«Giulia». Giulia fu figliuola di Giulio Cesare, acquistata in Cornelia

figliuola di Cinna, giá quattro volte stato consolo; la quale, lasciata

Consuzia che davanti sposata avea, prese per moglie. E fu costei

moglie di Pompeo Magno, il quale ella amò mirabilmente, intanto che,

essendo delle comizie edilizie riportati a casa i vestimenti di Pompeo,

suo marito, rispersi di sangue (il che, secondo che alcuni scrivono,

era avvenuto, che sacrificando egli, ed essendogli lʼanimale, che

sacrificar dovea, giá ferito, delle mani scappato, e cosí del suo

sangue macchiatolo); come prima Giulia gli vide, temendo non alcuna

violenza fosse a Pompeo stata fatta, subitamente cadde, e da grave

dolore fu costretta, essendo gravida, di gittar fuori il figliuolo che

nel ventre avea, e quindi morirsi.

«E Corniglia». Il vero nome di costei fu Cornelia: ma, sforzato

lʼautore dalla consonanza dei futuri versi, alcune lettere permutate,

la nomina «Corniglia». Cornelia fu nobile donna di Roma della famiglia

deʼ Corneli, del lato degli Scipioni: e fu figliuola di quello

Scipione, il quale con Giuba, re deʼ numidi, seguendo le parti di

Pompeo, fu da Cesare sconfitto in Numidia. E fu costei primieramente

moglie di Lucio Crasso, il quale fu ucciso daʼ parti e a cui fu lʼoro

fondato messo giú per la gola; e poi, come Lucio morí, divenne moglie

di Pompeo magno: il quale ella, come valente donna dee fare, non

solamente amò nella sua felicitá, ma, veggendo che la fortuna con le

guerre cittadine forte il suo stato dicrollava, non dubitò di volere

essergli, come nella grandezza sua era stata, neʼ pericoli e negli

affanni delle guerre compagna: e ultimamente, secondo che Lucano

manifesta, con lui dellʼisola di Lesbo partitasi, nʼandò in Egitto,

dove miserabilmente agli assassini di Tolomeo, discendendo in terra, il

vide uccidere. Quello che poi di lei si fosse, non so; ma dʼintera fede

e di laudabile amore puote debitamente essere pregiata.

«E solo in parte vidi ʼl Saladino». Il Saladino fu soldano di

Babillonia, uomo di nazione assai umile per quello mi paia avere piú

addietro sentito, ma di grande e altissimo animo e ammaestratissimo in

fatti di guerra, sí come in piú sue operazioni dimostrò. Fu vago di

vedere e di cognoscere li gran principi del mondo e di sapere i lor

costumi: né in ciò fu contento solamente alle relazioni degli uomini,

ma credesi che, trasformatosi, gran parte del mondo personalmente

cercasse, e massimamente intraʼ cristiani, li quali, per la Terra santa

da lui occupata, gli erano capitali nemici. E fu per setta deʼ seguaci

di Macometto, quantunque, per quello che alcuni voglion dire, poco le

sue leggi e i suoi comandamenti prezzasse. Fu in donare magnifico,

e delle sue magnificenze se ne raccontano assai. Fu pietoso signore

e maravigliosamente amò e onorò i valenti uomini. E, percioché egli

non fu gentile, come quegli li quali nominati sono e che appresso si

nomineranno, estimo che «in parte» starsi «solo» il discriva lʼautore.

«Poi chʼio alzai un poco piú le ciglia», cioè gli occhi per vedere

piú avanti, «Vidi il maestro», cioè Aristotile, «di color che sanno,

Seder», cioè usare e stare, e quegli atti fare che a filosofo

appartengono, ammaestrare, operare e disputare, «tra filosofica

famiglia».

