Signori! chi conosce un poco la storia, e la studia con animo libero

da preoccupazioni, comprende che vi sono delle leggi providenziali che

si effettuano inevitabilmente nel corso delle cose umane, nè forza di

volontà individuale può nulla contr’esse. Quando in sul finire del

passato secolo, una grande nazione, venuta alla coscienza di alcune

idee e diritti civili, volle scuotere il giogo degli antichi privilegi

feudali, le stolte reazioni dell’egoismo de’ nobili e del clero non

impedirono la necessità degli eventi, ed altro non fecero che rendere

più terribile e profonda la rovina del vecchio edificio. Dio ci

guardi dal giustificare gli eccessi della rivoluzione francese; noi

rechiamo l’esempio unicamente per dimostrare che la forza delle idee

si sa fare la strada a tutti gli ostacoli. Cinquanta in sessant’anni

d’esperienze dopo quella grande scossa hanno ammaestrato popoli e

re; hanno generato un completo rivolgimento nella natura dei primi

e nella politica de’ secondi. Il popolo, oggigiorno, non è più una

massa ignorante e passiva, non è più materia maneggiabile a grado di

privilegiati e di sovrani. Un medio ceto numeroso, illuminato, potente,

depositario delle opinioni civili, delle arti, delle scienze, un popolo

che tende per tutto a sollevarsi alle prerogative e ai diritti morali,

costituiscono nella attuale società una forza che si va ogni dì più

emancipando dalla obbedienza passiva, e forma della pubblica opinione

un terribile sindacato al potere. La civile egualità innanzi alle

leggi, il diritto politico del cittadino a far sorvegliare per mezzo ai

abili rappresentanti gl’interessi comuni dell’associazione alla quale

appartiene, il dovere d’ogni nazione di rivendicare sè stessa da tutto

ciò che tende a dividerla, a offenderne il ben essere materiale e la

moral dignità, a impedirne que’ sociali sviluppamenti a cui è chiamata

dalla Provvidenza, sono idee così profondamente impresse nella ragione

e coscienza dei popoli, che il non avvertirle non può dipendere che

da ignoranza, e il non farne conto, o il volerle rintuzzare, che da

una misera illusione ed oltracotanza dell’egoismo governativo. Però

i principi e governi illuminati vanno inclinando l’animo a favorire

queste necessarie condizioni di vita pei loro stati, e si può dire

oramai, che, in mezzo a questo movimento della civiltà europea (a non

volere parlare della Russia, che può considerarsi, pei suoi ordini

politici e pe’ suoi modi barbarici, fuori d’ogni questione civile),

non rimane addietro che l’Austria, nella sua decrepita vecchiezza, e

qualche piccolo stato italiano, che raccomanda il filo della debole sua

vita al simulacro cadente dell’Impero. Il nostro governo è nel novero

di questi servitori dello straniero in Italia.

Signori! le garantie civili, che assicurano il morale esercizio

della libertà privata e la reciproca indipendenza de’ consociati; le

franchigie politiche, che somministrano alla volontà illuminata delle

nazioni i mezzi di manifestarsi e di agire; il buon ordinamento degli

studii, necessari a tutti i più nobili perfezionamenti delle società,

e pe’ quali la pubblica opinione acquista i mezzi di migliorarsi e

di progredire; e, dietro a ciò, lo sviluppamento della liberalità

commerciale, delle istituzioni animatrici, della produzione agricola

e manifatturiera, la moralità e l’istruzione delle classi inferiori,

e le providenze opportune a sollevarle dall’abbiezione in cui vivono,

tutto questo forma, presso a poco, il programma del liberalismo. Non

si tratta di sovvertire la società ma sì bene di migliorarla, non di

annientare il sentimento dei doveri religiosi, morali e civili, ma

di avvalorarne negli animi la dignità e guarentirne l’osservanza.

