Ma, poi che Claudio, per lo ʼnganno dʼAgrippina, sua moglie, fu morto

dal veleno, datogli mangiare neʼ boleti, e per lʼastuzia di lei

posposto Britannico, figliuolo legittimo e natural di Claudio; Nerone,

figliuolo adottivo del detto Claudio e dʼAgrippina e discepolo di

questo Seneca, fu fatto imperadore ancora assai giovane; e senza alcun

dubbio multiplicò molto la grandezza e la ricchezza di Seneca, la quale

men che felice uscita ebbe; percioché, avendo Nerone fatto morire

Britannico di veleno, e, oltre a ciò, avendo fatta uccidere Agrippina,

sua madre, e Ottavia, sirocchia carnale di Britannico e sua moglie,

rifiutata e mandata in esilio in una isola, molte cose falsamente

apponendole, e ultimamente fattala uccidere, e fattasi moglie una

gentildonna di Roma, chiamata Poppeia Sabina, la qual più anni aveva

per amica tenuta, e fatto morire uno Burrone, il quale era prefetto

dello esercito pretoriano e suo maestro insieme con Seneca, e in luogo

di Burrone, ad istanza di Poppeia, posto uno chiamato Tigillino; ed

avendo Poppeia e Tigillino sospetto Seneca non, coʼ suoi consigli,

lʼanimo di Nerone volgesse e loro gli facesse odiosi, cominciarono

sagacemente ad incitare Nerone contro di lui. La qual cosa sentendo

Seneca, per menomare la ʼnvidia portatagli, pregò Nerone che tutte

le sue ricchezze e gli onori prendesse, e lui lasciasse in povero e

in privato stato. Le quali Nerone non volle ricevere, ma, postogli

il braccio in collo, e lusingandolo, e quello nelle parole mostrando

che nellʼanimo non avea, ciò, che egli rifiutava, ritenere gli fece.

Nondimeno Seneca, suspicando sempre della poca fede di Nerone, cominciò

del tutto a rifiutare le visitazioni e le salutazioni degli amici, ed a

fuggire la lunga compagnia deʼ clientoli, e a dimorare il più del tempo

ad alcune sue possessioni, le quali fuora di Roma avea.

Ultimamente, essendosi scoperta una congiurazione fatta contro a Nerone

da molti deʼ senatori e da più altri dellʼordine equestre, e daʼ

centurioni e da altri cittadini, essendo di quella prencipe un nobile

giovane di Roma chiamato Pisone; venne in animo a Nerone di farlo

morire, non perché in quella colpevole il trovasse, ma per propria

malvagità e come uomo che era disideroso dʼadoperare crudelmente la

sua potenza coʼ ferri. Ed essendo per ventura di queʼ dí, secondo che

scrive Cornelio Tacito nel quindicesimo libro delle sue _Storie_,

tornato Seneca di campagna, sʼera rimaso in una sua villa, quattro

miglia vicino a Roma, alla quale Sillano, tribuno dʼuna coorte

pretoria, approssimandosi giá lʼora tarda, andò e quella intorniò

dʼuomini dʼarme, ed entrato in casa, trovò lui con Pompeia Paulina

sua moglie, e con due deʼ suoi amici mangiare. E mangiando egli,

gli manifestò il comandamento fattogli dallʼimperadore, cioè: uno,

chiamato Natale, essere stato mandato a lui per parte di Pisone, ed

esso essersi in nome di Pisone rammaricato perché da poterlo visitare

fosse proibito. Al quale Seneca rispuose: sé essersi da ciò scusato,

che fatto lʼavea per cagione della sua infermitá e per disiderio di

riposo; e che esso non avea avuta alcuna cagione per la quale la salute

del privato uomo avesse preposta alla sua sanitá; e che il suo ingegno

non era pronto né inchinevole a dover lusingare alcuno; e che di questo

non era alcuno piú consapevole che Nerone, il quale spessissimamente

avea provata piú la libertá di Seneca che il servigio. Le quali parole,

presente Poppeia e Tigillino, il tribuno rapportò a Nerone; il quale

Nerone domandò se Seneca sʼapprestava a volontaria morte. Rispose:

niuno segno di paura aver veduto in lui e niuna tristizia conosciuta

nelle parole e nel viso. Per la qual cosa Nerone gli comandò che

tornasse a Seneca, e gli comandasse che egli sʼeleggesse la morte. Il

quale tornatovi, non volle andare nella sua presenza, ma mandovvi uno

deʼ centurioni, che gli dicesse lʼultima necessitá: la quale Seneca

senza alcuna paura ascoltò, e domandò che portate gli fossero le tavole

del suo testamento. La qual cosa il centurione non sostenne. E perciò

Seneca, voltosi aʼ suoi amici, molte cose disse, e, poiché negato

gli era di poter render loro grazia secondo i lor meriti, testò sé

lasciar loro una di quelle cose le quali egli aveva piú bella, e ciò

era la immagine della vita sua, della quale se essi si ricordassono,

essi sempre seco porterebbono la fama delle buone e laudevoli arti e

della costante loro amistá. E, oltre a questo, ora con parole e ora

con piú intenta dimostrazione, cominciò le lor lacrime a rivocare in

fermezza dʼanimo: domandògli dove i comandamenti della sapienza, dove

per molti anni avesser lasciata andare la premeditata ragione intorno

alle cose sopravvegnenti, e da cui non esser saputa la crudeltá di

Nerone; e che niunʼaltra cosa gli restava a fare, avendo la madre e ʼl

fratello uccisi, se non dʼuccidere il suo maestro e colui che allevato

lʼavea. E quinci, abbracciata la moglie, la confortò e pregò che con

forte animo portasse questa ingiuria. E, avendo giá il centesimo anno

passato, si fece aprir le vene delle braccia, e appresso, percioché il

sangue lentamente usciva del corpo, similmente si fece aprir le vene

delle gambe e delle ginocchia; e, mentre lentamente mancava la vita

sua, infino che gli bastaron le forze di poter parlare, fatti venire

scrittori, piú cose degne di laude in sua fama e in bene di coloro che

dopo la sua morte le dovevan vedere, fece scrivere. Ma, prolungandosi

troppo la morte, pregò Stazio Anneo medico, lungamente stato suo fido

amico, che gli desse veleno, il quale egli lungamente davanti sʼaveva

apparecchiato. Il quale preso, né dʼalcuna cosa offendendolo, per li

membri, che erano giá freddi e niuna via davano donde il veleno potesse

al cuore trapassare; si fece alla fine mettere in un bagno dʼacqua

molto calda, nel quale entrando, con le mani, queʼ servi che piú

prossimani gli erano, presa dellʼacqua, risperse. Daʼ quali fu udita

questa voce: che esso quello liquore sacrificava a Giove liberatore.

E poco appresso dal vapore caldo dellʼacqua fu ucciso, e senza alcuna

pompa o solennitá di funebre ufficio fu, secondo il costume antico,

arso il corpo suo.

Fu nondimeno fama, secondo che il predetto Cornelio scrive, che Subrio

Flavio aveva coʼ centurioni avuto secreto consiglio, il quale Seneca

aveva saputo, che, poiché Nerone fosse stato per opera di Pisone

ucciso, che esso Pisone similmente ucciso fosse, e che lʼimperio fosse

dato a Seneca, quasi, come non colpevole, per ragione delle sue virtú

fosse stato eletto allʼaltezza del principato.

