Sono tali e tante le necessità ed i pericoli dello stato, ch’egli
deve fare ogn’opera affinchè questo possibile si mandi ad effetto; e
certo, ogn’altro stato che non fosse come questo, retto, per dir così,
a vitalizio, cercherebbe riparare validamente a disordini che possono
trarlo a prossima rovina. Tuttavia anche fra gli uomini di Roma sono
molti, e ne conosco, che vogliono il bene: pensino che l’occasione è
grave, nè può esservi dubbio oramai sull’urgenza di provvedersi contro
un futuro più o meno remoto, ma infallibile apportatore di grandi
sventure.
Conoscere il male è sempre più facile che trovarne il rimedio.
Quantunque io non mi creda atto a tanto, credo tuttavia mi sia lecito,
senza dar segno di troppa presunzione, esporre meno forse le mie idee
su quest’argomento, che quelle d’uomini per prudenza ed amor patrio
degni di grandissima riverenza.
Le principali e più importanti furono espresse in un articolo della
Gazzetta Italiana del 25 ottobre scorso. Articolo anonimo, del quale
tuttavia credo indovinar l’autore. Se io m’appongo, l’autorità
dell’uomo accresce peso agli argomenti: s’io sbaglio, accetto sempre
ciò che tengo per vero e per utile, ovunque l’incontri e da chiunque mi
venga.
Abbiamo veduto che gli ordini presenti dello stato papale, oltre ad
esser dannosi al governo dei popoli, hanno in sè l’altro peggior danno,
d’esser inetti e ripugnanti per loro natura ad ogni miglioramento.
Convien dunque trovarne de’ nuovi. Per isciogliere un problema così
difficile, l’ordine e la chiarezza delle idee non è mai troppa, e mi
par necessario prender la questione da’ suoi principii.
La sovranità del popolo, furiosamente combattuta dagli uni e difesa
dagli altri a’ tempi nostri, è parola che, appena pronunciata, suscita
discordia: ma si potrebbe mutarla in un’altra, che verrà certamente
accettata da tutti, ed esprimerà forse più esattamente la verità: dire
il consenso universale, e prenderlo in politica per la base del diritto.
E chi non volesse ammetterlo come base del diritto in astratto, dovrà
sempre concedere sia base del diritto pratico, sia base del fatto.
Ed in prova della mia asserzione: perchè lo stesso diritto divino, e
gli altri diritti in apparenza più opposti al principio della sovranità
del popolo, sui quali s’è fondata pel passato l’umana potestà, hanno
essi potuto sostenerla? Perchè tutti credevano in loro, ed è lo stesso
che dire pel consenso universale.
Ora se il papa è divenuto principe per le donazioni di Pipino, di Carlo
Magno, della contessa Matilde e d’altri, perchè è stato tenuto perciò
principe legittimo? Perchè l’universale consentiva nel creder legittimo
questo modo d’acquistare, nel credere quelli che donavano legittimi
possessori della cosa donata; e si comprende che se l’universale avesse
creduto tutto all’opposto, non solamente questo acquisto, questo
principato non sarebbe potuto durare, ma neppur sarebbe venuto in mente
nè agli uni di concederlo, nè agli altri d’accettarlo.
Ma le età sono mutate, e nella nostra, ove si crede non sia legittima
la vendita dei Neri, sarebbe strano se si credesse legittima la
donazione dei Bianchi.
Si deve dunque riconoscere che l’idea sulla quale posava la legittimità
del principato ecclesiastico, come di tant’altri, più non esiste. Le
fondamenta dell’antico edifizio sono state corrose e scavate dal tempo,
e l’edificio è in puntelli.
Le nuove fondamenta, le sole sulle quali oramai egli possa reggersi,
sono nel diritto ammesso dal consenso universale, nel diritto comune.
Vediamo che a questo principio si vanno le une dopo le altre accostando
tutte le nazioni civili; i principi stessi, repugnanti o no, gli si
sottomettono, e la tendenza di tutti i popoli a cercare e volere
istituzioni che definiscano e conservino il diritto d’ognuno, lo
dimostra abbastanza.