Ciò non si ottiene dai popoli coll’avvilirli e renderli poveri e

schiavi, sì bene col sottrarli, per quanto è possibile, alle abbiezioni

delle necessità materiali, ed elevarli alla vita dello spirito,

all’intelligenza de’ rapporti e doveri sociali.

Ora, rispondeteci in coscienza: questi desiderii, queste speranze

del liberalismo vi sembrano elle un bene o un male? Non sono anzi

le condizioni essenziali della vera moralità, della vera religione?

Credete voi che possa comprendere la dignità della religione di Cristo

l’anima dello schiavo? Che possa innalzarsi al sentimento dei doveri

religiosi l’uomo nel quale cercate di spegnere il sentimento dei doveri

verso la patria, verso la propria nazione?

Sì, o signori, noi lo proclamiamo altamente; se il liberalismo consiste

nell’amore della nostra nazione, nella speranza della sua indipendenza,

dell’associazione dei suoi interessi economici e morali, nel desiderio

d’istituzioni che assicurino i progressi della intelligenza o della

moralità, che aumentino coll’agiatezza la civiltà, che con larghe e

ben regolate leggi economiche ci ritornino nello splendore dei nostri

antichi commerci, che, offrendo al povero popolo mezzi d’istruzione,

di lavoro, di risparmio, lo educhino alla moralità degli affetti

domestici, e ne innalzino l’anima al concetto di una Provvidenza che si

occupa delle sue miserie, se questo è liberalismo, noi lo proclamiamo

in faccia a tutta l’umanità e nel cospetto di Dio, siamo liberali.

Noi comprendiamo che questo nome possa parere una bestemmia a qualche

appaltatore di gabelle pontificie, a qualche monsignore, che speri, col

non saper far nulla, essersi acquistato merito ad una delegazione o

ad un cappello cardinalizio, e non pensi che ad impinguare la propria

famiglia delle ricchezze dello stato; ma per noi popolo, questo nome è

cosa grande, che ci lega a tutte le più care speranze, a’ più elevati

destini, ai quali la Provvidenza chiama l’umanità. Ora dimanderemo a

voi che cosa fa il governo pontificio, non già in fatto di riforme

politiche (chè potrebbe parere un sogno il pretendere una costituzione

dal papa), ma almeno in favore di quegl’interessi economici e civili

che, senza scemare menomamente il potere assoluto, assicurano anzi,

col ben essere e la tranquillità dei sudditi, la esistenza medesima

d’un governo? Da quali norme di ragione e di giustizia, da quali lumi

è guidato nel regime dei popoli alla sua cura commessi? Signori,

nell’attuale movimento degl’interessi civili ed economici delle varie

nazioni, colle strette attinenze che si vanno generando fra popolo

e popolo per la necessità delle comunicazioni, e pei rapporti delle

industrie e dei commerci reciproci, il primo dovere di un governo che

non voglia rovinare prima i suoi sudditi e poi sè stesso, si è quello

di studiar bene la suscettibilità produttiva e la posizione relativa

dei propri stati, onde adattarvi un conveniente ordinamento di leggi

industriali e commerciali, ed assicurare per tal modo il ben essere

della popolazione nelle sue classi diverse. Per lo stato pontificio

v’ha in ciò, oltre ad un dovere comune di ogni governo rispetto ai

governati, un dovere verso tutta la nazione. Il governo nostro sarà

tenuto a render conto, non solo ai suoi sudditi, ma a tutta Italia,

della sua zotica opposizione a quei miglioramenti economici che sono

richiesti dal tempo. La sua contrarietà alle strade ferrate, per citare

un esempio, impedendo una spedita comunicazione tra le Due Sicilie

e l’Italia settentrionale, è inceppamento grande a quello sviluppo

di attività commerciale a cui tendono gli altri stati italiani, e

può esser causa alla nazione di perdere molte buone occasioni di

risorgimento, e fonte di miserie infinite. Dicasi altrettanto della

opposizione che troverebbe una lega doganale italiana presso i nostri

governanti, siccome buoni servitori che sono, forse senza avvedersene

nè anco, degli interessi austriaci in Italia. Ma torniamo a noi, sui

quali ora ricade il maggior peso di questa cattiva economia politica;

