«La bufera infernal». Bufera, se io ho ben compreso, nellʼusitato

parlar delle genti è un vento impetuoso, forte, il qual percuote e

rompe e abbatte ciò che dinanzi gli si para; e questo, se io comprendo

bene, chiama Aristotile nella _Meteora_ «_enephias_», il quale è

causato da esalazioni calde e secche levantesi dalla terra e saglienti

in alto; le quali, come tutte insieme pervengono in aere ad alcuna

nuvola, cacciate indietro dalla frigiditá della detta nuvola con

impeto, divengon vento, non solamente impetuoso, ma eziandio valido

e potente di tanta forza, che, per quella parte dove discorre, egli

abbatte case, egli divelle e schianta alberi, egli percuote e uccide

uomini e animali. È il vero che questo non è universale, né dura molto;

anzi vicino al luogo dove è creato, a guisa dʼuna striscia discorre, e

quanto piú dal suo principio si dilunga, piú divien debole, infino a

tanto che infra poco tempo si risolve tutto. Questo adunque mi pare che

lʼautor voglia sentire per questa «bufera»: e benché nella concavitá

della terra questo vento causar non si possa, deʼsi intendere in questo

luogo non causato, ma per divina giustizia essere posto e ordinato

perpetuo. Dice adunque: «che mai non resta», di soffiare, come fa

quello che quassú si genera, «Mena gli spiriti», dannati, «con la sua

rapina», cioè col suo rapinoso movimento; «Voltando e percotendo»:

per questi effetti si può comprendere, questa bufera esser quel vento

che detto è, cioè _enephias_; «gli molesta», cioè gli tormenta. E in

questo, che qui è dimostrato, si può comprendere qual sia il supplicio

dato allʼanime, le quali in questo cerchio per li lor meriti ricevon

pena.

Le quali anime, cosí menate e percosse insieme da questo cosí impetuoso

e forte vento, «Quando giungon», mandate da Minos, «davanti alla

ruina», che dallʼimpeto di questo vento procede, «Quivi le strida»,

comincian grandissime, «il compianto e ʼl lamento», deʼ miseri;

«Bestemmian quivi la virtú divina». In questo bestemmiare si dimostra

la quantitá grandissima e acerba dellʼafflizione deʼ dolenti che

questo tormento ricevono, la quale a tanta ira gli commuove che essi

bestemmiano Iddio.

«Intesi chʼa cosí fatto tormento». Qui, poi che lʼautore ha posta la

qualitá del tormento, dichiara quali sieno i peccatori aʼ quali questo

tormento è dato, e dice che intese, da Virgilio si dee credere, «che

a cosí fatto tormento», come disegnato è, «Eran dannati i peccator

carnali, Che la ragion sommettono al talento», cioè alla volontá. E,

come che questo si possa dʼogni peccatore intendere, percioché alcun

peccatore non è che non sottometta peccando la ragione alla volontá;

vuol nondimeno lʼautore che, per quel vocabolo «carnali», sʼintenda

singularmente per li lussuriosi.

Séguita dunque: «E come gli stornei». Qui intende lʼautore per una

comparazione discrivere in che maniera in questo luogo. sieno i

peccator carnali menati e percossi dalla sopradetta infernal bufera, e

dice che, come «lʼali», volando, «ne portan» gli stornelli, «Nel freddo

tempo», cioè nel mezzo dellʼautunno, nel qual tempo usano gli stornelli

e molti altri uccelli, secondo lor natura, di convenirsi insieme e di

passare dalle regioni fredde nelle piú calde per loro scampo, e in

quelle ne vanno, «a schiera larga e piena», cioè molti adunati insieme:

«Cosí quel fiato», cioè quella bufera, ne porta «gli spiriti mali»,

cioè dannati, li quali a grandi schiere per quel cerchio, «Di qua, di

lá, di giú, di su gli mena», senza servare alcun modo o ordine, lʼuno

contro allʼaltro nello scontrarsi crudelmente percotendo. E oltre a

questo cosí faticoso tormento, dice: «Nulla speranza gli conforta mai»,

questi cotali miseri e percossi, «Non che di posa», cioè dʼavere alcuna

volta riposo, «ma» ancora non gli conforta «di» dovere aver mai «minor

pena», che quella la quale hanno percotendosi insieme.

