disceso dʼEnea, come di sopra è dimostrato, e dʼAurelia, discesa
della schiatta dʼAnco Marcio, re deʼ romani. Né fu, come si dice,
denominato Cesare, percioché del ventre della madre tagliato, fosse
tratto avanti il tempo del suo nascimento, percioché, sí come Svetonio
_in libro Duodecim Caesarum_ dice, quando egli uscí candidato di casa
sua, egli lasciò la madre, e dissele:—Io non tornerò a te se non
pontefice massimo;—e cosí fu che egli tornò a lei disegnato pontefice
massimo; ma perciò fu cognominato Cesare, percioché ad un deʼ suoi
passati quello addivenne, che molti credono che a lui addivenisse: e
da quel cotale cognominato Cesare _ab caesura_, cioè dalla tagliatura
stata fatta della madre, quello lato deʼ Giuli, che di lui discesero,
tutti furon cognominati Cesari. Fu adunque e per padre e per madre
nobilissimo uomo, e variamente fu dalla fortuna impulso: e parte
della sua adolescenzia fece in Bittinia appresso al re Nicomede con
poco laudevole fama. Militò sotto diversi imperadori, e divenne nella
disciplina militare ammaestratissimo: e gli onorevoli uffici di Roma
tutti ebbe ed esercitò, e, tra gli altri, due consolati, li quali esso
quivi governò. Ma, essendo egli questore, ed essendogli in provincia
venuta la Spagna ulteriore, ed essendo pervenuto in Gades, e quivi nel
tempio dʼErcole avendo veduta la statua dʼAlessandro macedonio, seco
si dolse, dicendo: Alessandro giá in quella etá nella quale esso era,
avere gran parte del mondo sottomessasi, ed esso, da cattivitá e da
pigrizia occupato, non avere alcuna cosa memorabile fatta; e quinci si
crede lui aver preso animo alle gran cose, le quali poi molte adoperò:
e con astuzia e con sollecitudine sempre sʼingegnò dʼesser preposto ad
alcuna provincia e ad eserciti, e a farsi grande dʼamici in Roma. Ed
essendogli, dopo molte altre cose fatte, venuta in provincia Gallia,
ed in quella andato, per dieci anni fu in continue guerre con queʼ
popoli; e fatto un ponte sopra il Reno, trapassò in Germania, e con
loro combatté e vinsegli; e similemente trapassato in Inghilterra, dopo
piú battaglie gli soggiogò. E quindi, tornando in Italia, e domandando
il trionfo ed il consolato, per una legge fatta da Pompeo, gli fu
negato lʼun deʼ due. Per la qual cosa esso, partitosi da Ravenna, ne
venne in Italia e seguitò Pompeo, il quale col senato di Roma partito
sʼera, infino a Brandizio, e di quindi in Epiro; e, rotte le forze sue
in Tessaglia, il seguitò in Egitto, dove da Tolomeo, re dʼEgitto, gli
fu presentata la testa; e quivi fatte con gli egiziaci certe battaglie,
e vintigli, a Cleopatra, nella cui amicizia congiunto sʼera, concedette
il reame, quasi in guiderdone dellʼadulterio commesso. Quindi nʼandò
in Ponto, e sconfitto Farnace, re di Ponto, si volse in Affrica, dove
Giuba, re di Numidia, e Scipione, suocero di Pompeo, vinti, trapassò in
Ispagna contro a Gneo Pompeo, figliuolo di Pompeo magno. Quivi alquanto
stette in pendulo la sua fortuna. Combattendo esso eʼ suoi contro aʼ
pompeiani, eʼ fu in pericolo tanto, che esso, di voler morire disposto,
di quale spezie di morte si volesse uccidere pensava. Respirò la sua
fortuna e rimase vincitore: e quindi si tornò in Roma, dove trionfò
deʼ galli e degli egiziaci e di Farnace in tre diversi dí. Scrisse
Plinio, in libro _De naturali historia_, che egli personalmente fu in
cinquanta battaglie ordinate, che ad alcun altro romano non avvenne
dʼessere in tante: solo Marco Marcello, secondo che Plinio predetto
dice, fu in quaranta. E di queste cinquanta, le piú fece in Gallia e in
Brettagna ed in Germania, né, fuorché in una, si trovò esser perdente:
e di questo poté esser cagione la sua mirabile industria, e la fidanza
che di lui aveano coloro li quali il seguivano, li quali non potevano
credere, sotto la sua condotta, in alcuno quantunque gran pericolo
poter perire. E dice il predetto Plinio, sotto la sua capitaneria, in
diverse parti combattendo, essere stati uccisi deʼ nemici dalla sua
gente un milione e cento novanta due [centinaia di] migliaia dʼuomini:
né si pongono in questo numero quegli che uccisi furono nelle guerre né
nelle battaglie cittadine, le quali tra lui e Pompeo eʼ suoi seguaci
furono. Per la qual cosa meritamente dice lʼautore: «Cesare armato».
