lʼatto seguitone, che dice si volson verso lui «con salutevol cenno»,
che essi ragionassero dellʼautore, domandando gli altri Virgilio chi
fosse colui il quale seco menava: ed esso dicendolo loro, e commendando
lʼautore molto (come i valenti uomini fanno, che sempre commendano
coloro deʼ quali parlano, se giá non fossono evidentemente uomini
infami); ne seguí ciò che appresso dice, cioè: «Volsonsi a me con
salutevol cenno, E ʼl mio maestro sorrise di tanto», cioè rallegrossi,
come colui al quale dilettava uomini di tanta autoritá aver prestata
fede alle sue parole, e per quelle onorar colui, il quale esso
commendato avea. È nondimeno qui da considerare la parola che dice,
«sorrise», la qual molti prenderebbono non per essersi rallegrato, ma
quasi schernendo quello aver fatto: la qual cosa del tutto non è da
credere, percioché lʼautore non lʼavrebbe scritto, né è verisimile il
dottore farsi beffe deʼ suoi uditori; conciosiacosaché nellʼingegno
deʼ buoni uditori consista gran parte dellʼonor del dottore; ma senza
alcun dubbio puose lʼautore quella parola «sorrise» avvedutamente,
e la ragione può esser questa. È il riso solamente allʼumana spezie
conceduto: alcun altro animale non è che rida. E questo mostra avere
la natura voluto, accioché lʼuomo, non solamente parlando, ma ancora
per quello mostri lʼintrinsica qualitá del cuore, la letizia del quale
prestamente, molto piú che per le parole, si dimostra per lo riso. È il
vero che questo riso non in una medesima maniera lʼusano gli stolti che
fanno i savi; percioché i poco avveduti uomini fanno le piú delle volte
un riso grasso e sonoro, il quale rende la faccia deforme e fa lagrimar
gli occhi e ampliar la gola e doler gli emuntori del cerebro e le parti
interiori del corpo vicine al polmone; e questo non è laudevole. Ma
i savi non ridono a questo modo, anzi, quando odono o veggono cosa
che piaccia loro, sorridono, e di questo scintilla per gli occhi una
letizia piacevole, la quale rende la faccia piú bella assai che non
è senza quello. Per che assai ben comprender si puote, lʼautore aver
detto Virgilio, come savio, aver sorriso di quello che a grado gli fu.
Sono nondimeno alcuni che par talvolta che sorridano quando alcuna cosa
scherniscono, o talvolta, sdegnando, si turbano. Questo non è da dir
«sorridere», anzi è «ghignare»; e procede non da letizia, ma da malizia
dʼanimo, per la qual ci sforziamo di volere frodolentemente mostrare
che ci piaccia quello che ci dispiace.
«E piú dʼonore ancora assai mi fenno», cioè feciono, non essendo
contenti solamente ad averlo salutato. E lʼonor che gli fecero fu
questo: «Che eʼ mi fecer della loro schiera», cioè mi dichiariron fra
loro esser poeta; e questo propriamente aspetta a coloro, li quali
conoscono e sanno che cosa sia poesia, sí come uomini che in quella
sono ammaestrati: e questo fu per certo solenne onore. «Sí chʼio fui
sesto tra cotanto senno», cioè traʼ cinque altri cosí notabili poeti,
io mi trovai essere stato sesto in numero; in sofficienza non dice,
percioché sarebbe paruto troppo superbo parlare. Molti nondimeno
redarguiscono per questa parola lʼautor di iattanza, dicendo ad alcuno
non star bene né esser dicevole il commendar se medesimo; la qual
cosa è vera: nondimeno il tacer di se medesimo la veritá alcuna volta
sarebbe dannoso; e perciò par di necessitá il commendarsi dʼalcun
suo laudevole merito alcuna fiata. E questo nʼè assai dichiarato per
Virgilio pel primo dellʼ_Eneida_, laddove esso discrive Enea essere
stato sospinto da tempestoso mare nel lito affricano, dove non sapendo
in che parte si fosse, e trovando la madre in forma di cacciatrice in
un bosco, e da lei domandato chi egli fosse, il fa rispondere:
_Sum pius Aeneas, fama super aethera notus._
Direm noi qui Virgilio, uomo pieno di tanto avvedimento e intento a
dimostrare Enea essere stato in ciascuna sua operazione prudentissimo
uomo, aver fatto rispondere Enea contro al buon costume? Certo no: Né
è da credere lui senza gran cagione aver ciò fatto. Che dunque diremo?
