrarsi piú pronta aʼ suoi piaceri.

Ma, prima che piú avanti si proceda, è da raccontare chi costei fosse,

e perché morta, accioché piú agevolmente si comprenda quello che essa

nelle sue seguenti parole dimostrerá. È adunque da sapere che costei

fu figliuola di messer Guido vecchio da Polenta, signor di Ravenna e

di Cervia; ed essendo stata lunga guerra e dannosa tra lui e i signori

Malatesti da Rimino, addivenne che per certi mezzani fu trattata e

composta la pace tra loro. La quale accioché piú fermezza avesse,

piacque a ciascuna delle parti di volerla fortificare per parentado;

e ʼl parentado trattato fu che il detto messer Guido dovesse dare per

moglie una sua giovane e bella figliuola, chiamata madonna Francesca,

a Gianciotto, figliuolo di messer Malatesta. Ed essendo questo ad

alcuno degli amici di messer Guido giá manifesto, disse un di loro a

messer Guido:—Guardate come voi fate, percioché, se voi non prendete

modo ad alcuna parte, che in questo parentado egli ve ne potrá seguire

scandolo. Voi dovete sapere chi è vostra figliuola, e quanto ellʼè

dʼaltiero animo: e, se ella vede Gianciotto, avanti che il matrimonio

sia perfetto, né voi né altri potrá mai fare che ella il voglia per

marito. E perciò, quando vi paia, a me parrebbe di doverne tener

questo modo: che qui non venisse Gianciotto ad isposarla, ma venisseci

un deʼ frategli, il quale come suo procuratore la sposasse in nome

di Gianciotto.—Era Gianciotto uomo di gran sentimento, e speravasi

dover lui dopo la morte del padre rimanere signore; per la qual cosa,

quantunque sozzo della persona e sciancato fosse, il disiderava messer

Guido per genero piú tosto che alcuno deʼ suoi frategli. E, conoscendo

quello, che il suo amico gli ragionava, dover poter avvenire, ordinò

segretamente che cosí si facesse, come lʼamico suo lʼavea consigliato.