Fu, oltre a ciò, costui grandissimo oratore, sí come Tullio, quantunque
suo amico non fosse, in alcuna parte testimonia. Fu solenne poeta, e
leggesi lui nel maggior fervore della guerra cittadina aver due libri
metrici composti, li quali da lui furono intitolati Anticatoni. Fu
grandissimo perdonatore delle ingiurie, intanto che non solamente
a chi di quelle gli chiese perdono le rimise, ma a molti, senza
addomandarlo, di sua spontanea volontá perdonò. Pazientissimo fu
delle ingiurie in opere od in parole fattegli. Fu lussurioso molto;
percioché, secondo che scrive Svetonio, egli nella sua concupiscenzia
trasse piú nobili femmine romane, sí come Postumia di Servio Sulpizio,
Lollia dʼAulo Gabinio, Tertullia di Marco Crasso, Muzia di Gneo Pompeo;
ma, oltre a tutte lʼaltre, amò Servilia, madre di Marco Bruto, la
figliuola della quale, chiamata Terzia, si crede che egli avesse.
Usò ancora lʼamicizie dʼalcune altre forestiere, sí come quella
della figliuola di Nicomede, re di Bitinia, e Eunoe Maura, moglie di
Bogade re deʼ mauri, e Cleopatra, reina dʼEgitto, e altre. Né furon
questi suoi adultèri taciuti in parte daʼ suoi militi, triunfando
egli, percioché nel triunfo gallico fu da molti cantato:—Cesare si
sottomise Gallia, e Nicomede Cesare;—ed altri dicevano:—Ecco Cesare,
che al presente triunfa di Gallia, e Nicomede non triunfa, che si
sottomise Cesare.—Ed, oltre a questo, in questo medesimo triunfo fu
detto da molti:—Romani, guardate le vostre donne, noi vi rimeniamo il
calvo adultero.—E nella persona di lui proprio furon gittate queste
parole:—Tu comperasti per oro lo stupro in Gallia, e qui lʼhai preso
in prestanza.—
Costui adunque, tornato in Roma, ed avendo triunfato, occupò la
republica, e fecesi fare, contro alle leggi romane, dittatore perpetuo,
dove, secondo le leggi, non si poteva piú oltre che sei mesi stendere
lʼuficio del dettatore. Ed appartenendo allʼautoritá del senato il
conceder lʼuso della laurea, da esso ottenne di poterla portare
continuo, accioché con quella ricoprisse la testa sua calva; la quale
lungamente a suo potere avea ricoperta col tirarsi i capelli didietro
dinanzi. Ed in questa dignitá perseverando, ed essendo a molti deʼ
senatori gravissimo, intanto che gran parte del senato avea contro a
lui congiurato, si riscaldò nel disiderio, lungamente portato, dʼesser
re; per la qual cosa, essendosi a vendicare la morte di Crasso, stato
con piú legioni romane ucciso daʼ parti, ferocissimi popoli, subornò
Lucio Cotta, al quale con quattordici altri uomini apparteneva il
procurare i libri sibillini, di quello che voleva rapportasse; e Cotta
poi in senato disse neʼ libri sibillini trovarsi: «li parti non poter
esser vinti né soggiogati, se non da re»; e però convenirsi che Cesare
si facesse re. La qual cosa parve gravissima aʼ senatori ad udire.
