«Diogene». Diogene cui figliuol fosse, o di qual cittá, non mi ricorda

aver letto, ma lui essere stato solenne filosofo, e uditore di

Anassimandro, molti il testimoniano: e similmente lui essere rimaso di

ricchissimo padre erede. Il quale, come la veritá filosofica cominciò

a conoscere, cosí tutte le sue gran ricchezze donò agli amici, senza

altra cosa serbarsi che un bastone per sostegno della sua vecchiezza e

una scodella per poter bere con essa: la qual poco tempo appresso gittò

via, veggendo un fanciullo bere con mano ad una fonte. E cosí, ogni

cosa donata, primieramente cominciò ad abitare sotto i portici delle

case e deʼ templi; poi, trovato un doglio di terra, abitò in quello; e

diceva che esso meglio che alcun altro abitava, percioché egli aveva

una casa volubile, la quale niuno altro ateniese aveva: e quella nel

tempo estivo e caldo volgeva a tramontana, e cosí avea lʼaere fresco

senza punto di sole; e il verno il volgeva a mezzogiorno, e cosí aveva

tutto ʼl dí i raggi del sole che ʼl riscaldavano. Fu negli studi

continuo e sollecito mostratore agli uditori suoi. Tenne una opinione

istrana dagli altri filosofi, cioè che ogni cosa onesta si doveva fare

in publico; ed eziandio i congiungimenti deʼ matrimoni, percioché erano

onesti, doversi fare nelle piazze e nelle vie: il quale perché atto di

cani pareva, fu cognominato «cinico» e principe della setta deʼ cinici.

Di costui si raccontano cose assai, e non men piacevoli che laudevoli;