Ma, come che lʼautore in questo luogo il ponga come dannato, io non

sono perciò assai certo, se questa opinione sia da seguire o no:

conciosiacosaché si leggano piú epistole mandate da Seneca a san Paolo

e da san Paolo a Seneca, nelle quali appare tra loro essere stata

singulare amistá, quantunque occulta fosse; ed in quelle, o almeno

nellʼultima di quelle, essere parole scritte da san Paolo, le quali,

bene intese, assai chiaro mi pare dimostrino san Paolo lui aver per

cristiano. E se esso fu cristiano e di continentissima e santa vita,

perché traʼ dannati annoverar si debba non veggio: senza che, a

confermazion di questa mia pietosa opinione, vengono le parole scritte

di lui da san Girolamo _in libro Virorum illustrium_, nel quale scrive

cosí: «_Lucius Annaeus Seneca Cordubensis, Focionis stoici discipulus,

et patruus Lucani poëtae, continentissimae vitae fuit, quem non ponerem

in chatalogo sanctorum, nisi me illae epistolae provocarent, quae

leguntur a plurimis Pauli ad Senecam et Senecae ad Paulum, in quibus,

cum esset Neronis magister, et illius temporis potentissimus, optare se

dicit eius esse loci apud suos, cuius sit Paulus apud Christianos. Hic

ante biennium, quam Petrus et Paulus coronarentur martyrio, a Nerone

interfectus est_».

[E, oltre a questo, mi sospigne alquanto a sperar bene della sua

salute, quasi lʼultimo atto della vita sua, quando, entrando nel piú

caldo bagno, disse sé sacrificare quella acqua a Giove liberatore;

parendomi queste parole potersi con questo sentimento intendere: che

esso, il quale, quantunque il battesimo della fede avesse, il quale

i nostri santi chiamano «_flaminis_», non essendo rigenerato secondo

il comune uso deʼ cristiani nel battesimo dellʼacqua e dello Spirito

santo, quellʼacqua in fonte battesimale consegrasse a Giove liberatore,

cioè a Iesu Cristo, il quale veramente fu liberatore dellʼumana

generazione nella sua morte e nella resurrezione. Né osta il nome di

Giove, il quale altra volta è stato mostrato ottimamente convenirsi

a Dio: anzi a lui e non ad alcuna creatura. E cosí consecratala, in

questa essersi bagnato, e divenuto cristiano col sacramento visibile,

come con la mente era. Ora di questo è a ciascuno licito quello

crederne che gli pare.]

[Nota: Lez. XVII]

«Euclide geometra» (_supple_) vidi. Euclide geometra, onde si fosse, né

di che parenti disceso, non so; ma assai appare per Valerio Massimo,

nel suo ottavo libro, capitolo dodici, lui essere stato contemporaneo

di Platone, e, percioché insino neʼ nostri dí è perseverata la fama

sua, puote assai esser manifesto lui avere in geometria ogni altro

filosofo trapassato. Esso adunque compose il libro delle _Teoremate_

in geometria, il quale ancora consiste: sopra le quali fu da Boezio

ottimamente scritto.

«E Tolomeo». Tolomeo, cognominato da alcuno peludense, secondo che

opinione è di molti, fu egiziaco; ed alcuni estimano lui essere stato

di queʼ re dʼEgitto, percioché molti ve nʼebbe con questo nome; e altri

credono che esso non fosse re, ma nobile uomo del paese. E, percioché

alcuno scrive lui essere stato nel torno di centoventotto anni dopo la

incarnazione di nostro Signore, cioè aʼ tempi dʼAdriano imperadore,

sono io di quegli che credo lui non essere stato re; percioché in queʼ

tempi non si legge Egitto avere avuti re, conciofossecosaché esso

in forma di provincia romana si reggesse. Ma chi che egli si fosse,

o re o altro, certissimo appare lui essere stato eccellentissimo

astrolago. Nella quale arte, a dottrina e ammaestramento di coloro che

venir doveano, esso piú libri compose, traʼ quali fu lʼ_Almagesto_,

il _Quadripartito_, e ʼl _Centiloquio_, e molte tavole a dovere con

le lor dimostrazioni poter trovare i veri luoghi deʼ pianeti e i lor

movimenti. Fu allevato in Alessandria, e quivi abitò, e in Rodi; e, poi

che vivuto fu ottantotto anni, finío la vita sua.

