Sono adunque questi cotali solamente per continui sospiri e per

difetto di speranza puniti; la qual pena assai pare che si confaccia

al peccato. Fu il peccato originale con soavitá e dolcezza di gusto

commesso, e però qui per amaritudine di sospiri mandati dal cuor fuori

si punisce; cioè per dolorosa compunzione, in perpetuo, quegli, che

con esso in questo mondo muoiono, menano amara vita nellʼaltro: e come

i primi parenti per quello sperarono dovere simili a Dio divenire,

cosí qui sono i lor successori, che con esso peccato muoiono, privati

dʼogni speranza di mai doverlo vedere; e come la disonesta speranza gli

sospinse al peccato, dico i primi nostri parenti, cosí qui lʼonesta

nega loro il suo aiuto a dover con minor noia sofferire lʼafflizione

recata in loro dal martíre. E, oltre a ciò, come quello per noi non fu

commesso, ma, come spesse volte è detto, per li primi nostri parenti;

punito non è, in quegli neʼ quali la sua infezione persevera, per

alcuna pena impressa in loro per alcuno esteriore ministro della

giustizia di Dio. Né creda alcuno questa pena essere di piccola

gravezza o poco cocente, cioè il dolersi coʼ sospiri, senza speranza

dʼalcuno futuro o disiderato riposo; anzi, se ben riguarderemo, è

gravissima; e, se gli spiriti fossero mortali, essi la dimostrerebbono

intollerabile, sí come i mortali hanno spesse volte mostrato. Assai

ci puote essere manifesto alcuni essere stati che, ferventemente

disiderando alcuna cosa (come creder dobbiamo che questi spiriti, deʼ

quali parliamo, disiderano di veder Iddio), come conosciuto hanno

esser lor tolta ogni speranza di doverla ottenere, essere in tanto

dolor divenuti, che essi, stoltamente eleggendo per molto minor pena

la morte che la vita senza speranza, ad uccidersi, e crudelmente,

trascorsi sono. Per la qual cosa mi pare essere assai certo che, se

morir potessono gli spiriti, come non possono, assai in quella estrema

miseria incorrerebbono. [E questi cotali dico esser tutti quegli che

alcuno deʼ sopra detti battesimi avuto non hanno, li quali qui in tre

maniere distingue, cioè in pargoli e in uomini e femmine non famose, e

come son tutti coloro li quali esso nominatamente discrive.] [Intorno

alla qual discrizione, son certi eccellenti uomini aʼ quali non pare

che in questa parte lʼautore senta tanto bene, cioè in quanto mostra

opinare una medesima pena convenirsi per lo peccato originale a quegli

li quali ad etá perfetta pervennero, e a quegli, i quali avanti che a

quella pervenissero, morirono. E la ragione, che a questo gli muove,

par che sia questa: che i primi, cioè gli uomini, pare che, dalla

ragione naturale mossi, dovessero cercare della notizia del vero Iddio,

e cosí lavarsi della macchia del peccato originale; e peroché nol

fecero, non pare che la ignoranza gli scusi, come fa coloro li quali

anzi lʼetá perfetta morirono: e per conseguente, per la negligenza in

ciò avuta, meritano maggior pena. E perciò in ciò non pare che lʼautore

abbia tanto bene opinato.]

[Egli è assai manifesta cosa che la ignoranza, in coloro massimamente

neʼ quali dee essere intera cognizione, e per etá e per ingegno, non

scusa il peccato: conciosiacosaché noi leggiamo quella essere stata

redarguita da Dio in nostro ammaestramento, lá dove dice per Ieremia:

«_Milvus in caelo et hirundo et ciconia cognoverunt tempus suum; Israël

autem me non cognovit_». Per che meritamente segue aglʼignoranti quello

che san Paolo dice: «_Ignorans, ignorabitur_», e massimamente a quegli

deʼ quali pare che senta il salmista, dove dice: «_Noluit intelligere,

ut bonum ageret_». Per che senza alcun dubbio si dee credere che a

questi cotali, li quali di conoscere Iddio non si son curati, né

lʼhanno amato ed onorato secondo i suoi medesimi comandamenti, sará

nellʼestremo giudizio detto da Cristo: «_Non novi vos, discedite a me,

operarii iniquitatis_». La qual cosa accioché avvenir non possa, con

ogni studio, con ogni vigilanza si dee cercare di conoscere Iddio,

e credere che chi questo non fa, non potrá per ignoranza in alcuna

maniera scusarsi.]