E, come che essi servassero occulta la loro intenzione, fu nondimeno
questo un avacciare a dare opera a quello che parte di loro aveano fra
sé ragionato: e perciò glʼidi di marzo, cioè dí quindici di marzo,
Giulio Cesare, sollecitato molto da Bruto, non potendolo Calfurnia,
sua moglie, per un sogno da lei veduto la notte precedente, ritenere,
né ancora alcuni altri segni da lui veduti, pretendenti quello che poi
seguí, in su la quinta ora del dí, uscito di casa, ne venne nella corte
di Pompeo, dove quel dí era ragunato il senato: dove, non dopo lunga
dimora, fu da Gaio Cassio e da Marco Bruto e da Decio Bruto, principi
della congiurazione, e da piú altri senatori, assalito e fedito di
ventitré punte di stili. La qual cosa vedendo esso, e conoscendo la
morte sua, recatisi e compostisi, come meglio poté, i panni dinanzi,
accioché disonestamente non cadesse, senza far alcun romore di voce o
di pianto cadde. Ed essendone stato portato da alquanti suoi servi a
casa, e vedute da Antistio medico le piaghe di lui ancora spirante,
disse di tutte quelle una sola esservene mortale: e quella si crede
fosse quella che da Marco Bruto ricevette. Appresso, fuggitisi i
congiurati, ed egli essendo morto, disfatte le sedie giudiciali della
corte, le quali si chiamavano «rostri», gliene fu fatto, secondo
lʼantico costume, un rogo, e con grandissimo onore fu il corpo suo
arso; e le ceneri, raccolte diligentemente, furon messe in quel
vaso ritondo di bronzo, il quale ancora si vede sopra quella pietra
quadrangula acuta ed alta, che è oggi dietro alla chiesa di San Piero
in Roma, la quale il vulgo chiama «Aguglia», come che il suo vero nome
sia «Giulia».
[Nota: Lez. XV]
«Con gli occhi grifagni». Non mi ricorda aver letta la qualitá degli
occhi di Giulio Cesare; ma, percioché gli occhi grifagni, se da
«grifone» vien questo nome, sono riposti nella fronte sotto ciglia
aguzzate, e piccoli per rispetto agli altri, e per questo hanno a
significare astuzia e fierezza dʼanimo dovere essere in colui che gli
ha; e queste cose furono in Cesare: e però credere dobbiamo lʼautore,
o colui da cui lʼebbe, dovere o dire il vero, o estimare dagli effetti
veri Cesare dovergli cosí avere avuti fatti ragionevolmente.
«Vidi Cammilla». Chi costei fosse distesamente è scritto sopra il primo
canto del presente libro; e però qui non bisogna di replicare. Ponla
nondimeno qui lʼautore per la sua virginitá e per la sua costante
perseveranza in quella, e, oltre a ciò, per lo suo virile animo, per lo
quale non femminilmente, ma virilmente adoperò e morí.
«E la Pantasilea». La Pantasilea fu reina dellʼamazzone, cioè di quelle
donne, le quali, senza volere o compagnia o signoria dʼuomini, per
se medesime in Asia, allato al Mar maggiore, sotto piú reine lungo
tempo signoreggiarono parte dʼAsia e talora dʼEuropa. La origine delle
quali fu questa, secondo che Giustino, abbreviatore di Trogo Pompeo,
scrive nel libro terzo della sua Storia. Essendo cacciati di Scizia,
quasi neʼ tempi di Nino, re dʼAssiria, Silisio e Scolopico, giovani
di reale schiatta, per divisione la quale era traʼ nobili uomini di
Scizia, grandissima quantitá di giovani scizi avendone seco menata
insieme con le lor mogli eʼ figliuoli, nelle contrade di Cappadocia,
allato ad un fiume chiamato Termodonte si posero; e quivi occupati
i campi chiamati Cirii, usati per molti anni di vivere di ratto, e
per questo rubare e spogliare ed infestare i vicini popoli da torno:
avvenne che, per occulto trattato deʼ popoli, noiati da loro, essi
furon quasi tutti uccisi. Le mogli deʼ quali, veggendo essere aggiunto
al loro esilio lʼesser private deʼ mariti, preson lʼarmi, e con fiero
animo andarono incontro a coloro che li loro mariti uccisi aveano, e
quegli cacciarono fuori del loro terreno: e, oltre a ciò, continuando
la guerra animosamente per alcun tempo, da ogni nemico il difesero.
