Entrò adunque lʼautore, per gli effetti delle liberali arti, con questi

cinque dottori (coʼ quali si dee intendere ciascun altro entrare, il

qual degno si fa per suo studio, imitando i valenti uomini), nel prato

della verzicante fama della filosofia, dove da questi medesimi, cioè

daʼ valenti uomini, e massimamente daʼ poeti, gli son dimostrati coloro

che per le filosofiche operazioni meritarono la fama, la quale ancora è

verde. E dissi «massimamente daʼ poeti», percioché di queste cosí fatte

dimostrazioni niun altro par dover essere miglior maestro, che colui

il quale col suo artificio sa perpetuare i nomi deʼ valenti uomini,

e le glorie deglʼimperadori e deʼ popoli: e questi sono i poeti, deʼ

quali è oficio il producere in lunghissimi tempi i nomi e lʼopere

deʼ valenti uomini e delle valorose donne. La qual cosa quantunque

facciano ancora gli storiografi, percioché nol fanno con cosí fiorito,

con cosí rilevato, né con cosí ornato stilo, sono in ciò loro preposti

i poeti; li quali in questa parte lʼautore intende per la perseverante

dimostrazione, la qual sempre davanti da sé porta i nomi e lʼopere di

coloro che son degni di laude.

Ma puossi qui muovere un dubbio e dire: che hanno a fare gli uomini

dʼarme e le donne con coloro li quali per filosofia son famosi? Al

quale si può cosí rispondere: non essere alcun nostro atto laudevole,

che senza filosofica dimostrazione si possa adoperare. Stolta cosa

è a credere che alcuno imperadore possa il suo esercito guidare

ogni dí salvamente, senza prendere i luoghi da accamparsi, trovare

le vie per le quali aver con salvocondotto si possano le cose

opportune allʼeserciti, guardarsi dalle insidie, prender lʼordine o

dare al combattere una cittá, ad assalire i nemici, al venire alla

battaglia, se la disciplina militare, nella quale gli conviene essere

ammaestratissimo, non gliela dimostra; e questa disciplina militare

è fondata e stabilita sopra i discreti consigli della filosofia,

li quali, quantunque non paia a molti sillogizzando prestarsi,

nondimeno, se i ragionamenti, se i divisi, se i consigli si guarderanno

tritamente, tutti dal discreto filosofo in sillogistica forma si

riduceranno. E perciò se quegli, che ottimi maestri nella disciplina

militar furono, coʼ filosafi si ponghino e nominino; come filosafi in

quella spezie deʼ loro esercizi vi si pongono. Cosí ancora le donne,

le quali castamente e onestamente vivono, e i loro ofici domestici

discretamente e con ordine fanno, senza filosofica dimostrazione non

gli fanno. E dobbiamo credere non sempre nelle cattedre, non sempre

nelle scuole, non sempre nelle disputazioni leggersi e intendersi

filosofia. Ella si legge spessissimamente neʼ petti degli uomini e

delle donne. Sará la savia donna nella sua camera, e penserá al suo

stato, alla sua qualitá: e di questo pensiero trarrá lʼonor suo, oltre

ad ogni altra cosa, consistere nella pudicizia, nellʼamor del marito,

nella gravitá donnesca, nella parsimonia, nella cura famigliare;

trarrá ancora di questo pensiero appartenersi a lei di guardare e di

servare con ogni vigilanza quello che il marito, faticando di fuori,

acquisterá e recherá in casa; dʼallevare con diligenza i figliuoli,

dʼammaestrargli, costumargli; e similmente intorno alle cose opportune

dar ordine aʼ servi e allʼaltre cose simili. Che leggerá piú a costei

nella scuola, che nella sua etica, che nella politica, che nella

iconomica le dimostrerá niuna cosa? Dunque quelle, che cosí hanno

adoperato e adoperano, non indegnamente, secondo il grado loro, coʼ

filosafi sederanno di laude e di fama perpetua degne. Non dunque fece

lʼautor men che bene a discrivere i famosi uomini in arme e le valorose

donne in compagnia deʼ solenni filosafi.

