gravi disordini dell’amministrazione e degli innumerevoli mali
ch’esse dovevano sopportare, le provincie sopportavano pazientemente,
imaginandosi che lo stendardo tricolore che sventolava sull’Italia
avrebbe, tosto o tardi, condotto la santa sede a sciogliere la data
fede. Ma gli uomini, nelle cui mani era caduta la somma delle cose
francesi nel 1838, invece d’imitare Thiers, il quale nel 1836 ricusò
d’evacuare Ancona, sgombrarono quel posto importante senza che il
papa avesse concedute le promesse riforme, o data alcuna garanzia pel
futuro. Allora videro le popolazioni chiaramente che non dovevano
far calcolo che sulle proprie forze, se pur volevano riconquistare
le loro franchigie. Un tentativo d’insurrezione si fece in Bologna
nel 1843. Le cause che l’arrestarono son notorie. Roma avrebbe dovuto
aprire gli occhi alfine, e soddisfare i bisogni ed i voti onesti delle
popolazioni; ma non fece niente altro, che incrudelire su chi aveva
messo mano a quel moto, e incaponire sempre più a non toglierne le
cagioni. Invece di alquanto sgravare i sudditi, il governo accrebbe
il peso delle contribuzioni a loro imposte: invece di porre le
finanze in ordine, aumentò il _deficit_ ed il debito pubblico: invece
d’incoraggiare l’agricoltura, il commercio, l’industria, il progresso
delle scienze e delle arti, lasciò il popolo scioperato, inceppò il
corso dei buoni studi, censurò i congressi scientifici, s’oppose alla
costruzione delle strade ferrate, e pose incagli all’introduzione degli
utili ritrovati.
Per compiere questa pittura aggiungeremo che Roma non solo conservò i
tribunali politici, le giurisdizioni ecclesiastiche, l’Inquisizione,
ma creò inoltre commissioni militari, le quali furono prodighe oltre
misura della pena di morte contro ogni principio di giustizia e
d’umanità; conciossiachè la morte inflitta da tribunali militari, dopo
uno sommaria procedura, senz’alcuna delle guarentigie riconosciute
dalle leggi di tutte le nazioni incivilite, non può chiamarsi atto
di giustizia, ma bensì giudiziale assassinamento. Quindi è che il
malcontento è universale: le persecuzioni incessanti, le prigioni piene
a ribocco, e i rifuggenti a strani asili sempre più numerosi.
Un tale stato di cose non può durar lungamente; se non vi si apporta
qualche alleviamento e rimedio, questo turbamento si estenderà e
radicherà non solo negli stati del papa, ma nel resto d’Italia ancora.
Non mi tratterrò a dimostrare quanto l’onore e l’interesse della
Francia siano compromessi nella presente quistione. Basta leggere i
brillanti discorsi pronunciati in occasione dell’evacuazione d’Ancona
dai signori Guizot e Duchâtel, attuali ministri, e dai signori Thiers,
duca di Broglio, Villemain, de Vatry ed altri molti oratori eminenti
delle due Camere per chiarirsene.
Spero che il governo francese non vorrà abbandonare del tutto
quelle misere popolazioni, i cui numerosi e giusti richiami contro
l’amministrazione papale gli sono notissimi. Spero che l’attual
ministro di Francia presso la corte di Roma volgerà tutta la sua
influenza e diplomatica perizia a favore del paese suo nativo, onde
conseguisca le necessarie riforme.
Ma non conviene che gl’Italiani si nutrano di illusorie speranze.
Essi debbono far valere la loro causa con prudenza politica non meno
che con energia e perseveranza, aver di mira il bene della loro
patria, e non il successo di un sistema o di un partito, e ricordarsi
che senza concordia, e soprattutto senza unione, l’Italia non potrà
giammai superare i grandi ostacoli che le attraversano le vie alla sua
rigenerazione ed alla sua felicità.
Parigi, settembre 1845.
LETTERA
del reverendo ORAZIO BUSHNELL
DOTTORE DI TEOLOGIA DI HARTFORD, STATI UNITI D’AMERICA
AL ROMANO PONTEFICE GREGORIO XVI.