«Ipocras». Ipocras, secondo che Rabano _in libro XVIII Originum_

scrive, fu figliuolo dʼAsclepio, e regnante Artaserse, re di Persia,

nacque nellʼisola di Coo; e per assiduo studio divenne gran filosofo

e solennissimo medico. E dicono di lui alcuni che, essendo egli da un

fisonomo veduto, dové il fisonomo dire a lui dovere essere di natura

lussurioso uomo, e, oltre a ciò, di grossissimo ingegno: la qual cosa

egli confessò esser vera, ma che lʼastinenza lʼavea fatto casto, e

lʼassiduitá dello studio lʼavea fatto ingegnoso. E veramente fu egli

ingegnoso, percioché esso fu colui il quale per forza dʼingegno ritrovò

la medicina, la qual del tutto era perduta. È adunque da sapere che

Apollo appo i greci fu il primiero uomo che trovò medicina, e costui,

investigate le virtú dellʼerbe, quelle sole nelle sue medicine adoperò;

appresso il quale fu Esculapio suo figliuolo, il quale, ammaestrato

dal padre, e poi per lo suo studio divenuto scienziatissimo, quella

ampliò molto; ed essendo avvenuto il caso dʼIppolito, figliuolo di

Teseo, re dʼAtene, che, fuggendo la sua ira, daʼ cavalli che il suo

carro tiravano, spaventati daʼ pesci chiamati «vecchi marini», li

quali di terra rifuggivano in mare, lui, rotte le ruote, peʼ luoghi

petrosi trascinando, aveano tutto lacerato, e in sí fatta maniera

concio che ciascuno giudicava lui morto: per lʼarte e sollecitudine di

questo Esculapio fu a sanitá ritornato. Ed avvenendo non guari poi che

Esculapio, percosso da una folgore, morisse, diceva ognʼuomo perciò

lui essere stato fulminato da Giove, percioché Giove sʼera turbato che

alcuno uomo avesse potuto un altro uomo morto rivocare in vita. Per la

quale universal fama degli sciocchi, fu del tutto interdetta lʼarte

della medicina; e, secondo che Plinio, nel libro ventinovesimo _De

historia naturali_, scrive, essendo la medicina sotto oscurissima notte

stata nascosa insino al tempo della guerra peloponensiaca, fu da questo

Ippocrate rivocata in luce e consecrata ad Esculapio. E dice Rabano,

nel libro preallegato, che ella stette nascosa nel torno di cinquecento

anni; e cosí costui, dʼarte cosí opportuna allʼumana generazione si può

dire essere stato prencipe ed autore. Scrive di costui san Geronimo

nelle _Questioni del Genesi_ che, avendo una femmina partorito un bel

figliuolo, il quale né lei né il padre somigliava, era per esser punita

sí come adultera; il che udendo Ippocrate, disse che era da riguardare,

non per avventura nella camera sua fosse alcuna dipintura simile; la

qual trovatavisi, liberò la innocente femmina dalla sospezione avuta

di lei. Egli fu piccolo di corpo e di forma fu bello: ebbe gran capo,

fu di movimento ed eziandio di parlar tardo e fu di molta meditazione

e di piccol cibo; e, quando si riposava, guardava la terra. Visse

novantacinque anni, e poi si morí.

[«Avicenna». Avicenna, secondo che io ho inteso, fu per nazione

nobilissimo uomo; anzi dicono alcuni lui essere stato chiarissimo

prencipe e dʼalta letteratura famoso, e massimamente in medicina. Altro

non ne so.]

«E Galieno». Galieno fu per origine di Pergamo in Asia, lá dove

primieramente fu trovato il fare delle pelli degli animali carte

da scrivere, le quali ancora servano il nome del luogo dove

primieramente fatte furono, e chiamansi «pergamene»; ed in medicina fu

scienziatissimo uomo, secondo che appare. Costui primieramente fiorí ad

Atene e poi in Alessandria fu di grandissimo nome; e quindi venutosene

a Roma, quivi fu di grandissima fama, per quello che alcuni dicano,

al tempo di Antonino pio imperadore. Altri il fanno piú antico, e

dicono che egli visse al tempo di Nerone e degli altri imperadori, che

appresso lui furono, infino a Domiziano. Esso, poi che finiti ebbe anni

ottantasette, finío la vita sua.