Che, considerato il luogo nel quale Enea era, gli fu di necessitá,
rispondendo, di commendar se medesimo; percioché, se di sé quivi avesse
taciuta la veritá, ne gli potea assai sconcio seguire, in quanto non
sarebbe stato a cui caler di lui, che aveva bisogno, sí come naufrago,
della sovvenzione deʼ paesani: il quale non è dubbio niuno, che,
avendo di se medesimo detto il vero, cioè che egli non rubatore, non
di vil condizione, ma che pietoso uomo era, e ancora molto per fama
conosciuto, avrebbe molto piú tosto trovato che se questo avesse
taciuto. E, accioché a provare questa veritá aiutino i divini esempli,
mi piace di producere in mezzo quello che noi nello Evangelio leggiamo,
cioè che Cristo figliuol di Dio, avendo il dí della sua ultima cena in
terra lavati i piedi aʼ suoi discepoli, tra lʼaltre cose da lui dette
loro in ammaestramento, disse queste parole:—«Voi mi chiamate Maestro
e Signore, e fate bene, percioché io sono».—Direm noi in questo Cristo
aver peccato? o contro ad alcun buon costume avere adoperato? Certo
no, percioché né in questo né in altra cosa peccò giammai colui che
era toglitore deʼ peccati, e che col suo preziosissimo sangue lavò
le colpe nostre: anzi cosí questo come gli altri suoi atti tutti
ottimamente fece; percioché, se cosí fatto non avesse, non avrebbe dato
lʼesempio dellʼumiltá aʼ suoi discepoli, il quale lavando loro i piedi
aveva inteso di dare, se confessato non avesse, anzi detto, esser loro
maestro e signore, come il chiamavano. Il che assai si vede per le
parole seguenti dove dice:—«E se io, il quale voi chiamate Maestro e
Signore, e cosí sono, ho fatto questo di lavarvi i piedi: cosí dovrete
voi lʼuno allʼaltro lavare i piedi. Io vʼho dato lʼesempio. Come io ho
fatto a voi, e cosí similmente fate voi»,—ecc. Adunque è talvolta di
necessitá di parlar bene di se medesimo, senza incorrere nel disonesto
peccato della iattanza: e cosí si può dire che qui facesse lʼautore.
[Dissesi di sopra, nella esposizione del titolo generale della presente
opera, però convenirsi cognoscere e sapere chi stato fosse lʼautore
dʼalcun libro, per discernere se da prestar fosse fede alle cose
dette da lui, la qual molto pende dallʼautoritá dʼesso. E perciò qui
lʼautore, dovendo in questo suo trattato poeticamente scrivere dello
stato dellʼanime dopo la morte temporale, accioché prestata gli sia
fede, di necessitá confessa qui esser daʼ poeti dichiarato poeta.]
