Cleopatras fu reina dʼEgitto e, per molti re medianti, trasse origine

da Tolomeo, figliuolo di Lagio di Macedonia: e piace ad alcuni lei

essere stata figliuola di Tolomeo Dionisio, re dʼEgitto. Altri dicono

il padre di lei essere stato Tolomeo Mineo, similmente re dʼEgitto,

il quale, essendo amicissimo del popolo di Roma, e avendo quattro

figliuoli, due maschi e due femmine, venendo a morte, lasciò, al

tempo del primo consolato di Giulio Cesare, per testamento che il

maggior deʼ figliuoli, il quale fu nominato Lisania, presa per moglie

Cleopatra, sua sirocchia, e di piú di che lʼaltra, insieme dopo la

morte regnassero: la qual cosa per li romani fu mandata ad esecuzione.

Ma, ardendo Cleopatra di disiderio di regnar sola, il suo marito e

fratello fece morir di veleno, e sola tenne il reame. Ma, avendo giá

Pompeo magno quasi tutta lʼAsia costretta ad ubbidire aʼ romani,

venendo in Egitto, privò Cleopatra del reame, e fecene re il minor

fratello, ancora assai giovinetto. Della qual cosa indegnata Cleopatra,

come piú tosto poté, gli mosse guerra; e, perseverando in essa, avvenne

che Pompeo, vinto da Cesare in Tessaglia, e dal giovane Tolomeo fatto

uccidere in Egitto, e seguitandolo Cesare, pervenuto in Alessandria,

e trovando Cleopatra in guerra contro al fratello, amenduni gli fece

davanti da sé chiamare per udir le ragioni di ciascuna parte. Davanti

al quale dovendo venir Cleopatra, avendo della sua formositá gran

fidanza, percioché bella femmina fu, ornata di reali vestimenti

comparí: e assai leggiermente le venne fatto di prender con gli

occhi e con gli atti suoi il libidinoso prencipe. Di che seguí che,

avendo Cesare piú notti comuni avute con lei, ed essendo giá il

giovane Tolomeo annegato a Delta, dove contro a Mitridate pergameno,

che in aiuto di Cesare veniva, andato era; Cesare le concedette il

reame dʼEgitto, menatane Arsinoe, sirocchia di Cleopatra, accioché

per lei alcuna novitá non fosse suscitata nel regno. Essendo dunque

Cleopatra reina, e in istato tranquillo, in tutte quelle lascivie si

diede che dar si possa disonesta femmina: e, disiderosa di ragunar

tesori e gioie, quasi di tutti i re orientali disonestamente divenne

amica. Né le fu questo assai, ma tutti i templi dʼEgitto e le sagre

case spogliò di vasellamenti, di statue e di tesori. Apresso questo,

essendo giá stato ucciso Cesare, e Bruto e Cassio vinti da Ottaviano e

da Antonio, al detto Antonio, vegnente in Siria, si fece incontro in

forma dʼonorario: e lui, non altrimenti che Cesare aveva fatto, prese

e inretí del suo amore, e lui indusse innanzi ad ogni altra cosa,

accioché senza alcuna suspizione del regno rimanesse, a fare uccidere

Arsinoe, sua sirocchia, non ostante che essa per sua salute rifuggita

fosse nel tempio di Diana efesia. E, avendo giá invescato nella sua

dilezione Antonio, ardí di chiedergli il reame di Siria e dʼArabia,

li quali col suo terminavano. La qual domanda parendo troppo grande

ad Antonio, non gliele diede, ma, per soddisfarla alquanto, le diede

di ciascuno alcuna particella. Poi, avendo ella accompagnato Antonio,

il quale andava in Partia, infino al fiume dʼEufrate, e tornandosene,

ne venne per Siria, dove magnificamente fu ricevuta da Erode, re poco

davanti per opera dʼAntonio stato coronato di quel reame: lá dove ella

non dubitò di fare per interposita persona tentare Erode della sua

dimestichezza, sperando, se a quella il potesse inducere, di dovergli

sottrarre il reame di Siria. Di che accorgendosi Erode, per levare

da dosso ad Antonio lʼignominia di costei, diliberò dʼucciderla; ma,

dagli amici da ciò ritratto, donatole grandissimi doni, la lasciò

tornare in Egitto. Dove dopo alquanto ricevuto Antonio, il quale in