«E come i grú». Qui per unʼaltra comparazione ne discrive una

brigata di quegli spiriti dannati aver veduti venire verso quella

parte, dove esso e Virgilio erano; e dice quegli esser da quel vento

menati in quella forma che volano per aere i grú. «Van cantando lor

lai», cioè lor versi. Ed è questo vocabolo preso, cioè «lai», per

parlar francesco, nel quale si chiamano «lai» certi versi in forma

di lamentazione nel lor volgare composti. «Facendo in aer di sé»,

medesimi volando, «lunga riga», percioché stendono il collo, il quale

essi hanno lungo, innanzi, e le gambe, le quali similmente hanno

lunghe, e cosí fanno di sé lunga riga. «Cosí vidʼio venir» spirti, li

quali facevan lunga riga di sé, cioè di tutta la persona, «traendo

guai, Ombre portate dalla detta briga», cioè dalla detta bufera.

«Per chʼio dissi:—Maestro, chi son quelle Genti, che lʼaura nera sí

gastiga?»-cioè tormenta, impetuosamente portandole.

—«La prima di color». Qui comincia la quarta parte del presente canto,

nella qual dissi che lʼautore nominava alquanti degli spiriti dannati a

questa pena. Dice adunque:—«La prima di color», che cosí son portati,

e «di cui novelle Tu vuoʼ saper»—, cioè la condizione e la cagione

perché a questo supplicio dannata sia, «mi disse quegli allotta—Fu

imperadrice di molte favelle», cioè fu donna di molte nazioni, nelle

quali erano molti e diversi modi di parlare. «A vizio di lussuria fu sí

rotta», sí inchinevole «Che il libito», cioè il beneplacito, intorno

a ciò che a quel vizio apparteneva, «feʼ licito», cioè concedette che

lecito fosse in tutte le nazioni che ella signoreggiava; e questo fece

«in sua legge», cioè per sua legge. E appresso dice la cagione perché

questa legge cosí abominevole fece, cioè, «Per tôrre», per levar via

«il biasmo», la infamia «in che era condotta», per le sue disoneste

operazioni in quel peccato. «Ella è Semiramis» (poi che detto ha il

vizio nel quale condotta fu, la nomina: Semiramis), «di cui si legge»,

appo molti antichi istoriografi, «Che succedette a Nino», suo marito,

dopo la morte di lui nel regno, «e fu sua sposa», mentre esso Nino

visse.

