pubblica, per la ragione dell’offesa la quale si faccia al principato,
ancorchè il delitto per parte di chi lo commette non sia pubblico,
nè popolare, com’è l’antecedente, ma sia privato: cioè che qualche
suddito, ribellandosi al proprio principe e negandogli l’ubbidienza,
gli muova guerra e gli faccia resistenza, o veramente che aderisca o si
dia al servizio di un altro principe suo nemico, oppure gli dia aiuto
di denaro, o d’arme e di vittovaglie in maniera che il delitto ferisca
il principato, e non la persona particolare di quel principe ovvero di
quel supremo magistrato.
La terza specie di lesa maestà, anche di primo grado, è quella la
quale riguarda il delitto che si commetta dal suddito nella propria
persona del principe sovrano, o veramente di quel suo vicario o
supremo magistrato il quale in sua assenza lo rappresenti totalmente,
e che vi stia in sua vece, ma che non ferisca il principato, perchè
non si faccia per mutare il dominio nè la forma del governo, ma che
solamente per vendetta privata o per odio pubblico si uccida quella
persona. E parimente sopra questa specie di delitto cade poca disputa,
che venga stimato gravissimo e degno di gravissime pene, della vita,
della confiscazione dei beni, dell’infamia e di qualche gastigo anche
nella posterità. Ma parimente gran parte vi hanno le leggi e gli stili
particolari dei principali».
. . . . . . .
_Domande dei sudditi pontificii, racchiuse nel manifesto diretto ai
principi e popoli d’Europa._
1.º Ch’egli conceda piena e generale amnistia a tutti i prevenuti
politici dall’anno 1821 fino a questo giorno.
2.º Ch’egli dia codici civili e criminali modellati su quelli degli
altri popoli civili dell’Europa, i quali consacrino la pubblicità dei
dibattimenti, l’istituzione dei giurati, l’abolizione della confisca e
quella della pena di morte per le colpe di lesa maestà.
3.º Che il tribunale del santo Officio non eserciti veruna autorità sui
laici, nè su questi abbiano giurisdizione i tribunali ecclesiastici.
4.º Che le cause politiche sieno quind’innanzi ricercate e punite dai
tribunali ordinari, giudicanti colle regole comuni.
5.º Che i Consigli municipali siano eletti liberamente dai cittadini,
ed approvati dal sovrano; che questi elegga i Consigli provinciali fra
le terne presentate dai Municipali, ed elegga il supremo Consiglio di
stato fra quelle che verranno avanzate dai provinciali.
6.º Che il supremo Consiglio di stato risieda in Roma, sovraintenda al
debito pubblico, ed abbia voto deliberativo sui preventivi e consuntivi
dello stato, e lo abbia consultivo nelle altre bisogne.
7.º Che tutti gl’impieghi e le dignità civili e militari e giudiziarie
sieno pei secolari.
8.º Che l’istruzione pubblica sia tolta dalla soggezione dei vescovi e
del clero, al quale sarà riservata la educazione religiosa.
9.º Che la censura preventiva della stampa sia ristretta nei termini
sufficienti a prevenire le ingiurie alla divinità, alla religione
cattolica, al sovrano ed alla vita privata dei cittadini.
10.º Che sia licenziata la truppa straniera.
11.º Che sia istituita una guardia cittadina, alla quale vengano
affidati il mantenimento dell’ordine pubblico e la custodia delle leggi.
12.º Che, infine, il governo entri nella via di tutti quei
miglioramenti sociali che sono realmente dello spirito del secolo, ad
esempio di tutti i governi civili d’Europa.
In data 23 marzo 1831 fu pubblicato in Roma e nelle diverse città dello
stato pontificio un editto che cominciava colle parole seguenti: —
Un’era novella, ec., e prometteva alle popolazioni delle Romagne molti
miglioramenti di governo. Ma dopo che fu affisso non riuscì più ad
alcuno di averne copia; mi è perciò impossibile porlo come avrei voluto
tra i documenti, ad appoggio della mia proposizione: «Non avere il
governo mantenuto le promesse del 31.» Tuttavia, quand’anche non fosser
cose note, a tutti, il solo fatto di affiggere un editto ed impedire
poi che se ne spargano copie, parla chiaro abbastanza.