«Cosí andammo infino alla lumera». Questa è la terza parte della
seconda principale, nella quale esso dice come con quegli cinque poeti
entrasse in un castello, nel quale vide i magnifichi spiriti, e di
quegli alquanti nomina. Dice adunque: «Cosí andammo», questi cinque
poeti ed io, «infino alla lumera», cioè insino al luogo dimostrato di
sopra, dove disse sé aver veduto un fuoco, il quale vinceva emisperio
di tenebre; «Parlando», insieme, «cose, che il tacere è bello»,
cioè onesto, «Cosí come», era bello, «il parlar», di quelle cose,
«colá dovʼera». Intorno a queste parole sono alcuni che si sforzano
dʼindovinare quello che debbano poter aver ragionato questi savi: il
che mi par fatica superflua. Che abbiam noi a cercar che ciò si fosse,
poi che lʼautore il volle tacere? «Venimmo a piè dʼun nobile castello»,
cioè nobilmente edificato, «Sette volte cerchiato dʼalte mura, Difeso
intorno», cioè circundato, «dʼun bel fiumicello». «Questo», fiumicello,
«passammo come terra dura», cioè non altrimenti che se terra dura
stato fosse; «Per sette porti», le quali il castello avea, come sette
cerchi di mura, «entrai con questi savi», predetti; «Venimmo», passate
le sette porti, «in prato di fresca verdura». Allegoricamente è da
intendere il castello e la verdura, percioché né edificio alcun vʼè,
né alcunʼerba può nascere nel ventre della terra, dove né sole né aere
puote intrare.
«Genti vʼavea». Venuti al luogo dove i famosi sono, discrive lʼautor
primieramente alcuno deʼ lor costumi e modi, per li quali comprender
si puote loro esser persone di grande autoritá, e appresso ne nomina
una parte. Dice adunque: «Genti vʼavea», in quel luogo, «con occhi
tardi e gravi». Dimostrasi molto nel muover degli occhi della qualitá
dellʼanimo, percioché coloro, li quali muovono la luce dellʼocchio
soavemente o con tarditá, o con le palpebre quasi gravi in parte gli
cuoprono, dimostrano lʼanimo loro esser pesato neʼ consigli, e non
corrente nelle diliberazioni. «Di grande autoritá neʼ lor sembianti»,
in quanto sono nel viso modesti, guardandosi dal superchio e grasso
riso e dagli altri atti che abbiano a dimostrare levitá. «Parlavan
rado», percioché nel molto parlare, se necessitá non richiede, e ancora
nel troppo tosto e veloce parlare, non può esser gravitá; «con voci
soavi», percioché il gridare e lʼelevar la voce soperchio si manifesta
piú tosto abbondanza di cdldezza di cuore che modestia dʼanimo.
«Traemmoci cosí dallʼun deʼ canti», cioè dallʼuna delle parti di quel
luogo. E son prese queste parole dellʼautore da Virgilio nel sesto
dellʼ_Eneida_, ove dice:
_Conventus trahit in medios, turbamque sonantem:
et tumulum capit, unde omnes longo ordine possit
adversos legere, et venientum discere vultus, ecc._
«In luogo aperto», cioè senza alcun ostacolo, «luminoso e alto»;
percioché, del pari, non si può vedere ogni cosa, «Sí che veder si
potean tutti quanti», quegli li quali quivi erano.
«Colá diritto, sopra ʼl verde smalto», cioè sopra il verde pavimento.
Il qual dice «verde», percioché di sopra ha detto: «Venimmo in prato di
fresca verdura», per che appare che il luogo era erboso; la qual cosa,
come poco avanti dissi, è contro a natura del luogo, e perciò si può
comprendere lui intendere altro sotto il velamento di questa verdura;
il che nella esposizione allegorica si dichiarerá. «Mi fûr mostrati»,
da quegli cinque poeti, «gli spiriti magni», cioè gli spiriti di coloro
li quali nella presente vita furono di grande animo, e furono nelle
loro operazioni magnifichi; «Che del vedere», cosí eccellenti spiriti,
«in me stesso nʼesalto», cioè me ne reputo in me medesimo esser
maggiore.