[Ma nondimeno io non credo che ogni ignoranza igualmente sia

riprensibile: e dico «ogni ignoranza», percioché questi signori

giuristi e canonisti distinguono, e ottimamente al mio parere, tra

ignoranza e ignoranza, chiamandone alcuna «ignoranza _facti_» ed

alcunʼaltra «ignoranza _iuris_». E vogliono che ignoranza _facti_

sia quella dʼalcuna cosa, la quale verisimilmente non debbia esser

pervenuta alla notizia degli uomini: _verbi gratia_, il papa col

collegio deʼ suoi fratelli cardinali segretamente avranno per legge

fermato che, sotto pena di scomunicazione, alcun cristiano per alcuna

cagione non vada né mandi in alcuna terra dʼalcuno infedele; e, stante

questa legge ancor secreta, questo o quel mercatante vʼandranno o

vi manderanno: direm noi che per questa ignoranza, che è ignoranza

_facti_, questo cotal sia escomunicato? Certo no; ché ciò sarebbe

manifestamente fuor dʼogni ragione, percioché gli uomini non sanno

indovinare.]

[Adunque è questa ignoranza escusabile; percioché noi non possiam

sapere quello che il papa sʼabbia fatto, né prima dobbiamo il suo

secreto voler sapere, che esso medesimo nel voglia manifestare. Ma, poi

che esso avrá diliberato che questa legge si palesi, e promulgatala,

e per li suoi messaggieri mandatala per tutto, e fattala nunziare

e predicare; senza dubbio non può alcun dire che il non saperlo il

debbia rendere scusato: sí come talvolta fanno alcuni che, sospicando

non si dica cosa che essi non voglian sapere, si partono deʼ luoghi

dove ciò si pronunzia; ché fuggono, e poi credono essere scusati per

dire e per giurare:—Io non fui mai in parte dove questa proibizion

si facesse;—percioché a ciascun sʼappartiene di stare attento

dʼinvestigare e di sapere i comandamenti deʼ suoi maggiori, e quegli

con ogni reverenza ricevere e ubbidire. E perciò alla obbiezion fatta,

cioè che aʼ nominati dallʼautore, conciosiacosaché per ignoranza

iscusati non sieno, si convenga piú grieve pena che a quegli che per

la piccola etá cercar non poterono dʼavere la notizia di Dio, e di

seguire i suoi comandamenti; mi pare che, come poco avanti è detto, si

possa rispondere e mostrare in loro essere stata ignoranza _facti_, e

per conseguente dover da essa e potersi con ragione scusare. E che neʼ

nominati dallʼautore e neʼ simili fosse ignoranza _facti_, si può in

questa maniera comprendere.]

[Fu il mondo, sí come noi possiamo per lo testo della santa Scrittura

cognoscere, molte centinaia dʼanni prima lavato dal diluvio universale,

che Dio alcuna legge desse ad alcuno uomo. E la moltitudine della

gente da Noé procreata e daʼ figliuoli, era ampliata molto, e in

diversi popoli sʼera sparta sopra la faccia della terra: e non

solamente la terra continua, ma ancora molte isole aveva ripiene, e

ciascheduno secondo il suo arbitrio, o secondo il beneplacito di colui

il quale in prencipe avea sublimato, vivea: e cotal vita estimava

ottima e laudevole, quantunque molti pessimamente estimassono.

Nondimeno i piú lungamente seguitarono le leggi naturali: e alcuni,

che piú di sentimento cominciarono a prendere «_a naturali_», una

brieve legge aggiunsero, cioè:—Non far quello ad altrui, che tu non

volessi che fosse fatto a te.—E da questa nacque un modo di vivere

piú universale, il quale essi chiamarono «_ius gentium_»: per lo quale

assai oneste cose si servavano diligentemente tra lʼuniversitá deʼ

popoli. Poi cominciarono le genti a fare le leggi municipali, e secondo

quelle vivere e governarsi. E nondimeno sopra le leggi umane avevano

alcune divine leggi, per lʼammaestramento delle quali essi onoravano

e adoravano Iddio; e cosí perseverarono e ancora perseverano molte

nazioni.]