se pur di tal nome, che suppone scienza, si può chiamare una farragine

di disposizioni arbitrarie, non emanate da alcun principio di vera

dottrina e di pratica illuminata, protezioni assurde, proibizioni

irragionevoli, rovinosi appalti finanziari, monopolii, e tutta la

trista schiera delle infelici illusioni del sistema proibitivo. Tutt’i

governi civili di Europa hanno conosciuti i danni di questo falso

sistema, e vanno emendandosene; anche gli altri principi italiani

provvedono ai casi propri con saviezza e coscienza; solo Roma vuol far

male per non fare ciò che fanno gli altri; e anche in questo ella è

umile discepola dello indietreggiare dell’Austria. Niun altro mezzo poi

di miglioramento morale ed economico è incoraggiato, e neppur tollerato

tra noi. Si sa l’avversione dei superiori per tutto ciò che puzza

d’associazione; bando assoluto adunque a questa idea in qualunque sua

applicazione, che è come dire bando ad ogni impresa di migliorazioni

agricole o manifatturiere, bando a società di qualunque genere,

sieno gravi o dilettevoli, ad accademie scientifiche o letterarie,

ad istituzioni filantropiche. Tutte le nostre città, o signori,

hanno sofferte ripetute ripulse a tutte le dimande fatte al governo,

intorno alle qui riferite cose. Intanto una frequente gioventù,

non educata a nobili emulazioni, e veggendosi attraversata ogni

generosa ed utile carriera, si abbandona all’ozio, alla sensualità,

allo scetticismo; il popolo, nella inoperosità e nella miseria, va

perdendo quella seconda vita, che è propria di lui, e che, bene usata

da accorti reggitori, potrebbe partorire generosissimi effetti; le

classi medie, i possidenti, i negoziatori impoveriscono: scarsi e

mal commerciabili i redditi, infiniti i pesi, e con tanta gravezza

delle imposte anche indirette, e spesso arbitrarie a carico delle

comuni e delle provincie, il governo non basta a sostenere le spese

ordinarie, per le quali sole v’ha un notevole _deficit_, senza poi

far parola delle truppe estere, che sono altra gravissima sorgente

di rovina economica per lo stato, di demoralizzazione, di sozze e

crudeli malattie, e di irreligione pel popolo. Se a questo aggiungasi,

che quel poco che ci resta è mal guarentito, che la sicurezza del

cittadino è disturbata di continuo da aggressioni e ladronecci, per

non curanza delle polizie, che hanno occhi soltanto per travedere

colpe politiche, anche dove non sono; se aggiungasi che non esiste un

codice di leggi bene ordinate e appropriate ai nostri bisogni, che le

procedure civili sono lunghe, dispendiosissime, complicate ad arte

dal curialismo romano, al quale ne viene affidata la compilazione,

voi, o signori, riflettendo a tutto questo con sincero cuore, dovrete

convenire di due cose: l’una, che il governo ha offesi sino ad ora

enormemente con la sua mala amministrazione gl’interessi dello stato,

e questo è un male grande pei sudditi; l’altra, che da tutte queste

cagioni debbe necessariamente generarsi nell’animo dei medesimi una

immensa disistima verso i reggitori, per la loro poca intelligenza

dei buoni ordini civili, e rivolgimento grande di coscienze, per la

loro volontaria perseveranza negli errori; e questa seconda cosa è un