CANTO QUINTO

I

SENSO LETTERALE

«Cosí discesi del cerchio primaio», ecc. Nel presente canto, sí come

negli altri superiori, si continua lʼautore alle precedenti cose:

e, avendo nella fine del precedente mostrato come Virgilio ed egli,

partitisi dagli altri quattro poeti, erano per altra via venuti fuori

di quel luogo luminoso, in parte dove alcuna luce non era; e quinci

nel principio di questo, continuandosi alle cose predette, ne mostra

come nel secondo cerchio dello ʼnferno discendesse. E fa lʼautore in

questo canto sei cose: esso primieramente, come detto è, si continua

alle precedenti cose, mostrando dove divenuto sia; nella seconda

parte dimostra aver trovato un demonio esaminatore delle colpe deʼ

peccatori; nella terza dice qual peccato in quel cerchio si punisca e

in che supplicio; nella quarta nomina alquanti deʼ peccatori in quella

pena puniti; nella quinta parla con alcuni di quegli spiriti che quivi

puniti sono; nella sesta ed ultima descrive quello che di quel ragionar

gli seguisse. La seconda comincia quivi: «Stavvi Minos»; la terza

quivi: «Ora incomincian»; la quarta quivi: «La prima di color»; la

quinta quivi: «Poscia chʼio ebbi»; la sesta e ultima quivi: «Mentre che

lʼuno spirto».

Comincia adunque in cotal guisa: «Cosí discesi», cioè partito da

queʼ quattro savi, seguitando per altra via Virgilio, «del cerchio

primaio», cioè del limbo, il quale è il primiero cerchio dello ʼnferno;

e mostra appresso dove discendesse, cioè «Giú nel secondo» cerchio,

«che men luoco cinghia», cioè gira. E davanti è mostrata la cagion

perché: la quale è percioché la forma dello ʼnferno è ritonda, e,

quanto piú in esso si discende, tanto viene piú ristrignendo, tanto che

ella diviene aguta in sul centro della terra. «E tanto ha piú dolor»,

in questo cerchio che nel precedente, «che pugne», cioè tormenta in

sí fatta maniera, che egli costrigne i tormentati «a guaio», cioè

a trar guai: quello che nel superior cerchio, come mostrato è, non

avvenia; per che, sʼegli è questo luogo minore di circunferenza che il

superiore, egli è molto maggior di pena.

«Stavvi Minos». Qui comincia la seconda parte, nella quale lʼautor

mostra aver trovato un demonio esaminatore delle colpe deʼ peccatori;

e in questo séguita lʼautore lo stilo incominciato di sopra, cioè di

trovare ad ogni entrata di cerchio alcun demonio. Di sopra allʼentrare

del primo cerchio trovò «Carón dimonio con occhi di bragia»; qui

trova Minos. E ciascuno con alcun atto o parola terribile spaventa i

peccatori che in quel luogo vengono, percioché Carón, di sopra, forte

quegli che alla sua nave vennero spaventò con parole, gridando:—«Guai

a voi, anime prave», ecc.;—nellʼentrata di questo cerchio, Minos gli

spaventa ringhiando, in quanto dice: «Stavvi Minos orribilmente, e

ringhia»; e cosí ancora neʼ cerchi seguenti troveremo. Dice adunque:

«Stavvi Minos», cioè in su lʼentrata di quel cerchio secondo. Questo

Minos dicono i poeti chʼegli fu figliuolo di Giove e dʼEuropa, e

ciò essere in tal maniera avvenuto che, essendo Europa, figliuola

dʼAgenore, re deʼ fenici, i quali abitarono il lito della Soría e

fu la loro cittá principale Tiro, piaciuta a Giove cretense; e con

operazion di Mercurio, secondo che da Giove gli era stato imposto,

fosse fatto che questa vergine, avendo egli gli armenti reali dalle

pasture della montagna vòlti e condotti alla marina, seguíti gli

avesse: quivi essendosi Giove trasformato in un tauro bianchissimo e

bello, e mescolatosi tra gli armenti reali, tanto benigno e mansueto si

mostrò a questa vergine, che essa, prendendo della sua mansuetudine

piacere, primieramente prese ardire di toccarlo con la mano e pigliarlo

per le corna e menarselo appresso; poi, cresciuto lʼardire in lei, dal

disiderio tratta, vi montò su. La qual cosa sentendo Giove, soavemente

portandola, a poco a poco si cominciò a recare in su il lito del mare,

e, quando tempo gli parve, si gittò in alto mare. Di che la vergine,

paurosa di non cader nellʼacqua, attenendosi forte alle corna, quanto

piú poteva lo strigneva con le ginocchia, e, in questa guisa notando,

il toro da quello lito di Soría ne la portò infino in Creti; e quivi,

ripresa la sua vera forma dʼuomo, giacque con lei, e in processo di

tempo nʼebbe tre figliuoli, Minos e Radamanto e Sarpedone. Minos,

divenuto a virile etá, prese per moglie una bellissima giovane chiamata

Pasife, figliuola del Sole, e di lei gerrerò figliuoli e figliuole,

intraʼ quali fu Androgeo, giovane di mirabile stificanza: il quale,

neʼ giuochi palestrici essendo artificioso molto, e di corporal forza

oltre ad ogni altro valoroso, percioché ogni uomo vincea, fu per

invidia dagli ateniesi e daʼ megaresi ucciso. Per la qual cosa Minos,

avendo fatto grande apparecchiamento di navilio e dʼuomini dʼarme per

andare a vendicarlo, e volendo, avanti che andasse, sagrificare al

padre, cioè a Giove, il quale il bestiale error degli antichi crede a

essere iddio del cielo, il pregò che alcuna ostia gli mandasse, la qual

fosse degna deʼ suoi altari. Per la qual cosa Giove gli mandò un toro

bianchissimo, e tanto bello quanto piú essere potesse. Il quale come

Minos vide, dilettatosi della sua bellezza, uscitogli di mente quello

per che ricevuto lʼavea, il volle piú tosto preporre aʼ suoi armenti,

per averne allievi, che ucciderlo per ostia; e, fatto il sacrificio

dʼun altro, andò a dare opera alla sua guerra. E, assaliti prima i

megaresi, e quegli per malvagitá di Scilla, figliuola di Niso, re

deʼ megaresi, avendosi sottomessi; fatta poi grandissima guerra agli

ateniesi, quegli similmente vinse, e alla sua signoria gli sottomise

e a detestabile servitudine gli si fece obbligati; tra lʼaltre cose

imponendo loro che ogni anno gli dovesson mandare in Creti sette

liberi e nobili garzoni, li quali esso donasse in guiderdone a colui

che vincitor fosse neʼ giuochi palestrici, li quali in anniversario

dʼAndrogeo avea constituiti. Ma, in questo mezzo tempo che esso gli

ateniesi guerreggiava, avvenne, e per lʼira conceputa da Giove contro

a Minos, e per lʼodio il quale Venere portava a tutta la schiatta del

Sole, il quale il suo adulterio e di Marte aveva fatto palese, che

Pasife sʼinnamorò del bel toro, il qual Minos sʼavea riservato, senza

averlo sacrificato al padre che mandato glielʼavea; e per opera ed