Al detto editto fu poscia sostituito l’altro in data 5 luglio 1831[9],
che è attualmente in vigore. Ma tutti i governatori hanno in diverse
epoche ricevute circolari derogatorie ai pochi buoni articoli che sono
in esso, le quali circolari furono sette od otto.
A maggior prova in favore delle proteste incolpabili di violenza,
trascrivo qui la relazione d’un fatto avvenuto in Faenza tre anni sono.
Mi rendo garante della sua autenticità.
«Dopo che nel 1843 furono mandati a vuoto i tentativi di rivoluzione
dello stato pontificio, e furono costretti ad emigrare il cavaliere
Lovatelli e compagni, i volontari di Faenza cominciarono a dar segno di
voler ripetere le infami aggressioni degli anni precedenti, percotendo
ed impunemente ferendo ed ammazzando per le vie i pacifici cittadini. E
precisamente in una sera del settembre 1843 manifestarono questa loro
perversa determinazione aggirandosi per la città in copia e palesemente
armati, e minacciando con gesti e parole. I cittadini, irritati di
questa condotta, dalla pubblica forza tollerata, si unirono In numero
forse di un migliaio circa, e si recarono Inermi sulla piazza maggiore,
a protestare in faccia de’ carabinieri ivi accorsi, ed alla guardia
degli Svizzeri, che non volevano, come nei passati tempi, essere
impunemente percossi, feriti ed ammazzati. La forza usò prudenti parole
a persuadere i più irritati a calmarsi: ed i volontari si dissiparono
sentito il grosso ragunamento fattosi di cittadini sulla pubblica
piazza e nelle logge di essa, protestando ad alta voce non volere più
tollerare di essere bastonati nè ammazzati da sì infame canaglia di
briganti: questi si dissiparono tornandosene alle loro abitazioni.
Alcuni giovani a nome di tutti salirono al pubblico palazzo per fare
al governatore una rappresentanza, la quale fu amorevolmente accolta
(intimidito da questo forte attruppamento di cittadini). In seguito la
forza perquisì i volontari che incontrava di notte tempo, vietando loro
di portare armi occulte, e questi non osarono più turbare la pace del
paese. Nessuno poi dei cittadini fu per questo fatto nè manco ammonito
dal governo.»
SULLE ATTUALI CONDIZIONI DELLA ROMAGNA
DI GINO CAPPONI
* * *
LA QUESTIONE ITALIANA
DI M. CANUTI
* * *
LETTERA AL ROMANO PONTEFICE
DI ORAZIO BUSHNELL
DOTTORE DI TEOLOGIA DI HARTFORD, STATI UNITI D’AMERICA
* * *
INDIRIZZO AI REVERENDI PRELATI
MONSIGNOR JANNI UDITOR SANTISSIMO E RUFFINI FISCALE GENERALE
SULLE ATTUALI CONDIZIONI DELLA ROMAGNA
DI GINO CAPPONI
La sommossa di Romagna è terminata: Iddio non voglia che le mannaie
e le catene brandite ora invece d’armi da coloro che men dovrebbono
usarle, non vengano tosto a suscitarne altre sommosse e più atroci
vendette. E, aggiunghiamo noi, non voglia Dio che le presunzioni di
coloro i quali crederono bastasse a liberare la patria alzare un grido
o un fucile, si voltino in disperazione; e che, dall’opposto lato,
la facile e comoda prudenza dei timidi prevalga così da persuadere
l’inerzia. In Romagna la rivolta è inevitabile per la qualità e le
opere del governo e per lo stato degli animi; anzi una continua
rivolta, più o meno flagrante, è la necessaria condizione di quella
provincia. Ma il buon successo di una rivoluzione è ivi difficile più
che altrove, perchè alla infelicissima Romagna manca un fine a cui
tendere, una sorte in cui sperare. Addosso a lei stanno tutte le forze
dell’Austria, preste a comprimere ogni moto di cui l’Italia possa
giovarsi; ed ancorchè all’Austria ciò sia vietato, ecco la Romagna
ridotta ad essere palleggiata nelle ambagi dei protocolli. Ed oltreciò
il governo, comunque non abbia amici, ha però un numero sufficiente
di partigiani armati, i quali pasciuti a spese pubbliche e ingrassati
negli odii, non ricusano menar le mani per la difesa di lui, dacchè
il governo si è ridotto miseramente a non essere altro oramai che
una fazione. Una rivoluzione fortunata delle Romagne è dunque assai
malagevole, sinchè ella non venga promossa da cause esterne e più
generali; ma lo stato delle Romagne, se fu sin qui torbido, ognidì
più diverrà tumultuario e minaccioso. Le commissioni militari non
pacificheranno quella provincia, dove spirano tante anime ardenti
e disdegnose di soggiacere a una brutal forza; le mannaie non la
quieteranno: e il governo, fatto più che mai straniero e avverso alla
nazione, debilitato dalle sue proprie colpe, debilitato dalla ignoranza
ognor crescente nei reggitori di quello stato, non potrà, senza erario
e senza credito, nemmen provvedere ai suoi stessi partigiani, pagare
gli Svizzeri e mantenersi coll’aumentare un deficit il quale diviene
sempre più rovinoso di anno in anno. Nè può adoperare alcun rimedio,
perchè in un corpo già guasto, gli stessi rimedi vengono a trasmutarsi
in veleno.