[Ma, poi che a nostro signore Iddio piacque volere le sue leggi ad

alcun popolo dare, dalle quali non solamente il popolo, al quale dare

le intendea, ma eziandio qualunque altro, volendo, potesse prender

regola e norma da piacere a Dio; primieramente fece Abraam degno della

sua amicizia, e a lui aperse parte del suo secreto, cioè di quello che

fare intendeva nel seme suo: né a lui perciò alcune singulari leggi

diede, se non in tanto che, a distinzione deʼ suoi discendenti dagli

altri popoli, gli comandò la circuncisione, la qual sempre perseverò

e persevera in quegli che deʼ suoi discendenti si dicono. E questa

medesima amicizia ritenne con Isaac e con Iacob, discendenti dʼAbraam.

Ma poi Iacob, con quegli che di lui eran nati, andatone in Egitto, e in

grandissima moltitudine cresciuti, per piú centinaia dʼanni servato il

rito della circuncisione, sotto le leggi e sotto la servitudine delli

re dʼEgitto furono; della quale Moisé per comandamento di Dio, carichi

delle piú care cose degli egiziaci, per lo mar Rosso gli trasse, e

menògli neʼ diserti dʼArabia: e quivi dimorando ancora senza legge, se

non quella che arbitrariamente in bene e in riposo di loro sʼusava;

Moisé, sí come loro duca e giudice, salito sopra il monte Senai, in due

tavole gli diede Iddio scritta la legge, la qual voleva servasse il

popol suo: e cosí cominciâro gli ebrei ad essere sotto propria legge,

che mai infino a quel tempo stato non vʼera. E questo fu, secondo

Eusebio _in libro Temporum_, regnante appo gli assiri Ascadis, lʼanno

del regno suo ottavo, e regnante Cecrope appo gli ateniesi, lʼanno

quarantacinquesimo del regno suo: il quale anno fu lʼanno del mondo

tremilaseicentottantadue, neʼ quali tempi nacque dʼIside Epafo in

Egitto, e il tempio dʼApollo Delio fu edificato da Cristone. Quindi,

morto Moisé, sotto il ducato di Giosué piú fattisi avanti, per forza

cacciaron delle lor sedie i cananei e il loro paese occuparon tutto,

e intra sé il divisono, e poi per certo tempo possederono: e secondo

la legge ricevuta, e sotto giudici e poi sotto re vivendo, in continue

guerre coʼ vicini da torno, or vincendo e or perdendo, e in grandissime

avversitá e tribulazioni divisi dimorando, quantunque alcun nome

acquistassero, non fu perciò di tanta fama, che guari per lo mondo si

dilatasse: e quanto essi erano daʼ riti degli altri uomini separati,

tanto dallʼaltre nazioni erano reputati da meno.]

[Se adunque, avanti che la giudaica legge fosse, vissero i mortali

sotto lʼarbitrio loro, o sotto quelle leggi che essi medesimi si

dettavano; a cui direm noi che essi dovessero andar cercando per le

leggi divine, e di conoscere Iddio? E, oltre a ciò, pur dopo la legge

data a Moisé, qual maraviglia è se, abituati in quella maniera di

vivere che detta è, non sentirono, né si misono a sentire quello che

Iddio sʼavesse detto o fatto con Abraam, o coʼ suoi successori, o

con Moisé nelle solitudini del mondo, né poi ancora col popolo suo?