per che non sará altro che utile lʼaverne alcuna raccontata. Dice

Seneca, nel libro quinto deʼ _Benefici_, che Alessandro, re di

Macedonia, sʼingegnò molto di poterlo avere appresso di sé, e con

grandissimi doni e profferte molte volte il fece sollicitare: le

quali tutte ricusò, alcuna volta dicendo che egli era molto maggior

signore che Alessandro, in quanto egli era troppo piú quello che

egli poteva rifiutare, che quello che Alessandro gli avesse potuto

donare. E dice Valerio Massimo che, essendo un dí Alessandro venuto

alla casa di Diogene, e per avventura postosegli davanti al sole,

e offerendosi a lui se alcuna cosa volesse, gli rispose che quello,

che egli voleva da lui, era che egli si levasse dal sole e non gli

togliesse quello che dare non gli potea. Similmente aveva Dionisio,

tiranno di Siragusa, molto cercato dʼaverlo, né mai venir fatto gli

era potuto; per che, essendo Diogene andato in Cecilia a considerare

lʼincendio di Mongibello, avvenne che, lavando lattughe salvatiche ad

una fonte presso a Siragusa per mangiarlesi, passò un filosofo chiamato

Aristippo, al quale Dionisio facea molto onore, e, veggendo Diogene gli

disse:—Se tu volessi, Diogene, credere a Dionisio, non ti bisognerebbe

al presente lavare coteste lattughe;—quasi volesse dire:—Tu averesti

deʼ fanti e deʼ servidori, che te le laverebbono.—A cui Diogene

subitamente rispose:—Aristippo, se tu volessi lavar delle lattughe

come fo io, non ti bisognerebbe di lusingar Dionisio.—Altra volta,

essendo per avventura menato da un ricchissimo uomo, il quale aveva il

viso turpissimo, a vedere una sua bella casa, la quale era ornatissima

di dipinture e dʼoro e dʼaltre care cose, e non che le mura eʼ palchi,

ma eziandio il pavimento di quella; volendo Diogene sputare, sʼaccostò

a colui che menato lʼaveva e sputògli nel viso. Per che quegli, che

presenti erano, dissero:—Perché hai tu fatto cosí, Diogene?—Aʼ quali

Diogene prestamente rispose:—Percioché io non vedeva in questa casa

parte alcuna cosí vile, come quella nella quale sputato ho.—Oltre a

ciò, secondo che Seneca racconta nel terzo libro dellʼ_Ira_, avvenne

che, leggendo Diogene del vizio dellʼira, un giovane gli sputò nel

viso. Di che Diogene prudentemente e con pazienza portando lʼingiuria,

niunʼaltra cosa disse, se non:—Io non mʼadiro, ma io dubito se sará

bisogno o no dʼadirarsi.—Di che questo medesimo, tiratosi in bocca uno

sputo ben grasso, nel mezzo della fronte da capo gliele sputò. Il quale

sputo poi che Diogene ebbe forbito, disse: —Per certo coloro, che

dicono che tu non hai bocca, sono fieramente ingannati.—Fu, secondo

che Aulo Gellio scrive _in primo libro Noctium Atticarum_, Diogene

una volta preso: e, volendolo colui, che preso lʼaveva, vendere,

venne un per comperarlo e dimandollo di che cosa sapeva servire. Al

quale Diogene rispose:—Io so comandare agli uomini liberi.—E,

accioché noi trapassiamo da queste laudevoli sue opere al fine della

vita sua, secondo che scrive Tullio nel primo libro delle _Quistioni

tusculane_, essendo Diogene infermo di quella infermitá della quale

si morí, fu domandato da alcuno deʼ discepoli suoi, quello che voleva

si facesse, poi che egli fosse morto, del corpo suo. Subitamente

rispose:—Gittatelo al fosso.—Alla qual risposta colui, che domandato

avea, seguí:—Come, Diogene? vuoi tu che i cani e le fiere salvatiche

e gli uccelli ti manuchino?—Al quale Diogene rispose:—Pommi allato

il baston mio, sí che io abbia con che cacciargli.—A cui questo

addimandante disse:—O come gli caccerai, che non gli sentirai?—Disse

allora Diogene:—Se io non gli debbo sentire, che fa quello a me perché

eʼ mi mangino?—E cosí si morí: il dove non so.

«Anassagora». Anassagora fu nobile uomo ateniese, e fu uditore

di Anassimene e famoso filosofo. Percioché sostener non poteva i

costumi e le maniere deʼ trenta tiranni, li quali in Atene erano, si

fuggí dʼAtene e seguí gli studi pellegrini tanto tempo, quanto la

signoria deʼ predetti durò. Poi, tornando ad Atene, e vedendo le sue

possessioni, che erano assai, tutte guaste e occupate daʼ pruni e da

malvage piante, disse:—Se io avessi voluto guardar queste, io avrei

perduto me.—Questi nella morte dʼun suo figliuolo, assai della sua

fortezza dʼanimo e della sua scienza mostrò; percioché essendogli

nunziata, niuna altra cosa disse a colui che gliele palesò:—Niuna

cosa nuova o da me non aspettata mi racconti, percioché io sapeva

che colui, che di me era nato, era mortale.—Ed essendo infermo di

quella infermitá della quale egli morí, e giacendo lontano alla

cittá, fu domandato se gli piacesse dʼessere portato a morire nella

cittá. Rispose che di ciò egli non curava, percioché egli sapeva che

altrettanta via era dal luogo dove giaceva in inferno, quanta dalla

cittá in inferno.

«E Tale». Tale fu asiano, figliuolo dʼuno che si chiamò Essamite,

sí come Eusebio scrive _in libro Temporum_; e, secondo che Pomponio

Mela dice nel primo libro della _Cosmografia_, egli fu dʼuna cittá

chiamata Mileto, la quale fu in una provincia dʼAsia, chiamata Ionia:

e, sí come santo Agostino dice nel libro ottavo della _Cittá di Dio_,

egli fu prencipe deʼ filosofi ioni, e fu massimamente ammirabile in

quanto, essendo da lui compresi i numeri delle regole astrologiche,

non solamente conobbe i diffetti del sole e della luna, ma ancora gli

predisse. E, secondo che alcuni vogliono, essa fu il primo che conobbe

la immobilitá, o brevissimo circúito di moto della stella la qual noi

chiamiamo «tramontana», e che da essa preso dimostrò lʼordine, il quale

ancora servano i marinari nel navicare, quel segno seguendo. Fu sua

opinione che lʼacqua fosse principio di tutte le cose, e da essa tutti

gli elementi ed esso mondo tutto e quelle cose che in esso si generano

procedessono, sí come santo Agostino nel preallegato libro dimostra.