Ma, accioché piú pienamente si comprenda chi costei fosse, e quali

fossero le sue operazioni, è da dire alquanto piú pienamente la sua

istoria. Dico adunque che, chi che Semiramis si fosse per nazione,

non si sa, quantunque alcuni poeti antichissimi fingano lei essere

stata figliuola di Nettuno; ma che essa fosse moglie di Nino, re degli

assiri, per lo testimonio di molti istoriografi appare. Concepette

costei di Nino, suo marito, un figliuolo, il quale nato nominaron

Ninia; ed avendosi giá Nino per forza dʼarme soggiogata quasi tutta

Asia, ed ultimamente ucciso Zoroastre eʼ battri, suoi sudditi, avvenne

che, fedito nella coscia dʼuna saetta, si morí. Per la qual cosa la

donna, temendo di sottomettere alla tenera etá del figliuolo cosí

grande imperio, e di tanta e cosí strana gente e nuovamente acquistato,

pensò una mirabile malizia, estimando con quella dover potere reggere

i popoli, li quali Nino, ferocissimo uomo, sʼaveva con armi sottomessi

e alla sua obbedienza costretti. E, avendo riguardo che essa in

alcune cose era simile al figliuolo, e massimamente in ciò che esso

ancora non avea barba, e che nella voce puerile era simile a lei, e

similmente nella lineatura del viso; estimò potere sé, in persona del

figliuolo, presentare agli eserciti del padre. E, per poter meglio

celare lʼeffigie giovanile, si coperse la testa con una mitra, la quale

essi chiamavan «tiara», e le braccia e le gambe si nascose con certi

velamenti. E, accioché la novitá dellʼabito non avesse a generare

alcuna ammirazione di lei in coloro che da torno le fossero, comandò a

tutti che quello medesimo abito usassero. E in questa forma, dicendo

sé esser Ninia, se medesima presentò agli eserciti; e cosí, avendo

acquistata real maestá, severissimamente servò la disciplina militare,

e con virile animo ardí non solamente di servare lo ʼmperio acquistato

da Nino, ma ancora dʼaccrescerlo; e a niuna fatica, che robusto uomo

debba poter sofferire, perdonando, si sottomise Etiopia, e assalí

India, nella quale alcun altro mortale, fuor che il marito, non era

stato insino a quel tempo ardito dʼentrar con arme. Ed essendole in

molte cose ben succeduto del suo ardire, non dubitò di manifestarsi

esser Semiramis, e non Ninia, aʼ suoi eserciti. Essa, oltre alle

predette cose, pervenuta in Babillonia, antichissima cittá da Nembrot

edificata, e veggendola in grandissima diminuzione divenuta, a quella

tutte le mura riedificò di mattoni, e quelle rifece di mirabile

grossezza, dʼaltezza e di circúito. E, parendole aver molto fatto, e

posto tutto il suo imperio in riposo, tutta si diede alla lascivia

carnale, ogni arte usando che usar possono le femmine per piacere.

E, tra lʼaltre volte, facendosi ella con grandissima diligenza le

trecce, avvenne che, avendo ella giá composta lʼuna, le fu raccontato

che Babillonia le sʼera ribellata e venuta nella signoria dʼun suo

figliastro. La qual cosa ella sí impazientemente ascoltò, che, lasciato

stare il componimento delle sue trecce, e i pettini e gli specchi

gittati via, prese subitamente lʼarmi, e, convocati i suoi eserciti,

con velocissimo corso nʼandò a Babillonia, e quella assediò; né mai

dallʼassedio si mosse, infino a tanto che presa lʼebbe e rivocata sotto

la sua signoria: ed allora si fece la treccia, la quale ancora fatta

non avea, quando la ribellione della cittá le fu detta. E questa cosí

animosa operazione, per molte centinaia dʼanni testimoniò una statua

grandissima fatta di bronzo, dʼuna femmina la quale dallʼun deʼ lati

avea i capelli sciolti, e dallʼaltro composti in una treccia, la quale

nella piazza di Babillonia fu elevata. E, oltre a questa cosí laudabile

operazione, molte altre ne fece degne di loda, le quali tutte bruttò e

disonestò con la sua libidine. La quale ancora, secondo che lʼantichitá

testimonia, crudelmente usò; percioché, come alquanti dicono, quegli

giovani, li quali essa eleggeva al suo disonesto servigio, poi che

quello aveva usato, accioché occulto fosse, quegli faceva uccidere.

Ma nondimeno, quantunque ella crudelmente occultasse gli adultèri,

i parti conceputi di loro non poté occultare. E sono di quegli che

affermano, lei in questo scellerato servigio aver tirato il figliuolo:

e, accioché alcuna delle sue femmine non gli potesse lui col suo

servigio sottrarre, dicono sua invenzione essere stata quel vestimento,

il quale gli uomini fra noi usano a ricoprire le parti inferiori, e

di quello aver le sue femmine vestite, e ancora con chiave fermatolo.

Dicono ultimamente alcuni che, avendo ella a questa disonestá richiesto

il figliuolo, che il figliuolo, avendo ella giá regnato trentadue anni,

lʼuccise. Alcuni altri dicono esser vero che il figliuolo lʼuccidesse,

ma non per questa cagione: anzi o perché esso se ne vergognasse, o

perché egli temesse non forse ella partorisse figliuolo, che con opera

di lei il privasse del regno.