[Nota: Lez. XIV]
«Iʼ vidi Elettra». Elettra, questa della quale qui si dee credere
che lʼautore intenda, fu figliuola di Atalante e di Pleione; ma di
quale Atalante non so, percioché di due si legge che furono. Deʼ
quali lʼuno è questi, e piú famoso: fu re di Mauritania in ponente di
contro alla Spagna, ed il cui nome ancora tiene una gran montagna, la
quale, dal mare oceano Atalantiaco andando verso levante, persevera
molte giornate. Lʼaltro fu greco, e questi nondimeno fu famoso uomo.
Ragionasi, oltre a questi, esserne stato un terzo, e quello essere
stato toscano ed edificatore della cittá di Fiesole, del quale in
autentico libro non lessi giammai. Sono nondimeno di quegli che credono
lui essere stato il padre dʼElettra, né altro ne sanno mostrare, se
non la vicinanza del luogo dove maritata fu, cioè in Corito, cittá,
ovvero castello, non guari lontano a Roma. [Ebbe costei sei sirocchie,
chiamate con lei insieme Pliade, dal nome della madre, chiamata, come
detto è, Pleione: le quali sette sirocchie, secondo le favole deʼ
poeti, percioché nutricaron Bacco, meritarono essere trasportate in
cielo, ed in forma di stelle poste nel ginocchio del segno chiamato
Tauro. Delle quali scrive Ovidio nel suo _De fastis_ cosí:
_Pliades incipiunt humeros relevare paternos:
quae septem dici, sex tamen esse solent,_
_Seu quod in amplexum sex hinc venere Deorum:
nam Steropen Marti concubuisse ferunt,_
_Neptuno Halcyonen, et te, formosea Celaeno:
Maian et Electron Taygetenque lovi:_
_septima mortali Merope tibi, Sisyphe, nupsit.
Poenitet: et facti sola pudore latet._
_Sive quod Electra Troiae spectare ruinas
non tulit, ante oculos opposuitque manum._
Secondo gli astrologi, lʼuna di queste sette stelle è nebulosa, e
però come lʼaltre non apparisce. Chiamanle quelle stelle i latini
«virgiliane». Anselmo, _in libro De imagine mundi_, dice che queste
stelle non si chiamano Pliade dal nome della madre loro, ma dalla
quantitá, percioché «_plion_» in greco viene a dire «moltitudine» in
latino. «Virgilie» son chiamate, percioché in quelli tempi, che i
virgulti cominciano a nascere, si cominciano a levare, cioè allʼentrata
di marzo. Il numero loro, che son sette, puote aver data cagione
alla favola, percioché, essendo simili in numero alle predette sette
stelle, furon cominciate a chiamare dalla gente per lo nome di quelle
stelle; e, perseverando eziandio dopo la morte loro questo nome,
furon dal vulgo stolto credute essere state trasportate in cielo.
Lʼavere nutricato Bacco può essere preso da questo: quando il sole
è in Vergine, queste stelle dopo alquanto di notte si levano, e con
la loro umiditá riconfortano le vigne, le quali per lo calor del dí
sono faticate, avendo patito mancamento dʼumido. Che esse abbiano
nutrito Giove si dice per questa cagione: Giove alcuna volta sʼintende
per lo elemento del fuoco e dellʼaere, e se nellʼaere umiditá non
fosse, per la quale il calor del fuoco a lei vicino si temperasse,
lʼaere non potrebbe i suoi effetti adoperare, sí sarebbe affocata:
adunque lʼumiditá di queste stelle, che è molta, è cagione di questa
sustentazione, e per conseguente di nutrimento.] E fu costei moglie di
Corito, re della sopra detta cittá di Corito, la quale estimo da lui
denominata fosse. E sono di quegli che vogliono questo Corito essere
quella terra la qual noi oggi chiamiamo Corneto; e a questa intenzione
forse agevolmente sʼadatterebbe il nome, percioché, aggiunta una «n»
al nome di Corito, fará Cornito: e queste addizioni, diminuizioni
e permutazioni di lettere essere neʼ nomi antichi fatte sovente si
truovano.