grandissimo male per il governo; e presto o tardi se ne accorgerà,

perchè gli affari del mondo oggidì camminano presto, e guai a chi resta

addietro, e per volere star fermo, fa male agli altri. Nondimeno, o

signori, se i danni si fermassero qui, i popoli curverebbero forse le

spalle, e pazienterebbero. Ma vi ha di peggio assai. Vi ha la polizia

con le sue vessazioni politiche, v’ha i commessi, i carabinieri, i

volontari, coi loro atti arbitrari, violenti, provocanti l’ira del

popolo. Non v’ha peggior cosa per un governo, che questa del permettere

gli arbitrii, e levar via dagli animi, esso per primo col proprio

esempio, il sentimento della legalità. Se un governo non sa rispettare

la legalità, non la rispetteranno certo i suoi sudditi; sono poi un

effetto di questa indulgenza del governo all’arbitrio, gli eccessi

di una fazione di gente scellerata, che vive dello spionaggio, che

si arricchisce di ogni falso allarme dei governanti, e però soffia

nel fuoco, provoca, attizza; ne sono un effetto gli operamenti delle

commissioni; e se avete sindacati con coscienza i loro processi, se

vi siete informati nei nostri paesi della loro condotta, saprete

meglio di noi che cosa siano. Noi possiam dirvi (unico compenso nella

nostra sventura) che l’infamia delle medesime, la qual tutta ridonda

a vergogna di chi le permise ed incoraggiò, è oggi pubblicamente nota

per le stampe; e perchè sappiate che giudizio fanno di siffatte cose

i pensatori anche i più moderati, e per non ripetere più a lungo cose

note e dette da altri, noi vi rimettiamo ad un libro che tramanderà ai

posteri la memoria di questi obbrobrii; un libro di un uomo generoso,

il marchese Massimo d’Azeglio, conosciuto e amato da tutta Italia pei

suoi meriti letterari ed artistici, e per le sue alte virtù civili.

Signori! quest’uomo, al nome del quale rispondono con viva gratitudine

i cuori d’un intero popolo, assunse spontaneamente la nostra difesa,

come si piglia dai generosi la difesa della sventura. In quel suo

libro, al quale noi tutti possiamo fare testimonianza, ei dice la

verità, ma non dice tutto, perchè bisogna vivere e soffrire lungo tempo

nei nostri paesi, per poterlo dire. Voi vedrete da quel libro che,

se qualche centinaio di tribolati ha protestato violentemente contro

la persecuzione e l’ingiustizia, ciò avvenne dopo tali provocazioni,

che fanno ricadere tutta la responsabilità di quei fatti sul capo di

chi ci governa. E se quei pochi si mossero per non saper soffrire,

gli altri, e son tutti, sapete perchè non favorirono il movimento?

Perchè non era tempo; perchè, più dalle proprie scontentezze, prendon

norma dagl’interessi italiani, perchè Italia e la sua indipendenza ci

sta in cuore più dei nostri particolari bisogni. Signori! una tale

situazione è grave pei sudditi, gravissima pel governo. Il male ha

profonde radici, nè i modi estraordinari e tirannici di repressione,

le carceri, i patiboli valgono ad annichilire le idee, sibbene a

concitare le passioni. Noi abbiamo detto in principio, che un grande

cangiamento si è operato nella natura dei popoli, e che i re hanno

imparato, la maggior parte, a rispettare in quelli la dignità d’uomini.