Aristotile fu di Macedonia, figliuolo di Nicomaco, medico dʼAminta, re

di Macedonia, e poi di Filippo, suo figliuolo e padre dʼAlessandro; la

madre del quale fu chiamata Efestide: li quali Nicomaco ed Efestide

vogliono alcuni esser discesi di Macaone e dʼAsclepiade, discendenti

dʼEsculapio, il quale gli antichi, percioché grandissimo medico fu,

dicono essere stato figliuolo dʼApollo, iddio della medicina. E dicono

alcuni lui essere stato dʼuna cittá chiamata Stagira, la quale, se io

ho bene a memoria, ho giá letto o udito che è non in Macedonia, ma

in Trazia: le quali due province è vero che insieme confinano, per

che, essendo in su i confini la cittá, forse agevolmente sʼè potuto

errare a dinominarla piú dellʼuna provincia che dellʼaltra. Fu costui

primieramente, dopo lʼavere apprese le liberali arti, ammaestrato neʼ

libri poetici. E credesi che il primo libro, che da lui fu composto,

fosse uno scritto, ovvero comento, sopra li due maggior libri dʼOmero,

e che, per questo, ancora giovanetto fosse dato da Filippo per maestro

ad Alessandro. Poi vogliono lui essere andato ad Atene ad udire

filosofia, dove udí tre anni sotto Socrate, in queʼ tempi famosissimo

filosofo; e, lui morto, sʼaccostò a Platone, il quale le scuole di

Socrate ritenne, e sotto lui udí nel torno di venti anni. Per che, sí

per lʼeccellenza del dottore, e sí ancora per lo perseverato studio

con vigilanza, divenne maraviglioso filosofo; intanto che, andando

alcuna volta Platone alla sua casa e non trovando lui, con alta voce

alcuna volta disse:—Lʼintelletto non cʼè, sordo è lʼauditorio.—Visse

appresso la morte di Platone, suo maestro, anni ventitré, deʼ quali

parte ammaestrò Alessandro, e parte con lui circuí Asia, e parte di

quegli scrisse e compose molti libri. Egli la dialettica, ancora non

conosciuta pienamente prima, in altissimo colmo recò, e ad istruzione

di quella scrisse piú volumi. Scrisse similmente in rettorica, né

meno in quella apparve facondo, che fosse alcun altro rettorico,

quantunque famoso stato davanti a lui. Similmente intorno agli atti

morali, ciò che veder se ne puote per uomo, scrisse in tre volumi:

_Etica, Politica_ ed _Iconomica_; né delle cose naturali alcuna ne

lasciò indiscussa, sí come in molti suoi libri appare; ed, oltre a

ciò, trapassò a quelle che sono sopra natura, con profondissimo

intendimento, sí come nella sua _Metafisica_ appare. E, brevemente,

egli fu il principio e ʼl fondamento di quella setta di filosofi, i

quali si chiamano peripatetici. E non è vero quello che alcuni si

sforzano dʼapporgli, cioè che egli facesse ardere i libri di Platone:

la qual cosa credo, volendo, non avrebbe potuta fare, in tanto pregio

e grazia degli ateniesi fu Platone e la sua memoria e li suoi libri.

Li quali non ha molto tempo che io vidi, o tutti o la maggior parte,

o almeno i piú notabili, scritti in lettera e grammatica greca in un

grandissimo volume, appresso il mio venerabile maestro messer Francesco

Petrarca. È il vero che la scienza di questo famosissimo poeta filosofo

lungo tempo sotto il velamento dʼuna nuvola dʼinvidia di fortuna stette

nascosa, in maraviglioso prezzo continuandosi appo i valenti uomini

la scienza di Platone; né è assai certo, se a venire ancora fosse

Averrois, se ella sotto quella medesima si dimorasse. Costui adunque,

se vero è quello che io ho talvolta udito, fu colui che prima, rotta

la nuvola, fece apparir la sua luce e venirla in pregio; intanto che,

oggi, quasi altra filosofia che la sua non è daglʼintendenti seguita.

