Ora, per usar quest’occasione con qualche effetto che facesse palesi

al mondo le condizioni delle provincie di Romagna, e le loro oneste

domande, pensarono stampare un manifesto alle potenze, con animo di

pubblicarlo in Rimini quando vi fossero giunti. Preso questo partito,

lo mandarono ad effetto, e senza contrasto veruno, occupata la città,

ed unitasi con loro la truppa pontificia, ebbero comodità di dichiarare

il loro intendimento coll’indirizzo, e con proclami al popolo ed alle

truppe[5].

In questo frattempo una banda di circa duecento uomini s’era già

riunita sui monti di Faenza e Forlì, composta d’esiliati volontari e

di fuggiaschi della Romagnuola, guidati da ricchi possidenti, disposti

a porre tutto il loro avere per mantenersi e far testa, e si movevano

alla volta di Rimini, mentre per la via Emilia le truppe svizzere si

venivano anch’esse accostando alla detta città, che al loro avvicinarsi

venne sgombrata dagl’insorti, i quali presero la via del confine

toscano.

A questo punto s’affaccia un quesito: come mai, uomini ai quali era

prosperamente riuscita la parte di maggior difficoltà nella loro

impresa, che avevano amiche e dell’istessa loro opinione le circostanti

provincie, tutte egualmente impazienti del giogo e de’ mali che

sopportavano, non hanno con più costanza durato nel loro proposito, non

hanno propagata la favilla accesa con tanta facilità, non hanno difese

le mura di Rimini e contrastatone l’ingresso alle genti del governo?

Un articolo della _Presse_, scritto da chi conosce l’Italia e le sue

condizioni, com’io conosco il mondo della luna, ricava da questo folto

argomento di affermare, che i casi di Rimini furon tumulto eccitato

da’ cervelli pazzi, per private e meschine passioni, alle quali non

partecipavano in nessun modo nè i loro concittadini, nè le altre parti

dello stato; e per provare il suo detto e mostrare che i sudditi

pontificii sono contenti del loro governo, adduce la tranquillità delle

altre province, e la loro nessuna partecipazione ai moti di Rimini.

Ma il giornale la _Presse_ è in grand’errore, se pure quest’errore non

gli viene in acconcio per trovare _abbonati_ negli stati italiani di

gelosa censura.

Sappia dunque l’Europa che la Romagna ed il rimanente dello stato

papale è rimasto tranquillo spettatore del caso di Rimini, non

perchè sia contento delle sue condizioni presenti, che ho dimostrato

bastantemente quali siano, ma perchè è in que’ popoli virtù ed amor

patrio bastante per sopportar con pazienza i mali che soffrono,

piuttosto che correr rischio di chiamare sulla patria comune sventure

maggiori, e tra le altre la peggior di tutte, l’invasione straniera.

Sappia che i tumulti di Rimini sono stati eccitati da uomini ridotti

a non aver più un palmo di terra sul quale posar piede in sicuro; da

uomini che nell’andare in letto la sera avevan ragionevol sospetto

d’essere svegliati la notte dai birri; da uomini tenuti in incessante

dubbio della libertà e della vita, e così condotti a menar vita

disperata; ed ognun sa che in cotali condizioni l’uomo si risolve a

tutto, purchè possa mutarle od uscirne.

Dunque, o il moto non si propagasse perchè non lo volessero gli autori

medesimi, stando contenti alla dimostrazione fatta ed ai richiami

pubblicati, e bastando loro ridursi a salvamento dopo aver fatte

conoscere al mondo le loro oneste domande; o non si propagasse per

retto giudizio e vero amor di patria degli abitanti delle circostanti

provincie; ovvero, finalmente, la cosa rimanesse di comune consenso in

questi limiti, è però sempre fatto certo ed incontrastabile che, non

la felice condizione degli abitanti dello stato, ma la loro prudente e

generosa carità di patria, ha prodotto l’effetto che tanto stranamente

induce in errore il giornalista francese.

E questo giornalista, che dal solo fatto della tranquillità dello stato

romano al momento della sommossa di Rimini ha cavata la conseguenza che

i sudditi pontificii son contenti, e che gl’Italiani non hanno pensiero

della loro indipendenza, ha spiegata la cosa precisamente a rovescio; e

sappia che la principal cagione della detta tranquillità, anzi la sola,

è stata il non voler turbare e compromettere inopportunamente la causa

generale e veramente nazionale dell’indipendenza.