Appresso, pur di lei seguendo, dice lʼautore: «Tenne la terra, che ʼl

soldan corregge», la quale è Egitto; e chiamasi soldano di Babillonia,

non da Babillonia di Caldea, la qual Semiramis fece restaurare, ma da

una Babillonia la quale è quasi nella estremitá meridionale dʼEgitto,

la quale edificò Cambise, re di Persia. Leggesi nondimeno che ella

assalí Egitto. Se ella lʼoccupò o no, non so.

«Lʼaltra», che segue nella predetta schiera Semiramis, «è colei che

sʼancise amorosa», cioè amando, «E ruppe fede», congiugnendosi con

altro uomo, «al cener di Sicheo», suo marito stato.

Vuole lʼautore per questa circunscrizione che noi sentiamo costei

essere Didone, figliuola che fu del re Belo di Tiro, la istoria della

quale si racconta in due maniere. Dido, il cui nome fu primieramente

Elisa, fu, secondo che Virgilio scrive, figliuola di Belo, re deʼ

fenici. Il quale Belo, venendo a morte, Pigmaleone suo fratello e

lei, ancora fanciulli, lasciò nelle mani deʼ suoi sudditi, li quali

in loro re sublimarono Pigmaleone; ed Elisa, cosí fanciulla come era,

diêro per moglie ad Acerba o Sicheo che si chiamasse, o vero Sicarba,

il quale era sacerdote dʼErcule, il quale sacerdozio era, dopo il

reale, il primo onore appo i tiri: li quali insieme santissimamente

sʼamarono. Era oltre ad ogni uomo avaro Pigmaleone; per la qual cosa

Sicheo, il quale era ricchissimo, temendo lʼavarizia del cognato, ogni

suo tesoro avea nascoso. Nondimeno, essendo ciò pervenuto allʼorecchie

di Pigmaleone, cominciò quelle ricchezze ferventemente a disiderare,

e, per averle, fraudolentemente uccise Sicheo. La qual cosa avendo

Elisa sentito, e dolorosamente pianta la morte del marito, temendo

di sé, tacitamente prese consiglio di fuggirsi; e, posta giú ogni

feminea tiepidezza e preso virile animo, di che ella fu poi chiamata

Didone, avendo tratti nella sua sentenza certi nobili uomini deʼ

fenici, li quali ella conoscea che odiavano Pigmaleone, presi certi

navili del fratello, e quegli senza alcuna dimora armati, come se del

luogo dove era andar se ne volesse al fratello, nascosamente in quegli

fece caricar tutti i tesori stati del suo marito, e, oltre ad essi,

quegli che aver poté del fratello; e palesamente fece mettere nelle

navi sacchi pieni di rena e guardarli bene. Ed essendo con coloro, li

quali sentivano il suo consiglio, salita sopra le navi, come in alto

mare si vide, comandò che questi sacchi pieni di rena tutti fossero

gittati in mare. E, come questo fu fatto, convenuti tutti insieme i

marinai e gli altri, lagrimando disse:—Io, facendo gittare in mare

tutti i tesori di mio marito, ho trovato modo alla mia morte, la quale

io ho lungamente disiderata. Ma io ho compassione a voi, carissimi

amici e compagni della mia colpa; percioché io non dubito punto, che,

come noi perverremo a Pigmaleone, il quale sapete è avarissimo, egli

fará crudelmente me e voi morire. Nondimeno, se vi piacesse con meco

insieme fuggirvi e lontanarvi dalla sua potenza, io vi prometto di

non venirvi mai meno ad alcun vostro bisogno.—La qual cosa udendo i

miseri marinai, quantunque loro paresse grave cosa lasciar la patria,

nondimeno, temendo forte la crudeltá di Pigmaleone, agevolmente

sʼaccordarono a doverla seguire in qualunque parte ella diliberasse

di fuggire. Dopo il quale diliberamento, piegate le prode delle navi

a ponente, pervennero in Cipri, dove quelle vergini che alla marina

trovarono, persolventi secondo il costume loro li primi gustamenti di

Venere, a sollazzo ed eziandio a procrear figliuoli deʼ giovani che con

lei erano, fece prendere e porre in su le navi; e, similmente, ammonito

nel sonno un sacerdote di Giove, che in quella contrada era, con tutta

la sua famiglia ne venne a lei, annunziando grandissime cose dover

seguire, in onore della loro successione, di questa fuga. Poi quindi

partitasi, e pervenuta nel lito affricano, costeggiando la marina deʼ

massuli, in quel seno del mare entrò con le sue navi, dove ella poco

appresso edificò la cittá di Cartagine. E quivi, estimando il luogo

esser sicuro alle navi, per dare alcun riposo aʼ marinai faticati,

prese terra: dove venendo quegli della contrada, quale per disiderio di

vedere i forestieri, e quale per guadagnare recando delle sue derrate,

cominciarono a contrarre insieme amistá. E, apparendo la dimora loro

essere a grado aʼ paesani, ed essendone ancora confortati da quegli

dʼUtica, li quali similmente quivi di Fenicia eran venuti, quantunque

Didone udisse per alcuni, che seguita lʼavevano, Pigmaleone fieramente

minacciarla; di niuna cosa spaventata, quivi diliberò di fermarsi. E,

accioché alcuno non sospicasse lei alcuna gran cosa voler fare, non

piú terreno che quanto potesse circundare una pelle di bue mercatò da

quegli della contrada, la quale in molte parti minutissimamente fatta

dividere, assai piú che alcuno estimato non avrebbe, occupò di terreno.