_Venerando Pontefice!_
So che queste mia lettera non verrà da voi bene accolta. Io parlerò
in essa schietto e senza sospezione che l’eminente dignità vostra
mi assoggetti ad una indebita ritenutezza; ma parlerò in guisa che,
se talvolta sembrassi vostro avversatore, voi, nullameno, possiate
riconoscermi avversatore rispettoso e liberale.... E sta bene
l’aggiungere che nel fare il giro dell’Italia, il quale ho testè
compito, io non adempiva ad alcun incarico dell’alleanza cristiana. Ma
venni a voi semplicemente, come la comune dei viaggiatori fa, benchè
non scevro di dubbio, per lo stile del vostro breve (contro l’_Alleanza
medesima_ 8 _maggio_ 1844), ch’io dovessi ad un abbaglio di polizia la
permissione avutane di passare. Vidi naturalmente quel che si offerse
agli occhi miei: investigai, come ogni intelligente viaggiatore suol
fare, e forse con una non ordinaria diligenza, e niente mi riuscì più
gradito, che di rinvenire alcune cose per le quali il mio giudizio del
vostro sistema potea essere alquanto raddolcito; e quando poi giunsi
a scoprirvi parti eccellenti e belle veramente, ebbi a provarne un
purissimo contento. Eppure ne ritorno collo spirito afflitissimo del
tristo spettacolo che ho visto: la lugubre imagine del vostro stato
m’insegue dappertutto: e se mi assido a scrivere questa rimostranza,
il fo nella speranza delle benedizioni che sono promesse a chi visita
coloro che gemon nelle carceri, e ad essi ministra... E prima di tutto
deggio protestare contro al disonore che voi fate alla religione per
quella specie di civil governo che voi, congiuntamente col vostro
spirituale officio, sostenete. Egli è, per non dire altro, un fatto
molto straordinario questo, che voi, il quale vi chiamate ministro,
anzi vicario di Cristo, siate diventato appunto quel regal personaggio,
quel re, il quale Cristo non volle a niun modo essere. Tale però
voi siete, e di questo la responsabilità grava le vostre spalle;
responsabilità la quale dee misurarsi non solo dall’estensione del
poter vostro, ma, e molto più, dalla santità delle vostre pretensioni.
Voi vi dichiarate capo della Chiesa di Cristo... e pure voi avete
fama d’essere capo del pessimo governo di tutta Cristianità[10]. Al
viaggiatore che attraversa gli stati vostri, nulla si appresenta
che indichi prosperità o contentezza: niun segno di miglioramento
gli rallegra la vista, che non sia smentito da segni di scadimento
e ruina. Come la mesta Campagna, regione un tempo di fertilità e di
vita, accerchia Roma di silenzio e desolazione, così, politicamente
parlando, ogni cosa vostra che partecipi della natura della speranza,
della bellezza sociale, del pubblico avanzamento, langue e disseccasi
nell’aere maligno del vostro sacerdotale dispotismo. I vostri ministri,
benchè tutti assoluti, non hanno alcuna determinata sfera d’azione, nè
sottostanno ad alcuna responsabilità. Nei decreti loro contraddicono
l’un l’altro e voi medesimo, usurpando anche le attribuzioni delle
corti di giustizia per opposte vie, come queste alla loro volta
violano la giurisdizione e le decisioni l’una dell’altra. L’obbedienza
è perplessa e schernita, ed il torto, circondato da tante emole
magistrature, le quali dovrebbero esserne i vindici, è costretto a
comperarsi la sua riparazione a tal costo, che il pubblico rimedio
riesce spesso peggiore e più crudele della privata ingiuria. Perchè
ogni centro di potere, eccettuatine pochi, è la sede di qualche
imbroglio, e bazzicanvi dattorno creature d’amendue i sessi, le quali
sanno colla chiave di sporchi e criminosi segreti, o per virtù di ben
noti articoli di società, aprire e chiudere a loro talento le porte
del favore. L’innocenza non è protezione, perchè i vostri processi
criminali sono segreti, come tutte le opere delle tenebre. Se uno ha
beni non gli resta altro scampo che quello di correre arditamente
l’arringo, e scapparne fuori con quel che gli può rimanere, oppure
d’aprirsi sordamente la via con gl’intrighi e le subornazioni. Il
dar saggio di ingegno crea, a chi non è nel sacerdozio, sospetti e
pericoli: spie se ne stanno in agguato per una qualche mercede, e
l’esilio non si fa lungamente attendere. Il vostro clero ambizioso
e vorace ha invaso non solo le chiese ed i monasteri, ma ancora gli
stadi dell’educazione, le corti di giustizia e tutte le magistrature
maggiori: fino il ministro della guerra deve essere un prelato. Ogni
nutritiva ed eccitante speranza è perciò tolta alla gioventù. Niuna via
ad avanzamento è schiusa, eccetto quella cui si entra per la umil porta
della dipendenza ecclesiastica: lo che disanima ogni magnanimo conato,
e volge tutti i rivoli dell’ambizione entro lo stagno dell’ipocrisia,
il più vile de’ peccati. Mai non potrò obbliare il mesto sguardo di
un brillante e compito giovane quando mi disse: «Alcuna speranza,
signore, non v’ha qui per noi: i preti ci hanno tolto ogni cosa».