fuga daʼ parti sʼera tornato, essendo in lei lʼardor cresciuto del

signoreggiare, fu di tanta presunzione, che ella gli chiese lo imperio

di Roma, e Antonio fu tanto bestiale che egli gliele promise. Ed

essendo giá alcuna cagione nata di guerra tra Antonio e Ottaviano, per

lʼavere egli repudiata Ottavia, sua moglie e sirocchia dʼOttaviano,

e presa per moglie Cleopatra, prepararono una grande armata navale,

ornata con vele di porpore e con altri assai arredi preziosissimi, e,

sú montátivi, nʼandarono in Epiro: dove venuto giá Ottaviano, e avendo

combattuto in terra e vinta la gente di Antonio, si recarono a volere

provare la fortuna del mare. Nel quale parendo giá Ottaviano dover

vincere, prima a tutti gli altri fuggí Cleopatra, la cui nave aveva

la vela dʼoro, e lei seguitarono sessanta delle sue navi. La quale

incontanente Antonio, gittati via della sua nave tutti gli ornamenti

pretoriani, seguitò: e, pervenuti in Alessandria, e ogni sforzo fatto a

dover resistere ad Ottaviano, lui vegnente aspettarono. Il quale avendo

molto le lor forze diminuite, domandò Antonio le condizioni della pace,

le quali non potendo avere, disperatosi entrò nel luogo dove erano

usati di seppellirsi i re, e quivi se medesimo uccise. Ed essendo poi

presa Alessandria, estimando Cleopatra con quelle medesime arti poter

pigliare Ottaviano, con che primieramente Cesare e Antonio presi avea,

e trovandosi del suo pensiero ingannata; udendo che servata era da

Ottaviano al triunfo, turbata e con difficultá dʼanimo sofferendo di

dover divenire spettaculo deʼ romani, vestendosi i reali ornamenti,

lá se nʼentrò dove il suo Antonio giaceva morto, e, postasi a giacere

allato a lui, e fattesi aprire le vene delle braccia, a quelle si pose

una spezie di serpenti, chiamati «ypnali», il veleno deʼ quali ha ad

inducer sonno, e a far dormendo morire il trafitto: e cosí addormentata

si morí, quantunque, avendo ciò udito Ottaviano, si sforzasse di

ritenerla in vita, fatti venir alcuni di queʼ popoli che si chiamano

«psilli», e fatto lor porre la bocca alle pugniture del braccio, e

tirar fuori lʼavvelenato sangue daʼ serpenti; ma ciò fu fatica perduta,

percioché la forza del veleno aveva giá ucciso il cuor di lei.

Sono nondimeno alcuni che dicono lei davanti a questo tempo morta,

e dʼaltra spezie di morte; dicendo che, avendo Antonio temuto non,

nellʼapparecchiamento della guerra contro ad Ottaviano, Cleopatra con

la morte di lui si facesse benivolo Ottaviano, niuna cosa era usato

di bere né di mangiare, che primieramente non facesse assaggiare ad

altrui: di che essendosi Cleopatra avveduta, a farlo chiaro della

sua fede verso di lui, avvelenò i fiori delle ghirlande le quali il

dí davanti portate aveano: e postesi quelle in capo, mise in festa e

in trastullo Antonio, e tanto procedette col trastullo della festa,

che ella lo ʼnvitò a dover bere le loro ghirlande, e messe i fiori di

quelle in un nappo, dove era quello, o vino o altro, che ber si dovea:

e, volendolo Antonio bere, ella il ritenne, e vietò che nol bevesse, e

disse:—Antonio amantissimo a me, io son quella Cleopatra, la quale con

queste tue disusate pregustazioni tu mostri dʼaver sospetta: e però, se

io potessi sofferire che tu bevessi quello di che tu hai paura, e tempo

nʼho, e tu me nʼhai data cagione;—e quindi mostratogli lo ʼnganno, il

quale adoperato avea neʼ fiori, dicono che Antonio la fece prendere e

guardare, e costrinsela a bere quel beveraggio, il quale ella aveva a

lui vietato che non bevesse; e cosí lei vogliono esser morta. La prima

opinione è piú vulgata: senza che, a quella sʼaggiugne che, avendo

Antonio ed ella cominciata una magnifica sepoltura per loro. Ottaviano

comandò che compiuta fosse e che amenduni in essa fossero seppelliti.