E se nella prima pagina di questo scritto ho esposto le ragioni che mi

muovono a biasimare i casi di Rimini, ho anche ringraziato Iddio di non

aver chiusi all’evidenza gli occhi dei più; e mi giova qui ripetere

questo ringraziamento, ed estenderlo a tutti quelli fra gl’Italiani che

sostengono virilmente le loro miserie private, per non far più dure ed

insanabili quelle della patria comune.

Delle operazioni degl’insorti di Rimini, durante la loro breve

signoria, n’hanno dette vergognose e vili menzogne i fogli ufficiali e

pagati; vergognose e vili, perchè chi è potente dovrebbe contentarsi

della forza, e vergognarsi di usar la frode e la bugia. Tutti gli

onesti cittadini riminesi sono testimoni che gl’insorti osservarono

modestia e moderazione civile grandissima. Non una vendetta, non un

insulto o un’offesa fu commessa o sofferta in quella breve libertà,

a sfogo d’ire pur tanto antiche ed acerbe. Gli uomini che erano ai

pubblici uffici vennero tutti rispettati e lasciati ai loro posti. È

infame calunnia il dire che si sia chiesto, o voluto a forza danaro dai

privati o dalla Cassa di risparmio.

Dalle casse comunali e camerali furono presi tremila scudi, per usarli

al sostentamento della truppa, alle corrispondenze ed agli altri

bisogni del momento. Si può disputare sulla convenienza o l’onestà

dell’atto d’occupare lo stato; ma è conseguenza necessaria, e comune

in questo caso d’occupazione, comunque succeda, l’insignorirsi al

tempo stesso de’ modi di sovvenire alle spese, che mai non posson

sospendersi, qualunque sia il reggimento. Perciò si potrà condannare

e tener colpevole l’atto di porsi in luogo del governo esistente, ma

dar taccia di ladro a chi, dopo averlo occupato, adopera i suoi modi

d’azione, è sciocchezza che non è creduta neppur da coloro che tentano

usarla e farla credere a proprio profitto e ad infamia de’ loro nemici.

Uscendo da Rimini non portarono con loro gl’insorti se non quel

poco che avevan di proprio, e ciò è tanto vero, che que’ generosi

ed infelici uomini giunsero al confine toscano laceri e bisognosi

di tutto, e per umanità del granduca raccolti e soccorsi da’ suoi

ministri, furon provveduti nelle loro necessità, e non caddero almeno

di fame e di stento sulla strada che li conduceva alla terra d’esilio.

L’atto del granduca, giudicato variamente in Italia e fuori da’

principi e da’ popoli, ha destato dispetto in Austria, dispetto

misto d’invidia forse in qualche principe italiano, gratitudine ed

ammirazione tra noi popolo: e pensando a que’ nostri sventurati

fratelli, perseguitati e cacciati come belve per l’Apennino da’ birri

e svizzeri papali; stanchi, feriti, laceri, presso a cader nelle mani

di chi li avrebbe condotti al patibolo od alla catena de’ galeotti,

vedendoli poi, giunti al confine toscano, respirare dalle fatiche e dai

terrori della caccia sofferta, vedendoli consolati, soccorsi, avvinti

con pietosa cura al loro triste viaggio, non abbiam lingua che basti a

dire l’umanità del loro salvatore, non abbiam cuore che per benedirlo

e ringraziarlo, non mente che per lodarne la virtù: e se ci offende il

pensiero che un principe italiano abbia condotti i suoi sudditi, nati

d’un istesso sangue, parlanti la sua stessa lingua, a cercar salvezza

tra le braccia di principe uscito di sangue austriaco, lo sdegno che ci

si desta in cuore contro quel primo, non rende punto minore il rispetto

e la gratitudine che c’ispira la generosa umanità del secondo[6].