Le esorbitanze del potere si fanno ogni dì più infrequenti, e, a

parlar solo di cose italiane, i principi della Penisola, più o meno,

vanno operando qualche cosa di bene. L’agricoltura, l’industria, il

commercio, gli studi, le arti, l’educazione popolare, le istituzioni

di pubblica beneficenza fioriscono in Toscana, nelle Due Sicilie e in

Lombardia ancora, e sopra tutti in Piemonte. Visitate le città, le

borgate, le campagne, e vi troverete frequenti scuole infantili, case

di carità e d’industria, uomini di scienza e caritatevoli, parrochi

pieni di dottrina, veri ministri del Vangelo, che istruiscono i

fanciulli del loro popolo, che predicano l’amore, la fratellanza, la

virtù; e da per tutto vita attiva, lavoro, moralità. Signori! nelle

nostre città, nelle nostre campagne il popolo è abbandonato alla

corruzione e alla miseria. Nelle nostre città si sono uditi vescovi

predicare la guerra civile, la crociata contro i liberali; si sono

veduti i preti mescolarsi alle misere ire di parte, eccitare la

canaglia a furibonde passioni. Non v’ha terra cattolica in cui il prete

veramente cristiano sia così raro, come nello stato della chiesa; sono

immischiati a tutte le passioni più avare e più sozze di questo basso

mondo; e il popolo ne ha mali esempi e scandali, e diviene miscredente.

A tutti questi inconvenienti, voi recherete in iscusa questa parola:

Le rivoluzioni!... Signori! le rivoluzioni non le fanno i popoli

ben governati. Costa assai una rivoluzione, perchè un popolo vi si

precipiti entro, senza gravissime cagioni; e sono queste cagioni che i

governi savi cercano di torre via. I popoli pontificii hanno diritto di

fare un confronto tra i procedimenti degli altri governi e quelli del

proprio; e se, alla vista del progredimento delle condizioni civili dei

popoli cristiani in generale, e degli stati italiani in particolare,

i popoli pontificii dimandano ai loro governanti che cosa hanno fatto

dalla restaurazione in poi, noi non sappiamo che risposta potranno

dare. Gli studi permessi nelle università possono essere una misura

delle viste scientifiche e civili del nostro governo. Tutte le scienze

che servono a formare uomini di stato, o giovano allo sviluppo della

vita industriale e commerciale, tutte quelle discipline che eccitano

gli animi a sentimenti patrii e generose espansioni, ne sono bandite

come una maledizione. Nulla di economia sociale, di diritto pubblico,

di storia letteraria, civile e politica italiana, poco di letteratura

italiana, e quel poco pedantescamente insegnato, poco o nulla di

scienze naturali applicate alle arti, nulla, insomma, di tutto ciò che

dà vita e moto all’attuale civiltà. Nondimeno da molti si studia senza

il permesso dei superiori; le idee, materia sottilissima, filtrano da

tutte le parti, e ciò non fa che accrescere il divorzio tra governo

e sudditi. Signori! noi vogliamo concedervi (così tra parentesi) che

tutto questo sia un male; che la tendenza delle nazioni ad una vasta

associazione d’interessi, che queste industrie, questi commerci, queste

garanzie politiche, questa libertà della stampa, questo voler sapere

come si è governati, questo volere inframmettersi delle azioni dei

principi, che da prima trattavano le loro bisogne con tutto il loro

comodo, senza che altri vi ponesse mano, sia un male, una diavoleria.

Ma che cosa ci volete fare? ella è divenuta una smania di quasi tutta

Europa. Anche la Germania ha voluto la sua lega doganale, e adesso

vuole le sue costituzioni. Quella instancabile Polonia risorge sempre

più fiera ed eroica dalle sue rovine, e più tempo corre, più si

avvalora nella fede de’ suoi santi diritti, più s’inquieta del mercato

nefando che d’essa fu fatto. Nè l’Ungherese e il Boemo osservano

inerti i magnanimi ardimenti, e l’Austria ha grandi conti da saldare

anche a quelle nazioni. E Italia non dorme, e grida allo straniero, e

sembra, ora più che mai, rallegrarsi di vicine speranze. Contro questa

forza della opinione, che (lasciando la parentesi gesuitica) non è

un male, perchè si conforma ai più sacrosanti diritti della umanità,

contro questa forza, dico, credete voi che la volontà di pochi, a’

quali tornerebbe a conto il contrario, possa bastare? La storia ha

mostrato che questa lotta dell’egoismo de’ pochi contro il diritto di

tutti alla perfine va a finir male; e il meglio sarebbe di cedere e

rispettare i diritti dei popoli. I governi prudenti lo fan per amore; i

meno savi, presto o tardi, sono costretti a farlo per forza. Signori!