Essendo adunqe costei, come detto è, moglie di Corito re, gli partorí
tre figliuoli, Dardano e Iasio e Italo: né altro di lei mi ricorda aver
letto giammai che memorabile sia. Credo adunque per questo saranno
di quegli che si maraviglieranno perché tra gli spiriti magni non
solamente dallʼautor posta sia, ma ancora perché la prima nominata:
della qual cosa può essere la cagion questa. Volle, per quello che io
estimo, lʼautore porre qui il fondamento primo della troiana progenie
(e per conseguente deʼ discendenti dʼEnea) e della famiglia deʼ Iulii,
le quali, o vogliam dir la quale, piú che alcunʼaltra è stata reputata
splendida per nobiltá di sangue, e, oltre a questo, quella che in
piú secoli è perseverata neʼ suoi successori: percioché, come assai
manifestamente per autentichi libri si comprende, per quattro o per
cinque mezzi discendendo, per diritta linea si pervenne da Dardano,
figliuolo dʼElettra, ad Anchise, e da Anchise, per diciasette o forse
diciotto, si pervenne in Numitore, padre dʼIlia, madre di Romolo,
edificatore di Roma; e per Giulio Proculo, figliuolo dʼAgrippa Silvio,
che deʼ discendenti dʼEnea fu, si fondò in Roma la famiglia Iulia,
parte della quale furono i Cesari, li quali perseverarono infino in
Neron Cesare. E dʼaltra parte, secondo che alcuni si fanno a credere,
essendo per piú mezzi Ettor disceso di Dardano, dicono che, dopo il
disfacimento dʼIlione, certi figliuoli dʼEttore essersene andati in
Trazia, e quivi aver fatta una cittá chiamata Sicambria; e deʼ lor
discendenti, dopo lungo tempo, esserne andati su per lo Danubio e
pervenuti infino sopra il Reno, il quale Germania divide daʼ Galli;
e appresso, dopo piú centinaia dʼanni, dietro a due giovani reali di
quella schiatta discesi, deʼ quali lʼun dicono essere stato chiamato
Francone e lʼaltro Marcomanno, essere passati in Gallia, e quivi aver
data origine e principio alla progenie deʼ reali di Francia: e cosí
infino aʼ nostri di voglion dire che pervenuta sia.
Ma potrebbe nondimeno dire alcuno: se lʼautore voleva il principio di
cosí nobile e cosí antica schiatta porre, perché non poneva egli Corito
il marito di questa Elettra? A che si può cosí rispondere: perché,
conciosiacosaché di questa origine fosse Dardano, figliuolo dʼElettra,
cominciamento, per gli errori degli antichi si dubitò di cui Dardano
fosse stato figliuolo, o di Corito o di Giove: e però, non avendo
questo certo, volle porre lʼautore inizio di questa progenie colei di
cui era certo Dardano essere stato figliuolo. E il credere che Dardano
fosse stato figliuol di Giove nacque da questo: che, essendo morto
Corito, e per la successione del regno nata quistione tra Dardano e
Iasio, avvenne che Dardano uccise Iasio; di che vedendo egli i sudditi
turbati, prese navi e parte del popolo suo, e, da Corito partitosi,
dopo alcune altre stanzie, pervenne in Frigia, provincia della minore
Asia, dove un re chiamato Tantalo regnava: dal quale in parte del
reggimento ricevuto, fece una cittá la quale nominò Dardania; aʼ suoi
cittadini diede ottime e laudevoli leggi: ed essendo umano e benigno
uomo e giustissimo, estimarono quegli cotali lui non essere stato
figliuolo dʼuomo, ma di Giove: e questo, percioché le sue operazioni
erano molto conformi agli effetti di quel pianeto, il quale noi
chiamiamo Giove. [E regnò questo Dardano, secondo che scrive Eusebio
_in libro Temporum_, aʼ tempi di Moisé, regnando in Argo Steleno: e in
Frigia pervenne lʼanno del mondo tremila settecentotrentasette]. Cosí
adunque quello che prima era certo, cioè lui essere stato figliuolo di
Corito, si convertí in dubbio, e però non il padre, ma la madre, come
detto è, puose in questo luogo primiera.