Mentre il moto di Rimini si risolveva nel modo che abbiamo narrato, i

dugento della montagna di Faenza, più tenaci nel proposito di venire

ad ogni modo alle mani, s’andavano accostando a’ loro consorti, ed

avrebber potuto facilmente tagliar la via a due compagnie di Svizzeri,

che, partite da Bologna, venivano lungo l’Emilia verso la marina, se

di questa mossa avessero avuto notizia. Giunti alle Balze, luogo poco

sopra Brisighella, e presovi alloggiamento in varie case, distanti gli

uni dagli altri, e tra loro separati dal fiume, si posarono quivi la

notte; sul far dell’alba una loro guardia avanzata di quindici o venti

uomini, alloggiata in un casale isolato, venne all’improvviso assaltata

da una compagnia parte di Svizzeri, parte di finanzieri e volontari.

Quest’assalto non fu però tanto repentino, che non desse campo ad una

sentinella di dar l’_all’erta_ a quelli del casale, che, armatisi

in fretta ed usciti contro ai nemici, ne sostennero virtuosamente

l’impeto, benchè di forza a lui tanto inferiori; e, favoriti

dall’asprezza de’ luoghi, con molte morti e molte ferite dopo breve

battaglia li ributtarono, tanto che venivano a mano a mano retrocedendo.

Il fiume gonfiato per le pioggie della notte, rendeva impossibile

a quelli che eran rimasti alle Balze di correre in aiuto de’ loro;

parimente impossibile a questi quindici o venti far frutto veruno

contro un numero d’uomini tanto maggiore, seguitando ad inseguirli in

luoghi più aperti; convenne loro dunque lasciarli andare, e trovar modo

di ricongiungersi al loro piccolo esercito. Venutine a capo, e tutti

insieme desiderando pur sapere più certe notizie delle cose di Rimini,

prima di mettersi in altro, seguitarono il loro viaggio, e giunti

l’indomani in Civitella, piccol luogo discosto dallo stato toscano,

intesero com’erano andate le faccende di là, e non trovando oramai modo

di reggersi, nè vedendo che ragionevolmente fosse per allora altro

da fare, presero anch’essi il partito di rimettersi all’umanità del

granduca, e si presentarono ai suoi confini.

Questa è la breve istoria degli ultimi casi di Romagna. Così per

la loro mole di poco momento, se vogliamo, ma segno infallibile di

condizioni gravissime nello Stato e nell’intera nazione, e perciò da

considerarsi seriamente e diligentemente da tutti.

Io mi son ingegnato farle in parte palesi col mio discorso, senza

passioni di parte, o riguardi di persone, di condizioni o di stato,

e quantunque non abbia detto tutto quanto si potrebbe dire sui modi

tenuti dal governo romano, credo aver detto assai per far nota la

verità a chi è capace d’intenderla e d’accettarla.

Preghiamo Iddio che ne facciano il loro profitto coloro cui più

importa, coloro che reggono il popolo, e tanto sicuramente vanno

mettendo il capo in bocca al leone, non col conscio ardimento dell’uomo

che conosce il pericolo e lo vuole affrontare, ma coll’improvvida

temerità del fanciullo che l’ignora.

La Romagna e l’intero stato si mostra tranquillo, e può dirsi di lui

quello che fu detto della Polonia: _L’ordre règne à Varsovie_; ma

non prendan lo scambio su questa tranquillità. Non l’otterrà vera nè

durevole il governo del papa co’ nuovi tribunali di sacra Consulta,

instituiti a cessar almeno la troppa infamia annessa al nome di

Commissioni, ma in effetto simili a queste nell’opere e negli uomini

che li compongono: non l’otterrà col terrore[7] delle carcerazioni,

che si moltiplicano tuttora in Rimini e nelle Legazioni, quantunque i

veramente partecipi agli ultimi moti sien tutti usciti dello stato:

non la otterrà coi bestiali modi che usa co’ prigionieri politici,

trattati come assassini e ladri, e tenuti alla catena con loro contro

il costume di tutte le nazioni colte, tantochè uomini gravi, spettabili

per talenti, per grado e per costume civile, compianti e desiderati,

nonchè dalle loro famiglie, dalle intere città, soffron la compagnia

de’ più vili ribaldi in Civitavecchia, San Leo, Forte Urbano e

Civitacastellana, sostenuti a quel modo la maggior parte senza prove

legali, e senza che molti di loro abbiano in lunghi anni di prigionia

(dico cose che tutti sanno) veduto pur la faccia d’un esaminatore o

d’un giudice; non l’otterrà col moltiplicare a propria guardia le

baionette mercenarie, come si dice intenda ora di fare: ma l’otterrà

colla giustizia, colla carità, col perdono ch’egli predica, e non

vuol praticare; l’otterrà coll’osservare una volta la santa legge che

insegna, l’otterrà collo scendere agli onesti accordi che chiede a lui

l’opinione dell’universale.