Queste idee, questi desiderii non son nuovi. Nuovo piuttosto
in Occidente, e tra’ cristiani, è il principato assoluto senza
contrappeso o divisione d’autorità. In tutti gli stati furon sempre
corpi o legislativi o politici o municipali, i quali se talvolta non
esercitavano potestà di fatto, almeno ne mantenevano il diritto; e ciò
è durato più o meno per tutto, sino a Napoleone, che più d’ogni altro
si sentì forte e più d’ogni altro rese illusoria, anzi nulla la loro
azione. Egli più d’ogn’altro avvezzò i popoli all’ubbidienza passiva,
lasciò alfine in eredità ai re ed ai popoli la fede nell’onnipotenza
del principato, lasciò ai sovrani il suo scettro, ma non potè
lasciar loro il suo braccio. I popoli, rimessi dallo spavento di
quella tremenda, ma breve potenza, più non credono all’onnipotenza
de’ principi, e riprendono quella strada sulla quale si sono bensì
arrestati talvolta, ma senza deviarne giammai.
Il principato ecclesiastico, come gli altri, fu già contenuto da
giurisdizioni popolari o personali; e dovrei forse dire aiutato, poichè
gli permettevano volgersi con meno impacci alle cose spirituali ed
esercitare con maggior libertà l’alto suo ufficio.
Riordinar lo stato su queste forme, usando l’esperta sapienza
acquistata dalla civiltà moderna a scuola tanto lunga e sanguinosa,
stabilire che «il papa regni, e non governi» è forse il solo modo di
ridonar vita e vigore al suo principato sfinito e morente. Concedere
con prudente distribuzione l’autorità nello stato ad uomini dello
stato, che v’hanno diritto ed interesse, ed escluderne gli estranei, ai
quali le sole vie della gerarchia ecclesiastica si dovrebbero aprire,
è riforma tenuta inevitabile dal consenso universale, è riforma voluta
dalla giustizia. Fu promessa o in parte o per l’intero, dopo i casi del
31. La promessa non fu mantenuta, ed a ciò non v’è scusa; ma da questo
fatto è resa appunto più che mai potente la necessità di cancellare la
macchia prima d’ingiustizia, resa più brutta poi da quella della mala
fede.
Queste poche linee racchiudono, lo so, gravissimi fatti: racchiudono
disegni che vogliono ingegno, prudenza e fortezza grandissima in chi
abbia a farsene esecutore. Vedo, mentre scrivo, il sorrider degli
uni, lo scrollar del capo degli altri nel leggermi; ed io stesso,
conoscendo gli ordini presenti dello stato, le invecchiate abitudini,
le tradizioni di governo, mi spaventerei di tanti ostacoli se non
tenessi per fermo, che l’amor del giusto e la buona fede soprattutto in
chi comanda, avrebber bastante forza a superarli.
In cose di stato sono da fuggirsi le troppo rapide transizioni,
perchè si può bensì proclamar monarchie, costituzioni, repubbliche,
ma nessun potere umano può far repentinamente un popolo monarchico,
costituzionale, repubblicano, s’egli in effetto non lo è per i suoi
costumi e per le sue opinioni. Tutte le ferocie del Terrorismo non
valsero a far repubblicani i Francesi, che non lo erano. Non bastarono
le copie di costituzioni straniere fatte venire in Italia nel 21 per
render costituzionali gl’Italiani, che neppur essi allora non lo erano.
Le instituzioni d’un popolo possono assomigliarsi alle armature. L’uomo
vi s’avvezza dentro a poco per volta, e se fatte con diligenza alla
misura e secondo la forza della persona, la proteggono e l’aiutano; se
prese a caso da altri, l’impacciano e l’offendono.
Ma con prudente degradazione, purchè sia condotta, come ho detto,
dall’amor del giusto, da volontà ferma e da somma lealtà d’intenzioni,
potrebbe il governo di Roma, purchè lo volesse, ottenere ciò che a
prima vista sembra difficilissimo, per non dire impossibile.
Non è mio disegno discutere nè consigliare i modi da tenersi in
quest’impresa. Non credo, prima di tutto, che ne’ modi stia il maggior
ostacolo; non mi credo poi esperto abbastanza a cotal discussione,
nè che manchino al governo di Roma uomini d’ingegno e di prudenza
sufficiente a chiarirla e condurla a buon fine. Mi contento di dire che
l’edificio minaccia, ed in questi casi chi vi sta sotto ha la scelta o
di venirlo racconciando con prudente consiglio, o di aspettar che il
tetto gli rovini in capo.