«Con molti compagni.» Questi estimo erano deʼ discesi di lei, traʼ
quali ne furono alquanti, piú che gli altri famosi e laudevoli uomini.
Deʼ quali compagni ne nomina lʼautore alcuno, dicendo:
«Traʼ quai conobbi», per fama, «Ettore», figliuol di Priamo, re di
Troia, e dʼEcuba. Costui si crede che fosse in fatti dʼarme e forza
corporale tra tutti i mortali maravigliosissimo uomo, e cosí appare
nella _Iliada_ dʼOmero per tutto. Ultimamente, avendo molte vittorie
avute deʼ greci, avvenne che, avendo Achille, ad istanzia deʼ prieghi
di Nestore, non volendo combattere egli, conceduto a Patrocolo,
suo singulare amico, che egli per un dí si vestisse lʼarmi sue, e
Patrocolo con esse in dosso essendo disceso nella battaglia, come da
Ettor fu veduto, fu da lui estimato esso essere Achille: per la qual
cosa dirizzatosi verso lui, senza troppo affanno vintolo, lʼuccise,
e spogliògli quelle armi, e, quasi dʼAchille tronfando, se ne tornò
con esse nella cittá. La qual cosa avendo Achille sentita, pianta
amaramente la morte del suo amico, e altre armi trovate, discese
fieramente animoso contro ad Ettore nella battaglia. Avvenutosi ad
Ettore, con lui combatté e, ultimamente vintolo, lʼuccise. E tanto
poté in lui lʼodio, il quale gli portava per la morte di Patrocolo,
che, spogliatogli lʼarmi, e legato il morto corpo dietro al carro
suo, tre volte intorno intorno alla cittá dʼIlione lo strascinò: e
quindi alla tenda sua ritornato, il guardò dodici dí senza sepoltura,
infino a tanto che Priamo, di notte e nascostamente venuto alla sua
tenda, quello con grandissimo tesoro e molte care gioie ricomperò, e,
portatonelo nella cittá, con molte sue lacrime e degli altri suoi e di
tutti i troiani, onorevolmente il seppellí.
«Ed Enea». Questi fu figliuolo, secondo che i poeti scrivono, dʼAnchise
troiano e di Venere, e nacque sopra il fiume chiamato Simoente,
non guari lontano ad Ilione, al quale poi Priamo, re di Troia,
splendidissimo signore, diede Creusa, sua figliuola, per moglie,
e di lei ebbe un figliuolo chiamato Ascanio. Fu in arme valoroso
uomo, e tra gli altri nobili troiani andò in Grecia con Paris quando
egli rapí Elena: la qual cosa mostrò sempre che gli spiacesse. Non
pertanto valorosamente contro aʼ greci combatté molte volte per la
salute della patria, e tra lʼaltre si mise una volta a combattere con
Achille, non senza suo gran pericolo. In Troia fu sempre ricevitore
degli ambasciatori greci: per le quali cose, essendo Ilion preso dai
greci, in luogo di guiderdone gli fu conceduto di potersi, con quella
quantitá dʼuomini che gli piacesse, del paese di Troia partirsi e
andare dove piú gli piacesse. Per la qual concessione prese le venti
navi, con le quali Paris era primieramente andato in Grecia, e in
quelle messi quegli troiani alli quali piacque di venir con lui, e
similemente il padre di lui ed il figliuolo, e, secondo che ad alcuni
piace, uccisa Creusa, lasciato il troiano lito, primieramente trapassò
in Trazia, e quivi fece una cittá, la quale del suo nome nominò Enea,
nella qual poi esso lungamente fu adorato e onorato di sacrifici come
Iddio, sí come Tito Livio nel quarantesimo libro scrive. E quindi poi,
sospettando di Polinestore re, il quale dislealmente per avarizia
aveva ucciso Polidoro, figliuol di Priamo, si partí, e andonne con la
sua compagnia in Creti, donde, costretto da pestilenza del cielo, si
partí e vennene in Cicilia, dove Anchise morí appo la cittá di Trapani.