ingegno di Dedalo giacque con lui, in una vacca di legno contraffatta

ad una della quale il toro mostrava tra lʼaltre di dilettarsi molto; e

di lui concepette e poi partorí una creatura, la quale era mezzo uomo e

mezzo toro. Della quale ignominia fu fieramente contaminata la gloria

della vittoria acquistata da Minos. Nondimeno esso fece prendere Dedalo

ed Icaro, suo figliuolo, e fecegli rinchiudere nella prigione del

laberinto, la quale Dedalo medesimo aveva fatta. E questo laberinto non

fu fatto come disegnato lʼabbiamo, cioè di cerchi e di ravvolgimenti di

mura, per li quali andando senza volgersi, infallibilmente si perveniva

nel mezzo, e cosí, tornando senza volgersi, se ne sarebbe lʼuom senza

dubbio uscito fuori: ma egli fu, e ancora è, un monte tutto dentro

cavato, e tutto fatto ad abituri quadri a modo che camere, e ciascuna

di queste camere ha quattro usci, in ciascuna faccia uno, i quali vanno

ciascuno in camere simiglianti a queste, e cosí poco si puote avanti

andare, che lʼuomo vi si smarrisce entro senza saperne fuori uscire,

se per avventura non è. Poi ivi a certo tempo essendo ad Atene venuto

per sorte che Teseo, figliuolo del re Egeo, dovesse, con gli altri che

per tributo eran mandati, venire in Creti; e quivi venuto, secondo che

Ovidio scrive, con certe arti mostrategli da Adriana, figliuola di

Minos, vinse il Minotauro ed ucciselo, e da cosí vituperevol servigio

liberò gli ateniesi: e occultamente di Creti partendosi, seco ne menò

Adriana e Fedra, figliuole di Minos. E Dedalo dʼaltra parte, fatte

alie a sé e al figliuolo, di prigione uscendo se ne volò in Cicilia,

e di quindi a Baia: la qual cosa sentita da Minos, con armata mano

incontanente il seguitò: ma esso appo Camerino in Cicilia, secondo che

Aristotile scrive nella _Politica_, fu dalle figliuole di Crocalo

ucciso. Dopo la morte del quale, percioché esso avea leggi date aʼ

cretensi, e con giustizia ottimamente gli avea governati, i poeti,

fingendo, dissero lui essere giudice in inferno. E di lui scrive cosí

Virgilio:

_Quaesitor Minos urnam movet: ille silentum conciliumque vocat,

vitasque et crimina discit,_ ecc.

Ma, percioché non pare per le fizion sopra dette sʼabbia la veritá

dellʼistoria di Minos, par di necessitá di rimuover la corteccia di

quella, e lasciare nudo il senso allegorico, nel quale apparirá piú

della veritá della storia: dico piú, percioché tra le fizion medesime

nʼè parte mescolata.

Vogliono adunque i poeti sentir per Mercurio, mandato a far venire

gli armenti dʼAgenore dalla montagna alla marina, alcuna eloquente

persona mandata come mezzana da Giove ad Europa; e, per la forza della

eloquenza di questa cotal persona, essere Europa condotta alla marina,

dove Giove ciò occultamente aspettando, la prese e portonnela in su

una sua nave a ciò menata, la quale o era chiamata «tauro», o avea

per segno un tauro bianco, come noi veggiamo fare a questi navicanti,

li quali a ciascun lor legno pongono alcun nome, e similmente alcun

segno; e cosí ne fu trasportata in Creti, dove essa partorí i detti

figliuoli di Giove. Sono nondimeno alcuni che dicono che, essendo ella

in Creti divenuta, e alcun tempo con Giove dimorata, che Giove senza

avere avuto alcun figliuolo di lei, la lasciò: e Asterio, in queʼ tempi

re di Creti, secondo che scrive Eusebio _in libro Temporum_, la prese

per moglie, ed ébbene quegli figliuoli, deʼ quali di sopra è detto.