Conciofossecosaché quegli, aʼ quali deʼ fatti deʼ giudei pervenne

alcuna notizia, gli avessero per servi fuggitivi e per ladri, e Moisé

per uomo magico e seduttore. E se per cosí gli aveano, a che ora si

dee credere che a loro fossero andate le nazioni strane a consigliarsi

della divinitá e deʼ beneplaciti di quella? Se forse si dicesse sotto

queʼ furti e sotto i lor costumi Iddio sentiva altissimi misteri della

futura incarnazion del Figliuolo e della resurrezione: questo credo

io ottimamente, ma ciò non sapeano le nazioni gentili, e, come dice

Isaia: «_Quis enim cognoscit sensum Domini, aut quis consiliarius eius

fuit_?» E se quelle leggi e quelle operazioni di Dio, che noi tutto il

dí leggiamo, si piacque a Domeneddio con questi suoi singulari amici

dʼadoperare; come il dee aver saputo lʼindiano, come lo spagnuolo,

come lʼetiopo o il sauromata, aʼ quali per alcuno mai significato non

fu? E se essi nol deono aver potuto sapere, qual giustizia dannerá la

loro ignoranza in questo? Chi non vedrá questa essere stata ignoranza

facti, la qual davanti dicemmo doversi potere scusare? Appresso,

presupposto che alcuna altra nazione avesse voluto dagli ebrei sapere

questo secreto, il quale a loro solo Iddio avea dimostrato, lʼavrebbe

ella potuto credere, essendoci per le loro medesime lettere manifesto

che essi ebrei, essendo lungamente stati pasciuti di manna, e udendo

gli ammaestramenti di Moisé (il quale per la loro liberazione avean

veduto percuotere Faraone di dieci crudelissime piaghe, e veduto da lui

essere stato nel deserto elevato un serpente di rame, al quale mostrate

le lor piaghe, daʼ serpenti del luogo dove erano, ricevute, tutti

guerivano; avevangli veduto con la verga percuotere una pietra viva,

e di quella a saziar la sete loro uscire un fiume): non gli prestavan

però interamente fede, ma, or con una ritrosia, or con unʼaltra, non

facevano altro che mormorare e chiedere che nella servitudine, della

quale tratti gli avea, gli ritornasse? E ultimamente, elevato un toro

dʼariento, contro al comandamento suo quello adorarono, onorarono e

magnificarono per loro Iddio?]

[Non fu mai alcun messo di Dio mandato, che il suo piacere loro

annunziasse e chiamassegli ad obbidienza della sua legge. E chi dubita

che Domeneddio non conoscesse alcun da sé a ciò non dover venire non

chiamato, quando i chiamati con ostinata pertinacia recusavan dʼudire

i suoi comandamenti e dʼubbidirlo? Se forse volesse alcun dire:—Iona

fu mandato da Dio a Ninive;—ma esso non andò ad ammaestrargli della

legge di Dio, ma a nunziare che Ninive infra quaranta dí si disfarebbe.

E se gli ebrei furono in Babilonia lungamente in prigione, e vi furono

reputati bestie; estimando i caldei che se savi fossero stati, o fosser

sante le lor leggi, che Iddio non gli avrebbe lasciati venire in

quella miseria; e perciò creduti non erano: eʼ non pare che dubitar si

debba che non fossero i gentili molto piú prestamente venuti, che non

fecero gli ebrei. E questo pare si possa comprendere da ciò che seguí,

quando chiamati furono, poi che Cristo incarnato recò in terra quella

celeste luce della dottrina evangelica, la quale illumina ogni uomo che

viene in questo mondo, che illuminato voglia essere: la quale avendo

esso primieramente predicata, e poco dagli ebrei ascoltata, mandò per

lʼuniverso i suoi messaggieri a chiamare alle nozze reali di vita

eterna ogni nazione. Né furon chiamati neʼ diserti o nelle solitudini

arabiche, né da uomini paurosi o fiochi, ma, come dice di loro il

salmista; «_Non sunt linguae neque sermones, quorum non audiantur voces

eorum. In omnem terram exivit sonus eorum et in fines orbis terrae

verba eorum_». E queste nel cospetto deʼ re, deʼ prencipi, deʼ tiranni,

e nelle cittá grandissime, nelle piazze, neʼ templi, nelle convenzioni

e adunanze deʼ popoli: e a questa chiamata prestamente concorsono le

nazion gentili e con intera mente senza alcune ritrosie prestaron fede

alla dottrina deʼ chiamatori: e non solamente vi prestaron fede, ma per

quella se medesimi fecero incontro a tormenti senza la divina grazia

intollerabili, e alla morte temporale, senza alcuna paura e con ferma

speranza della futura gloria. E cosí si può credere avrebber fatto,

se alcuna altra volta fossero stati chiamati. E se essi chiamati non

furono, come altra volta è detto, essi non si dovevano né potevano

indovinare.]

[Seguirono adunque quello iddio o quegli iddii, quegli riti dʼadorargli

e dʼonorargli, che i lor padri, li loro amici, i loro vicini eʼ loro

sacerdoti mostravan loro, e a questo, credendosi bene adoperare,

eran contenti: conciosiacosaché alcun non sia che cerchi di quello

che egli non conosce. E, seguendo il predetto rito dʼadorare Iddio,

furono di quegli assai che il seguirono, virtuosamente e moralmente

vivendo; avendo in odio e dannando i disonesti guadagni, le violenze,

lʼozio, la concupiscenza carnale, le falsitá, i tradimenti e ogni

altra operazione meritamente biasimevole; esercitandosi ciascuno

di prevalere agli altri in iscienza, in disciplina militare, in ben

fare alla republica e in divenire glorioso tra gli uomini: e questo

con lunghe fatiche e con gran pericoli della propria vita. E cosí si

dee credere e ancora molto piú avrebbon fatto in onore del nome di

Cristo, per la vita celestiale e per lʼeterna gloria. Ma a doversi di

ciò informare non potevan salire in cielo: né in terra era chi lor ne

dicesse parole, né che a lor giudicio fosse degno di tanta fede.]