La condizione delle Romagne, anzi di tutto lo stato ecclesiastico,
dovrebbe adunque tenersi come disperata; e tanto più disperata, in
quanto che i rumori di quello stato necessariamente si propagano
per tutta Europa e fuori; e se il fare giustizia ai sudditi viene
in qualche modo a scuotere il seggio di quel principe che insieme è
centro dell’unità religiosa, le coscienze se ne turbano, la cristianità
si agita: cosicchè, nell’attuale ordine di cose, è come se la civil
giustizia andasse contro alla religione, e i poveri sudditi fossero
condannati a pagare sangue e lacrime e disordini per la quiete
universale delle coscienze e l’unità della Chiesa. Il governo tale
quale è non può reggere lo stato, perchè egli è ridotto dalla necessità
della sua natura a temere ogni riforma, a impedire ogni miglioramento.
Il governo del papa sussiste perchè tutti sentono il capo della
Chiesa cattolica dover essere indipendente dalle volontà di un altro
principe, e sicuro dai tumulti d’uno stato popolare. La sovranità fu
data al papa perchè egli avesse indipendenza: e considerata per tal
modo la sovranità di lui, si deve tenere non solamente giusta, ma
necessaria (Vedi la nota a pag. 154), e nell’istoria essa apparisce
come la più legittima per l’origine, e fondata più d’ogni altra sopra
il consenso dei popoli. Ma quando la prima volta, più di mille anni fa,
il pontefice divenne principe, e per molti secoli dipoi, la sovranità
si reggeva più che altro sulla potenza d’una idea astratta e sul
prestigio di un nome, ed era contenuta dalle giurisdizioni popolari
o personali che da ogni lato resistevano. I principi non governavano
come ora a minuto la macchina dello stato; e meno d’ogni altro gli
ecclesiastici si brigavano delle faccende amministrative, che essi
lasciavano trascorrere in mano dei secolari. Per tal modo il principato
degli ecclesiastici era ai sudditi generalmente dolce; e potevano le
due potestà andare insieme congiunte senza mostrarsi inconciliabili. Ma
ora che preti e vescovi è necessario che sieno curatori dell’economia
pubblica e inventori di tasse, e generalissimi delle milizie, e (ho
vergogna a dirlo) capi e incitatori di sbirri; ora i vizi d’un tale
reggimento si renderono intollerabili, perchè essi offendono, non che
il pensiero dei più veggenti, anche l’interesse dei più infimi e il
buon senso di tutti: e la dignità degli ecclesiastici si avvilisce
tanto più quanto è più costretta a divertire continuamente dall’alto
suo ministero. Ma se in qualche modo il principato secolare del
pontefice si potesse ricondurre a ciò ch’egli era una volta, mi pare
che le difficoltà, ora affatto inestricabili, si verrebbero a comporre,
per quanto è dato alle umane cose.