E, quivi fatti eʼ fondamenti, fece edificare la cittá, la quale chiamò

Cartagine. E, accioché piú animosamente e con maggior speranza i

compagni adoperassono, a tutti fece mostrare i tesori, li quali essi

credeano aver gittati in mare. Per la qual cosa subitamente le mura

della cittá, le torri eʼ templi, il porto e gli edifici cittadini

saliron su, e apparve non solamente la cittá esser bella, ma ancora

potente e a difendersi e a far guerra. Ed essa, date le leggi e il

modo del vivere al popol suo, onestamente vivendo, da tutti fu chiamata

reina. Ed essendo per Affrica sparta la fama della sua bellezza e

della sua onestá, e della prudenza e del valore, avvenne che il re deʼ

mussitani, non guari lontano da Cartagine, venne in disiderio dʼaverla

per moglie; e, fatti alcuno deʼ principi di Cartagine chiamare, la

dimandò loro per moglie, affermando, se data non gli fosse, esso

disfarebbe la cittá fatta e caccerebbe loro e lei. Li quali conoscendo

il fermo proposito di lei di sempre servar castitá, temetton forte

le minacce del re, e non ardiron di dire a Didone, domandantene, ciò

che dal re avevano avuto, ma dissero che il re disiderava di lasciare

la vita e i costumi barbari e dʼapprendere quegli deʼ fenici. Perciò

voleva alquanti di loro che in ciò lʼammaestrassero; e, dove questi

non avesse, minacciava di muover guerra loro e disfare la cittá. E

però, conciofossecosaché essi non sapessono chi di loro ad esser con

lui andar si volesse, temevan forte non quello avvenisse che il re

minacciava. Non sʼaccorse la reina dellʼastuzia, la quale usavano

coloro che le parlavano, e però, rivolta a loro, disse:—O nobili

cittadini, che miseria di cuore è la vostra? Non sapete voi che noi

nasciamo al padre e alla patria? né si può direttamente dire cittadino

colui, il quale non che altro pericolo, ma ancora, se il bisogno il

richiede, non si dispone con grande animo alla morte per la salute

della patria? Andate adunque, e lietamente con piccolo pericolo di voi

rimovete il minacciato incendio dalla vostra cittá.—Come i nobili

uomini udirono questa riprensione fatta loro dalla reina, cosí parve

loro avere da lei ottenuto quello che essi disideravano, e iscoperserle

la veritá di ciò che il re domandato avea. La qual cosa come la reina

ebbe udita, cosí sʼaccorse se medesima avere contro a sé data la

sentenzia e approvato il maritaggio; e seco medesima si dolse, né ardí

dʼopporsi allo ʼnganno che i suoi uomini aveano usato. Ma subitamente

seco prese quel consiglio che allʼonestá della sua pudicizia le parve

di bisogno, e rispose che, se termine le fosse dato, che ella andrebbe

volentieri al marito. Ed essendole certo termine conceduto a dovere

andare al marito, e quello appressandosi, nella piú alta parte della

cittá fece comporre un rogo, il quale estimarono i cittadini ella

facesse per dovere con alcun sacrificio rendersi benivola lʼanimo di