[Se forse volessero alcuni dire:—Cosí come per forza dʼingegno essi

adoperarono di conoscere i segreti riposti nel seno della natura e

la cagion delle cose, e per saper queste seguivan gli studi caldei,

gli egizi, glʼitalici e gli altri quantunque lontani; e cosí per

conoscere il vero Iddio si dovean faticare, e andar cercando quegli

che maestri e dottori erano della ebraica legge, accioché di ciò gli

ammaestrassero—potrebbesi consentire, i gentili dovere aver creduto

gli ebrei dover esser maestri di questa veritá. Ma essi non si vedevan

tra le nazioni del mondo dʼalcuna preeminenza, né onorato il popolo

ebreo, e massimamente a rispetto degli assiri, deʼ greci, degli

affricani e ultimamente deʼ romani; anzi si vedea un piccol popolo

pieno di vitupèri, di peccati e di scellerate operazioni, e ogni dí

essere daʼ caldei e dagli egiziaci presi e straziati e menati in

cattivitá e in servitudine, e essi e le lor femmine, e le loro cittá

rubate, e ad esse esser disfatte le mura e talvolta tutte abbattute e

desolate; per le quali cose assai di fede appo le nazioni strane alla

loro religion si toglieva, e per questo essendo avuti in derisione,

non era alcuno che mai a loro andato fosse. Erano, oltre a questo, gli

ebrei intra se medesimi divisi, ché altra maniera servavano i giudei

e altra maniera i sammaritani: e chi meglio di costor si facesse, non

potevano le nazioni lontane discernere. Né è da dubitare che molto di

fede non togliesse loro appo gli strani la divisione.]

[Che dunque si può dire della ignoranza di coloro che, avanti che

Cristo per li suoi messaggeri la legge, da lui data, essere stata data

manifestasse, se non quello che davanti è stato detto, cioè che la

loro ignoranza, sí come ignoranza _facti_, si debba potere scusare?

E perciò, se per altro ben vissero, non aver altra pena meritata, che

quella che semplicemente per lo peccato originale è data a coloro, li

quali morirono avanti che essi potesson peccare, e quello sentirne, che

par che san Paolo voglia, quando scrive: «_Servus nesciens vel ignorans

voluntatem Domini sui et non faciens, vapulabit paucis_»; e in altra

parte: «_Facilius consequutus sum veniam, quoniam ignorans feci_».]

[_De ignorantia iuris_ non dico cosí; percioché, come di sopra

dissi, come la legge, la quale a ciascuno appartiene, è promulgata

e manifestata, non puote alcuno con accettevole scusa allegar la

ignoranza: percioché tale ignoranza si può meritamente dire crassa e

supina, e apparire aperto, colui che ciò non sa, nol sa, perché non

lʼha voluto sapere. E però se, dopo la dottrina evangelica predicata

per tutto, è alcuno che quella seguita non abbia, quantunque per altro

virtuosamente vivuto sia, sí come degno di maggior supplicio per la

sua ignoranza, non dee a simil pena esser punito con glʼinnocenti, ma

a molto piú agra. E di questi cotali pone lʼautore alquanti, come è

Ovidio, Lucano, Seneca, Tolomeo, Avicenna, Galieno e Averrois; li quali

io confesso, tra gli altri dallʼautor nominati, non doversi debitamente

nominare, percioché di loro si può dir quello che scrive san Paolo:

«_A veritate auditum avertent, ad fabulas autem convertentur_», ecc. E

il salmista: «_Sicut aspides surdae et obturantes aures suas, ut non

exaudirent voces_», ecc. E di questi meritamente si dice quella parola,

che di sopra contro aglʼignoranti è allegata da san Paolo: «_ignorans

ignorabitur_», e similmente lʼaltre autoritá quivi poste. Nondimeno,

che che qui per me detto sia, io non intendo di derogare in alcuno atto

alla cattolica veritá, né alla sentenza deʼ piú savi.]