E, percioché esso fu deʼ primi filosofi di Grecia e, avanti che il

nome del filosofo si divulgasse, fosse chiamato «savio», come sei

altri suoi contemporanei e valenti uomini furono; avvenne che, essendo

daʼ pescatori presa pescando, e tratta di mare, una tavola dʼoro, ed

essendo diliberato che al piú savio mandata fosse, e per conseguente

mandata a lui; fu di tanta e sì discreta umiltá, che ricevere non la

volle, ma la mandò ad uno degli altri sei. Recusò, secondo che alcuni

scrivono, dʼaver moglie, e ciò dice che faceva per non avere ad amare

i figliuoli. Credomi che questo fuggiva, percioché troppo intenso e

forse non molto ordinato amor gli parea. Ultimamente assai utili libri

lasciando, essendo giá dʼetá di settantotto anni, morí. Ma, secondo

che scrive Eusebio _in libro Temporum_, pare che egli vivesse anni

novantadue. Fiorí neʼ tempi che Ciro re per forza trasportò in Persia

lʼimperio deʼ medi.

«Empedocles». Empedocles fu ateniese, secondo Boezio, del quale, credo

piú per difetto del tempo, che ogni cosa consuma, e della trascutaggine

degli uomini, che negligentemente servano le scritture, che perché egli

solenne filosofo degno di laude non fosse, alcuna cosa non si truova

che istorialmente di lui raccontar si possa; quantunque alcuni dicano

lui essere stato ottimo cantatore, ed il suo canto avere avuta tanta

di melodia che, correndo impetuosamente un giovane appresso ad un suo

nemico per ucciderlo, udendo la dolcezza del canto di costui, il quale

per avventura allora in quella parte cantava, per la quale il giovane

seguiva il suo nemico, dimenticato lʼodio, si ritenne ad ascoltarlo.

Costui, secondo che scrive Papia, investigando il luogo della montagna

di Mongibello in Cicilia, disavvedutamente cadde in una fossa di fuoco,

e in quella, non potendosi aiutare, fu ucciso dal fuoco. Fiorí regnante

Artaserse.

«Eraclito». Eraclito è assai appo gli antichi filosofi famoso; ma di

lui altro nella mente non ho, se non che quegli libri, li quali egli

compose, furono con tanta oscuritá di parole e di sentenze scritti

da lui, che pochi eran coloro li quali potessero deʼ suoi testi trar

frutto; per la qual cosa fu cognominato «tenebroso». Dove vivesse, o

quello che egli adoperasse, o di che etá morisse, o dove, non trovai

mai; quantunque alcuni dicono lui essere stato contemporaneo di

Democrito.