Poi, congiugnendosi per matrimonio coʼ popoli circustanti, posero
giú alquanto la ferocitá dellʼanimo: ma poi ripresala, e intra sé
ragionando, estimarono il maritarsi a coloro, aʼ quali si maritavano,
non esser matrimonio, ma piú tosto un sottomettersi a servitudine. Per
la qual cosa deliberarono di fare, e fecero, cosa mai piú non udita:
e questa fu, che tutti quegli uomini, li quali con loro erano a casa
rimasi, uccisono, e, quasi risurgendo vendicatrici delle morti degli
uccisi loro mariti, nella morte degli altri da torno tutte dʼuno animo
cospirarono. E per forza dʼarme, con quegli che rimasi erano, avuta
pace, accioché per non aver figliuoli non perisse la lor gente, presero
questo modo, che a parte a parte andavano a giacere coʼ vicini uomini,
e come gravide si sentivano, si tornavano a casa; e quegli figliuoli
maschi che elle facevano, tutti gli uccidevano, e le femmine guardavano
e con diligenza allevavano. Le quali non a stare oziose, o a filare o
a cucire, né ad alcuno altro femminile uficio adusavano, ma in domare
cavalli, in cacce, in saettare ed in fatica continua lʼesercitavano.
E, accioché esse potessero nutricare quelle figliuole che di loro
nascessero, essendo loro le poppe agli esercizi delle armi noiose,
lasciavano loro la destra, e della sinistra le privavano: ed il modo
era, che quando eran piccole, tirata alquanto la carne in alto, quella
con alcun filo strettissimamente legavano: di che seguiva che la parte
legata, non potendo avere lo scorso del sangue, si secava, e cosí poi,
venendo in piú matura etá, non vʼingrossava la poppa. E da questa
privazione dellʼuna delle poppe nacque loro il nome, per lo quale poi
chiamate furono, cioè «Amazzone», il qual tanto vuol dire, quanto
«senza poppa». E, cosí perseverando piú tempo, quando sotto una reina
e quando sotto due si governavano, continuamente ampliando il loro
imperio. E, essendo in processo di tempo morta una loro reina, la quale
fu chiamata Orizia, fu fatta reina la Pantasilea. Costei fu valorosa
donna e governò bene il suo regno. Ed avendo udito il valor di Ettore,
figliuolo del re Priamo, disiderò dʼaver alcuna figliuola di lui, e,
per accattare lʼamore e la benivolenza sua, con gran moltitudine delle
sue femmine, contro aʼ greci venne in aiuto deʼ troiani. Ma non poté
quello, che desiderava, adempiere, percioché trovò, quando giunse,
Ettore essere giá morto; ma nondimeno mirabilmente piú volte per la
salute di Troia combatté; alfine combattendo fu uccisa. E, secondo che
alcuni scrivono, costei fu che prima trovò la scure: vero è che quella,
che da lei fu trovata, aveva due tagli, dove le nostre nʼhanno un solo.
«Dallʼaltra parte», forse a rincontro aʼ nominati, «vidi il re Latino».
Latino fu re deʼ laurenti e figliuolo di Fauno re, deʼ discendenti di
Saturno, e dʼuna ninfa laurente, chiamata Marica, sí come Virgilio
nellʼ_Eneida_ dice:
_...Rex arva Latinus et urbes
iam senior longa placidas in pace regebat.