Ma ultimamente pervenuto questo singulare uomo allʼetá di sessantatré

anni, finío la vita sua; e, secondo che alcuni dicono, per infermitá di

stomaco. «Tutti lo miran», per singular maraviglia, quegli che in quel

luogo erano; e similmente credo facciano tutti quegli che aʼ nostri

dí in filosofia studiano: «tutti onor gli fanno», sí come a maestro e

maggior di tutti.

«Quivi vidʼio», appresso dʼAristotile, «Socrate».

Socrate originalmente si crede fosse ateniese, ma di bassissima

condizione di parenti disceso, percioché, sí come scrive Valerio

Massimo nel terzo suo libro sotto la rubrica _De patientia_, il padre

suo fu chiamato Sofronisco intagliator di marmi, e la sua madre ebbe

nome Fenarete, il cui uficio era aiutare le donne neʼ parti loro, e

quelle per prezzo servire; ed esso medesimo, secondo che dice Papia,

alquanto tempo sʼesercitò nellʼarte del padre. Poi, lasciata lʼarte

paterna, divenne discepolo dʼuna femmina chiamata Diutima, secondo che

si legge nel libro _De vitis philosophorum_; ma santo Agostino, nel

libro ottavo _De civitate Dei_, scrive che egli fu uditore dʼArchelao,

il quale era stato auditore di Anassagora. E, poiché alquanto

tempo ebbe udito sotto Archelao, per divenire pienamente esperto

deglʼintrinseci effetti della natura, in piú parti del mondo gli

ammaestramenti deʼ piú savi andò cercando, secondo che scrive Tullio

nel libro secondo delle _Quistioni tusculane_: e in tanta sublimitá di

scienza pervenne, che egli, secondo che scrive Valerio, fu reputato

quasi un terrestre oracolo dellʼumana sapienza. E secondo che mostra di

tenere Apulegio, e similmente Calcidio _Sopra il primo libro del Timeo

di Platone_, e come Agostino nel libro ottavo della _Cittá di Dio_,

egli ebbe seco infino dalla sua puerizia un dimonio, il quale Apulegio

predetto chiama «iddio di Socrate» in un libro che di ciò compose: il

quale molte cose glʼinsegnò e in ciò che egli aveva a fare lʼammaestrò.

Ma chi che di ciò gli fosse il dimostratore, egli fu non solamente

dagli uomini, ma eziandio da Apolline, il quale gli antichi neʼ loro

errori credettero essere iddio della sapienza, giudicato sapientissimo.

Della qual cosa non è molto da maravigliarsi, conciosiacosaché egli

fosse nelli studi della filosofia assiduo; e tanto nelle meditazioni

perseverante, che Aulo Gellio scrive, nel libro secondo _Noctium

Atticarum_, lui essere usato di stare dal cominciamento dʼun dí infino

al principio del seguente, in piede, senza mutarsi poco o molto col

corpo, e senza volgere gli occhi o ʼl viso dal luogo al quale nel

principio della meditazione gli poneva.

Fu costui di maravigliosa e laudevole umiltá, percioché, quantunque

in iscienza continuamente divenisse maggiore, tanto minore nel suo

parlare si faceva; e da lui, secondo che Girolamo scrive nella sua

trentacinquesima pistola, e, oltre a ciò, nel proemio della Bibbia,

nacque quel proverbio, il quale poi per molti sʼè detto, cioè «_hoc

scio, quod nescio_». E, oltre a questo, essendo tanto e sí venerabile

filosofo, non solamente in parole, ma in opera la sua umiltá dimostrò.