Ma anco senza mutare gli ordini presenti, anco senza por mano a
riforme fondamentali, potrebbe il governo tener modi che servissero
a rannodargli l’opinione, ad acquistargli favore e riputazione,
a purgarlo dall’accusa d’essere nemico d’ogni progresso. Perchè,
verbigrazia, vietare a’ suoi dotti il concorrere agli annuali
congressi? Perchè vedere un pericolo dove l’Austria medesima non lo
vede?
Perchè non rinunciare ai vergognosi profitti del lotto? Lo so, per
ragioni economiche. Ma non è cosa oramai troppo brutta veder il capo
della religione tener la porta aperta ad un vizio cotanto dannoso e
corruttore, cagione al popolo di tanti errori, mentre gliel’hanno
chiusa le nazioni più civili? Ristringer le spese, ma ottener nome di
conseguente ai principii d’onestà e di morale che insegna, non sarebbe,
a conti fatti, maggior guadagno?
Perchè opporsi o apertamente o di sottomano ad ogni prova di migliorare
l’educazione, l’istruzione del popolo?
Lo so; dirò anche qui, perchè in queste prove crede veder un vasto
disegno di liberali per mutare lo stato. Ma, lo ripeto, crede egli
correr pericoli maggiori dell’Austria? E se confessasse crederlo, non
sarebbe questa la più accusatrice di tutte le confessioni? Non è forse
troppo vergognoso che, mentre si fa guerra ad Aporti, al suo Manuale,
alle sue scuole, si permetta dalla censura _Il libro dell’Arte_, libro
de’ sogni per vincere al lotto, l’_Indovinagrillo_, ec., ec.? Bello
veramente e morale insegnamento pe’ popoli!
Io amo la lealtà, e, lo concedo, l’istruzione del popolo muterà lo
stato alla lunga, e renderà impossibile il ritorno di tanti abusi. Ma
quest’istruzione si sparge inevitabilmente per tutto. Il governo papale
n’è cinto, n’è assediato, e non potrà riparare di non esserne invaso
alla fine, e nessuno gliene avrà grado. E poi, se l’istruzione fa le
rivoluzioni, le rende insieme meno sanguinose e sovversive. Il popolo
francese, meno educato, allagò la Francia di sangue, l’ottenebrò di
sacrilegi, di rapine, ammazzò il suo re, e non ebbe misura nel suo
scatenarsi. L’istesso popolo, più educato, combattè gloriosamente
tre giorni, vinse, non macchiò la vittoria nè d’una vendetta, nè
d’una rapina, e si tenne pago a strappar la corona ad un inetto, per
collocarla in capo ad un forte e prudente.
Gli uomini, come i bruti, più sono stupidi, più, è vero, si piegano al
giogo; ma se una volta lo scuotono, più sono stupidi, e più tremenda ed
irrefrenabile è la lor vendetta.
Perchè opporsi inesorabilmente alla costruzione di strade ferrate?
Sempre per lo stesso motivo. Pel timore che portino meno merci, che
idee. Ma un popolo impoverito, e lo sarà inevitabilmente quello che non
si provveda di questi nuovi modi di circolazione, mentre li acquistano
i suoi vicini, credesi forse non abbia idee pericolose a chi lo regge?
Credesi forse, che la povertà, l’invidia dell’altrui ricchezza, la
vergogna di sentirsi tanto da meno degli altri, non generino idee e
passioni che partoriscono alla fine effetti assai più importanti d’ogni
propaganda?
Il commercio (lo sa ognuno, e n’abbiam dato un cenno) ha già ripresa, e
sta per riprender ancor più l’antica via per la quale vennero a tanta
potenza e ricchezza Pisa, Amalfi, Venezia, Genova, Firenze, per la
quale l’Italia nostra divenne l’emporio dell’Europa, e la più civile
tra le nazioni cristiane.
Se all’epoca (non certo lontana) in cui il commercio, passando per
l’istmo di Suez, si getterà di nuovo ed unicamente dal Mediterraneo nel
mar Rosso e nell’Indiano, se allora, dico, l’Italia sarà attraversata
in tutta la sua lunghezza da una strada ferrata, è evidente quali
immensi profitti ne potrà ricavare. Agli uomini ed alle merci metterà
conto, tanto più nell’inverno, tener piuttosto la via di terra, che
quella di mare per trasferirsi nel settentrione d’Europa; e se il
governo di Roma s’ostina a render impossibile questa strada, s’egli
la vuole interrotta e perciò inutile, qual anatema universale non si
tira egli addosso dall’intera Italia? Quali scherni, quale sprezzo
dall’Europa intera, dalla civiltà, dall’opinione universale?