Sicheo, alla quale le parea romper fede. E compiuto il rogo, vestita di

vestimento bruno, e servate certe cerimonie e uccise, secondo la loro

consuetudine, certe ostie, montò sopra il rogo, e, aspettante tutta

la moltitudine deʼ cittadini quello che essa dovesse fare, si trasse

di sotto aʼ vestimenti un coltello, sel pose al petto, e, chiamato

Sicheo, disse:—O ottimi cittadini, cosí come voi volete, io vado al

mio marito.—E, appena finite le parole, vi si lasciò cader suso, con

grandissimo dolore di tutti coloro che la viddero: e invano aiutata,

versando il castissimo sangue, passò di questa vita.

Virgilio non dice cosí, ma scrive nello _Eneida_ che, avendo Pigmaleone

occultamente ucciso Sicheo, e tenendo la sua morte nascosa a Didone,

Sicheo lʼapparve una notte in sogno, e revelolle ciò che Pigmaleone

avea fatto; ed insegnatole dove i suoi tesori erano ascosi, la

confortò che ella si partisse di quel paese. Per la qual cosa ella

prese i tesori, e, fuggitasi, avvenne che, facendo ella far Cartagine,

Enea, dopo il disfacimento di Troia partitosi, per tempesta arrivò a

Cartagine, dove egli fu ricevuto e onorato da lei; e, con lei avuta

dimestichezza per alcun tempo, lasciatala malcontenta, si partí per

venire in Italia: di che ella per dolore sʼuccise. La quale opinione

per reverenza di Virgilio io approverei, se il tempo nol contrariasse.

Assai manifesta cosa è, Enea, il settimo anno dopo il disfacimento

di Troia, esser venuto, secondo Virgilio, a Didone: e Troia fu

distrutta lʼanno del mondo, secondo Eusebio, quattromilaventi. E il

detto Eusebio scrive essere opinione dʼalcuni, Cartagine essere stata

fatta da Carcedone tirio: e altri dicono, Tidadidone sua figliuola,

dopo Troia disfatta, centoquarantatrè anni, che fu lʼanno del mondo

quattromilacentosessantatré. E in altra parte scrive essere stata

fatta da Didone lʼanno del mondo quattromilacentoottantasei. E ancora

appresso, senza nominare alcun facitore, scrive alcun tenere Cartagine

essere stata fatta lʼanno del mondo quattromilatrecentoquarantasette.

Deʼ quali tempi, alcuno non è conveniente coʼ tempi dʼEnea: e perciò

non credo che mai Enea la vedesse. E Macrobio _in libro Saturnaliorum_

del tutto il contradice, mostrando la forza dellʼeloquenza esser tanta,

che ella aveva potuto far sospettar coloro che sapevano la storia certa

di Dido, e credere che ella fosse secondo che scrive Virgilio. Fu

adunque Dido onesta donna, e, per non romper fede al cener di Sicheo,

sʼuccise. Ma lʼautore séguita qui, come in assai cose fa, lʼopinion di

Virgilio, e per questo si convien sostenere.

«Poi è Cleopatras lussuriosa». Credo lʼautore aver posto questo

aggettivo a costei, a differenza di piú altre Cleopatre che furono,

delle quali alcuna non ne fu, per quel che si legge, cosí viziata di

questo vizio, come costei, della qual qui intende.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 10 / 25 段