E «Zenone». Furono due eccellenti filosofi, deʼ quali ciascuno fu

nominato Zenone; ma, percioché qui non si può comprendere di quale

lʼautor si voglia dire, brievemente diremo dʼamenduni. Fu adunque

lʼuno di questi chiamato Zenone eracleate. Costui, potendosi in pace

e in quiete riposare in Eraclea, sua cittá, e in sicura libertá

vivere, avendo allʼaltrui miseria compassione, se ne andò a Girgenti

in Cicilia, in queʼ tempi da miserabile servitudine oppressa,

soprastantele la crudel tirannia di Falaris, volendo quivi esperienza

prendere del frutto che dar potesse la sua scienza. Ed essendosi

accorto il tiranno piú per consuetudine di signoreggiare che per

salutevol consiglio, tenere il dominio, con maravigliose esortazioni

i nobili giovani della citta infiammò in disiderio di libertá. La

qual cosa pervenuta agli orecchi di Falaris, fece di presente prender

Zenone, e lui nel mezzo della corte posto al martorio, il domandò quali

fossero coloro che del suo consiglio eran partefici. Deʼ quali Zenone

alcuno non ne nominò; ma in luogo di essi nominò tutti quegli che piú

col tiranno eran congiunti, e neʼ quali esso piú si fidava: e in tal

guisa renduti gli amici suoi sospetti a Falaris, fieramente cominciò

a mordere e a riprendere la tristizia e la timiditá deʼ giovani

circustanti: e quantunque dʼetá vecchio fosse, riscaldò sí con le sue

parole i cuori deʼ giovani di Gergenti, che, mosso il popolo a romore,

uccisero con le pietre il tiranno e la perduta libertá racquistâro. E

questo ho, senza piú, che poter dire del primo Zenone.

Lʼaltro Zenone chi si fosse altrimenti né donde non so; ma quasi una

medesima costanza di animo alla precedente nʼ ho che raccontare.

Essendo adunque questo Zenone, secondo che Valerio Massimo scrive nel

terzo libro, fieramente tormentato da un tiranno chiamato Clearco, il

quale, per forza di tormenti, sʼingegnava di sapere chi fossero quegli

che con lui congiurati fossero nella sua morte, della quale Zenone

tenuto avea consiglio; dopo alquanto, senza averne alcuni nominati,

disse sé essere disposto a manifestargli quello che esso addomandava,

ma essere di necessitá che alquanto in disparte si traessero. Per che,

cosí da parte tiratisi, Zenone prese Clearco per lʼorecchio coʼ denti,

né mai il lasciò, prima che tronca gliele avesse, come che egli daʼ

circustanti amici del tiranno ucciso fosse.

«E vidi ʼl buon accoglitor del quale», cioè della qualitá dellʼerbe; e

che esso intenda dellʼerbe, si manifesta per lo filosofo nominato, il

quale intorno a quelle fu maravigliosamente ammaestrato: «Dioscoride

dico». Dioscoride né di che parenti né di qual cittá natio fosse,

non lessi giammai; e di lui niunʼaltra cosa ho che dire, se non che

esso compuose un libro, nel quale ordinatamente discrisse la forma di

ciascuna erba, cioè come fossero fatte le frondi di quelle, come fosser

fatte le loro radici, come fosse fatto il gambo e come i fiori e come i

frutti di ciascuna e come il nome, e similmente la virtú di quelle.