L’età nostra è acerba ai principi, ed aspra di ostacoli e difficoltà

gravissime, ma la più fatale per loro sta nel non conoscere, e forse

nel non voler conoscere, quella moltitudine che s’agita impaziente

alla base de’ loro troni; nell’ignorarne i pensieri, i desiderii, le

necessità, le forze, o forse nel credere di poterle sprezzare.

Non v’è principato, non autorità al mondo che possa star su altra

base che sull’opinione, sul consenso dell’universale. Unico legame

che impedisca l’umana società di dissolversi è l’idea d’un diritto

ammesso da tutti. I diritti dell’Impero nel medio evo, ed il diritto

divino hanno servito di cárdini al mondo finchè il mondo ebbe fede in

loro: ora questa fede è spenta, e nessun potere umano lo può oramai

ridestare. All’antica fede in que’ diritti n’è succeduta una nuova: la

fede nel diritto comune. I primi ad abbracciarla, come tutti i nuovi

credenti, son trascorsi ad eccessi, combattuti da eccessi contrari; e

questa è l’istoria dell’età nostra da circa sessant’anni in qua. Le

due forze tra le quali progredisce il mondo, poste a contrasto, hanno

seguita la legge dinamica per la quale due spinte in senso divergente

producon la media diagonale. L’idea del diritto comune, purgata da’

contrari eccessi, è fatta universale oramai; è l’opinione di tutti, e

l’opinione, l’abbiam detto, è la vera dominatrice del mondo.

Non pensino i principi poter venir seco a battaglia ed averne vittoria:

se gli adulatori, i cortigiani dicon loro che Luigi XVI, Carlo X in

Francia, Carlo V in Ispagna, don Michele in Portogallo e tant’altri son

caduti soltanto per trame di settari, per tradimenti di ribelli, per

vertigini di filosofi, per passioni ingorde, sfrenate, nemiche d’ogni

ordine civile, non credano a costoro.

Son caduti loro e i loro diritti, percossi dall’opinione. Tutti i

ribelli, i settari, i filosofi insieme non li avrebbero mossi d’un dito

se avessero avuta l’opinione per loro.

Si specchino nel governo più potente dell’universo, nell’Inghilterra;

a tutto ed a tutti si sente atto a resistere, ma si piega riverente

all’opinione. Essa volle la riforma elettorale, e le fu data. Volle

l’emancipazion dei cattolici, e l’ebbe. Ora vuole che i ricchi

dell’aristocrazia non possano, a loro profitto, far morire il povero

di fame, e mentre scrivo, Torys e Wighs, ministri ed uomini di stato,

la regina, i suoi grandi s’agitano, non han riposo nè dì, nè notte,

incalzati dalla sua voce, e tremanti di tardar forse troppo ad

ubbidirne i comandi.

Ma questa padrona del mondo ha anch’essa un padrone al quale serve,

che la muove, la dirige a’ suoi fini, e questo padrone è Dio: e Dio la

scatena a sua posta contro l’iniquità; e di quali modi si serve per

iscatenarla? di modi che, in verità, paiono uno scherno alla vanità

dell’umana sapienza. L’Inghilterra appunto ce ne presenta ora un

notabile esempio.

Il saldo ed antico edifizio della sua aristocrazia, opera di secoli,

orgoglio di tanti potenti ingegni, che l’Europa, guidata da Napoleone,

non valse a crollare, vacilla ora forse percosso da potenza maggiore

della sua? Ad ottener quello scopo al quale furono scarse le forze

dell’Europa e di Napoleone, s’è forse stretto in lega l’intero mondo?

Vediam forse che Iddio muova guerre, eccidii non mai sentiti, sprigioni

gli elementi contro quella vecchia e sinora inconcussa ingiustizia?

Nulla di tutto ciò. Egli infetta la radice di quella pianta che nutre

il popolo, infetta le patate: con questo vile istrumento, forse a

deridere la superba impotenza dell’uomo, egli opera quello che le forze

riunite dell’universo hanno tentato e tenterebbero forse indarno.