E, se cosí fu, possiam comprendere aver gli antichi ficto Minos esser

figliuolo di Giove, o per ampliar la gloria della sua progenie, o

perché nelle sue operazioni si mostrò simile a quel pianeto, il quale

noi chiamiamo Giove. Ed esso, tra lʼaltre sue condizioni, ebbe questa,

che esso fu aʼ sudditi equale e diritto uomo, e servò severissimamente

giustizia in tutti, e diede leggi aʼ cretensi, le quali mai piú avute

non aveano. E, accioché a rozzo popolo fossero piú accette, solo

se nʼandava in una spelunca, e in quella, poi che composto avea ciò

che immaginava esser bene e utilitá deʼ sudditi suoi, uscendo fuori,

mostrava al popolo sé, quello che scritto o composto avea, avere avuto

da Giove suo padre: donde per avventura seguí, per questa astuzia, che

esso fu reputato figliuolo di Giove e le leggi da lui composte furono

avute in grandissimo pregio. Ma lui essere stato figliuolo dʼAsterio

non pare che in alcun modo il conceda il tempo, conciosiacosaché egli

apparisca Asterio aver regnato in Creti neʼ tempi che Danao regnò in

Argo, che fu intorno degli anni del mondo tremilasettecentotré, e la

guerra, la quale ebbe Minos contro agli ateniesi, fu regnante Egeo in

Atene, che fu intorno agli anni del mondo tremilanovecentosessanta.

Ed è Minos per ciò stato detto daʼ poeti esser giudice in inferno,

percioché noi mortali, avendo rispetto aʼ corpi superiori, ci possiam

dire essere in inferno: ed esso, come detto è, appo i mortali compose

le leggi, e rendé ragione aʼ domandanti; nelle quali cose esso esercitò

uficio di giudice.

Le vestigie deʼ quali imitando lʼautore, qui per giudice ed esaminatore

delle colpe il pone appo quegli dʼinferno, dicendo che egli sta quivi

«orribilmente»; e, a dimostrare il suo orrore dice: «e ringhia».

Ringhiare suole essere atto dei cani, minaccianti alcuno che al suo

albergo sʼappressi. «Esamina le colpe» dellʼanime di coloro che laggiú

caggiono. E qui comincia lʼautore a discrivere lʼuficio di questo

Minos, in quanto dice che «esamina»: e cosí appare lui in questo luogo

esser posto per giudice, percioché aʼ giudici appartiene lʼesaminare

delle cose commesse. E séguita: «nellʼentrata». E qui discrive il

luogo conveniente a quellʼufizio, accioché alcuna non possa passare,

senza esser sottentrata alla sua esaminazione. «Giudica». Séguita

qui lʼautore lʼordine giudiciario; percioché primieramente conviene

che il discreto giudice esamini i meriti della quistione, e dopo la

esaminazione giudichi quello che la legge o talora lʼequitá vuole; e,

dopo il giudicio dato, quello mandi ad esecuzione che avrá giudicato.

E però segue: «e manda» ad esecuzione, o comanda che ad esecuzion sia

mandato. E qui discrive, a questo demonio posto per giudice, essere

una dimostrazione assai strana in dichiarare quello che vuole che

ad esecuzion si mandi, in quanto dice: «secondo chʼavvinghia», cioè

secondo il numero delle volte chʼegli dá dintorno alla persona la coda

sua.

Ora, percioché allʼautore pare aver molto succintamente discritto

lʼuficio di questo Minos, per farlo piú chiaro, reassume e dice:

«Dico», reassumendo, «che, quando lʼanima mal nata», cioè del peccator

dannato («_quia melius fuisset illi, si natus non fuisset homo ille_»),

«Gli vien dinanzi», a questo giudice, «tutta si confessa», cioè tutta

sʼapre, senza alcuna riservazion fare delle sue colpe. La qual cosa,

cioè riservarsi e nascondere delle sue colpe, eziandio volendo, non

potrebbe fare, percioché non veggiono i giudici spirituali con quegli

occhi che veggiam noi, ma prestamente e senza alcun velame veggion ciò

che al loro uficio appartiene. «E quel cognoscitor delle peccata», cioè

Minos; dimostrando in lui essere, tra lʼaltre, una delle condizioni

opportune a coloro che preposti sono al giudicio delle colpe dʼalcuno,

cioè che essi sieno discreti e cognoscano gli effetti e le qualitá

di quelle cose, le quali possono occorrere al suo giudicio; «Vede

qual luogo dʼinferno è da essa», cioè quale supplicio infernale sia

conveniente alla sua colpa.