«Averrois». Averrois dicono alcuni che fu arabo ed abitò in Ispagna;

altri dicono che egli fu spagnuolo. Uomo dʼeccellente ingegno,

intanto che egli comentò ciò che Aristotile in filosofia naturale e

metafisica composto avea; e tanto chiara rendé la scienza sua, che

quasi apparve insino al suo tempo non essere stata intesa, e però non

seguita, dove dopo lui è stata in mirabile pregio, anzi a quella dʼogni

altro filosofo preposta. «Che ʼl gran comento feo»: sopra i libri dʼ

Aristotile. Ed è intra lo «scritto» e ʼl «comento», che sopra lʼopera

dʼalcuni autori si fanno, questa differenza: che lo scritto procede per

divisione, e particularmente ogni cosa del testo dichiara; il comento

prende solo le conclusioni, e, senza alcuna divisione, quelle apre e

dilucida: e cosi è fatto quello dʼAverrois.

Ma, poiché finite sono le storie, avanti che fine si faccia a questa

quarta particula, è da rimuovere un dubbio, il quale per cose in essa

raccontate si può muovere: e dico che in questo canto pare che lʼautore

a se medesimo contradica, in quanto di sopra, ragionandogli Virgilio

quali sieno quegli che in questo cerchio puniti sono, dice esser tali

che non peccâro: «e sʼegli hanno mercedi, Non basta», ecc. E poi ne

nomina lʼautore alquanti, che di questi cotali sono, sí come nelle

raccontate istorie è assai manifesto, li quali assai apertamente appare

loro essere stati peccatori, sí come Ovidio, il quale, quantunque assai

cose buone e utili componesse, nondimeno a chi legge il suo libro, il

quale è intitolato _Sine titulo_, assai chiaro può vedere lui essere

stato quasi piú che alcun altro effeminato e lascivo uomo. E, oltre a

questo, nel libro il quale egli compuose _De arte amandi_, dá egli

pessima e disonesta dottrina aʼ lettori. Appresso, è ancora di questi

Lucano, il quale, come mostrato è, fu nella congiurazione pisoniana

incontro a Nerone, il quale era suo signore: e, quantunque iniquo uom

fosse, e niuna, secondo che Seneca tragedo scrive in alcuna delle

sue tragedie, è piú accetta ostia a Dio che il sangue del tiranno,

nondimeno non aspettava a Lucano di volere esser punitore degli eccessi

del signor suo. E dentro al castello pone Enea, il quale, secondo che

Virgilio testimonia, con Didone alcun tempo poco laudevolmente visse,

e, oltre a ciò, credono i piú che egli sentisse con Antenore insieme il

tradimento dʼIlione sua cittá; il che, oltre alla turpe operazione, è

gravissimo peccato. Ponvi similmente Cesare, il quale, come mostrato è,

fu incestuoso uomo, e di piú donne vituperevolmente contaminò lʼonestá;

rubò e votò lʼerario publico deʼ romani, e, oltre a ciò, tirannicamente

occupò la libertá publica e quella, mentre visse, tenne occupata.

Appresso vi descrive Lucrezia, la quale, quantunque onestissima donna

fosse, nondimeno se medesima uccise, il che senza grandissimo peccato

non è licito di fare ad alcuno. Scrivevi ancora il Saladino, il quale,

come noi sappiamo, in quanto poté fu nemico del nome di Cristo,

adoperando e procacciando con ogni istanzia il disfacimento di quello.

E questi peccati, li quali io dico che neʼ predetti furono, mostra

lʼautore sotto intollerabili supplici e in dannazion perpetua essere

appresso puniti. Per la qual cosa appare, come davanti dissi, lʼautore

a se medesimo contradire.