Le monarchie già sono e più che mai saranno astrette a concedere la
divisione di quei poteri, i quali da soli due o tre secoli in qua
furono, o parvero raccolti nella persona del principe; i governi
rappresentativi si distendono rapidamente su tutta Europa. E se in
alcun luogo la partecipazione dei cittadini allo stato è conveniente o
necessaria, tale si è certamente, e più che altrove, nello stato della
Chiesa, dove gli amministratori delle cose pubbliche, quando non sieno
tratti dalla nazione, riescono ad essa affatto stranieri per le qualità
del grado e dell’ufficio loro, e vengono affatto a segregarsi da lei,
quasi occupatori dell’altrui suolo. Laonde al pontefice si addice bene
di trarre la gerarchia ecclesiastica da tutto quanto l’orbe cattolico;
ma i reggitori e i ministri del governo secolare gli conviene escano
dalla nazione e sieno secolari: se no, tra la nazione e lui sarà lo
scisma inconciliabile, e amendue fiacchi e travagliati. Un papa che
regni senza governare, quest’è il solo mezzo atto a sciogliere il nodo,
sin qui disperato. Nè si alleghi la difficoltà che avrebbe il pontefice
a mantenere in quel modo l’autorità sua, imperocchè, oltre alla santità
del grado, lo stesso interesse dei Romani lo aiuterebbe a mantenerla.
Roma ha più bisogno del papa, che non il papa di Roma; s’egli, non
dico già si rifuggisse sotto le ali d’un potentato straniero (chè per
lui sarebbe un troppo discendere), ma solamente ne andasse a Orvieto
o a Viterbo, dovrebbero i secolari governanti richiamarlo con le mani
supplichevoli, come i Romani fecero più volte nel medio evo: il papa,
col solo ritirarsi sul Monte sacro, farebbe Roma deserta.
Nel pontefice, attorniato dal sacro collegio dei principi della Chiesa,
starebbe l’alta sovranità tanto sicura e inviolabile, quanto a niun
principe secolare mai non è dato di possederla: e se dall’amministrarsi
lo stato a quel modo, si dubitasse che al papa venissero meno le
rendite necessarie alla maestà del pontificato, agevol cosa riuscirebbe
l’assegnargli, in modo certo e al tutto immune da spoliazione, tanta
ricchezza che bastasse a mantenere anche esteriormente la dignità
dell’eccelso grado. Inoltre mi pare che i potentati cattolici, i quali
bene e debitamente si contrapposero all’abuso tanto eccessivo una volta
dei proventi ecclesiastici, ora (ed allora più che mai) potrebbero,
senza danno e senza scapito della dignità d’entrambi, assicurare al
pontefice una moderata prestazione che immediatamente derivi da quegli
uffici ch’egli esercita: uffici che importano la quiete delle coscienze
e il buon ordine degli stati. A chi paga un console o un ambasciatore
in terra di barbari per vana apparenza di decoro o per guadagno assai
dubbioso, mi pare non disconvenga pagare al papa una bolla per le
istituzioni dei vescovi o per altro qualsivoglia titolo: il che a’
popoli riuscirebbe assai meno gravoso di tante inutili spese ch’essi
fanno in terra straniera. E se tali spese giovano ai commerci, questa
puranche varrebbe a stringere la fraternità tra le nazioni cristiane.
Io so bene che tali riforme non mai si fecero di buon grado e per
ispontanea concessione, bensì condotte dai tempi e da forza di
necessità. Ma qui necessità stringe, e i tempi le maturarono, ed ora
la forza minaccia di compierle. I rivoltosi dell’altro dì non si
levarono, come per l’innanzi, contro ai preti, perchè son preti, nè
contro l’altare; non abbatterono gli stemmi, nè rinnegarono sudditanza
al papa: ma da lui chiederono un governo da cristiani, e sulla bianca
bandiera scrissero giustizia e leggi: _leggi conformi ai diritti
delle nazioni civili_; tanto oggi divennero attemperati i consigli
anche degli uomini più inaspriti, e il pensiero provvido e le volontà
discrete. Che il papa abbia principato vuole ora ciascuno, sino a
coloro che più ne soffrono: i tempi gliel diedero, nè si voglion
rompere le tradizioni: e se in antico era male che il papa non fosse
principe, ora disfarlo sarebbe peggio (_Vedi la nota_ a pag. 154).