«Elena vidi», in questa schiera, «per cui», cioè per la quale, «tanto

reo Tempo si volse», cioè tanta lunga dimension di tempo, la quale

per le circunvoluzioni del cielo misurata passò: la quale lunga

dimension di tempo fu per ispazio di venti anni, cioè dal dí che Elena

fu rapita al dí che a Menelao fu restituita; percioché tanto stette

Elena in Troia, e alquanto piú, sí come Omero nellʼultimo libro della

sua _Iliade_ dimostra, là dove, lei piagnendo sopra il morto corpo di

Ettore, fa dire quasi queste parole, che, essendo ella stata venti anni

appo Priamo eʼ figliuoli, mai Ettore non le avea detta una ingiuriosa

parola. È il vero che di questi venti anni non fu lʼassedio continuato

intorno ad Ilione, se non i dieci ultimi anni: e però si può intendere

li dieci primi essersi consumati e nel raddomandare Elena, il che piú

volte per ambasceria fecero, e nel sommuovere tutta Grecia alla impresa

contro aʼ troiani, e nel dar ordine e nel fare lʼapparecchio delle cose

opportune a tanta guerra. E il vero che gli ultimi dieci furono molto

peggiori che i primi, percioché in essi furono dintorno ad Ilione fatte

molte battaglie, e in esse furono uccisi molti valenti uomini e popolo

assai.

Elena fingono i poeti essere stata figliuola di Giove e di Leda,

moglie di Tindaro, re dʼOebalia, e lui dicono in forma di cigno,

con lei bellissima donna e madre dʼElena, esser giaciuto, narrando

in questa forma la favola di Giove, ecc. Ma le istorie vogliono lei

essere stata figliuola di Tindaro, re dʼOebalia, e di Leda, e sirocchia

di Castore e di Polluce. Fu la bellezza di costei tanto oltre ad

ogni altra maravigliosa, che ella non solamente a discriversi con la

penna faticò il divino ingegno dʼOmero, ma ella ancora molti solenni

dipintori e piú intagliatori per maestero famosissimi stancò: e intra

gli altri, sí come Tullio nel secondo dellʼ_Arte vecchia_ scrive,

fu Zeusis eracleate, il quale per ingegno e per arte tutti i suoi

contemporanei e molti deʼ predecessori trapassò. Questi, condotto

con grandissimo prezzo daʼ croteniesi a dover la sua effigie col

pennello dimostrare, ogni vigilanza pose, premendo con gran fatica

dʼanimo tutte le forze dello ʼngegno suo; e, non avendo alcun altro

esemplo, a tanta operazione, che i versi dʼOmero e la fama universale

che della bellezza di costei correa, aggiunse a questi due un esempio

assai discreto: percioché primieramente si fece mostrare tutti i beʼ

fanciulli di Crotone, e poi le belle fanciulle, e di tutti questi

elesse cinque, e delle bellezze deʼ visi loro e della statura e

abitudine deʼ corpi, aiutato daʼ versi dʼOmero, formò nella mente sua

una vergine di perfetta bellezza, e quella, quanto lʼarte potè seguire

lʼingegno, dipinse, lasciandola, sí come celestiale simulacro, alla

posteritá per vera effigie dʼElena. Nel quale artificio, forse si poté

abbattere lʼindustrioso maestro alle lineature del viso, al colore e

alla statura del corpo: ma come possiam noi credere che il pennello e

lo scarpello possano effigiare la letizia degli occhi, la piacevolezza

di tutto il viso, e lʼaffabilitá, e il celeste riso, e i movimenti

vari della faccia, e la decenza delle parole, e la qualitá degli atti?