Per che, al tempo dato, venne in Ravenna Polo, fratello di Gianciotto,

con pieno mandato ad isposare madonna Francesca. Era Polo bello e

piacevole uomo e costumato molto; e, andando con altri gentiliuomini

per la corte dellʼabitazione di messer Guido, fu da una damigella di

lá entro, che il conoscea, dimostrato da un pertugio dʼuna finestra a

madonna Francesca, dicendole:—Madonna, quegli è colui che dee esser

vostro marito;—e cosí si credea la buona femmina; di che madonna

Francesca incontanente in lui pose lʼanimo e lʼamor suo. E fatto poi

artificiosamente il contratto delle sponsalizie, e andatane la donna

a Rimino, non sʼavvide prima dellʼinganno, che essa vide la mattina

seguente al dí delle nozze levare da lato a sé Gianciotto: di che

si dee credere che ella, vedendosi ingannata, sdegnasse, né perciò

rimovesse dellʼanimo suo lʼamore giá postovi verso Polo. Col quale

come ella poi si giugnesse, mai non udii dire, se non quello che

lʼautore ne scrive; il che possibile è che cosí fosse. Ma io credo

quello essere piú tosto fizione formata sopra quello che era possibile

ad essere avvenuto, ché io non credo che lʼautore sapesse che cosí

fosse. E perseverando Polo e madonna Francesca in questa dimestichezza,

ed essendo Gianciotto andato in alcuna terra vicina per podestá,

quasi senza alcun sospetto insieme cominciarono ad usare. Della qual

cosa avvedutosi un singulare servidore di Gianciotto, andò a lui,

e raccontògli ciò che della bisogna sapea, promettendogli, quando

volesse, di fargliele toccare e vedere. Di che Gianciotto fieramente

turbato, occultamente tornò a Rimino, e da questo cotale, avendo veduto

Polo entrare nella camera da madonna Francesca, fu in quel punto menato

allʼuscio della camera, nella quale non potendo entrare, ché serrata

era dentro, chiamò di fuora la donna, e dieʼ di petto nellʼuscio. Per

che da madonna Francesca e da Polo conosciuto, credendo Polo, per

fuggire subitamente per una cateratta, per la quale di quella camera si

scendea in unʼaltra, o in tutto o in parte potere ricoprire il fallo

suo; si gittò per quella cateratta, dicendo alla donna che gli andasse

ad aprire. Ma non avvenne come avvisato avea, percioché, gittandosi

giú, sʼappiccò una falda dʼun coretto, il quale egli avea indosso, ad

un ferro, il quale ad un legno di quella cateratta era; per che, avendo

giá la donna aperto a Gianciotto, credendosi ella, per lo non esservi

trovato Polo, scusare, ed entrato Gianciotto dentro, incontanente

sʼaccorse Polo esser ritenuto per la falda del coretto, e con uno

stacco in mano correndo lá per ucciderlo, e la donna accorgendosene,

accioché quello non avvenisse, corse oltre presta, e misesi in mezzo

tra Polo e Gianciotto, il quale avea giá alzato il braccio con lo

stocco in mano, e tutto si gravava sopra il colpo: avvenne quello che

egli non avrebbe voluto, cioè che prima passò lo stocco il petto della

donna, che egli aggiugnesse a Polo. Per lo quale accidente turbato

Gianciotto, sí come colui che piú che se medesimo amava la donna,

ritirato lo stocco da capo, ferí Polo e ucciselo: e cosí amenduni

lasciatigli morti, subitamente si partí e tornossi allʼuficio suo.

Furono poi li due amanti con molte lacrime, la mattina seguente,

seppelliti e in una medesima sepoltura.

Dice adunque la donna, dal luogo della sua origine

cominciando:—«Siede», cioè dimora, «la terra», cioè la cittá di

Ravenna, antichissima per quello che si crede, e fu colonia deʼ sabini,

quantunque i ravignani dicano che essa fosse posta ed edificata daʼ

nipoti di Noé; «dove nata fui, Su la marina», del mare Adriano, al

quale ella è vicina due miglia, e per alcune dimostrazioni appare che

essa giá fosse in sul mare; «dove ʼl Po discende». Nasce il Po nelle

montagne che dividono Italia dalla Provenza, e, discendendo giú verso

il mare Adriano, per trenta grossi fiumi, che da Appennino e dallʼAlpi

discendono, diventa grossissimo fiume, e tra Mantova e Ferrara si

divide in due parti, delle quali lʼuna ne va verso Ferrara, e lʼaltra

ad una villa di Ferrara chiamata Francolino: e pervenuto a Ferrara,

similemente si divide in due parti, delle quali lʼuna ne va verso

Ravenna, e diciotto miglia lontano ad essa, in luogo chiamato Primaro,

mette in mare. «Per aver pace coʼ seguaci sui», cioè coʼ fiumi che,

mettendo in esso, seguitano il corso suo, e, come esso con essi mette

in mare, hanno pace, in quanto piú non corrono.

«Amor, chʼal cor gentil»: dimostrato per le predette discrizioni

il luogo donde fu, comincia a mostrare la cagione della sua morte;

e primieramente dice Polo essersi innamorato di lei; poi sé dice

essersi innamorata di lui. E, quantunque questa materia dʼamore venga

pienamente a dovere essere trattata nel secondo libro di questo

volume, nel canto diciassettesimo; nondimeno, per alcuna piccola

dichiarazione alle parole che costei dice, alcuna cosa qui ne scriverò.

Piace ad Aristotile esser tre spezie dʼamore, cioè amore onesto, amore

dilettevole e amore utile: e quellʼamore, del quale qui si fa menzione,

è amor dilettevole. E perciò, lasciando star degli altri due, dico che

questo amor per diletto chiamano i poeti Cupido, e dicono che egli fu

figliuolo di Marte e di Venere, sí come Tullio nel libro _De natura

deorum_ testimonia: e a costui attribuiscono i poeti grandissime forze,

sí come per Seneca appare nella tragedia dʼ_Ipolito_, nella quale dice:

_Et iubet caelo superos relicto

vultibus falsis habitare terras.