«Cingesi con la coda tante volte, Quantunque gradi vuol che giú sia

messa». È qui da sapere lo ʼnferno, secondo che al nostro autor piace,

esser distinto in nove cerchi, e quanto piú si discende verso il

centro, cioè verso il profondo dellʼinferno, piú sono i cerchi stretti

e i tormenti maggiori. E, percioché la faccenda di costui è grande

intorno allʼesaminare e al giudicar che fa singularmente di ciascuna

anima; per dar piú spaccio alle sue sentenze, ha quel modo trovato di

doversi cingere con la coda tante volte, quanti gradi, cioè cerchi,

esso vuole che lʼanima da lui esaminata sia infra lʼinferno messa: e,

mentre fa con la coda questa dimostrazione, nondimeno con le parole

attende alla esaminazione.

«Sempre dinanzi a lui ne stanno molte»; peroché, come giá dimostrato è,

la quantitá di quegli che muoiono nellʼira di Dio è molta: e queste

cotali «Vanno a vicenda», cioè ordinatamente lʼuna appresso allʼaltra,

come venute sono, «ciascuna al giudizio», che di loro dee esser dato; e

quivi, «Dicono», le lor colpe, «e odono», la sentenza data di loro, «e

poi son giú vòlte», in inferno neʼ luoghi diterminati daʼ ministri di

questo giudice.

—«O tu che vieni». Qui dimostra lʼautore questo Minos, sotto spezie

di parole amichevoli, averlo voluto spaventare, dicendo: «O tu, che

vieni al doloroso ospizio» dello ʼnferno,—«Disse Minos a me, quando mi

vide», esser vivo, «Lasciando lʼatto», cioè lʼesercizio, «di cotanto

offizio», quanto è lʼavere ad esaminare e a giudicare tutte lʼanime

deʼ dannati:—«Guarda comʼentri», quasi voglia dire che chi entra

in questo luogo non ne può mai poi uscire, «e di cui tu ti fide»:

volendo che lʼautore per queste parole intenda non esser discrezione

il mettersi per sua salute dietro ad alcuno che se medesimo non abbia

saputo salvare. Quasi voglia dire:—Virgilio non ha saputo salvar sé,

dunque come credi tu che egli salvi te?—Sentiva giá questo dimonio

per la natura sua, la quale, come che per lo peccato da lui commesso

fosse di grazia privata, non fu però privata di scienza, che lʼautor

non doveva quel cammin far vivo se non per sua salute, dal quale esso

dimonio lʼavrebbe volentieri frastornato. «Non tʼinganni lʼampiezza

dellʼentrare»,—la quale è libera ed espedita a tutti quegli che dentro

entrar ci vogliono, ma lʼuscire non è cosí. E par qui che questo

dimonio amichevolmente e con fede consigli lʼautore; il che non suole

esser di lor natura, e nel vero non è. Non dico perciò che essi alcuna

volta non deano deʼ consigli che paiono buoni e utili; ma essi non

sono, né furon mai, né buoni né utili, percioché da loro non son dati a

salutevol fine, ma, per farsi piú ampio luogo, nella mente di chi crede

loro, a potere ingannare, gli dánno talvolta. E perciò è con somma

cautela da guardarsi daʼ consigli deʼ malvagi uomini, percioché, quanto

miglior paiono, piú è da suspicare non vi sia sotto nascosa fraude ed

inganno.

Poi séguita: «E ʼl duca mio a lui:—Perché pur gride?» Non poté

sostener Virgilio di lasciargli compiere lʼorazione, conoscendo che

egli non consigliava lʼautore a buon fine; ma sentendo lʼautore, forse

per ostupefazione, non aver pronto che rispondere, disse egli con

parole alquanto austere: O Minos, «perché pur gride», ingegnandoti di

spaventarlo? «Non impedire», con questo tuo sgridare, «il suo fatale

andare», cioè il suo andare da divina disposizion procedente.