Egli teme il passo degli stranieri, e gli par forse che già troppi
ne vengano. Lo so, gli stranieri talvolta portano la corruzione, e
ciò forse accade in Italia. Ma perchè? Perchè è povera e debole. In
parecchie città, e più che altrove in Roma, moltissimi, non avendo
altro modo d’aiutarsi, aspettano, è vero, lo straniero, e, per farvi
su grossi guadagni, si contentano di porsi in condizioni abbiette e
vergognose. Ma apransi agl’Italiani modi liberi, virtuosi, onorevoli di
guadagno, e si vedrà se continueranno a rendersi vilmente servi all’oro
straniero. E per prova, anco altri popoli sono visitati da stranieri;
essi vanno in Francia, in Germania, per tutto; e s’ode dire forse che
avviliscano o corrompano codeste nazioni?
E per qual cagione non si dice e non è? Perchè a codeste nazioni
sono aperte vie libere ed onorevoli di arricchire, indipendenti dal
viaggiatore straniero, sul quale profittano per un di più: e sentendosi
indipendenti da esso, lo trattano alla pari senza lasciarsi nè avvilire
dal suo denaro, nè sottomettere dalle sue usanze e dalle sue opinioni.
Ad un popolo ignorante, debole e povero, tutto si muta in veleno: gli
lascino usar liberamente i doni di Dio, non gli tolgano le forze e con
esse il senso della propria dignità, divenga colto, ricco e potente,
e poi non temano nè forestieri, nè la loro corruzione, nè le loro
influenze.
Che al governo di Roma, composto ora esclusivamente d’ecclesiastici,
paia grave cedere l’autorità a’ secolari, sottomettersi a riforma
fondamentale, ammettendo la massima che il _papa regni e non governi_,
si comprende. Per quanto sia oramai cosa evidente per tutti e per lo
stesso governo, che a questa mutazione bisognerà a forza rassegnarsi
o prima o poi; per quanto si possa dire che il por mano con prudenza,
con volontà efficace e sincera, a condurre senza scosse codesta riforma
a buon fine, sarebbe atto di giustizia e sapienza di stato, degno
del rispetto e dell’ammirazione universale, tuttavia, lo ripeto, si
comprende che al governo paia grave e doloroso sacrificio, essendo
nella nostra natura lo spogliarci sempre malvolentieri ed a stento d’un
qualunque bene.
Ma in verità non si comprende per qual cagione egli ricusi promuovere
le riforme affatto secondarie ora accennate, che neppur posson
chiamarsi riforme, e non sono se non miglioramenti dimostrati necessari
dall’esperienza, che non solo non sarebbero di pericolo al governo,
ma lo difenderebbero invece dal pericolo reale, ogni dì più grave ed
urgente, di venire sconvolto ed abbattuto da’ suoi sudditi, giustamente
impazienti di tanti mali, appena n’abbiano modo ed occasione.
Ma di cotali accecamenti sono piene le storie; n’è piena la storia
d’Europa da settant’anni in qua, come è piena al tempo stesso delle
rovine che ne sono stata la conseguenza. Di tutte le cose utili, la
meno utile e praticamente profittevole è veramente l’esperienza; forse
per arcana disposizione di Dio, che alle cose umane volle imposta
condizione mutabile ed inferma.
Vorrà il governo di Roma seguire i consigli racchiusi in queste poche
pagine, consigli da me soltanto esposti, ma non miei, e dati invece
dall’opinione di tutta Europa? Non lo so... e forse dovrei dire lo so,
affinchè, separandomi dal mio lettore, non serbasse l’idea ch’io sono
di troppo beata semplicità.
Comunque sia, ho creduto utile all’Italia, e lo credo atto da imitarsi
(mi si perdoni se v’è presunzione in queste parole), il protestare a
viso aperto contro le ingiustizie che da noi si soffrono, qualunque
siano e da chiunque ci vengano.
Quest’idea mi conduce ora a volgermi ai sudditi pontificii, e più
particolarmente ai Romagnoli, i quali, lo prevedo, mi diranno: «Voi
biasimate ogni moto popolare, e lo tenete dannoso; ma se il governo non
si muta a nostro riguardo, dovremo dunque sempre soffrire e tacere?».