Ed esso poi per passare in Italia rimontato coʼ suoi amici sopra le
navi, e lasciata ad Aceste, nato del sangue troiano, una cittá da lui
fatta, chiamata Acesta, in servigio di coloro li quali seguir nol
poteano, secondo che Virgilio dice, da tempestoso tempo trasportato in
Affrica, e quivi da Didone, reina di Cartagine, ricevuto ed onorato,
per alcuno spazio di tempo dimorò. Poi da essa partendosi, essendo giá
sette anni errato, pervenne in Italia, e nel seno Baiano, non guari
lontano a Napoli, smontato, quivi per arte nigromantica, appo il lago
dʼAverno, ebbe con gli spiriti immondi, di quello che per innanzi far
dovesse, consiglio; e quindi partitosi, lá dove è oggi la cittá di
Gaeta perdé la nutrice sua, il cui nome era Gaeta, e sopra le sue ossa
fondò quella cittá, e dal nome di lei la dinominò; e quindi venuto
nella foce del Tevero, ed essendogli, secondo che dice Servio, venuto
meno il lume dʼuna stella, la quale dice essere stata Venere, estimò
dovere esser quivi il fine del suo cammino. Ed entrato nella foce, e
su per lo fiume salito con le sue navi, lá dove è oggi Roma, fu da
Evandro re ricevuto e onorato; e in compagnia di lui essendo, da Latino
re deʼ laurenti gli fu data per moglie la figliuola, chiamata Lavina,
la quale primieramente aveva promessa a Turno, figliuolo di Dauno, re
deʼ rutoli. Per la qual cosa nacque guerra tra Turno e lui, e molte
battaglie vi furono, e, secondo che scrive Virgilio, egli uccise Turno.
Ma alcuni altri sentono altrimenti.
Della morte sua non è una medesima opinione in tutti. Scrive Servio
che Caton dice che, andando i compagni dʼEnea predando appo Lauro
Lavinio, sʼincominciò a combattere, ed in quella battaglia fu ucciso
Latino re da Enea, il quale Enea poi non fu riveduto. Altri dicono che,
avendo Enea avuta vittoria deʼ rutoli, e sacrificando sopra il fiume
chiamato Numico, che esso cadde nel detto fiume e in quello annegò, né
mai si poté il suo corpo ritrovare: e questo assai elegantemente tocca
Virgilio nel quarto dellʼ_Eneida_, dove pone le bestemmie mandategli da
Didone, dicendo:
_At bello audacis populi vexatus, et armis,
finibus extorris, complexu avulsus Iuli,
auxilium imploret, videatque indigna suorum
funera: nec, cum se sub lege pacis iniquae
tradiderit, regno aut optata luce fruatur:
sed cadat ante diem, mediaque inhumatus arena.
Hoc precor,_ ecc.
E Virgilio medesimo mostra lui essere stato ucciso da Turno, dove nel
libro decimo dellʼ_Eneida_ finge che Giunone, sollecita di Turno, nel
mezzo ardore della battaglia prende la forma dʼEnea, e, seguitata da
Turno, fugge alle navi dʼEnea, e infino in su le navi essere stata
seguitata da Turno, e quindi sparitagli dinanzi: la qual fuga si tiene
che non fosse fittizia, ma vera fuga dʼEnea, e che, quivi morto, esso
cadesse nel fiume. Ma, come che egli morisse, fu da quegli della
contrada deificato e chiamato Giove indigete.