Frattanto voi avete l’esercizio dei più proficui negozi venduto, come
monopolii. Il traffico di contrabbando, che a quelli tien dietro in
lucro, è pur esso virtualmente venduto, essendo i dazi da cui procede
tenuti alti, come ne corre voce fra le persone più gravi, per un
continuo intrigo dei contrabbandieri con certuni presso del governo.
Quel che ne rimane dopo che la cortigianerìa ha esausto i suoi sorrisi,
e l’astuzia la sua cupidigia, va a nutrire l’onesta industria. Il
lavoro manuale poi, essendo naturalmente la più indifesa delle potenze
sociali, giace depresso più disperatamente ed angosciosamente d’ogni
altra. E per timore che la miseria alzi il sospiro dell’impazienza,
o l’infortunio sprigioni il non permesso gemito, voi stanziate nelle
vostre impoverite e scorate provincie un esercito di soldati grosso
abbastanza per contenere un impero in pace. Indi imponete loro un altro
esercito di ecclesiastici fuori affatto di misura coi mezzi, e, vorrei
sperare ancora, coi peccati di esse (a Roma si conta un ecclesiastico
fra ventotto abitanti), il quale di necessità viene, come il primo,
sostentato dalla borsa del popolo: e poi, quasi che la terra non
fornisse ministri di concussione abbastanza, voi mettete a quartieri in
quelle un terzo esercito di santi, flagello pessimo e terribilissimo;
perchè santi ogni terzo giorno di lavoro scendono dal cielo a legare
le mani all’industria. Forse i vostri popoli sorreggersi potrebbero,
se non prosperare, al peso delle vostre terrene concussioni. Ma
quando il cielo stesso vien giù a deluderli, ogni loro sforzo sarebbe
insufficiente. Quale popolazione, infatti, privata di una terza parte
della sua industria, quale popolazione educata alla scioperatezza e
spinta a gironzar per le vie, come la vostra fa nei dì feriati, ed
in questa guisa a consumare un terzo del suo tempo in un _legale far
niente_, potrebbe lungamente ritenere qualche vestigio di prosperità
o savia economia? In verità io non ebbi mai un’idea così magnifica
della liberalità della natura, che allorquando rimirai l’innumerabile
esercito di consumatori il quale voi avevate potuto condurre alla preda
senza lasciarvi dietro le spalle una fame ed una mortalità universale.
Per fornire questa miseranda pittura non mi è duopo d’aggiungere altro
se non che voi avete aduggiato le abitazioni del vostro popolo, e
resele aride di consolazione. Perchè è quivi che gli oppressi degli
altri paesi ponno sempre temperare colla libertà e nell’espansione
dell’amore e delle simpatie domestiche l’amaritudine delle loro
afflizioni.
Ma da voi i vostri confessori vanno sempre, come i vostri agenti di
polizia, rovistando sintomi di scontento, ed odorando, per dir così, in
ogni canto le ansie meditazioni della sventura. Spesso a Roma sentiva
io vantarsi che i vostri preti formano una così mirabil polizia!