Thessali Phoebus pecoris magister

egit armentum, positoque plectro

impari tauros calamo vocavit.

Induit formas quotiens minores,

ipse, qui caelum nebulasque ducit?

Candidas ales modo movit alas,_ ecc.

E, oltre a ciò, gli discrivono varie forme, alle quali voler recitare

sarebbe troppo lunga la storia. Ma, vegnendo a quello che alla nostra

materia appartiene, dico che questo Cupidine, o Amor che noi vogliam

dire, è una passion di mente delle cose esteriori, e, per li sensi

corporei portata in essa, è poi approvata dalle virtú intrinseche,

prestando i corpi superiori attitudine a doverla ricevere. Percioché,

secondo che gli astrologi vogliono (e cosí affermava il mio venerabile

precettore Andalò), quando egli avviene che, nella nativitá dʼalcuno,

Marte si trovi esser nella casa di Venere in Tauro o in Libra, e

trovisi esser significatore della nativitá di quel cotale che allora

nasce, ha a dimostrare questo cotale, che allora nasce, dovere

essere in ogni cosa venereo. E di questo dice Alí nel comento del

_Quadripartito_ che, qualunque ora nella nativitá dʼalcuno Venere

insieme con Marte participa, avere questa cotale participazione a

concedere a colui che nasce una disposizione atta aglʼinnamoramenti e

alle fornicazioni. La quale attitudine ha ad adoperare che, cosí tosto

come questo cotal vede alcuna femmina, la quale daʼ sensi esteriori

sia commendata, incontanente quello, che di questa femmina piace, è

portato alle virtú sensitive interiori, e questo primieramente diviene

alla fantasia, e da questa è mandato alla virtú cogitativa, e da quella

alla memorativa; e poi da queste virtú sensitive è trasportato a quella

spezie di virtú, la quale è piú nobile intra le virtú apprensive, cioè

allʼintelletto possibile; percioché questo è il ricettacolo delle

spezie, sí come Aristotile scrive _in libro De anima_. Quivi, cioè in

questo intelletto possibile, cognosciuto e inteso quello che, come di

sopra è detto, portato vʼè, se egli avviene che per volontá di colui,

nel quale è questa passione (conciosiaché in essa volontá sia libertá

di ritenere dentro questa cosa piaciuta e di mandarla fuori), questa

cotal cosa piaciuta sia ritenuta dentro, allora è fermata nella memoria

la passione di questa cosa piaciuta, la quale noi chiamiamo Amore

ovvero Cupido. E pone questa passione la sedia sua e la sua stanza

ferma nellʼappetito sensitivo, e quivi in varie cose adoperanti divien

sí grande, e fassi sí potente, che egli fatica gravemente il paziente e

a far cose, che laudevoli non sono, spesse volte il costrigne: e alcuna

volta, essendo meno approvata questa cotal cosa piaciuta, leggiermente

si risolve e torna in niente. E cosí non è da Marte e da Venere

generata questa passione come alcuni stimano; ma, secondo che di sopra

è detto, sono alcuni uomini prodotti atti a ricevere questa passione

secondo le disposizioni del corpo: la quale attitudine se non fosse,

questa passione non si genererebbe.

Appare adunque che questo Polo era atto nato ad amare; e però, come

vide colei, la quale esso, secondo lʼordine detto di sopra, approvò,

e dentro ritenne lʼapprobazione, subitamente fu da amor passionato

e preso. E deʼsi qui intendere quel che dice «al cor gentil», cioè

flessibile, sí come quello che era nato atto a ricevere quella

passione: «ratto sʼapprende», cioè prestamente vʼè dentro ricevuta e

ritenuta: «Prese costui», cioè Polo, il quale quivi mostra essere in

compagnia di lei; e dice che il prese «Della bella persona», la quale

io ebbi vivendo «Che mi fu tolta», quando uccisa fui: «e ʼl modo», nel

quale mi fu tolta, «ancor mʼoffende», cioè mi tormenta.