vi hanno governi protestanti in Europa, e lo diciamo a vergogna de’

governi cattolici, e in particolare del nostro, il quale dovrebbe

insegnare la buona via a tutti gli altri, v’hanno governi protestanti,

i quali, guidati insieme dal lume della scienza e della carità, non

si vergognano, nè si stancano di analizzare e studiare profondamente

le miserie sociali onde sono afflitti, e penetrandone le più riposte

origini, vanno adoperandosi di medicarli per quanto è da loro.

Que’ governi, o signori, rispettano ne’ tumulti popolari il diritto che

ha chi soffre di lamentarsi qualche volta. Che cosa fa ora, o signori,

l’Inghilterra protestante verso l’infelice Irlanda? non le apparecchia

catene, non carceri, non patiboli; ma le dà adito invece a poter

manifestare più ordinatamente e con più legalità le proprie piaghe. Il

governo inglese sa che i popoli agiscono più tranquillamente quando

sono equamente costituiti. Ora a noi. Per quanto il governo si studii

di mentire il vero senso de’ moti popolari dello stato, il fatto è che

questi moti, e i più recenti in particolare, non significavano altro

che un bisogno di riforme economiche e civili. Le dimande espresse nel

manifesto pubblicato in Rimini non erano nè eccessivamente ardite, nè

contrarie a quelle norme di ragion civile che molti buoni governi,

anche assoluti, oggi hanno adottate; e basti l’esempio di Prussia,

altro governo protestante, che fa vergogna all’apostolica Roma. Or

bene; che cosa hanno fatto i nostri reggitori dal moto di Rimini in

poi? Hanno vieppiù aggravata la mano sui sudditi, hanno sparso nuovi

semi di malcontento, non solo nelle quattro Legazioni, ma anche nelle

Marche e nell’Umbria, con arresti e persecuzioni: non hanno ascoltata

alcuna delle fatte dimande, e per tutta ammenda ai mali passati e

presenti, mandano voi, o signori, non a raccogliere i voti delle

popolazioni, non a studiarne i bisogni, ma a spazzare la polvere degli

archivi e a sfogliar processi; e intanto i gravi disordini, gli errori

amministrativi d’ogni genere, gli arbitrii e le provocazioni, severe e

profonde cagioni del nostro mal essere, rimangono intatti. La vostra

missione adunque fu in tutto inutile e ridicola; e noi protestiamo

contro la leggerezza di un governo che giuoca spensieratamente, per un

male inteso interesse per una inconcepibile mania di opposizione, la

quiete, la moralità, la vita de’ suoi sudditi. Signori! Noi vi vogliamo

dire, infine, tutta la verità. Non crediate che qui si congiuri e si

tramino ascose insidie al potere. Forse i cattivi procedimenti dei

nostri rettori andranno movendo, or qua, or là, reazioni e tumulti;

ma le quistioni che abbiamo col governo hanno per noi un interesse

secondario, e la principale è la questione italiana. Sarebbe inutile

di perder tempo ed opera nelle prime, innanzi che la seconda non si

maturi. Il giorno che i nostri fratelli italiani crederanno di poter

combattere lo straniero, noi li seguiteremo coll’energia di un popolo

stanco e indignato; e allora, o signori, tutte le ragioni tra la corte

romana e i suoi sudditi saranno in breve pareggiate. Ecco tutto. Questo

giorno può essere lontano, ma potrebbe eziandio essere poco remoto.

Vi sono grandi probabilità anche per questa seconda combinazione.