Ma a questo dubbio mi pare si possa in cosí fatta maniera rispondere:

essere di necessitá i meriti e le colpe per gli autori di quelle

convenirsi discrivere, accioché piú pienamente si possan comprendere: e

queste non per ogni autore, percioché assai ne sono di sí piccola fama

che, non essendo conosciuti, non sarebbono intese; ma per eccellenti

e famosi uomini intorno a quelle cose le quali alcun vuole che intese

sieno; e perciò, e qui e per tutto il suo libro, lʼautore quasi altra

gente non pone, se non quegli cotali, per li quali crede piú essere

conosciuto e inteso quello che dir vuole. Quantunque egli per questo

non intenda che alcuno creda che egli alcun deʼ nominati vedesse, né

in inferno né altrove, ma vuole che, per gli nominati, sʼintenda essere

in quello luogo qualunque è stato colui in cui quelle medesime virtú o

vizi stati sono. E, oltre a ciò, quantunque Enea, Giulio e Lucrezia e

gli altri detti, stati peccatori, qui descritti dallʼautore, intende

esso autore questi cotali in questo luogo si prendan solamente per

virtuosi in quelle virtú che loro qui attribuite sono, e le colpe,

quasi non sute, si lascino stare. E cosí prenderemo qui essere chiunque

fu in opera simile a Giulio, in quanto virtuoso e non battezzato,

e cosí di Lucrezia e degli altri, e non in quanto in alcune cose

peccarono: e in questa maniera si convien sostener questo testo.

«Io non posso ritrar», cioè raccontare, «di tutti», quegli valenti

uomini che io vidi in quel luogo, «appieno», cioè pienamente; percioché

molti erano. E soggiugne la ragione perché di tutti ritrarre non può,

dicendo: «Percioché sí mi caccia», cioè sospigne a procedere avanti,

«il lungo tema», di voler discrivere lʼuniversale stato degli spiriti

dannati, di queʼ che si purgano e deʼ beati: «Che molte volte», non

solamente pur qui, ma ancora altrove, «al fatto», cioè alle cose che

vedute ho, le quali sono in fatto, «il dir», cioè il raccontare, «vien

meno». E ciò non è maraviglia, percioché, volendo appieno raccontare le

particularitá di qualunque nostra operazione, quantunque piccola sia,

si converrebbon dir tante parole, che quasi mai non verrebbon meno.

«La sesta compagnia». In questa quinta e ultima particella della

seconda parte principale della suddivisione del presente canto,

dimostra lʼautore come, partiti daʼ quattro poeti, procedettero avanti,

e dice: «La sesta compagnia», cioè deʼ sei poeti, dʼOmero e di Orazio

e degli altri, «in due», cioè poeti, in Virgilio e nellʼautore, «si

scema», cioè rimane scema. «Per altra via», che per quella per la quale

venuti eravamo, «mi mena ʼl savio duca», Virgilio, «Fuor della cheta»,

aura; percioché, come assai è nelle precedenti cose apparito, niun

tumulto, niun romore era in quel cerchio; «nellʼaura che trema», sí

come ripercossa da impetuoso spirito di vento e da pianti e da dolori.

«E vengo in luogo, ove non è», né sole, né stella, né lumiera «che

luca», cioè faccia lume.