Quest’interrogazione è pur troppo dolorosa, e ragionevole al tempo
stesso, e dovendo pur rispondervi, dico esservi tra il soffrire e
tacere, ed il levarsi popolarmente in armi, che sono i due opposti
estremi, molti gradi intermedii. De’ due opposti, il primo si è fatto
oramai insoffribile; il secondo è dimostrato inutile e dannoso, non
dalle mie parole, ma dall’esperienza. Resta ad esaminare quali vie
rimangano aperte ed accettabili.
È cosa tenuta per innegabile da tutti, che le grandi mutazioni negli
stati, tendano esse ad ottenere l’indipendenza o la libertà, non mai
sono succedute nè posson succedere per via di passaggio rapido e
repentino: e se talvolta la mutazione appare rapida, non è in effetto,
nè si trova tale quando si considerano le cause che alla lunga l’hanno
preparata. Bensì, più la preparazione è stata condotta da lungi, con
lentezza e prudenza, più sicuramente e repentinamente è poi riuscito
il fatto che doveva esserne il compimento e l’ultima conseguenza. Così
un grand’albero cade abbattuto dall’ultimo colpo di scure; ma questo
colpo, per quanto valido, a che avrebbe servito se non era preceduto da
altri mille?
L’arte del maturare i disegni e prepararne la riuscita, l’arte di
murar la casa ad un mattone per volta, principiando di dove si dee
principiare, da’ fondamenti, non la conosciamo noi Italiani. Eppur
senz’essa non si fa nulla, e l’abbiano provato a nostre spese. Noi sin
ora abbiam tenuto modi che ci assomigliano all’uomo che, impaziente di
divorar la via tirato in cocchio da molti bravi e generosi cavalli, non
si dà tempo d’attaccarli a dovere, e senza badare se tutte le tirelle
e le guide lavorino, e prima di averle tutte assestate con diligenza,
frusta all’impazzata, e portato via così sprovveduto, non appena
lanciato, precipita e rompesi il collo.
Ciò ch’io dico parrà ovvio o volgare. Ma pur troppo le verità più
visibili sono le meno vedute.
Noi non abbiam conosciuto altro sinora che società segrete, trame e
congiure, che finivano poi in una sommossa parziale, in un assalto di
pochi armati. Fallita l’impresa, come dovea fallire, chi s’esilia, chi
è preso, chi si nasconde, e tutto è tranquillo per qualche tempo, e poi
da capo gl’istessi modi, le istesse prove, l’istessa fine.
Possibile che ad una nazione di così aperto ingegno, come è la nostra,
non venga in mente il pensiero che questa via non sia buona, che possa
esservene altra migliore?
Io ho detto, e credo nessuno vorrà negarlo, che l’opinione è oggi
la vera padrona del mondo. Ho detto che pel governo papale sarebbe
prudente, ottimo consiglio, anzi il solo oramai accettabile, il
sapervisi sottomettere. Quello che ho detto a’ governanti, lo dico a’
governati.
L’opinione in tutti i tempi è stata avversa alle imprese mal calcolate
ed improvvide; ed oggi più che mai, essendo più avvezzi gli uomini a
ragionar su tutto, essa biasima le nostre mal ordite ed impossibili
prove, e, quel ch’è peggio, ne ride. Non riderebbe forse se anco ci
vedesse usar la violenza, gettarci ad imprese affatto disperate, ma
gettarvici dopo avere esauriti tutti i mezzi, aver tentate tutte le vie
di migliorare le cose nostre. Di questi mezzi, di queste vie non ne
abbiamo però tentata nessuna.
Il coraggio delle congiure, delle sommosse, il coraggio fisico,
per così dire, e manesco l’abbiamo noi Italiani, come tutti gli
uomini d’immaginazione e sangue caldo. Ma ci manca, o l’abbiamo in
minor grado, il coraggio morale, il coraggio civile. A questo, a
raccomandarlo, a dirlo il più utile, anzi il solo, per ora almeno,
veramente utile, il solo necessario, tende tutto il mio ragionamento,
del quale si può in poche parole riassumere il senso, dicendo: doversi
usare da noi Italiani prima il coraggio civile per ottenere da’
nostri governi miglioramenti, istituzioni e temperate libertà; poi il
coraggio militare per ottenere l’indipendenza, quando ce ne vorrà Iddio
concedere l’occasione.