In questo fatto sono due insegnamenti importanti per ogni governo. Il

primo, che Iddio si stanca alla fine di soffrire l’iniquità, e che

poco gli costa l’abbatterla: e se la lezione non è nuova, sarebbe per

avventura cosa nuova per gli uomini il trarne profitto.

Il secondo, che il governo inglese, per quanto si senta forte,

non crede esserlo tanto da potersi mantenere contro l’opinione

dell’universale, nè poter fare senz’essa; ed anzi, che non per altra

cagione egli è forte e potente se non perchè non se ne stacca mai,

nè mai si sposta da quell’ampia e solida base; ed ov’essa si muti,

anch’esso si muta, ancorchè questa mutazione offenda gli uomini che

in esso hanno maggiore autorità: come accadde ne’ suddetti casi della

riforma e dell’emancipazione, e sta ora per accadere nel fatto della

legge delle biade.

Ora quello che non può il governo dell’Inghilterra, non creda poterlo

nessun altro, e meno d’ogn’altro il governo di Roma.

Come principato antico, e principato ecclesiastico, egli può ancora

avere forza grandissima, ove la sappia usare; ove sappia seguire

l’esempio dell’aristocrazia inglese, mutarsi a tempo a seconda

dell’opinione, accondiscendere alle sue oneste domande, e conoscere

che conviene talvolta concedere di buon grado una parte per non essere

spogliato poi violentemente del tutto.

Ma egli, invece, trascurando quella forza che è la vera, trascurando

quella tutta sua propria ch’egli ha come principe ecclesiastico, e

perciò tenuto in riverenza dai cattolici di tutto il mondo, si vuol

appoggiare alle due forze più invise all’opinione non solo d’Italia,

ma di tutta la civiltà cristiana: forze che, rovinando (e ciò accadrà

prima o poi), lo faranno rovinare con loro: e sono, in casa, le armi

mercenarie; fuori, le armi straniere.

Le mercenarie, oltre i danni già detti, recano ad un principe il

massimo di tutti, quello di torgli riputazione d’esser principe amato

da’ suoi sudditi: e veramente, ancorchè fosse odiato dagli uni, purchè

fosse amato dagli altri, potrebbe, coll’aiuto di questi, raffrenare i

primi.

Ma il fatto di provvedersi d’armi mercenarie, dimostra che non ha

nel suo stato in chi fidarsi: dimostra perciò ch’egli non è amato

da nessuno; ed allora il suo principato non si fonda se non sulla

violenza, tenuta da tutti per modo che implica illegittimità; e

mancando questa violenza, è forza che rovini.

Le armi straniere, vale a dire la protezione dell’Austria, lo

mantengono bensì in piè materialmente e violentemente; ma, come le

mercenarie, mostrano che non può far verun fondamento sui sudditi

propri: di giunta poi lo rendono odioso agl’Italiani, che ogni dì

più s’accendono per l’indipendenza, e vedono rinnovarsi a danno di

questa l’antica colpa del papato, di chiamar in Italia gli stranieri

onde valersi di loro contro gl’Italiani: e fuori d’Italia agli uomini

onesti, ancorchè caldi cattolici, è brutto spettacolo veder l’Austria

tener pe’ capelli la Romagna, onde possa il papa farne quel governo

ch’ei vuole. E di qui avviene che in Italia e fuori d’Italia, non solo

i protestanti od altri avversari di Roma, ma gli stessi cattolici

più a lei devoti, e gli stessi preti, ove non sien mossi da private

passioni, si spogliano d’ogni stima pel principato temporale del papa,

lo predicano dannoso alla fede ed alla religione, lo vorrebbero o

tolto affatto, o ristretto almeno in brevi confini: in una parola, le

due forze sulle quali vuol reggersi non potranno aiutarlo alla prima

occasione di qualche grave disordine nell’equilibrio d’Europa, ed ognun

vede quante prossime, per non dire imminenti ve ne sieno; e se non

saranno le dette forze atte a salvarlo allora, sono atte bensì, anzi

le più efficaci, ora a togliergli la sola, la vera forza che in ogni

tempo ed in ogni occasione sarebbe la sua più sicura difesa, quella del

consenso dell’opinione universale.