[Nota: Lez. XXI]

«Amor, chʼa nullʼamato amar perdona». Questo, salva sempre la reverenza

dellʼautore, non avviene di questa spezie dʼamore, ma avvien bene

dellʼamore onesto, come lʼautore medesimo mostra nel seguente libro nel

canto ventiduesimo, dicendo:

amore

acceso da virtú, sempre altro accese,

pur che la fiamma sua paresse fuore.

Ma puossi qui dire, questo talvolta avvenire, [conciosiacosaché rade

volte soglia lʼuomo molto strettamente legarsi dellʼamore di cosa, chʼè

a lui in tutto o in piú cose di natura conforme; il che quando avviene,

può quel seguitare che lʼautore dice,] conciosiacosaché naturalmente

ogni simile appetisca suo simile: e però, come la cosa amata sentirá

i costumi e le maniere dellʼamante conformi alle sue, incontanente si

dichinerá a doverlo cosí amare, come ella è amata da lui; cosí non

perdonerá lʼamore allʼamato, cioè chʼegli non faccia che questo amato

ami chi ama lui. «Mi prese del costui piacer», cioè del piacere di

costui, o del piacere a costui: in che generalmente si sforza ciascun

che ama di piacere alla cosa amata: «sí forte», cioè con tanta forza,

«Che, come vedi, ancor non mʼabbandona». Vuol dire: vedendomi, come tu

fai, andar continovo con lui, puoi comprendere che io lʼamo, come io

lʼamai mentre vivevamo. [Ma] in questo lʼautor séguita lʼopinion di

Virgilio, il qual mostra nel sesto dellʼ_Eneida_, Sicheo perseverare

nellʼamor di Didone, dove dice:

_Tandem corripuit sese, atque inimica refugit

in nemus umbriferum, coniux ubi pristinus illi

respondet curis aequatque Sichaeus amorem_, ecc.

[Secondo la cattolica veritá, questo non si dee credere, percioché

la divina giustizia non permette che in alcuna guisa alcun dannato

abbia o possa avere cosa che al suo desiderio si conformi, o gli

porga consolazione o piacere alcuno: alla quale assai manifestamente

sarebbe contro, se questa donna, come vuol mostrare nelle sue parole,

a se medesima compiacesse dello stare in compagnia del suo amante.]

«Amor condusse noi ad una morte»: cioè ad essere uccisi insieme e in

un punto. «Caina attende»: Caina è una parte del nono cerchio del

presente libro, cosí chiamata da Caino figliuolo dʼAdamo, il quale

peroché uccise il fratello carnale, mostra di sentire lʼautore che egli

sia in quel cerchio dannato: e, percioché egli fu il primo che cotal

peccato commise, dinomina lʼautore quel cerchio da lui; e in quel si

puniscono tutti coloro che i fratelli o congiunti uccidono. E perciò

dice questa donna che quel cerchio aspetta Gianciotto, il quale uccise

lei, sua moglie, e Polo, suo fratello: «chi», cioè colui, «in vita ci

spense»,—cioè uccise; percioché morte non è altro che un privare, il

qual si può dire «spegner di vita».

«Queste parole», di sopra dette, «da lor ci fûr pòrte», cioè da madonna

Francesca, parlante per sé e per Polo.

«Da chʼio intesi questʼanime offense», sí dalla morte ricevuta e sí

dal presente tormento, «Chinai ʼl viso», come colui fa, il quale ha

udita cosa che gli grava, «e tanto il tenni basso, Fin che ʼl poeta

mi disse:—Che pense?»—quasi volesse dire: Eʼ si vuole attendere ad

altro.—

«Quando risposi», alla domanda di Virgilio, «cominciai», a dire:—«O

lasso! Quanti dolci sospir»: dolci sospiri paiono esser quegli che da

speranza certa muovono di dovere ottenere la cosa che sʼama: «quanto

disio», quasi dica molto, «Menò costoro», Francesca e Polo, «al

doloroso passo!»—della morte.