Ma un principato di questa fatta vuole altra qualità di ministri,
d’istituzioni, di leggi; o il papa si faccia gradatamente a concederle,
o al primo alitare d’un qualche vento in Europa la forza cieca gliele
imporrà; e qui è da scegliere, tra il bruttare di sangue la tiara
perchè poi cada nel fango, o renderla più venerabile agli occhi di
tutti, con l’assolverla da ogni colpa. Questo gridan alto i Romagnuoli;
questo ripetono a più bassa voce nelle altre provincie i sudditi,
ch’esser vorrebbono cittadini: e la separazione dell’ecclesiastico dal
civil governo, sola possibile uscita dalle presenti difficoltà, già si
pronostica in Roma, non pur dai laici solamente, ma dagli ecclesiastici
più assennati e migliori, e su nelle stesse anticamere del Vaticano,
insino all’ultima porta là dove sta chiuso a ogni discorso il vecchio
infelice. E a questo fine mi sembrano bene accomodarsi i nuovi costumi
che già si veggono apparire in Roma; dove molti dignitari della Chiesa,
meno ambiziosi oggimai di scienza profana, ed assai meno ravvolti
che prima non fossero nelle conversazioni secolaresche, danno segno
di ridursi ad un vivere più clericale. Anticipare l’evento che i
tempi maturano, incombe oggi a tutti coloro che più hanno a cuore la
religione e l’Italia, professando nei discorsi e negli scritti (per
quanto ci è dato) quelle opinioni che stanno già nel pensiero di tutti;
e una franca ed onesta voce, in qualche modo possiamo alzarla noi pure,
se la timidità non cel vieta. Ma più d’ogni altro è necessario sien
pronti al soccorso i principi italiani, a’ quali non giova starsi con
le mani alla cintola quando la vicina cosa è in fiamme o in rovina;
e tra essi ve ne ha che per le forze militari e per la condizione
politica mi pare non debbano temere scherno e dispregio, se un bel
giorno dichiarano non aver essi più voglia di tollerare in silenzio,
che solo patrono e guardiano dell’Italia abbia ad essere lo straniero.
Tempo è che i principi italiani intervengano pur essi in quelle cose
che importano alla salute d’Italia.
GINO CAPPONI.
NOTA.
I mali che affliggono da secoli la Chiesa e l’Italia procedono
tutti da una sola fonte, la riunione di due incompatibili poteri
nella persona del vescovo di Roma. La cura radicale di quelli
può quindi trovarsi nella separazione dei poteri medesimi, nel
restituire, cioè, la Chiesa nello stato in cui nacque e fiorì, e
si sparse per tanta parte di mondo. Il dire che era male in antico
che il papa non fosse principe, o che il principato del papa sia
ora necessario, pute di eresia. Il Concilio stesso di Trento non
osò dire altro, se non che sarebbe eresia il sostenere che il papa
non potesse essere principe. Che la sovranità poi sia stata data
al papa onde egli avesse indipendenza, è uno svarione storico
troppo grosso perchè occorra di confutarlo. Che, finalmente, sia
necessario che il papa non dipenda dalla volontà di un principe
qualsiasi, e che per questo ogni Italiano voglia ch’egli abbia
un principato indipendente, non è vero nè teologicamente, nè
storicamente, nè politicamente; e novantanove sopra cento
Italiani disinteressati farebbero di ciò, ove parlar potessero
liberamente, ampia testimonianza. Del resto, ognuno ha a mente i
versi di Dante, del Petrarca, ec., e sa quel che abbiano intorno
a questi punti scritto altri sommi Italiani e stranieri, san
Bernardo, Châteaubriand, ec., ec. Il fatto lagrimevole è questo,
che il principato temporale del papa non può in verun modo essere
riformato.
(_Nota aggiunta_.)
LA QUESTIONE ITALIANA
DI M. CANUTI
L’Europa non avrà riposo, finchè quella
nazione, la quale nel Medio Evo accese
la fiaccola della civiltà e della
libertà, non fruisca essa pure la luce
ch’ella creò.
(SISMONDI, _Storia del risorgimento
della libertà Italiana._)
Fra le questioni delle quali maggiormente dovrebbe l’Europa liberale,
e meglio ancora la Francia occuparsi, quella dell’Italia ha un posto
eminente. Il governo francese, ad onta de’ suoi sforzi per conservare
la pace, potrebbe improvvisamente trovarsi avvolto in una guerra,
ed allora l’alleanza de’ circostanti paesi, e più d’ogni altro
dell’Italia, gli addiverrebbe veramente necessaria.
Da lunga pezza avrebbe la Francia dovuto favoreggiare l’emancipazione
della nostra penisola. Per isventura nol fece, e par fino che attender
voglia l’ora del pericolo per accingervisi. Ma dovrebbero gl’Italiani
starsene sino al tocco incerto di quest’ora colle mani in mano, o non
piuttosto apparecchiarsi a rigenerare da sè la loro patria?