«E vidi Orfeo». Orfeo, secondo che Lattanzio, _in libro Divinarum

institutionum in gentiles_ scrive, fu figliuolo dʼApolline e di

Calliope musa, e a costui scrive Rabano, _in libro Originum_, che

Mercurio donò la cetera, la quale poco avanti per suo ingegno avea

composta: la quale esso Orfeo si dolcemente sonò, secondo che i poeti

scrivono, che egli faceva muovere le selve deʼ luoghi loro, e faceva

fermare il corso deʼ fiumi, faceva le fiere salvatiche e crudeli

diventar mansuete. Di costui, nel quarto della _Georgica_, racconta

Virgilio questa favola, cioè lui avere amata una ninfa, chiamata

Euridice, ed avendola con la dolcezza del canto suo nel suo amore

tirata, la prese per moglie. La quale un pastore, chiamato Aristeo,

cominciò ad amare: e un giorno, andandosi ella diportando insieme con

certe fanciulle su per la riva dʼun fiume chiamato Ebro, Aristeo la

volle pigliare; per la qual cosa essa cominciò a fuggire, e, fuggendo,

pose il piè sopra un serpente, il quale era nascoso nellʼerba; per

che, sentendosi il serpente priemere, rivoltosi, lei con un velenoso

morso trafisse, di che ella si morí. Per la qual cosa Orfeo piangendo

discese in inferno, e con la cetera sua cominciò dolcissimamente a

cantare, pregando nel canto suo che Euridice gli fosse renduta. E

conciofossecosaché esso non solamente i ministri infernali traesse in

compassione di sé, ma ancora facesse allʼanime deʼ dannati dimenticare

la pena deʼ lor tormenti, Proserpina, reina dʼinferno, mossasi, gli

rendé Euridice, ma con questa legge: che egli non si dovesse indietro

rivolgere a riguardarla, infino a tanto che egli non fosse pervenuto

sopra la terra; percioché, se egli si rivolgesse, egli la perderebbe,

senza mai poterla piú riavere. Ma esso, con essa venendone, da tanto

disiderio di vederla fu tratto, che, essendo giá vicino al pervenire

sopra la terra, non si poté tenere che non si volgesse a vederla.

Per la qual cosa, senza speranza di riaverla, subitamente la perdé;

laonde egli lungamente pianse, e del tutto si dispose, poiché lei

perduta avea, di mai piú non volerne alcunʼaltra, ma di menar vita

celibe, mentre vivesse. Per la qual cosa, si come dice Ovidio, avendo

il matrimonio di moltʼaltre, che il domandavano, ricusato, cominciò a

confortare gli altri uomini che casta vita menassero. Il che sapendo le

femmine, il cominciarono fieramente ad avere in odio; e multiplicò in

tanto questo odio, che, celebrando le femmine quel sacrificio a Bacco,

che si chiama «orgia», allato al fiume chiamato Ebro, coʼ marroni e

coʼ rastri e con altri stromenti da lavorar la terra lʼuccisono e

isbranaron tutto, e il capo suo e la cetera gittate nellʼEbro, infino

nellʼisola di Lesbo furono dallʼacque menate: e, volendo un serpente

divorare la testa, da Apolline fu convertito in pietra: e la sua

cetra, secondo che dice Rabano, fu assunta in cielo e posta tra lʼaltre

imagini celestiali.

Ma, lasciando le fizioni poetiche da parte, certa cosa è costui essere

stato di Tracia, e nato dʼuna gente chiamata «cicona»: e secondo che

Solino, _De mirabilibus mundi_, afferma, questi cotali ciconi infino

nel tempo suo in sublime gloria si reputavano Orfeo esser nato di

loro. E fu costui, secondo che molti stimano, di queʼ primi sacerdoti

che furono ordinati in queʼ tempi, che prima si cominciò in Grecia

a conoscere Iddio, a dovere quelle parole esquisite comporre, dalle

quali nacque il nome del poeta. E furono le forze della sua eloquenza

grandissime in tanto, che in qual parte esso voleva, aveva forza di

volgere le menti degli uomini. E, secondo che scrive Stazio nel suo

Tebaida, egli fu di queʼ nobili uomini, li quali furono chiamati

argonauti, che passarono con Giasone al Colco: e fu trovatore di certi

sacrifici, infino al suo tempo non usati, e massimamente di quei di

Bacco, secondo che Lattanzio scrive nel preallegato libro, dicendo

Orfeo fu il primo, il quale introdusse in Grecia i sacrifici di Libero

padre, cioè di Bacco; e fu il primo che quegli celebrò sopra un monte

di Beozia, vicino a Tebe dove Bacco nacque: il qual monte è chiamato

Citerone, per la frequenza del canto della cetera, il quale in quello

faceva Orfeo. E sono quegli sacrifici ancora chiamati «orfichi», neʼ

quali esso Orfeo fu poi morto ed isbranato. Della cui morte dice

Teodonzio che, avendo Orfeo primieramente trovati i sacrifici di Bacco,

e appo quegli di Tracia avendo comandato questi sacrifici farsi daʼ

cori delle Menade, cioè delle femmine, le quali quel natural difetto

patissono, del quale esse ogni mese sono, almeno una volta, impedite:

e questo aveva fatto a fine di torle in quel tempo dalle commistioni

degli uomini, conciosiacosaché non solamente sia abominabile, ma ancora

dannoso agli uomini; ed esse, di ciò essendosi accorte: estimando

questo essere stato trovato per far palese agli uomini la turpitudine

loro, turbate, congiurarono contro ad Orfeo, e lui, che di ciò non si

prendeva guardia, coʼ marroni uccisono e gittaronlo nel fiume Ebro.