II

SENSO ALLEGORICO

[«Ruppemi lʼalto sonno nella testa», ecc. La continuazione del senso

allegorico del precedente canto con quella di questo nella fine del

precedente, è dimostrata in quanto, avendo di sopra mostrato come

talvolta lʼuomo, ingannato dagli splendori mondani, mortalmente pecchi

e per conseguente diventi servo del peccato, nel principio di questo

dimostra come, per quello, nella prigione del diavolo si ritruovi; e

di questo essersi accorto per la visitazion di Dio, il quale ha in

lui mandata la grazia operante, per la quale egli è stato desto dal

mortal sonno, e fatto ravvedere lá dove per lo peccato è pervenuto,

cioè in luogo tenebroso, oscuro e pien di dolore e di pene. Delle

quali accioché egli abbia piena esperienza, e ammaestrato pervenga

con disiderio alla penitenza, seguendo la ragione, procede e vede,

dimostrandogliele ella, la prima colpa, che per la giustizia di Dio

è punita nel primo cerchio dello ʼnferno. E questa, come assai è

manifestato nel testo, dico che è il peccato originale, il quale, per

lo lavacro del battesimo, da quegli cotali, che in questo cerchio pena

ne sostengono, non fu levato via. Per questo peccato entrò la morte nel

mondo; per questo peccato fu lʼumana spezie cacciata di paradiso; per

questo peccato son sempre poi gli uomini stati e saranno, mentre durerá

il mondo, in angoscia e in tribulazione e in mala ventura; per questo

peccato Cristo figliuol di Dio ricevette passione e morte, e risurgendo

nʼaperse la porta del paradiso, lungamente stata serrata.]

[Dico adunque che, per lo non avere ricevuto il battesimo, al quale

sʼaspetta di tôr via il peccato originale, quelli, che in questo

cerchio si dolgono, sono dannati, quantunque per altro innocenti sieno,

e ancora, per le buone opere, di molti paiano degni di merito. Ed è

qui da sapere il battesimo essere di quattro maniere. La prima delle

quali è il battesimo della prefigurazione, nel quale insieme con Moisé

furon battezzati tutti i giudei passando il mar Rosso. E di questo

dice san Paolo: «_Patres nostri omnes sub nube fuerunt, et omnes mare

transierunt: et omnes in Moyse baptizati sunt, in nube et mare_». La

seconda è il battesimo del fiume, cioè quello il quale attualmente

neʼ suoi catecumeni usa la Chiesa di Dio, del quale Cristo dice

nellʼEvangelio aʼ suoi discepoli: «_Euntes ergo, docete omnes gentes,

et baptizate eos_», ecc. La terza maniera si chiama «_flaminis_», cioè

di spirito: e di questa parla lʼEvangelio dove dice: «_Super quem

videris Spiritum descendentem et manentem: hic est qui baptizat_». E

di questa spezie di battesimo credo esser battezzati quegli, se alcuni

ne sono, li quali battezzati non sono del battesimo della Chiesa

usitato, e non pertanto si credono essere, ed in ogni atto vivono come

cristiani veramente battezzati, né per alcuna cosa posson presumere

che battezzati non sieno. La quarta maniera si chiama «_sanguinis_»,

e di questa dice lʼEvangelio: «_Baptismo habeo baptizari, et quomodo

coarcor, usque dum perficiatur_?» E in questo credo esser battezzati

coloro li quali, disposti a ricevere il battesimo, sʼavacciano di

pervenire a colui che secondo il rito ecclesiastico li può battezzare,

e in questo avacciarsi, sopraprenderli alcuni nemici uomini che gli

uccidono, o altro caso, avanti che al luogo destinato possan venire.

Nel primo, come detto è, furon battezzati i giudei: _Esodo_: «_Divisa

est aqua, et ingressi sunt filii Israël per medium sicci maris_». Nel

secondo son battezzati quegli li quali noi chiamiamo rinati, deʼ quali

dice lʼEvangelio: «_Qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit_».

Nel terzo son battezzati quegli li quali delle lor colpe pentuti sono,

e di questi dice lʼ Evangelio: «_Nisi quis renatus fuerit ex aqua et

Spiritu sancto, non intrabit in regnum caelorum_». Nel quarto sono

battezzati i martiri, deʼ quali similmente dice lʼEvangelio: «_Calicem

quidem meum bibetis_», ecc. E se in quegli, che in questo cerchio

dannati sono, ben si riguarda, alcuno non ve nʼè, se non fosse giá

Seneca, del quale è assai detto nella lettera, che dʼalcuno di questi

battesimi battezzato fosse.]

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 7 / 25 段