Hunc Fauno et nympha genitum laurente Marica
accepimus._
Ma Giustino non dice cosí, anzi dice che egli fu nepote di Fauno,
cioè figliuolo della figliuola, in questa forma: che, tornando
Ercule di Spagna, avendo vinto Gerione, e pervenendo nella contrada
di Fauno, egli giacque con la figliuola, e di quello congiugnimento
nacque Latino. E cosí non di Fauno, ma dʼErcule sarebbe Latino stato
figliuolo. Ma Servio _Sopra Virgilio_ dice che, secondo Esiodo, in
quello libro il quale egli compose chiamato _Aspidopia_, che Latino
fu figliuolo dʼUlisse e di Circe, la quale alcuni chiamaron Marica; e
però dice il detto Servio, Virgilio aver detto di lui, cioè di Latino,
«_Solis avi specimen_», percioché Circe fu figliuola del Sole. Ma dice
il detto Servio (percioché la ragione deʼ tempi non procede, percioché
Latino era giá vecchio, quando Ulisse ebbe la dimestichezza di Circe)
essere da prendere quello che Iginio dice, cioè essere stati piú
Latini. Oltre a questo, cosí come del padre di Latino sono opinioni
varie, cosí similmente sono gli antichi scrittori discordanti della
madre: percioché Servio dice Marica essere dea del lito deʼ minturnesi,
allato al fiume chiamato Liri: laonde Orazio dice:
_...et innantem Maricae_
_littoribus tenuisse Lirim;_
e però, se noi vorrem dire Marica essere stata moglie di Fauno, non
procederá; percioché glʼiddii locali, secondo lʼerronea opinion degli
antichi, non trapassano ad altre regioni. Alcuni dicono Marica esser
Venere, percioché ella ebbe un tempio allato alla Marica, nel quale era
scritto «Pontina Venere»; ma di costei anche si può dire quello che di
sopra dicemmo di Latino, potere essere state piú Mariche. Ma di cui che
egli si fosse figliuolo, egli fu re deʼ laurenti, neʼ tempi che Troia
fu disfatta, ed ebbe per moglie Amata, sirocchia di Dauno, re dʼArdea
e zia di Turno, sí come per Virgilio appare. Ma Varrone, in quel libro
il quale egli scrive _De origine linguae latinae_, dice che Pallanzia,
figliuola dʼEvandro re, fu sua moglie. Costui, secondo che vogliono
alcuni, ricevette Enea fuggito da Troia, ed avendo avuto un responso da
quegli loro iddii, che egli ad un forestiere, del quale dovea mirabile
succession nascere, désse Lavina sua figliuola per moglie; avendola giá
promessa a Turno, la diede ad Enea: di che gran guerra nacque, nella
quale, secondo che dice Servio, questo Latino morí quasi nella prima
battaglia.
«Che con Lavina, sua figlia, sedea». Lavina, come detto è, fu figliuola
di Latino e dʼAmata e moglie dʼEnea, del quale ella rimase gravida; e
temendo la superbia di Ascanio figliuolo di Enea, il quale era rimaso
vincitore della guerra di Turno, si fuggí in una selva; e appo un
pastore, secondo che dice Servio, chiamato Tiro, dimorò nascosamente:
e partorí al tempo debito un figliuolo, il quale nominò Giulio Silvio
Postumo, percioché nato era, dopo la morte del padre, nella selva. Ma
poi fu costei da Ascanio rivocata nel suo regno, avendo egli giá fatta
la cittá di Alba ed in quella andatosene. La quale non essendo dalle
cose avverse rotta, tanto reale animo servò nel petto femminile, che
senza alcuna diminuzione guardò il regno al figliuolo, tanto che egli
fu in etá da sapere e da potere regnare. Ma Eusebio _in libro Temporum_
dice che costei dopo la morte dʼEnea si rimaritò ad uno il quale ebbe
nome Melampo, e di lui concepette un figliuolo, il quale fu chiamato
Latino Silvio: né piú di lei mi ricorda aver trovato.
«Vidi quel Bruto, che cacciò Tarquino». Bruto fu per legnaggio nobile
uomo di Roma, percioché egli fu dʼuna famiglia chiamata i Giuni, ed il
suo nome fu Caio Giunio Bruto, e la madre di lui fu sorella di Tarquino
Superbo, re deʼ romani. E percioché egli vedeva Tarquino incrudelire
contro aʼ congiunti, temendo di sé, avendo sana mente, si mostrò pazzo:
e cosí visse buona pezza, portando vilissimi vestimenti, e ingegnandosi
di fare alcune cose piacevoli, come talvolta fanno i matti, accioché
facesse ridere altrui, ed ancora per acquistare la benivolenza di chi
il vedesse, e con questo fuggisse la crudeltá del zio. E percioché poco
nettamente vivea, fu cognominato Bruto: il quale, per aver festa di
lui, tenevano volentieri appresso di sé i figliuoli di Tarquino. Ora
avvenne che, essendo Tarquino Superbo intorno ad Ardea ad assedio, e
i figliuoli del re con altri lor compagni avendo cenato, entrarono in
ragionamento delle lor mogli, e ciascuno, come far si suole, in virtú e
in costumi preponeva la sua a tutte lʼaltre femmine; e, non finendosi
la quistione per parole, presero per partito dʼandarne alle lor case
con questi patti: che quale delle lor donne trovassero in piú laudevole
esercizio, quella fosse meritamente da commendar piú che alcunʼaltra;
e cosí, montati a cavallo, subitamente fecero. E pervenuti a Roma,
trovarono le nuore del re ballare e far festa con le lor vicine, non
ostante che i lor mariti fossero in fatti dʼarme e a campo; e di
quindi nʼandarono a un castello chiamato Collazio, dove un giovane
chiamato Collatino, loro zio, teneva la donna sua, chiamata Lucrezia,
e trovarono costei in mezzo delle sue femmine vegghiare, e con loro
insieme filare e far quello che a buona donna e valente sʼapparteneva
di fare: per che fu reputato che costei fosse piú da lodare che alcuna
dellʼaltre e che Collatino avesse miglior moglie che alcun degli altri.