Voi intromettete un confessore tra moglie e marito, e tra loro due
ed i loro figliuoli; talchè, se questi biasciano un libero motto, o
prorompono in un sospiro a mensa, sanno già che un invisibile orecchio
gli avrà intesi; ed allora, se scansano la prigione, proveranno ciò
che sia l’obliterare colle penitenze l’angoscia ch’ei cercarono
d’alleggerire colle parole. Conseguentemente è loro mestieri di
chiudersi in petto i pensieri loro, di non confidare l’uno nell’altro:
al focolare non v’è libertà, la mensa è un circolo di spioni, e
l’ultima gocciola di consolazione che il cielo concede in alleviamento
dei dolori dell’oppressione, è così dissipata.
Laonde avviene di necessità che il carattere del vostro popolo è
tanto depresso, quanto lo sono le sue economiche circostanze: del che
nessun viaggiatore sta lungamente in forse. Poichè egli osserva più di
tutto la generalmente bella forma della gente, lo sguardo brillante
ed intelligente, tanto ad essa comune; ma una breve ora gli basta
poi per discoprire in essa una malinconica assenza di tuttociò che
tira al generoso. I vostri sudditi sono appassionati, facili alle
ire, servili, vendicativi, e tristamente sforniti d’industria, di
ordine, di previdenza. Non dico questo di tutti, ma dei più; e ne do
carico a voi, che, regnando sopra di loro in nome di una religione che
promette di esaltar l’uomo ad una divina immagine, gli avete avvallati
anche al di sotto della loro animale natura, ridotti ad una più
profonda ignominia, che il peccato, senza di voi, non avrebbe fatto.
E non si fu per qualche penosa consapevolezza di queste cose che voi
v’induceste a stabilire un più generale sistema di educazione? Ero lì
per ringraziarvene; ma perchè, quando volete compiere un dovere che ha
qualche cosa di cristiano in sè, accoppiate ad esso un qualche segno
opposto all’indole del cristianesimo? Perchè, per esempio, insegnate
voi, per quel che mi fu detto, la geografia d’Italia, e proibite
quella del mondo? Perchè temete voi di far conoscere al popol vostro
quel mondo il quale Cristo imprese di rendere una sola confraternita
nel Vero? Forse perchè non venga in esso a destarsi qualche ubbiosa
veglia di libertà o di lume, conoscendo la più nobile istoria e la più
felice condizione d’altri popoli? Voi avete pure una gazzetta piccina
come la vostra geografia; appena grande quanto una lastra di vetro,
e singolare per questo soltanto, che tuttociò che potrebbe in alcuna
guisa occasionare una riflessione, ne è diligentemente escluso. Anzi la
via più corta ad un Romano per sapere ciò che avvenga in Italia stessa,
è quella di prendere una gazzetta inglese o francese. È dunque per
siffatti modi o stromenti che voi sperate di purgare il carattere del
vostro popolo ed il diffamato nome del vostro governo? Siete voi cieco
a tal punto, che pensiate di poter fare uomini dei vostri sudditi, in
questo secolo senza lumi, senza notizia del mondo, degl’imperi nei
quali è spartito, e delle istituzioni che differenziano questi imperi
medesimi?
Queste censure del vostro governo potrebbero per avventura essere
in alcuni particolari erronee: ma la loro giustezza in genere è
manifesta al vostro popolo stesso ed a tutti i viaggiatori. Forse
voi, rispondendo, addurrete la separazione del vostro civile governo
dall’ecclesiastico, per cui ogni apparente menda di quello debba
considerarsi da sè stessa, ed attribuirsi a cagioni istoriche distinte
dalla vostra religione. Ma si troverà, al contrario, che ciascuna
delle note di civile abbassamento, da me indicate, se ne scorrerete
la lista, è una legittima conseguenza di cause ecclesiastiche, e
niente altro. E di ciò potrei fornirvi anche una prova statistica:
perchè non ha molto che ho visto provarsi da un curioso confronto di
dati statistici, quantunque il documento non siami ora accessibile,
che la pochezza delle esportazioni dai differenti Stati d’Italia,
la mancanza di educazione, la gravezza delle imposte, il numero dei
delitti e dei bastardi stava in istrettissimo rapporto coll’abbondanza
degli ecclesiastici! Roma, la città spirituale, la metropoli della
Chiesa di Dio, ha più ecclesiastici di ogni altra, ed è perciò pessima
e vilissima sopra ogni altra italiana città! Voglia Dio concedervi
qualche cristiana sensibilità perchè piagniate di un fatto tanto
umiliante!