E questo vocabolo «fatale» e come si debba intendere «fato», si

dichiarerá appresso nel nono canto sopra quelle parole: «Che giova

nelle fata dar di cozzo?» Ma nondimeno, brievemente alcuna cosa

dicendone, dico che è da sapere, secondo che Boezio _in libro De

consolatione_ ditermina, fato non è altro che disposizione della

divina mente intorno alle cose presenti e future. E questo medesimo

par sentire santo Agostino nel quinto _De civitate Dei_; il quale, poi

che in questa conclusione è venuto, dice queste parole: «_Sententiam

tene, linguam comprime_»; volendo che noi tegnamo la sentenza, ma

schifiamo il vocabolo, cioè di chiamar «fato» la divina disposizione.

E questo non fu neʼ suoi tempi senza cagione: la qual fu, percioché

allora venendo moltitudine di gentili alla fede cattolica, e però ancor

tenera surgendo la cristiana religione, accioché ogni cosa in quanto

si potesse si togliesse via (dico di quelle che alcuna forza paressero

avere in rivocare negli errori lasciati i gentili, ancora non molto

fermati nella cattolica veritá), e questo e molti altri vocaboli, li

quali i gentili usavano, si guardavano di usare nelle loro predicazioni

e nelle loro scritture. Ma oggi, per la grazia di Dio, è sí radicata e

sí ferma neʼ petti nostri la dottrina evangelica, che senza sospetto si

può traʼ savi ogni vocabolo usare.

«Vuolsi cosí», cioè che questi entri qua entro vivo, e vegga la miseria

di te e degli altri dannati. E dove si vuole? Vuolsi «colá dove si

puote Ciò che si vuole», cioè nella mente divina, la qual sola puote

ciò che ella vuole; «e piú non dimandare»;—quasi dica:—A te non

sʼappartiene di sapere che si muova la divinitá a voler questo.—

«Ora incomincian». Qui comincia la terza parte di questo canto, nella

qual dissi si conteneva qual peccato in questo secondo cerchio si

punisca e in qual supplicio; alla quale mostra lʼautore, avendo

Virgilio posto silenzio a Minos, dʼesser pervenuto. E, percioché infino

a questo luogo era venuto per tutto quasi il primo cerchio, senza

udire alcun rumore di pianti o di lamenti, dice: «Ora incomincian le

dolenti note A farmisi sentire», cioè le varietá deʼ pianti, le quali

si facevano al suo audito sentire; «or son venuto Lá dove molto pianto

mi percuote», gli orecchi. E dice «percuote», percioché, essendo lʼaere

percosso dalle voci dolenti deʼ tormentati, è di necessitá che egli si

muova, e col suo moto percuota quelle cose le quali movendosi truova,

delle quali era la sensualitá dellʼautore che quivi vivendo si trovava.

«Io venni in luogo dʼogni luce muto», cioè privato, «Che mugghia», cioè

risuona, questo luogo, per lo ravvolgimento delle strida e deʼ pianti,

il suono deʼ quali raccolto insieme, fa un rumore simile a quello che

noi diciamo che mugghia il mare neʼ tempi tempestosi, e però dice:

«come fa ʼl mar per tempesta, Se da contrari venti è combattuto»,

cioè infestato. Il che assai volte addiviene, che la contrarietá

deʼ venti, che alcuna volta spirano, son cagione delle tempeste del

mare. E chiamasi questo romore del mare impropriamente «mugghiare»:

e, percioché da sé non ha proprio vocabolo, è preso un vocabolo a

discriver quel romore che piú verisimilmente gli si confaccia, e questo

è «mugghiare», il quale è proprio deʼ buoi; ma percioché è un suono

confuso e orribile, par che assai convenientemente sʼadatti al romor

del mare.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 9 / 25 段