Esso, tra lʼaltre volte, secondo che negli studi è usanza, facendo la

colletta dagli uditori suoi, ed essi tutti dandogli volentieri non

solamente il debito, secondo lʼuso, ma ancora piú; Eschilo, poverissimo

giovane ma dʼalto ingegno, lasciò andar ognʼuomo a pagar questo debito,

e non andandone piú alcuno, esso, levatosi, andò alla cattedra di

Socrate e disse:—Maestro, io non ho al mondo cosa alcuna che ti dare

per questo debito, se non me medesimo, e io me ti do; e ricordoti che

io ti do piú che dato non tʼha alcun altro che qui sia; percioché non

ce nʼè alcuno che tanto donato tʼabbia, che alcuna cosa rimasa non gli

sia, ma a me, che me tʼho dato, cosa alcuna non è rimasa.—Al quale

Socrate umilmente rispose:—Eschilo, il tuo dono mʼè molto piú caro che

alcuno altro che da costoro mi sia stato dato, e la ragione è questa:

io non ho alcuna cosa la quale io possa assai degna donare a costoro

che a me hanno donato, ma io ho da potere rendere a te guiderdone del

dono che fatto mʼhai, e quello sono io medesimo; e cosí io me ti do;

e perciò quanto tu vuogli che io abbia te per mio, tanto faʼ che tu

abbi me per tuo.—Fu di sua natura pazientissimo, e con egual animo

portò le cose liete e le avverse, intanto che molti voglion dire non

essergli stato mai veduto piú che un viso. Il che maravigliosamente

mostrò vivendo, e sostenendo i fieri costumi dellʼuna delle due

mogli che avea, chiamata Santippe: la quale, senza interporre, il

dí e la notte egualmente, con perturbazioni e con romori era da lei

stimolato; la qual tanto piú nella sua ira sʼaccendeva, quanto lui

piú paziente vedeva. Ed essendo alcuna volta stato addomandato da

Alcibiade, nobilissimo giovane dʼAtene, secondo che scrive Aula Gellio

_in libro undecimo Noctium Atticarum_, perché egli non la mandava via,

conciofossecosaché per la legge lecito gli fosse, rispose che per

la continuazione dellʼingiurie dimestiche fattegli da Santippe egli

aveva apparato a sofferire con non turbato animo le disoneste cose, le

quali egli vedeva e udiva di fuori. Oltre a questo, tenendosi Santippe

ingiuriata da lui, un dí, preso luogo e tempo, dalla finestra della

casa gli versò sopra la testa un vaso dʼacqua putrida e brutta; il

quale sapendo donde venuto era, rasciuttasi la testa, nullʼaltra cosa

disse:—Io sapeva bene che dopo tanti tuoni doveva piovere.—

Furono le sue risposte di mirabile sentimento. Era in Atene un giovane

uomo dipintore, assai conosciuto, il quale subitamente divenne medico;

il che detto a Socrate, disse:—Questi può esser savio uomo dʼaver

lasciata lʼarte, i difetti della quale sempre stanno dinanzi agli occhi

degli uomini, e presa quella li cui errori la terra ricuopre.—Era,

oltre a ciò, usato di prender piacere di vedere le due sue mogli

per lui talvolta non solamente gridare, ma azzuffarsi insieme, e

massimamente sé considerando, il quale era del corpo piccolo, e avea il

naso camuso, le spalle pelose e le gambe storte, e appresso la viltá

dellʼanimo loro; e il farle venire a zuffa insieme era qualora egli

volea, sol che un poco dʼamore piú allʼuna che allʼaltra mostrasse;