Era tra questi giovani Sesto Tarquino, giovane scellerato e lascivo, il
quale, veduta Lucrezia e seco medesimo commendatala molto, entratagli
nellʼanima la bellezza e lʼonestá di lei, seco medesimo dispuose di
voler del tutto giacer con lei: e dopo alquanti dí, senza farne sentire
alcuna cosa ad alcuno, preso tempo, solo ritornò a Collazio, dove da
lei parentevolmente ricevuto ed onorato, considerato la condizione
della casa, la notte, come silenzio sentí per tutto, estimando che
tutti dormissero, levatosi, col coltello ignudo in mano, tacitamente
nʼandò lá dove Lucrezia dormiva, e postale la mano in sul petto,
disse:—Io sono Sesto, e tengo in mano il coltello ignudo; se tu farai
motto alcuno, pensa chʼio tʼucciderò di presente.—Ma per questo non
tacendo Lucrezia, la quale in guisa alcuna al suo desiderio acconsentir
non voleva, le disse:—Se tu non farai il piacer mio, io tʼucciderò,
e appresso di te ucciderò uno deʼ tuoi servi, e a tutti dirò che
io tʼabbia uccisa, percioché col tuo servo in adulterio tʼabbia
trovata.—Queste parole spaventarono la donna, seco pensando che, se in
tal guisa uccisa fosse trovata, leggermente creduto sarebbe lei essere
stata adultera, né sarebbe chi la sua innocenza difendesse: e però,
quantunque malvolentieri si consentisse a Sesto, nondimeno, avendo
pensato come cotal peccato purgherebbe, gli si consentí.
Sesto, quando tempo gli parve, se ne tornò ad Ardea; ed essa piena
di dolore e dʼamaritudine, come il giorno apparí, si fece chiamare
Lucrezio Tricipitino, suo padre, e Collatino, suo marito, e Bruto:
li quali essendo venuti, e trovandola cosí dolorosa nellʼaspetto, la
domandò Collatino:—Che è questo, Lucrezia? non sono assai salve le
cose nostre?—A cui Lucrezia rispose:—Che salvezza può esser nella
donna, la cui pudicizia è violata? nel tuo letto è orma dʼaltro uomo
che di te.—E quinci aperse distesamente ciò che per Sesto Tarquino
era stato la passata notte adoperato. Il che udendo Collatino e gli
altri, quantunque dellʼaccidente forte turbati fossero, nondimeno
la cominciarono a confortare, dicendo la pudicizia non potere esser
contaminata, dove la mente a ciò non avesse consentito. Ma Lucrezia,
ferma nel suo proposito, trattosi di sotto aʼ vestimenti un coltello,
disse:—Questa colpa, in quanto a me appartiene, non trapasserá
impunita; né alcuna mai sará, che per esempio di Lucrezia diventi
impudica.—E detto questo, e posto il petto sopra la punta del
coltello, su vi si lasciò cadere, e cosí senza poter essere atata,
entratole il coltello nel petto, si morí. Tricipitino e Bruto e
Collatino, vedendo questo, non potendo piú nascondere lʼindegnitá del
fatto, ne portarono il corpo morto nella piazza, predicando lʼiniquitá
di Sesto Tarquino, e di molte ingiurie accusando il re eʼ figliuoli.