Conosco, e le conosce ognuno, le gravi difficoltà che, a volerla far

sua, circondano il governo di Roma. Enumerarle tutte sarebbe materia

d’un volume, e non lo credo necessario al mio proposito. Accenno

soltanto quella che a me sembra la massima, e che di tutte le altre

è l’origine. Per mutare o migliorare gli ordini d’uno stato bisogna

esserne signore di fatto, non di nome: bisogna che la potestà (stia

in un principe, o in una oligarchia, o in un’adunanza popolare, poco

importa) abbia modo di farsi ubbidire, ed abbiam mostrato che il papa

non l’ha questo modo; credendosi principe assoluto, non lo è. Egli

siede al governo d’una nave che non risponde al timone, e finchè non

avrà trovato modo a racconciarlo, egli giammai potrà dirigerla a buona

via. Egli è posto nella necessità d’usare istrumenti che gli sfuggon

di mano, e non l’ubbidiscono: ma questo vizio è meno degli uomini, che

degli ordini.

Gli uomini sono più o meno mossi per tutto dal loro utile privato.

Però negli altri stati i ministri, nati dell’istesso popolo, e legati

ad esso ed al principe in molti modi, conoscono essere il loro utile

privato connesso, per dir così, con quello del pubblico, non solamente

pel tempo presente, ma, avuto rispetto alle famiglie, anco pel passato

colle tradizioni, e per l’avvenire colle speranze. Non è così nel

principato ecclesiastico. Ogni pontificato co’ suoi ministri, e

quanti hanno uffici da lui, forma, per dir così, un sistema isolato

e da sè, che non ha nè precedenti, nè susseguenti (mi riservo però

un’eccezione): tutti i disegni, tutti gli atti del governo son riferiti

ad una misura, e questa misura è la probabile durata della vita del

pontefice. Guidati da un dato così incerto, tutti coloro che sono in

qualche ufficio, uomini la maggior parte esteri e non uniti allo stato

che reggono da verun vincolo, pensano ad assicurarsi il maggior bene

possibile, e ciò nel minore spazio di tempo possibile. Per questa

cagione, se anche salisse al pontificato un uomo dotato d’alta sapienza

nell’arte dello stato, e d’ugual virtù per usarla ad utile pubblico, e

senza pensiero di sè stesso, se questo pontefice volesse risolutamente

riformare gli abusi, che sono il profitto di tanti, e perciò vietar

loro l’occasione di avvantaggiarsi, costoro non gliel consentirebbero,

nè vorrebbero ubbidirlo, nè egli avrebbe modo a costringerli, come

abbiam detto, e troverebbero sempre via o segreta od aperta d’eluderne

le intenzioni, e il minor danno a cotal pontefice sarebbe il non poter

far frutto nessuno.

Dicendo che ogni pontificato forma un sistema da sè senza antecedenti

nè susseguenti, mi sono riservata una eccezione: eccola. Il solo anello

che concateni un pontificato con quello che gli ha a succedere, è la

paura d’un avvenire che nessuno può prevedere. Ognuno de’ ministri del

governo, volendo non solo mantenere l’ufficio ch’egli ha, ma salire

ad uffici maggiori, deve aver rispetto non tanto a coloro che hanno

autorità nel pontificato presente, ma a coloro insieme che potrebbero

salire in grado nel pontificato futuro: e siccome per gli ordini dello

stato i gradi sono aperti a tutti gli ecclesiastici, ed è insieme

impossibile leggere nell’avvenire d’ognuno, ne nasce che l’andamento

degli affari pubblici è complicato, più assai che altrove, d’infiniti

rispetti a privati e per mire private; e questo unico vincolo che

unisca il presente al futuro, è, come ognun vede, di danno anzichè di

vantaggio allo stato.

Dunque, restringendo le molte parole in poche, dico che il pontefice

avrebbe grandissima difficoltà cogli ordini presenti a secondar

l’opinione riformando il suo stato, perchè non ne è veramente padrone.

Non è padrone, perchè non vi son leggi universali ed ubbidite, nè

istituzioni salde che abbian profonde radici nel popolo; perchè

invece egli regge per via di ministri che operano ad arbitrio, e

quest’arbitrio che usano ora contro i sudditi, e l’usano male, per

esser la maggior parte esteri che cercano fortuna, ed hanno l’occasione

misurata ed incerta, l’userebbero contro il principe quando volesse

correggerli a danno del loro utile privato.

Degli ultimi casi di Romagna · 第 4 / 17 段