«Poi mi rivolsi a loro, e parlaʼ io, E cominciai:—Francesca, i tuoi

martíri», neʼ quali io ti veggio, «A lacrimar mi fanno tristo e pio»,

cioè dolente e pietoso. «Ma dimmi: al tempo deʼ dolci sospiri», cioè

quando tu ancora sospiravi, amando e sperando, «A che» segno, «e come»,

cioè in qual guisa, «concedette Amore», il quale suol rendere gli

amanti temorosi e non lasciar loro, per téma di non dispiacere, aprire

il disiderio loro, «Che conosceste», cioè tu di Polo, e Polo di te,

«i dubbiosi disiri?»—Chiámagli «dubbiosi» i disidèri degli amanti,

percioché, quantunque per molti atti appaia che lʼuno ami lʼaltro e

lʼaltro lʼuno, tuttavia suspicano non sia cosí come a lor pare, insino

a tanto che del tutto discoperti e conosciuti sono.

«Ed ella a me:—Nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo felice»:

chiama «felice» il tempo il quale aveva nella presente vita, per

rispetto a quello che ha nella dannazione perpetua, la qual chiama

«miseria», dicendo: «Nella miseria»; e veramente grandissimo dolore è:

e questo assai chiaro testimonia Boezio, _in libro De consolatione_,

dicendo: «_Summum infortunii genus est, fuisse felicem_»; «e ciò

sa ʼl tuo dottore», cioè Virgilio, il quale, e nel principio della

narrazion fatta da Enea deʼ casi troiani a Didone e ancora nel dolore

di Didone nella partita dʼEnea, assai chiaramente il dimostra. «Ma,

se a conoscer la prima radice», la qual prima radice del costoro

amore ha lʼautore mostrata di sopra quando dice: «Amar, chʼal cor

gentil», ecc., dove qui, secondo la sua domanda, cioè dellʼautore,

madonna Francesca gli dimostra come al frutto, il quale di quella

radice si disidera e sʼaspetta, essi pervenissero; e cosí vorrá qui

lʼautore che il principio sʼintenda per la fine: «Del nostro amor

tu hai cotanto affetto», cioè tanto disiderio, «Farò come colei

che piange e dice. Noi», cioè Polo ed io, «leggevamo un giorno per

diletto Di Lancellotto», del quale molte belle e laudevoli cose

raccontano i romanzi franceschi; cose, per quel chʼio creda, piú

composte a beneplacito che secondo la veritá: e leggevamo «come amor

lo strinse»; percioché neʼ detti romanzi si scrive Lancellotto essere

stato ferventissimamente innamorato della reina Ginevra, moglie del

re Artú. «Soli eravamo e senza alcun sospetto». Scrive lʼautore tre

cose, ciascuna per se medesima potente ad inducere a disonestamente

adoperare un uomo e una femmina che insieme sieno: cioè leggere

gli amori dʼalcuni, lʼesser soli e lʼesser senza sospetto dʼalcuno

impedimento. «Per piú fiate gli occhi ci sospinse», a riguardar lʼun

lʼaltro, «Quella lettura e scolorocci ʼl viso»: cioè fececi tal

volta venir palidi e tal rossi, come a quegli suole avvenire, che,

da alcuna cagion mossi, disiderano di dire alcuna cosa, e poi temono

e cosí impalidiscono, o si vergognano e cosí arrossiscono. «Ma solo

un punto fu quel che mi vinse», a dover pur mandar fuori il disiderio

mio; e questo fu «Quando leggemmo il disiato riso», cioè la disiderata

letizia, la qual fu alla reina Ginevra, «Esser baciata da cotanto

amante», quanto era Lancellotto, reputato in queʼ tempi il miglior

cavalier del mondo. «Questi», cioè Polo, «che mai da me non fia

diviso, La bocca mi baciò tutto tremante». Ottimamente discrive lʼatto

di quegli, li quali con alcun sentimento ferventemente amano, che,

quantunque offerito sia loro quello che essi appetiscono (come qui si

comprende che madonna Francesca offeresse a Polo), non senza tremore la

prima volta il prendono.

«Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse». Scrivesi neʼ predetti romanzi

che un prencipe Galeotto, il quale dicono che fu di spezie di gigante,

sí era grande e grosso, sentí primo che alcuno altro lʼocculto amore

di Lancellotto e della reina Ginevra: il quale non essendo piú avanti

proceduto che per soli riguardi, ad istanza di Lancellotto, il quale

egli amava maravigliosamente, tratta un dí in una sala a ragionamento

seco la reina Ginevra, e a quello chiamato Lancellotto, ad aprire

questo amore con alcuno effetto fu il mezzano: e, quasi occupando

con la persona il poter questi due esser veduti da alcuno altro

della sala che da lui, fece che essi si baciarono insieme. E cosí

vuol questa donna dire che quello libro, il quale leggevano Polo ed

ella, quello uficio adoperasse tra lor due, che adoperò Galeotto tra

Lancellotto e la reina Ginevra: e quel medesimo dice essere stato colui

che lo scrisse; percioché, se scritto non lʼavesse, non ne potrebbe

esser seguito quello che ne seguí. «Quel giorno piú non vi leggemmo

avante»:—assai acconciamente mostra di volere che, senza dirlo essa,

i lettor comprendano quello che dellʼessere stata basciata da Polo

seguitasse.

«Mentre che lʼuno». Qui comincia la sesta e ultima particula del

presente canto, nella quale lʼautore discrive quello che di quel

ragionare gli seguisse, e dice: «Mentre che lʼuno spirto», cioè

madonna Francesca, «questo disse», che di sopra è detto, «Lʼaltro

piangeva», cioè Polo, «sí», cioè in tal maniera, «che di pietade»,

per compassione, «Io venni meno», cioè mancaronmi le forze, «sí comʼio

morisse, E caddi come corpo morto cade». Suole alcuna volta avere tanta

forza la compassione, che pare chʼella faccia cosí altrui struggere il

cuore, come si strugge la neve al fuoco; di che avviene che le forze

sensibili si dileguano, e lʼanimali rifuggono nelle piú intrinseche

parti del cuore, quasi abbandonato: e cosí il corpo, destituto dal

suo sostegno, impalidito cade. E questa compassione, come altra volta

di sopra è detto, non ha tanto lʼautore per gli spiriti uditi, quanto

per se medesimo, il quale, dalla coscienza rimorso, conosce sé in

quella dannazion dovere cadere, se di quello, che giá in tal colpa ha

commesso, non sodisfa con contrizione e penitenza a Colui, il quale

egli ha, peccando, offeso, cioè a Dio.

II

SENSO ALLEGORICO

«Cosí discesi del cerchio primaio», ecc. Mostrato che la ragione ha

il supplicio, il quale sostengono coloro, li quali senza essere stati

per lo lavacro del battesimo mondati dal peccato originale; procedendo

piú avanti con la meditazione, discende a dimostrargli la qualitá

delle colpe piú gravi, e quali sieno i tormenti, alli quali per la

divina giustizia dannati sieno coloro li quali in esse colpe morirono.

E fa due cose nel presente canto: primieramente in persona di Minos

gli dimostra la rigida e severa giustizia di Dio; appresso gli mostra

in questo cerchio secondo esser dannati queʼ peccatori, li quali,

oltre alla ragione, oltre ad ogni legge o buon costume, seguirono il

concupiscibile appetito nel vizio della lussuria, nominando di questi

cotali alquanti, accioché piú pienamente si comprenda la sua intenzione.

Dico adunque che primieramente la ragione ne dimostra qui, in persona

di Minos, la severitá della divina giustizia. Intorno alla qual

dimostrazione son da considerare due cose: la prima, perché piú in

questa parte, che piú su o piú giú, questa divina giustizia ne sia

dimostrata; la seconda, perché piú in persona di Minos che dʼun altro.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 12 / 25 段