di che esse una volta accortesi, e rivoltesi sopra lui, fieramente il

batterono, e lui fuggente seguirono, tanto che la loro indegnazione

sfogarono. Fu in costumi sopra ogni altro venerabile uomo, in tanto che

solamente nel riguardarlo prendevano maraviglioso frutto gli uditori

suoi, sí come Seneca nella sesta pistola a Lucillo, dicendo: «Platone

e Aristotile, e lʼaltra turba tutta deʼ savi uomini, piú daʼ costumi

di Socrate trassero di sapienza che dalle sue parole». Fu nel cibo

e nel bere temperatissimo, intanto che di lui si legge che, essendo

una mortale e universale pestilenza in Atene, né mai si partí, né mai

infermò, né parte dʼalcuna infermitá sentí. Sostenne con grandissimo

animo la povertá, intanto che, non che egli mai alcun richiedesse per

bisogno il quale avesse, ma ancora i doni daʼ grandi uomini offertigli

ricusò. Ed essendo giá vecchio, volle apprendere a sonare gli stromenti

musici di corda: di che alcuno maravigliandosi gli disse:—Maestro, che

è questo? aver veduti gli alti effetti della natura, e ora discendere

alle menome cose musicali?—Al quale egli dimostrò sé estimare esser

meglio dʼavere tardi apparata quella arte che morire senza averla

saputa. Né in alcuna etá poté sofferire dʼessere ozioso; percioché,

secondo scrive Tullio nel libro _De senectute_, egli era giá dʼetá

di novantaquattro anni, quando egli scrisse il libro, il quale egli

appellò _Panaletico_.

Una cosa ebbe questo singulare uomo, la quale a certi ateniesi fu

grave, ed ultimamente cagione della morte sua: egli non poté mai essere

indotto ad avere in alcuna reverenza glʼiddii li quali gli ateniesi

adoravano, affermando un cane, un asino o qualunque altro piú vile

animale esser degno di molta maggior venerazione che glʼiddii degli

ateniesi. E la ragione, che di ciò assegnava, era che gli animali

erano opera della natura, glʼiddii degli ateniesi erano opera delle

mani degli uomini. Per la qual cosa essendo stati fatti, ovvero eletti

trenta uomini in Atene a dover riformare lo stato della cittá e

servarlo, ve ne furono alcuni, li quali, forse da alcuna altra occulta

cagion mossi, sotto spezie di religione, vollero che esso confessasse

li loro iddii essere da onorare e che Atene dalla lor deitá e custodia

servata fosse. La qual cosa non volendo esso fare, essendo giá dʼetá di

novantanove anni, fu fatto mettere in prigione, e in quella tenuto da

un mese. Alla fine, vedendo coloro, che tener vel facevano, non potersi

a ciò lʼanimo suo inducere, gli mandarono in un nappo un beveraggio

avvelenato, il quale egli, sprezzati gli umili rimedi mostratigli da

Lisia alla sua salute, amando piú di finire la vita che di diminuire

la sua gravitá, con grandissimo animo, e con quel viso il quale

sempre in ogni cosa occorrente fermo servava, il prese. E piangendo

Santippe, e dolendosi chʼegli era fatto morire a torto, fieramente la

riprese dicendo:—Dunque vorresti tu, stolta femmina, che io fossi

morto a ragione? Tolgalo Iddio via che egli possa essere avvenuto o

avvenga che io giustamente condannato sia.—E, bevuto la venenata

composizione, molte cose aʼ suoi amici, che dʼintorno gli erano, parlò

dellʼeternitá dellʼanima. Ma, appressandosi giá lʼora della morte, per

la forza del veleno che al cuore sʼavvicinava, il dimandò uno deʼ suoi

discepoli, chiamato Trifone, quello che esso voleva che del suo corpo

si facesse, poiché morto fosse. Per che Socrate, rivolto agli altri,

disse:—Lungamente mʼha invano ascoltato Trifone.—E poi disse:—Se,

poi che lʼanima mia sará dal corpo partita, voi alcuna cosa che mia sia

ci trovate, fatene quello che da fare estimerete; ma cosí vi dico, che,

partendomi io, alcun di voi non mi potrá seguire.—Né guari stette che

egli morí. In onor del quale, secondo che scrive Tertullio, fecero poi

gli ateniesi in memoria e in sembianza di lui fare una statua dʼoro,

e quella fecero porre ad un tempio. Nacque Socrate, secondo che nelle

Istorie _scolastiche_ si legge, al tempo di Serse, re di Persia, e

morí regnante il re Assuero.