Fiorì costui in maravigliosa fama, regnando appo i troiani Laomedonte,

e appo i latini Fauno, padre di Latino. Nondimeno Leone tessalo diceva

esserne stato un altro molto più antico di costui, il quale, essendo

grandissimo musico, aveva trovato insieme con Museo quel modo esquisito

di parlare, il quale di sopra dicemmo; avvegnaché Eusebio _in libro

Temporum_ scriva questo Museo, figliuolo di Eumolpo, essere stato

discepolo dʼOrfeo.

«Tullio». Tullio, quantunque roman fosse, nondimeno la sua origine

fu dʼArpino, città non lontana da Aquino, anticamente stata di queʼ

popoli che si chiamarono volsci; e discese di nobili parenti, percioché

si legge li suoi passati essere stati re della lor città. Questi,

giovanetto, venne a Roma; e già in eloquenza valendo molto, avendo

lʼanimo gentile, sempre sʼaccostò aʼ più nobili uomini di Roma. I

suoi studi furon grandi e in ogni spezie di filosofia: e quantunque

in quegli fosse ammaestratissimo, nondimeno in eloquenza trapassò

ogni altro preterito, e, per quello che insino a questo di veder si

possa, si può dire e futuro. Costui compose molti e laudevoli libri.

Egli ancora giovinetto compose in rettorica lʼ_Arte vecchia_ e la

_Nuova_. Poi, più maturo, compose in questa medesima facultà un libro

chiamato _De oratore_, nel quale con artificioso stilo racchiuse ciò

che in retorica dir si puote. Scrisse, oltra a ciò, molti filosofici

libri, sì come quello _De officiis, Delle quistion tusculane, De

natura deorum, De divinatione, De laudibus philosophiae, De legibus,

De re publica, De re frumentaria, De re militari, De re agraria, De

amicitia, De senectute, De paradoxis, De topicis_ ed altri più: e

lasciò infinite orazioni fatte in senato ed altrove, degne di eterna

memoria: e, oltre a ciò, scrisse un gran volume di pistole familiari

e altre. Divenne per la sua industria in Roma splendido cittadino, in

tanto che non solamente fu assunto tra la gente patrizia, ma esso fu

fatto dellʼordine del senato, e insino al sommo grado del consolato

pervenne: nel quale avendo da Fulvia, amica di Quinto Curio, e da

certi ambasciatori degli allobrogi cautamente sentita la congiurazione

ordinata da Catellina, presi certi nobili giovani romani che a quella

tenevano, essendosi giá Catellina partito di Roma, di grandissimo

pericolo liberò la cittá. Fu, oltre a ciò, mandato in esilio daʼ

romani, e poi, finito lʼanno, rivocato e con mirabile onore ricevuto.

E, sopravvenute le guerre cittadine, seguí le parti di Pompeo; ed

essendo in ogni parte i pompeiani vinti da Giulio Cesare, fu rivocato

in Roma, né però fu privato dellʼordine senatorio. Ultimamente fu di

quegli li quali congiurarono contro a Cesare, e quivi si trovò dove

Cesare fu ucciso; per la qual cosa, come gli altri congiurati fuggitosi

di Roma, essendo il nome suo posto nella tavola deʼ proscritti da

Antonio triumviro, il quale fieramente lʼodiava, se nʼandò a Gaeta.

Dove pianamente dimorando, Gaio Popilio Lenate, il quale Tullio con la

sua eloquenza avea di capitale pericolo liberato, pregò Marco Antonio

che gli concedesse di perseguirlo e dʼucciderlo: ed ottenutolo, lui nel

campo Formiano, non lontano da Gaeta, uccise; e tagliatagli la testa e

la destra mano, con esse se ne tornò a Roma, quasi trionfasse di quella

testa che la sua avea liberata da morte.