Il pianto fu grande, e il rammarichio per tutto: ma Bruto, estimando
che tempo fosse a por giuso la simulata pazzia, tratto il coltello
del petto alla morta Lucrezia, con una gran brigata deʼ collazi
nʼandò a Roma, lasciando che lʼun deʼ due rimasi andassero nel campo
a nunziare questa iniquitá: e in Roma pervenuto, per dovunque egli
andava, piangendo e dolendosi, convocava la moltitudine a compassione
dellʼinnocente donna e ad odio deʼ Tarquini. Per la qual cosa furono
incontanente le porte di Roma serrate, e per tutto gridata la morte e
il disfacimento del re e deʼ figliuoli: e il simile era avvenuto nel
campo ad Ardea. E come fu sentita la scellerata operazione di Sesto
Tarquino, e tutti, lasciato il re eʼ figliuoli, a Roma venutisene, e
ricevuti dentro, in una medesima volontá con gli altri divenuti, al
re Tarquino, che minacciando tornava da Ardea, del tutto negarono il
ritornare in Roma: e subitamente in luogo del re fecero due consoli,
appo i quali fosse la dignitá e la signoria del re, sí veramente che
piú dʼuno anno durar non dovesse: e di questi due primi consoli fu
lʼuno Bruto e lʼaltro Collatino. E, sentendo, in processo di tempo,
Bruto due suoi figliuoli tenere alcun trattato di dovere rimettere
il re eʼ figliuoli suoi a Roma, fattigli spogliare e legare ad un
palo, prima agramente batter gli fece con verghe di ferro, e poi
in sua presenza ferire con la scure e cosí morire. Cotanto adunque
mostrò essergli cara la libertá racquistata. Ma poi, avendo Tarquino
invano tentato di ritornare per trattato in Roma, ragunata da una
parte e dʼaltra gente dʼarme, ad assediare Roma venne. Incontro al
quale uscirono col popolo di Roma armati i consoli; ed essendosi traʼ
due eserciti cominciata la battaglia, avvenne che Arruns, lʼuno deʼ
figliuoli di Tarquino, combattendo, vide Bruto; per che, lasciata
la battaglia degli altri, gridò:—Questi è colui che mʼha del regno
cacciato;—e drizzato il cavallo e la lancia verso lui, e punto degli
sproni il cavallo, quanto correr potea piú forte nʼandò verso lui.
Il quale veggendo Bruto venire, e conosciutolo, non schifò punto il
colpo, ma verso lui dirizzatosi con la lancia e col cavallo, avvenne
che con tanto odio delle punte delle lance si ferirono, che amenduni
morti caddero del cavallo. E poi, avendo i romani avuta vittoria deʼ
nemici, con grandissimo pianto ne recarono in Roma il corpo di Bruto,
lá dove egli da tutte le donne di Roma, sí come padre e ricuperatore
della loro libertá e vendicatore e guidatore della loro pudicizia,
fu amarissimamente pianto, e poi, secondo lʼuso di queʼ tempi,
onorevolmente fu seppellito.
«Lucrezia». Di questa donna è narrata la storia.
«Marzia». Marzia non so di che famiglia romana si fosse, né alcune
storie sono, le quali io abbia vedute, che guari menzione faccian di
lei. Par nondimeno, per antica fama, tenersi lei essere stata onesta e
venerabile donna; e per tutti si tiene, e Lucano ancora il testimonia,
lei essere stata moglie, non una sola volta, ma due, di Catone
uticense. Il quale avendola la prima volta menata a casa, generò in
lei tre figliuoli; poi, dispostosi del tutto di volere nel futuro
servar vita celibe e fuggire ogni congiugnimento di femmina, secondo
che alcuni dicono, glielo disse; ed, oltre a ciò, immaginando non
dovere per lʼetá essere a lei questa astinenza possibile, la licenziò
di potersi maritare, se a grado le fosse, ad un altro uomo. Per la
qual cosa essa si rimaritò ad Ortensio (a quale non so, percioché piú
ne furono), e di lui concepette alcuni figliuoli. Poi, essendosi morto
Ortensio, e sopravvenuto il tempo delle guerre cittadine tra Cesare
e Pompeo, una mattina in su lʼaurora picchiò allʼuscio di Catone,
e, entrata da lui, il pregò che gli piacesse di doverla ritôrre per
moglie; che di questo matrimonio essa non intendeva di volerne altro
che solamente il nome dʼesser moglie di Catone, e sotto lʼombra di
questo titolo vivere, e, quando alla morte venisse, morire moglie di
Catone. Alli cui prieghi Catone condiscese; e, con quella condizione
ritoltala, senza alcuna altra solennitá osservare, e mentre visse
servando il suo proponimento, per sua moglie la tenne, ed ella lui per
suo marito.