[Nota: Lez. XVI]

«E Platone». Platone fu per origine nobilissimo ateniese. Egli fu

figliuolo dʼAristone, uomo di chiara fama, e di Perissione sua moglie;

e, secondo che alcuni affermano, esso fu deʼ discendenti del chiaro

legnaggio di Solone, il quale ornò di santissime leggi la cittá di

Atene. E volendo Speusippo, figliuolo della sorella, e che dopo la

sua morte le scuole sue ritenne insieme con Clearco e con Anassalide,

stati suoi uditori, nobilitare la sua origine, sí come essi nel secondo

libro della _Filosofia_ scrivono, finsero Perissione, madre di lui,

essere stata oppressa da una sembianza dʼ Apolline; volendo che per

questo sʼintendesse, lui per opera del padre, il quale gli antichi

estimarono essere iddio della sapienza, avere avuta la divina scienza,

la quale in lui uomo mortale fu conosciuta. Fu costui, oltre ad ogni

altro suo contemporaneo, eloquentissimo; e fu tanta dolcezza e tanta

soavitá nella sua prolazione, che quasi pareva piú celestial cosa che

umana, parlando. La qual cosa per due assai evidenti segni, avanti che

a quella perfezion divenisse, fu dimostrata. Primieramente, essendo

egli ancora picciolissimo fanciullo e nella culla dormendo, furono

trovate api, le quali sollecitamente studiandosi, non altrimenti

che in uno loro fiaro, gli portavano mèle, senza dʼalcuna cosa

offenderlo. Secondariamente, quella notte che precedente fu al dí che

Aristone lui giovanetto menò a Socrate, accioché della sua dottrina

lʼammaestrasse, parve nel sonno a Socrate vedere di cielo discendere

un cigno, e porglisi sopra le ginocchia, e pascersi di quello che da

esso Socrate gli era dato. Per che, come Socrate vide Platone il dí

seguente, cosí estimò lui esser quel cigno che nel sonno veduto avea.

E il cigno, secondo che questi fisiologi scrivono, è uccello, il quale

soavissimamente canta: per la qual dolcezza di canto assai bene si

può comprendere essere stata dimostrata la dolcezza della sua futura

eloquenza.

Fu costui nominato Plato, secondo che Aristotile afferma, dalla

ampiezza del petto suo. Esso, poiché piú anni ebbe udito Socrate,

secondo che Agostino racconta nel quarto della _Cittá di Dio_, navicò

in Egitto, e quivi apprese ciò che per gli egiziaci si poteva mostrare.

E quindi, tirato dalla fama della dottrina pittagorica, venutosene in

Italia, da quegli dottori, li quali allora in essa fiorivano, assai

agevolmente apprese ciò che per loro si tenea. Della sua scienza fu

fatta, [ed è ancora], maravigliosa stima quasi da tutti quegli che aʼ

tempi chʼeʼ romani erano nel colmo del lor principato, eran famosi

uomini; e ancora ne la fanno i cattolici filosofi, affermando in molte

cose la sua dottrina esser conforme alla veritá cristiana. Fu, oltre a

ciò, in costumi splendido e nel cibo temperatissimo. Fu oltremodo dalla

concupiscenza della carne stimolato, intanto che, per poterla alquanto

domare, e vita solitaria disiderando, potendo in altre parti assai

eleggere la sua solitudine, alcuna altra non ne volle che una villetta,

chiamata Accademia, la qual non solamente rimota era da ogni umano

consorzio, ma ella era per pessimo aere pestilente: e questa ad ogni

altra prepose, estimando la sua infezione dovere poter porre modo a

domare la libidine sua. Quivi di ricchezze né dʼumana pompa curandosi,

visse infino nellʼetá di anni ottantuno, secondo che scrive Seneca a

Lucillo nella sessantunesima epistola; avendo molti libri scritti e

scrivendo continuamente, si morí, lasciati appresso di sé molti deʼ

suoi uditori solennissimi filosofi.