L’Austria, quest’edificio composto di elementi che ripugnan tra loro,

e tenuto insieme sin qui dalla sola forza materiale, nell’interesse

di una famiglia sovrana, quest’opera mostruosa dell’ambizione, ha in

sè i germi del proprio dissolvimento. D’altronde una grande mutazione

si va compiendo nello spirito del popolo italiano. Egli sente il

suo avvenire, si riscuote alle memorie gloriose del suo passato, si

va educando ai sacrifici, ai martiri, e le vessazioni non fanno che

rattemprare vieppiù gli animi, per modo che noi dobbiamo saper grado,

in certa maniera, a chi ci fa male. La vita italiana d’oggidì si è

dunque elevata al sentimento della nazionalità. L’Italiano non si

rifugge più, per evitare il senso delle sue miserie, in uno spensierato

sensualismo. Guardate la letteratura, prima espressione del sentire di

un popolo. Essa oggi non è più profumata dalle lascivie mitologiche,

dalle ridicolezze pastorali dell’Arcadia; ma è piena d’aneliti

italiani. L’epoca letteraria presente è un preludio che annunzia le

armonie della futura resurrezione. Non v’ha città, non v’ha borgo oggi

in Italia, ove ogni ceto non s’interessi delle nazionali speranze, non

si accenda ai discorsi o agli scritti generosi di cose patrie.

Signori! credete voi che l’egoismo e le profane ambizioni di poche

tonache nere, di pochi mantelli prelatizii basteranno a trattenere

questo movimento providenziale di un popolo intero? Ora a fronte di

questi bisogni, di questi sentimenti, che cosa si vorrebbe fare del

suddito pontificio? Un individuo privato di forza e di dignità, un

essere passivo che si vuole escludere da ogni cooperazione generosa

al ben essere e alla gloria della sua nazione, a cui si impedisce

persino l’intervenzione ai congressi scientifici italiani, in cui

ogni nobile pensiero, ogni desiderio civile è punito come un delitto.

Signori! vi pare egli che ciò possa essere, che ciò possa durare? che

anime generose, venute nella coscienza della propria dignità, della

propria libertà morale, possano patir questo? Non solamente il nostro

governo attraversa ogni via di progresso materiale del quale pur si

giovano gli altri sovrani per tenere a bada i popoli, contentandoli in

questa più bassa sfera di bisogni; il governo pontificio distruggere

vorrebbe sopra tutto ogni dignità civile nei propri sudditi. I più

elevati bisogni dell’anima, quei sentimenti pei quali l’uomo si sente

partecipe di qualche cosa di più grande, che non è la sua meschina

individualità, pei quali patria, nazione sono idee che fanno battere

il suo cuore, tutti questi sentimenti sono in diritta opposizione

cogl’interessi della corte romana. La censura pontificia non ha voluto

passare soventi volte l’attributo d’Italiano, nel suo senso più elevato

e nazionale. Deplorabile aberrazione, e che sarà feconda di grandi

sventure! Signori! il papato, ne’ bei tempi delle Comuni italiane,

fece doppia opera d’indipendenza: liberò la religione dalla soggezione

degl’imperatori tedeschi, aiutò le città italiane nella gloriosa fatica

della loro emancipazione. Le industrie, i commerci, le arti belle, le

lettere fecondarono la rinata civiltà italiana in quei tempi di libertà

nazionale, e la civiltà italiana fu la fonte di tutte le civiltà

europee. Ciò rese il papato popolare e nazionale nel medio evo. Da che

il papato si congiurò negl’interessi dell’assolutismo, e in quelli

dell’Austria, divenne odioso, antinazionale. Non solo i suol sudditi,

ma tutta la nazione protesta contro quella illiberalità, e questa turpe

alleanza del papa cogli stranieri; e tale protesta è terribile.

Valga l’ammonizione.

Dagli Stati Pontificii, 28 aprile 1846.

FINE.

INDIRIZZO

AL SUCCESSORE DI GREGORIO XVI

SCRITTO PER CURA DI UN GALANTUOMO

_Diligite justitiam qui

judicatis terram._

Degli ultimi casi di Romagna · 第 11 / 17 段