Il che adoperare è solamente oficio della natura. E, percioché queste

cose erano in lei esquisite, né vedeano i poeti a ciò poter bastare

la penna loro, la finsero figliuola di Giove, accioché per questa

divinitá ne desser cagione di meditare qual dovesse essere il fulgore

degli occhi suoi, quale il candore del mirabile viso, quanta e quale

la volantile e aurea chioma, da questa parte e da quella con vezzosi

cincinnuli sopra gli candidi ómeri ricadente; quanta fosse la soavitá

della dolce e sonora voce, e ancora certi atti della bocca vermiglia

e della splendida fronte e della gola dʼavorio, e le delizie del

virginal petto, con le altre parti nascose daʼ vestimenti. Da questa

tanto ragguardevole bellezza fu Teseo, figliuolo dʼEgeo, re dʼAtene,

tirato in Oebalia a doverla rapire: la quale esso trovata giucare,

secondo il lor costume, nella palestra con gli altri fanciulli di sua

etá, conosciutala la rapí, e portonnela ad Atene: e quantunque per la

troppo tenera etá altro che alcun bascio tôrre non le potesse, pure

alquanto maculò la virginale onestá. Qui si può muovere un dubbio,

conciosiacosaché tutti gli antichi scrittori a questo sʼaccordino, che

Teseo prima, e poi Paris, la rapissono. Come questo debba poter esser

stato, ecc. Fu nondimeno poi costei da Elettra, madre di Teseo, non

essendo Teseo in Atene, renduta a Castore e a Polluce, suoi fratelli,

raddomandantila. Altri dicono che Teseo lʼavea raccomandata a Proteo,

re dʼEgitto, e che esso in assenza di Teseo lʼaveva renduta aʼ

fratelli. Poi appresso, essendo pervenuta ad etá matura, fu maritata a

Menelao, re di Lacedemonia, e dopo alquanto tempo, essendo esso andato

in Creti, fu da Paris troiano rapita di Lacedemonia e portatane in

Troia, e, secondo che alcuni dicono, di consentimento di lei. Altri

dicono che ella fu dal detto Paris rapita dʼunʼisola chiamata Citerea,

dove ella ad un certo sacrificio che si faceva, secondo il costume

antico, vegghiava la notte nel tempio dello dio, al quale il sacrificio

faceano, con altre donne della contrada. E son di quegli che affermano

senza sua saputa o volontá questo essere stato fatto. [Qui del modo del

vegghiare, e come di qua il recarono i marsiliesi, e donde vennero le

vigilie.] In Troia dimorò venti anni, come di sopra dicemmo: ed essendo

stato ucciso Paris da Pirro, si rimaritò a Deifobo, suo fratello:

e, per quel che paia voler Virgilio, essendosi secondo lʼordine del

trattato i greci ritrattisi indietro da Ilione e fatto sembiante

dʼandarsene, ed ella sapendolo, ed essendo a ciò consenziente, quando

vide il tempo atto al disiderio deʼ greci, con un torchio acceso diede

lor segno al venire; di che essi tornati, e preso Ilione e disfatto, e

ricevuta lei, la restituirono a Menelao: il quale dicono che volentieri

la ricevette. E altri vogliono essere la cagione percioché non di sua

volontá fu rapita; altri percioché tenne al trattato, e diede il cenno

aʼ greci di ritornare. E, tornandosi costei con Menelao in Grecia, da

noiosa tempesta di mare ne furono portati in Egitto, e quivi da Polibo

re onorevolmente ricevuti; e, oltre a questo, essendo da diversi casi

ritenuti, lʼottavo anno dopo la distruzione dʼIlione, tornarono in

Lacedemonia. Dove scrive Omero, nella sua _Odissea_, che Telemaco,

figliuolo di Ulisse, essendo venuto per domandar Menelao se alcuna cosa

dir gli sapesse dʼUlisse, gli trovò far festa e nozze grandissime,

avendo Menelao dato moglie ad un suo figliuolo non legittimo, chiamato

Megapénti. E da questo tempo innanzi, mai che di lei si fosse non mi

ricorda aver trovato.

«E vidi ʼl grande Achille, Che con amore», cioè per amore, «al fine»,

della sua vita, «combatteo», contro a Paris e agli altri che nel tempio

dʼApollo timbreo lʼassalirono e uccisono; nel quale Ecuba lʼaveva

occultamente e falsamente fatto venire, avendogli promesso di dargli

per moglie Polissena.

[Nota: Lez. XIX]

Achille fu figliuolo di Peleo e di Tetide minore, nelle cui nozze,

ecc. non fu invitata la dea della discordia, ecc.; e fu dʼuna cittá

di Tessaglia, secondo che Omero scrive nella _Iliada_, chiamata Ptia:

il quale, secondo che i poeti scrivono, come nato fu, dalla madre fu

portato in inferno, e, accioché egli divenisse forte e paziente delle

fatiche, presolo per lo calcagno, tutto il tuffò nel fiume, ovvero

nellʼonde di Stige, palude infernale, fuori che il calcagno di lui, il

quale teneva con mano; e questo fatto, il diede a Chirón centauro, che

lo allevasse. Il quale il nutricò, non in quella forma che gli altri

tutti si sogliono nutricare, ma gli faceva apparecchiare il cibo suo

solamente di medolla dʼossa di bestie prese da lui; e questo faceva,

accioché egli, per continuo esercizio, si facesse forte e destro a

sostenere le fatiche. E per questo solea dir Leon Pilato lui essere

stato nominato Achille, ab «a», che tanto vuol dire quanto «senza», e

«_chilos_», che tanto vuol dire quanto «cibo», quasi «uomo nutricato

senza cibo». Insegnò Chirón a costui astrologia e medicina e sonare

certi istrumenti di corda. Ma, come la madre di lui sentí essere stata

rapita da Paride Elena, conoscendo per sue arti che gran guerra ne

seguirebbe, e che in quella sarebbe il figliuolo ucciso, sʼingegnò di

schifargli con consiglio questo male, se ella potesse: e lui dormente,

e ancora fanciullo senza barba, nascosamente della spelonca di Chirone

il trasse, e portonnelo in una isola chiamata Sciro, dove regnava un

re chiamato Licomede: e con vestimenti femminili, avendolo ammaestrato

che a niuna persona manifestasse sé esser maschio, quasi come fosse

una vergine, gliele diede che il guardasse tra le figliuole. Ma questo

non potè lungamente essere occulto a Deidamia, figliuola di Licomede,

cioè che egli fosse maschio: col quale essa, preso tempo atto a ciò,

si giacque; e per la comoditá, la quale avea di questo suo piacere, ad

alcuna persona non manifestava quello essere che essa avea conosciuto.

E tanto continovò la lor dimestichezza, che essa di lui concepette un

figliuolo, il quale poi chiamaron Pirro. Ma, poi che i greci ebbero

tutti fatta congiurazione contro aʼ troiani, avendo per risponso avuto

non potersi Troia prendere senza Achille, messisi ad investigare

di lui, con la sagacitá dʼUlisse fu trovato e menato a Troia: dove

andando, prese piú cittá di nemici e grandissima preda, e una figliuola

del sacerdote dʼApolline, la qual donò ad Agamennone, e unʼaltra, che

presa nʼavea, chiamata Briseida, guardò per sé. Ed essendo convenuto,

per risponsi deglʼiddii, che Agamennone avesse la sua restituita al

padre, tolse Briseida ad Achille: della qual cosa turbato Achille,

non si poteva fare, né per prieghi né per consiglio, che egli volesse

combattere contro aʼ troiani. Per che, essendo i greci un dí fieramente

malmenati daʼ troiani, avendo egli concedute le sue armi e il carro

a Patrocolo, e Patrocolo essendo stato ucciso da Ettore, turbato

sʼarmò: e, vinto e ucciso Ettore, e strascinatolo, e poi tenutolo

senza sepoltura dodici dí, e ultimamente rendutolo a Priamo, e poi

perseverando nel combattere, avendo ucciso Troilo, fratello di Ettore,

suspicò Ecuba costui non doverle alcuno deʼ figliuoli lasciare, per

che con lui tenne segreto trattato di dovergli dare Polissena, sua

figliuola, per moglie, dove egli le promettesse piú non prendere arme

contro aʼ troiani. Amava Achille Polissena meravigliosamente, percioché

neʼ tempi delle tregue veduta lʼavea, ed eragli oltre ad ogni altra

femmina paruta bella. Ed essendo dunque esso in convenzione con Ecuba,

secondo che ella gli mandò dicendo, solo e disarmato andò una notte nel

tempio dʼApollo timbreo, il quale era quasi allato alle mura dʼIlione,

credendosi quivi trovare Ecuba e Polissena; ma come egli fu in esso,

gli uscí sopra Paris con certi compagni; ed essendo Paris mirabilmente

ammaestrato nellʼarte del saettare, aperto lʼarco, il ferí dʼuna saetta

nel calcagno, percioché sapeva lui in altra parte non potere esser

ferito: per che Achille, fatta alcuna ma piccola difesa, cadde e fu

ucciso, e poi seppellito sopra lʼuno deʼ promontori di Troia, chiamato

Sigeo.