Considerate un momento la posizione vostra rispetto a noi ed al mondo.
Noi vi veggiamo esercitare un poter regale: voi ci dite ancora di
essere il primo vescovo della Chiesa di Dio ed il rappresentante di
Cristo in terra. Noi ci aspettiamo però da voi il più benigno governo
del mondo, la nazione più illuminata, magnanima, libera e felice.
Invece voi svergognate pubblicamente la religione di Cristo col fare
che ogni bene sociale sia per essa aduggiato. Tutti i calcoli fondati
sulla benignità della virtù cristiana si trovano costì erronei, e non
ci resta che d’inferire, che, se Cristo veramente è rappresentato
da voi, Cristo è il più fatale ostacolo al miglioramento ed alla
felicità del genere umano. L’induzione è irresistibile, e, quel che
è più, si fa. Protesto io perciò in nome del mondo cristiano contro
i falli per i quali voi fornite al mondo un tanto funesto argomento.
Io nè dico, nè credo che voi siate un tiranno, nè so che alcuno dei
vostri sudditi vi giudichi tale. Ma la gran disgrazia è che la vostra
ecclesiastico-civile architettura v’ha assegnato un posto che è il
posto soltanto di un tiranno. Perchè voi siete dall’ufficio vostro
locato nel centro di un sistema di oppressione, onde lo governiate;
dimodochè, se non abbondate nell’esercizio dell’officio stesso in prove
di misericordia, che equivalgano ad una rivolta contro quel sistema,
voi fate il déspoto, benchè con tanta più bella maniera, quanto più
sono le vostre intenzioni umane. Voi siete chiamato, nello stile
ufficiale, il _papa_, cioè il padre del vostro popolo; e non dubito
che questo titolo non vi riesca carissimo; e volesse il Cielo che la
vostra infelice ignoranza di una così bella connessità non rendesse a
voi più facile l’ingannarvi in questo, che altrimenti non avverrebbe!
Ma dove sono gl’indizi di quella scambievole confidenza, di quella
scioltezza di modi, di quella tenerezza di protezione corrisposta da
altrettanta tenerezza di rispetto, che contradistinguono i rapporti di
una vera paternità? È egli paterno l’andare in chiesa, come voi fate,
per mezzo due file di soldati? È egli paterno l’assoldare, come voi
fate, reggimenti mercenari, perchè non osate fidarvi del vostro popolo?
Tratto tratto scoppianvi intorno rivoluzioni, e voi mandate a chiamare
le truppe austriache onde vi proteggano da disfatta e da espulsione. E
si sa già dal mondo intero, e da voi meglio che da tutti, che non v’ha
giorno nel calendario nel quale il vostro popolo, se fosse lasciato
fare, non vi caccerebbe d’Italia. In questo io non ravviso niente di
paterno; ed invano cerco qualche scena di paterna benignità in cui voi
accoglieste i vostri figli al seno in libertà, e riceveste le figliali
loro tenerezze. Quel che ho scoperto di più somiglievole a ciò è quando
voi siete visto per l’aria portato al di sopra di loro, trinciando
benedizioni. Ma tosto che questa pompa è finita, voi scappite dentro i
recessi del Vaticano come un oriental tiranno, con intorno sentinelle
che proteggano i vostri sonni. Che se una qualche rivoluzione avesse a
scoppiare prima dell’alba, voi avete sotto il guanciale la chiave di
una porta di soccorso, ed una coperta galleria murata in aria, lunga
mezzo miglio, per cui potreste sbiettarvela entro Castel Sant’Angelo
e rifugiarvi dietro le sue artiglierie. Colà, colla miccia in mano,
Vostra Paternità attenderebbe i suoi figli per carezzarli....
Londra, aprile 1846.