«Che innanzi agli altri», sí come piú degni filosafi, «piú presso gli

stanno».

«Democrito» (_supple_) vidi. Democrito fu ateniese, e fu il padre suo

sí abbondante di ricchezze, che si legge lui aver dato un pasto al

re Serse, quando venne in Grecia, e con lui a tutto il suo esercito,

che scrive Giustino fosse un milione dʼuomini dʼarme. Dopo la morte

del quale, Democrito, dato tutto aʼ filosofici studi, riserbatasi di

sí gran ricchezza una piccola quantitá, tutto il rimanente donò al

popolo dʼAtene, dicendo quella essere impedimento al suo studio. Esso,

secondo che Giovenale scrive, essendo nella piazza, era usato di ridere

di ciò che esso vedeva agli uomini fare; e, domandato alcuna volta

della cagione, rispose:—Io rido della sciocchezza di tutti quegli li

quali io veggio, percioché io mʼaccorgo che con lʼanimo e col corpo

tutti faticano intorno a cose, che né onor né fama lor posson recare,

né con loro, oltre a ciò, far lunga dimora.—Costui, percioché estimò

il vedere esser nimico delle meditazioni, e grandissimo impedimento

degli studi per poter liberamente a questi vacare, si fece cavar gli

occhi della testa. Altri dicono lui aver ciò fatto, perché il vedere

le femmine gli era troppo grande stimolo e incitamento inespugnabile

al vizio della carne. E, domandato alcuna volta che utilitá si vedesse

dʼaverlo fatto, nulla altro rispose, se non che, per quello, era

dʼuno piú che lʼusato accompagnato, e questo era un fanciul che ʼl

guidava: benché Tullio, nel quinto delle _Quistioni tusculane_, dice

questa essere stata risposta dʼAsclepiade, il quale fu assai chiaro

filosofo e similmente cieco. Fu nondimeno uomo di grande studio

e di sottile ingegno, quantunque deʼ principi delle cose tenesse

unʼopinione strana e varia da tutte quelle degli altri filosofi. Esso

estimava tutte le cose procedere dallʼuno deʼ due principi, o da odio

o da amore: e poneva una materia mista essere, nella quale i semi di

tutte le cose fossero, e quella diceva chiamarsi «caos», il che tanto

suona quanto «confusione»; e di questa affermava che a caso, non

secondo la diliberazione dʼalcuna cosa, ogni animale, ogni pianta,

ogni cosa che noi veggiamo, nascere. E questo chiamava «odio», in

quanto le cose che nascevano, dal lor principio, sí come da nimico,

si separavano; poi, dopo certo spazio di tempo corrompendosi, tutte

si ritornavano in questa materia chiamata «caos», e questo appellava

«tempo dʼamore e dʼamistá». E cosí teneva questi esser due principi

formali, essendo questo caos principio materiale. Fu, oltre a questo,

costui grandissimo magico, e dopo Zoroaste, re deʼ batriani, trovatore

di questa iniqua arte, molto lʼaumentò e insegnò. Dice adunque per

le predette opinioni lʼautor di lui «cheʼl mondo a caso pone» esser

creato e fatto, e senza alcuna movente cagione: del quale Tullio nel

quinto libro delle _Quistioni tusculane_ dice: «_Democritus, luminibus

amissis, alba scilicet discernere et atra non poterat: at vero bona,

mala, aequa, iniqua, honesta, turpia, utilia, inutilia, magna, parva

poterat; et sine varietate colorum licebat vivere beate, sine notione

rerum non licebat; atque hic vir impediri animi aciem aspectu

oculorum arbitrabatur: et cum alii persaepe quod ante pedes esset non

viderent, ille infinitatem omnem pervagabatur, ut nulla in extremitate

consisteret_».

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 5 / 25 段