«Vidi Paris». Paris, il quale per altro nome fu chiamato Alessandro,

fu figliuolo di Priamo e di Ecuba, del quale Tullio _in libro De

divinatione_ scrive che, essendo Ecuba pregna di quella pregnezza della

quale ella partorí Paris, le parve una notte nel sonno partorire una

facellina, la quale ardeva tutta Troia. Il qual sonno essa raccontò a

Priamo: del significato del qual sogno Priamo fece domandare Apollo,

il quale rispose che per opera del figliuolo, il quale nascer dovea

di questa grossezza, perirebbe tutta Troia. Per la qual cosa Priamo

comandò che il figliuolo che nascesse, ella il facesse gittar via.

Ma, essendo venuto il tempo del parto, e avendo Ecuba partorito un

bel fanciullo, ebbe pietá di lui, e nol fece, secondo il comandamento

di Priamo, gittar via, ma il fece occultamente dare a certi pastori

del re, che lʼallevassero: e cosí da questi pastori fu allevato nella

selva chiamata Ida, non guari dilungi da Troia. Ed essendo divenuto

grande, quivi primieramente usò la dimestichezza dʼuna ninfa del luogo

chiamata Oenone, e di lei ebbe due figliuoli, deʼ quali chiamò lʼuno

Dafne e lʼaltro Ideo. E, dimorando in abito pastorale in quella selva,

addivenne un grande e famoso giudice, e ogni quistione tra qualunque

persona con maravigliosa equitá decideva. Per la qual cosa perduto

quasi il vero nome, cioè Alessandro, era da tutti chiamato Paris,

quasi «eguale». E in questo tempo che esso cosí dimorava, avvenne che

Peleo menò per moglie Teti, e alle sue nozze invitò Giunone, Pallade e

Venere. Di che gravandosi la dea della discordia, che essa non vʼera

stata chiamata, preso un pomo dʼoro, vi scrisse sú che fosse dato alla

piú degna, e gittollo sopra la mensa, alla quale esse sedevano. Di

che, lette le lettere, ciascuna delle tre dèe diceva a lei, sí come

a piú degna, doversi il detto pomo. Ed essendo tra loro la quistione

grande, andarono per lo giudicio a Giove, il quale Giove non volle

dare, ma disse loro:—Andate in Ida, e quivi è un giustissimo uomo

chiamato Paris; quegli giudicherá qual di voi ne sia piú degna.—Per

la qual cosa le tre dèe andarono nella selva, e trovarono Paris in una

parte di quella chiamata Mesaulon, e quivi proposero davanti a lui la

lor quistione, dicendo Giunone:—Io sono dea deʼ regni: se tu dirai

me piú degna di queste altre di questo pomo, io ti farò signore di

molti.—Dʼaltra parte diceva Pallade:—Io sono dea della sapienza: se

tu il dái a me, io ti farò tutte le cose cognoscere e sapere.—Venere

similemente diceva:—Io sono dea dʼamore: se tu dai, come a piú degna,

il pomo a me, io ti farò avere lʼamore e la grazia della piú bella

donna del mondo.—Le quali udite da Paris, dopo alcuna diliberazione,

egli diede il pomo a Venere, sí come a piú degna. Per la qual cosa,

come appresso si dirá, egli ebbe Elena. Fu costui, secondo che Servio

dice essere stato da Nerone raccontato nella sua _Troica_, fortissimo,

intanto che esso nelle contenzioni agonali, le quali si facevano a

Troia, esso vinceva ogni uomo, ed Ettore medesimo. Il quale, turbatosi

dʼessere da lui stato vinto, credendo lui essere un pastore, messo

mano ad un coltello, il volle uccidere, e arebbel fatto; se non che

Paris, che giá daʼ suoi nutritori saputo lʼavea, gridò forte:—Io son

tuo fratello;—che ciò fosse vero provò, mostrate le sue crepundie, le

quali Ecuba vedute riconobbe; e cosí fu riconosciuto e ricevuto nella

casa reale di Priamo, suo padre. Nella quale non guari di tempo dimorò,

che, essendo per mandato di Priamo composte [e fatte] venti navi, sotto

spezie dʼambasciadore a raddomandare Esiona fu mandato in Grecia; dove

alcuni vogliono, e tra questi è Ovidio nelle sue _Pistole_, che esso

fosse ricevuto e onorato da Menelao. Ma altri dicono lui essere in

Lacedemonia venuto, non essendovi Menelao, e di quindi alla fama della

bellezza dʼElena essere andato in Isparten, e quella avere combattuta

il primo anno del regno dʼAgamennone, non essendovi Castore né Polluce,

fratelli di Elena, li quali ad Agamennone erano andati, e seco aveano

menata Ermione, figliuola di Menelao e dʼElena. E cosí, avendo presa la

cittá, presene Elena, resistente quanto potea, e, oltre a ciò, tutti i

tesori di Menelao, e, ogni cosa posta sopra le navi, andò via: la qual

cosa assai elegantemente tôcca Virgilio, quando dice:

_Me duce, Dardanius Spartam expugnavit adulter?_ ecc.