INDIRIZZO
AI REVERENDI PRELATI
MONSIGNOR JANNI UDITOR SANTISSIMO
E
RUFFINI FISCALE GENERALE
Quando voi moveste dalla capitale alla volta di queste provincie, vi
precorse una voce, la quale diceva: essere voi deputati a consultare
le popolazioni intorno ai loro bisogni e alle cagioni del loro
malcontento. Strano ufficio in vero, e che avrebbe comprovata nel
Governo nostro una maravigliosa ignoranza dello stato positivo de’
paesi a lui soggetti, ma dal quale nondimeno avremmo avuto indizio di
buona volontà ne’ reggitori e speranza di lieti successi, perocchè
sarebbe stata aperta con ciò la via alle legali rappresentanze, e
tolta occasione al protestare violento. Ma da quella opinione fu ben
altro l’effetto; ed oggi una voce popolare vi dice: semplici revisori
di processi e d’atti giudiziari. Una voce popolare, abbiam detto,
perocchè niun atto pubblico fa noto l’oggetto della vostra venuta tra
noi, niun appello a niuna classe o corpo di cittadini die’ titolo ad
alcuno di presentarvisi e far rimostranze. Siete adunque venuti a far
nulla per gl’interessi generali delle popolazioni, poco o niente per
qualche diritto o interesse personale che sia stato offeso, come tutto
dì avviene nell’amministrazione della giustizia; e Dio pur voglia
che, almeno in questa parte, a qualcuno di que’ poveri innocenti, che
languono nelle galere per forza d’iniqui giudizi politici, la vostra
opera valga la redenzione! Ciò sarebbe per avventura l’unico bene reale
che uscir potesse da voi.
Sono molti anni che continui mali umori e moti popolari, provanti
gravi sofferenze in chi li opera, estrema inciviltà nel governo in cui
nascono, affliggono, più o meno, tutto lo stato pontificio. Nè è a dire
che que’ moti sieno l’effetto della intemperanza di pochi faziosi.
Chi vive nei nostri paesi, e conosce le remote cause e le immediate
provocazioni, sa che certi umori sono la espressione di una opinione
universale, spinta di tanto in tanto a manifestarsi violentemente dal
mal governo di quegli stessi a’ quali starebbe il sacrosanto obbligo
di por mano ai rimedi civili del male. A che, con ipocrite e compre
parole di giornali, illudere voi medesimi, e tentare di nascondere al
mondo, con incomportabili menzogne, le piaghe vostre e de’ sudditi?
Oggi che i popoli hanno coscienza di sè, ella è impossibil cosa il
governarne a grado vostro i pensieri e i giudizi. L’opinione rende a
ciascuno il suo avere secondo I meriti; ed oggi in Italia i popoli
pontificii sono compianti pel loro patire, e difesi da pubblicazioni
imparziali e documenti, che, dopo fatta la giusta parte del biasimo
all’inconsideratezza dei poveri tormentati, consegnano ad eterna
infamia le nequizie e gli arbitrii di reggitori spietati ed ipocriti.
Quando un governo, dopo tante e così significanti lezioni, prosegue
nella sua mala consuetudine, non si possono fare che due supposizioni:
o che egli non comprenda affatto alcuna ragione di beni e di mali
civili, e vada innanzi alla cieca, ignorando i propri doveri, non che i
pericoli che gli sovrastanno, o che egli sia coscienziosamente tristo
e tirannico, e, a poter perseverare nelle sue voglie malvagie, fidi o
nella sua propria o nell’altrui potenza. Sia l’uno, sia l’altro errore
che oggi guida la politica della vostra corte, o signori, noi crediamo
opportuno l’esporvi senza velo i sentimenti, le speranze, i travagli
dei popoli, e recarvi a mente quelle generali condizioni politiche
alle quali è forse unicamente raccomandata la vita del governo vostro.
I primi potreste ignorarli, e non è meraviglia in chi vive in una
capitale non curante ed oziosa; sulle seconde potreste illudervi. Noi
saremo franchi e sinceri, senza passione nelle nostre parole, perocchè,
forti della ragione e della opinione, non abbiamo bisogno di esagerare.