Protestare contro l’ingiustizia, contro tutte le ingiustizie
apertamente, pubblicamente, in tutti i modi, in tutte le occasioni
possibili, è, a parer mio, la formola che esprime la maggior necessità
della nostra epoca in Italia, il mezzo più utile e di più potente
azione quanto al presente.
La prima, la maggior protesta, quella che non dobbiamo stancarci
giammai di fare, che deve risuonar su tutte le lingue, uscir da tutte
le penne, debb’essere contro l’occupazione straniera, in favore
del pieno possesso del nostro suolo, della nostra nazionalità ed
indipendenza.
Vengono in appresso quelle dirette contro le ingiustizie e gli abusi ed
i mali ordini, se non altro, de’ nostri governi.
Non proteste a mano armata, come vollero farle a Rimini; chè una
protesta a quel modo, a volerla far ora in Italia occorrerebbero una
buona posizion militare, duecentomila uomini e duecento pezzi in
batteria: fatta invece con pochi fucili, è cagione che l’Europa si
burli di noi: perchè tutti sanno che le poche e deboli armi non bastano
a dar l’autorità della forza, e tolgono o diminuiscono almeno quella
della ragione.
La maggior forza d’una protesta sta nell’essere rigorosamente giusta e
rigorosamente incolpabile di violenza.
A chi ridesse (e ve ne saranno molti in Italia) della sola idea
d’ottener nulla dal governo pontificio o da qualunque altro governo col
solo mezzo della protesta, risponderò con un esempio recente, e del
quale non si potrebbe desiderare, nè immaginare il più importante ed il
più atto a dimostrare quanta forza abbia in oggi una protesta favorita
dall’opinione.
L’imperatore di Russia, assoluto padrone d’un immenso stato, fuor di
portata, per dir così, delle forze europee, alla testa d’un milione
e dugentomila soldati ha mosse persecuzioni contro i cattolici, che
posson dirsi un vero anacronismo, ha permesso si facesse strazio di
povere ed oscure monache, o, se non l’ha permesso, lo strazio almeno
s’è fatto ov’egli comanda, nè sappiamo per ora che ne sian puniti gli
autori.
L’Europa si commosse a questa barbarie. La stampa francese (_Journal
des Débats_) s’è portata con ammirabile dignità, e può dirsi sia stata
modello de’ modi che convien tenere in tali occasioni.
Fuggendo l’ingiuria e la vana declamazione, riferì semplicemente i
fatti, poi soggiunse: «Ignoriamo se questi fatti sieno esatti od
esagerati: comunque sia, a fronte di tali accuse, neppure un imperator
di Russia non può tacere; l’onore della sua dignità vuol che risponda.»
Non molto tempo di poi compariva un editto imperiale in data di
Palermo, se non erro, che chiariva e determinava le idee di tutti
sulla quistione delle persecuzioni religiose; in modo al quale nessuna
persona ragionevole può trovar a ridire.
L’editto, si potrà opporre, non sarà osservato: ammettiamo pure che non
lo sia o che lo sia debolmente; ma chi, di buona fede, potrebbe mai
asserire che le cose dei cattolici non abbian perciò migliorato punto
nell’impero? potrebbe credere assolutamente nulla l’influenza morale di
questo fatto? Non sarà sempre vero che un imperator di Russia è stato
citato dall’opinione al suo tribunale, e ch’egli non s’è creduto forte
abbastanza per ricusare di comparire?
Vorrei citare altri esempi, ma mi si metton in tanto numero sotto la
penna, che non so in verità quale scegliere.
Prendo quello che offre la Germania. Il suo stato politico per qual
via è egli giunto al punto in cui lo vediamo? Per via di sommosse, o
congiure, o società segrete? È vero, la Tugenbund, la Burschenschaft,
si son date un gran da fare, ma rappresentarono, a parer mio, più che
altro, la favola della mosca e del carro. Chi ha fatto più di loro,
chi ha fatto tutto, son quelli che hanno formata, educata, diretta
l’opinione coi loro atti di coraggio civile, co’ loro scritti: e che
cos’altro erano questi scritti e questi atti, se non proteste più o
meno esplicite contro ingiustizie ed abusi?
Quando in una nazione tutti riconoscon giusta una cosa e la vogliono,
la cosa è fatta: ed in Italia il lavoro più importante per la nostra
rigenerazione si può far colle mani in tasca.
Le vie aperte al coraggio civile, i modi del protestare sono infiniti,
e non è mio disegno proporli ed esaminarli uno ad uno in questo scritto.