E per questo vogliono molti, preso daʼ greci Ilione, Elena aver

meritato dʼessere stata ricevuta da Menelao. E cosí Paris ebbe la piú

bella donna di Grecia, secondo la promessa di Venere: la quale in Troia

menatane, vi portò quella facellina, la quale Ecuba, essendo gravida in

lui, avea nel sonno veduta che tutta Troia ardea. Adunque per questa

rapina congiurati i greci insieme, vennero ad assediare Ilione: nel

quale essendo prima stato ucciso Ettore, e poi Troilo, esso medesimo

Paris fu ucciso da Pirro, figliuolo dʼAchille.

Séguita poi: «Tristano».

Tristano, secondo i romanzi deʼ franceschi, fu figliuolo del re

Meliadus e nepote del re Marco di Cornovaglia, e fu, secondo i detti

romanzi, prode uomo della persona e valoroso cavaliere: e dʼamore men

che onesto amò la reina Isotta, moglie del re Marco, suo zio, per

la qual cosa fu fedito dal re Marco dʼun dardo avvelenato. Laonde

vedendosi morire, ed essendo la reina andata a visitarlo, lʼabbracciò,

e con tanta forza se la strinse al petto, che a lei e a lui scoppiò

il cuore, e cosí insieme morirono, e poi furono similmente seppelliti

insieme. Fu costui al tempo del re Artú e della Tavola ritonda, ed egli

ancora fu deʼ cavalieri di quella Tavola.

«E piú di mille Ombre mostrommi, e nominolle a dito», dice «mille»,

quasi molte, usando quella figura la qual noi chiamiamo «iperbole»;

«Chʼamor», cioè quella libidinosa passione, la qual noi volgarmente

chiamiamo «amore», «di nostra vita dipartille», con disonesta morte;

percioché, per quello morendo, onestamente morir non si puote.

«Poscia chʼio ebbi». Qui comincia la quinta parte del presente canto,

nella qual dissi che lʼautore con alcuni spiriti dannati a questa pena

parlava, e dice: «Poscia chʼio ebbi il mio dottore udito Nomar le donne

antiche e i cavalieri», che di sopra ha nominati; «Pietá mi vinse e fui

quasi smarrito». In queste parole intende lʼautore dʼammaestrarci che

noi non dobbiamo con la meditazione semplicemente visitar le pene deʼ

dannati; ma, visitandole e conoscendole, e conoscendo noi di quelle

medesime per le nostre colpe esser degni, non di loro, che dalla

giustizia son puniti, ma di noi medesimi dobbiamo aver pietá, e dover

temere di non dovere in quella dannazione pervenire, e compugnerci

ed affliggerci, accioché tal meditazione ci sospinga a quelle cose

adoperare, le quali di tal pericolo ne tragghino e dirizzinci in via

di salute. E usa lʼautore di mostrare di sentire alcuna passione,

quando maggiore e quando minore, in ciascun luogo: e quasi dove alcun

peccato si punisce, del quale esso conosca se medesimo peccatore. E,

avuta questa passione al suo difetto, sèguita: «Io cominciai:—Poeta,

volentieri Parlerei a queʼ due che ʼnsieme vanno», essendo da quella

bufera portati, «E» che «paiono sí al vento esser leggeri»,—cioè con

minor fatica volanti. «Ed egli a me:—Vedrai quando saranno», menati

dal vento, «Piú presso a noi, e tu allor gli prega, Per quellʼamor,

che i mena», qual che quello amor si sia, «ed eʼ verranno», qui, da

quellʼamor, per lo qual pregati fieno, costretti. «Sí tosto, come ʼl

vento a noi gli piega, Muovi la voce»—cioè priega come detto tʼho.

Per la qual cosa lʼautore, che verso di sé venir gli vide, cominciò a

dire in questa guisa:—«O anime affannate», dal tormento e dalla noia

di questo vento, «Venite a noi parlar, sʼaltri nol niega»,—cioè se voi

potete.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 11 / 25 段