[Nota: Lez. XVIII]

Resta a vedere quello che lʼautore abbia voluto per lo castello difeso

da sette alte mura e da un bel fiumicello, e per lo prato della verdura

che dentro vi truova, poi che con quegli cinque poeti entrato vʼè. E,

secondo il mio giudicio, egli intende questo castello il real trono

della maestá della filosofia morale e naturale, fermato in su il limbo,

cioè in su la circunferenza della terra: conciosiacosaché queste due

spezie di filosofia, morale e naturale, non trascendano alle sedie

deʼ beati, ma solamente di terra speculino, conoscano e dimostrino i

naturali effetti deʼ cieli nella terra e gli atti degli uomini: per la

cognizion delle quali cose sta sempre verde la fama di quegli uomini

e di quelle donne le quali seguíti gli hanno. E, a volere a cosí

eccelsa e cosí nobile stanza divenire, si conviene tenere il cammino

il quale lʼautore ne divisa, cioè passar quel fiumicello, il quale

circunda questo luogo, dove la filosofia, maestra di tutte le cose,

dimora; e passarlo come terra dura, accioché nellʼacqua di quello non

si bagnino i piè nostri. E sono, avanti ad ogni altra cosa, per questo

bel fiumicello da intendere le sustanze temporali, cioè le ricchezze,

i mondani onori e le mondane preeminenze, le quali sono nella prima

apparenza splendide e belle, quantunque in esistenza oscure e tenebrose

si truovino: in quanto sono privatrici, e massimamente in coloro che

non debitamente lʼamano o guardano o spendono o esercitano. E come

lʼacqua spesse volte è aʼ nostri sensi dilettevole, cosí queste sono

aglʼingegni e aglʼintelletti nocevoli; e cosí sono flusse e labili

come è lʼacqua, la quale è in corso continuo; niun fermo stato hanno;

oggi sono, e doman non sono; oggi sono in questo luogo e doman in

quellʼaltro; oggi piacciono e domane spiacciono. E chiama lʼautor

questʼacqua «fiumicello», che è diminutivo di «fiume», per dare ad

intendere queste cose temporali e la lor luce e il lor comodo, a

rispetto delle cose eterne, esser piccole o niuna cosa. E perciò,

chi vuole pervenire allʼaltezza della fama filosofica, gli convien

passar questo fiumicello non con delicatezze, non con morbidezze, non

con conviti e artificiati cibi e esquisiti vini e con lunghi sonni

e dannosi ozi; ma tutte queste cose, e simiglianti, non solamente

scacciate e rimosse da sé, ma senza bagnarsi i piedi in questʼacqua,

cioè in alcun atto lasciarsi toccare, o muover lʼaffezione a quella,

e come terra dura passarlo, come il passaron per la temporal gloria

Cammillo, Cincinnato, Curzio, Fabbrizio e Scipione e simiglianti, e per

la filosofica eminenza Diogene, Democrito, Anassagora e i lor simili:

li quali, scalpitate coʼ piedi le ricchezze, ed avutele a vile e

disprezzatele, passarono con lieto e libero animo alle lunghe fatiche

degli studi, delle virtú e delle scienze: e, passato il fiumicello,

cioè le temporali delizie scalpitate, con cinque solenni poeti, cioè

con quegli dottori li quali sieno per sofficienza degni a dimostrar

quella via, [per la quale] alle filosofiche operazioni e perfezion si

perviene. E intendo per le sette porti, per le quali dice che entrò

con queʼ savi, le sette arti liberali: e non per quelle sette arti le

quali molti intendono esser quelle con le quali i demòni ingannano

gli sciocchi. E chiamansi «liberali», percioché in esse non osava,

al tempo che i romani signoreggiavano il mondo, studiare altri cheʼ

liberi uomini: o vogliam dire che liberali si chiamano, percioché elle

rendono liberi molti uomini da molti e vari dubbi, neʼ quali senza esse

intrigati sarebbono. E di queste arti ottimi dimostratori furono i

predetti poeti, se con intera mente si riguarderanno i libri loro, neʼ

quali, quantunque esplicitamente le regole, spettanti a dover dare la

dottrina di quelle, per avventura non vi si truovino, eʼ vi si truovano

le conclusioni vere e gli effetti certi delle regole, per le quali si

solvono i dubbi li quali intorno alle regole posson cadere. È nondimeno

da sapere non esser di necessitá, a colui che odierno filosofo vuol

divenire, sapere perfettamente ciascuna delle liberali arti. Saperne

alcuna perfettamente è del tutto opportuno, sí come al filosofo la

grammatica e la dialettica, al poeta e allʼoratore la grammatica e la

rettorica: poi sapere dellʼaltre i principi, e sapergli bene, è assai a

ciascuno.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 8 / 25 段