«Lino» (_supple_) vidi. Lino fu tebano, uomo dʼaltissimo ingegno e in

musica ammaestrato molto; e insieme con Anfione e con Zeto, tebani e

nobilissimi musici, concorse. Credesi fosse uno di quegli primi poeti

teologi; e, secondo che scrive Eusebio, egli fu maestro dʼErcole; e fu

aʼ tempi di Bacco, chiamato Libero padre, regnante Pandione in Atena e

Steleno appo gli argivi; e perseverò insino al tempo che Atreo e Tieste

regnarono in Micena ed Egeo in Atene.

«E Seneca morale». È cognominato questo Seneca «morale», a differenza

dʼun altro Seneca, il quale, della sua famiglia medesima, fu poco tempo

appresso di lui, il quale (essendo il nome di questo «morale» Lucio

Anneo Seneca) fu chiamato Marco Anneo Seneca, e fu poeta tragedo;

percioché egli scrisse quelle tragedie, le quali molti credono che

Seneca morale scrivesse. Fu adunque, questo Seneca, spagnuolo, della

cittá di Corduba: ed egli con due suoi fratelli carnali (dei quali

lʼuno fu chiamato Iunio Anneo Gallio e lʼaltro Lucio Anneo Mela, padre

di Lucano) da Gneo Domizio, avolo di Neron Cesare, secondo che alcuni

dicono, furono menati a Roma, e quivi furono in onorevole stato; e

massimamente questo Seneca, il quale, qual che la cagione si fosse,

venuto in disgrazia di Claudio Cesare, il rilegò nellʼisola di Corsica,

nella quale egli stette parecchi anni. Poi, avendo Claudio fatta

uccidere Messalina, sua moglie, per gli manifesti suoi adultèri, e

presa in luogo di lei Agrippina, figliuola di Germanico e sorella di

Gaio Caligula imperadore e moglie di Domizio Nerone, padre di Nerone

Cesare; aʼ prieghi di lei fu da Claudio rivocato in Roma e restituito

neʼ suoi onori, e, oltre a ciò, dato per maestro a Nerone, ancora assai

giovanetto, col quale in grandissimo colmo divenne e massimamente

di ricchezze. Egli fu uditore dʼun famoso filosofo in queʼ tempi,

chiamato Focione, della setta degli stoici; e, quantunque in molte

facultá solennissimo divenisse, pure in filosofia morale, secondo la

setta stoica, divenne mirabile uomo, e in tanto piú commendabile, in

quanto i suoi costumi, quanto piú esser potessono, furon conformi

alla sua dottrina. E, perseverando in continuo esercizio, compose

molti e laudevoli libri, sí come il libro _De beneficiis_, quello

_De ira_, quello _De clementia_ a Nerone, quello _De tranquillitate

animi_, quello _De remediis fortuitorum_, quello _De quæstionibus

naturalibus_, quello _De quatuor virtutibus_, quello _De consolatione

ad Elviam_ e altri piú. Ma sopra tutti fu quello _Delle pistole a

Lucillo_, nel quale, senza alcun dubbio, ciò che scriver si può a

persuadere di virtuosamente vivere, in quel si contiene: e quello

ancora che si chiama _Le declamazioni_. Compose, oltre a questi, un

altro, secondo che alcuni vogliono, il quale è molto piú poetico che

morale, ed è in prosa e in versi, in forma di tragedia: e in quello

discrive come Claudio Cesare fosse cacciato di paradiso e menatone da

Mercurio in inferno. E che esso questo componesse, quantunque a me non

paia suo stilo, nondimeno alquanta fede vi presto, percioché egli ebbe

fieramente in odio Claudio, per la ingiuria dello esilio ricevuta da

lui; e quello libretto per tutto non è altro che far beffe di Claudio e

della sua poca laudevol vita.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 6 / 25 段