L’Italia non può rimanersi ov’ella è più lungamente: e sarebbe cosa
iniqua il pretendere che il nostro bel paese, l’incivilimento del quale
non è punto inferiore a quello d’altre colte nazioni, e nel quale i
sentimenti di nazionalità e di indipendenza si sono di già estesi
fra il popolo cotanto, giaccia tuttavia a pezzi sotto il giogo di
stranieri, e scemo d’istituzioni rappresentative.
I politici moti che da quasi mezzo secolo tratto tratto colà si
manifestano, traggono l’origin loro da questi sentimenti di libertà e
d’indipendenza. I governi però, invece di arrendersi alle politiche
esigenze delle popolazioni, sprezzarono mai sempre l’opinion pubblica,
ed ai desiderii di nazionalità colle persecuzioni, ai diritti colle
violenze corrisposero. Eppure i sovrani d’Europa ed i principi d’Italia
di promesse di libertà ai popoli, quando di loro ebber bisogno,
non furono parchi. Il re Ferdinando di Sicilia, l’arciduca Carlo
d’Austria, il generale Nugent, lord Bentink ebbero a promettere agli
Italiani, anche avanti la caduta di Napoleone, indipendenza nazionale e
costituzionali franchigie. E queste promesse furono rinnovate al tempo
della Ristorazione del 1815, benchè sempre bugiardamente.
Ma agl’Italiani non corre punto l’obbligo di giustificare la
rivendicazione delle loro libertà per le promesse dei governi,
avvegnachè le ragioni loro siano fondate sul principio della sovranità
nazionale, sul diritto d’ogni popolo a governarsi da sè, e sulle
condizioni morali del loro paese. Tuttavia sono desse un argomento
che conforta assai i legittimi richiami delle diverse provincie
dell’Italiana penisola.
È noto che il granduca di Toscana, Ferdinando I, accogliendo il 7
gennaio 1815 i membri del Consiglio generale di Firenze, venuti a
congratularsi con lui del suo ritorno ne’ suoi stati, ebbe loro a
dichiarare «che la felicità de’ suoi sudditi costituiva il primo de’
suoi doveri; che non avea dopo la sua tornata potuto prevedere ogni
cosa, nè stabilire in Toscana le istituzioni tutte, le quali erano
dalla condizione intellettuale del popolo richieste; ma che non sarebbe
corso molto tempo prima che il suo popolo possedesse una Costituzione
ed una rappresentanza nazionale».
Quest’ottimo disegno, il quale l’Austria non volle nè allora nè
poi fosse recato ad effetto, era stato pure nudrito dal granduca
precedente, Leopoldo I, fra le cui riforme a pro’ della Toscana
primeggiava, come ben sappiamo, quella di una costituzione per ordine
suo compilata dal senator Gianni.
Ferdinando di Napoli prometteva dal canto suo in tutti i proclami da
lui nel 1815 indirizzati ai Napoletani, leggi fondamentali, civile
libertà, formali guarentigie. E perchè le sue promesse non venivano
mai adempiute, gli abitanti delle Due Sicilie si levarono nel 1820
come un sol uomo, proclamando una costituzione, la quale venne poi
accettata e giurata dal re e da tutta la reale famiglia. Ma, posto in
non cale il prestato giuramento, essendo il re delle Due Sicilie corso
a Laybac ad invocare l’assistenza dell’Austria, il popolo tradito si
arrese alle baionette straniere, ma non rinunciò per questo a’ suoi
diritti. Chè anzi nel punto stesso in cui l’esercito austriaco invadeva
la capitale, 19 marzo 1821, il deputato Poerio facea dal parlamento
approvare una dichiarazione, la quale finiva così: «Noi protestiamo
contro una siffatta violazione del diritto delle genti, siamo risoluti
di serbare intatti i diritti della nazione e del re, ed appellandocene
alla saviezza di S. A. R. e del suo augusto genitore, rimettiamo la
causa del trono e della nazionale indipendenza nelle mani di quel Dio
che regge i destini dei sovrani e dei popoli».
I torti inflitti a’ Siciliani dalla corte di Napoli sono ancor più
gravi. Imperciocchè la Sicilia avea da secoli una costituzione, la
quale, modificata nel 1812, non potea esser abolita per l’atto di
unione dell’Isola a Terraferma. Ciò non ostante il parlamento siciliano
non fu più d’allora in poi convocato.