Accadde pochi anni sono un fatto del quale io non ho veduto cogli occhi

miei il processo (e dico questo perchè non uso affermare se non le cose

che ho vedute e toccate), ma che tutto lo stato tiene per certissimo.

In un reggimento nacque discordia tra il colonnello ed i suoi capitani,

e la questione avea avuto origine nel riparto degli avanzi fatti sui

fondi d’arruolamento, che dal governo pontificio (con ordini de’

quali Machiavelli ha fatti conoscere abbastanza gli errori, e perciò

da secoli oramai condannati) vien dato quasi ad appalto: non potendo

accordarsi, i capitani fecer ricorso all’autorità.

Di questo accidente ne corse la voce, e ne fu portato a Roma

il giudizio. È impossibile che ambe le parti avesser ragione:

cionnondimeno il governo, per tenersi affezionati i suoi custodi,

congedò il colonnello con una pensione, gli diede maggior grado, e

rimandò con lodi i capitani alle loro compagnie.

E così si spende il denaro spremuto dai sudditi. Ma andiamo innanzi,

chè c’è di meglio. Non vi fosse altro male che di Svizzeri!

Alla fine in gente ordinata, buona o cattiva, in reggimenti di linea,

sieno pur ingordi, vadan pur cercando d’avvantaggiarsi alla meglio che

possono, v’è pur sempre un limite ed una qualche ombra di regola: se

non altro, è ordine di cose, che ha in sè un certo che d’aperto, di

franco, di conosciuto da tutti; i fatti accadono alla luce del giorno,

in faccia al pubblico, e con poco o niente mistero. Ma un altro più

nefando ordine è in Romagna, un’altra tenebrosa e scellerata potenza,

invisibile a tutti gli occhi, che tutti i cittadini, in ogni luogo, in

ogni momento della vita si sentono al fianco vigilante ed apparecchiata

a loro danno.

Il lettore a questa parola ha già pronunciata la parola polizia; ma

il lettore s’inganna. Io parlo di cosa più turpe, d’una nefandità più

nuova, più rara, anzi sconosciuta affatto a tutte le nazioni civili;

parlo di cosa della quale non oso, non voglio accusar il governo, e che

pure, non si può negarlo, egli conosce, sa che esiste, e non ne lava

l’infamia nei luoghi ove gli è concessa ogni potestà.

È in Romagna una generazione d’uomini vile, oscura, di rotta e

scellerata vita, usa all’ozio, al bagordo, alle risse da taverne, che

si grida devota al papa, al suo governo, alla fede, alla religione, e

con questo vanto si tiene sciolta d’ogni freno, d’ogni legge, stima

lecita ogni violenza (forse la stima meritoria) purchè sia contro

uomini che professino altre opinioni delle sue; lo che, come ognun

vede, è lo stesso che dire contro chiunque le sia odioso o nemico.

Questa mala razza, profittando del continuo terrore che è ne’

governanti, si combina in conventicole oscure, e vi prepara supposte

congiure, delazioni, e, peggio, vendette ed assassinii.

La città ed il borgo di Faenza son divisi da miserabile ed inveterato

odio cittadinesco, avanzo probabilmente d’antico parteggiare. Ai

disusati e vecchi nomi di parte son sottentrati oggidì quelli di

liberali per la città, di papalini pel borgo. Popolato questo d’uomini

di bestial ferocia, pronti alle risse ed al sangue, è il luogo che

può dirsi principal officina di violenze, principal nido di quella

scellerata genìa che, e quivi, ed a sua imitazione nell’altre città

di Romagna, provoca, batte, ferisce e talvolta uccide, e sempre a man

salva, coloro ch’ella dice liberali, o frammassoni, o carbonari.

Infiniti casi ne son accaduti dal 31 in qua, e ne vanno accadendo alla

giornata. Nel 31, nel tempo dell’occupazione austriaca, è avvenuto che,

trovandosi a notte avanzata pacifici cittadini per le strade, tornando

a casa da qualche veglia, s’imbattevano in frotte di que’ mascalzoni,

che prima con parole li offendevano, poi con mazze li battevano o con

coltelli li ferivano; e più volte sono stati repressi, sgridati e

minacciati dagli stessi ufficiali austriaci, che, quantunque stranieri,

quantunque nemici nostri, o ministri, se non altro, di potenza a

noi nemica, pur sentivano indignazione di siffatte enormità e della

scellerata connivenza del governo, non potean patire di veder trattati

a quel modo uomini tranquilli e disarmati, e li accompagnavano per puro

moto di umanità finchè li vedessero riparati e fuor di pericolo dietro

gli usci delle loro case.

In Francia, all’epoca del _Terrore_, furono uomini simili a costoro i

Marsigliesi, e furon la vergogna di quell’ordine di cose, la macchia

della bandiera tricolore, l’onta della causa della libertà; ma eran

tempi di transizione tra estremi opposti, tempi di ebbrezza, di

scatenamento universale: eppure chi oserebbe scusare le ingiustizie,

le violenze d’allora? Chi a quelle memorie non sente destarsi in cuore

affetto pietoso per le vittime, sdegno ed abominio contro i manigoldi?

Ma nella nostra età, oggi, ora mentre scrivo, pensare che tuttociò

accade o può accadere, non in paese sciolto d’ogni freno ed in piena

rivoluzione, ma in paese retto in nome di Colui del quale sta scritto,

che amò gli uomini sino a dar la vita per loro; in nome di quella

legge che comanda di perdonar al fratello sette volte settanta, vale a

dire sempre; pensare che ciò non sia favola, sogno o esagerazione di

parti, ma cosa per disgrazia dell’umanità e della religione vera pur

troppo e reale, è tal idea che la mente umana non la sostiene, è idea

che ti farebbe dubitar della luce del sole, e ti mette in cuore vera

desolazione.

Simile all’uomo presso ad annegarsi, che s’afferra a qualunque, benchè

debol virgulto, m’appiglio all’idea che il pontefice non sappia quello

che in suo nome si commette. Che non lo sappia? È egli possibile?

Ripugno ad entrare in questa questione; ma se egli lo ignora, ben lo

sanno i suoi ministri, o alcuni almeno de’ suoi ministri. Le parole

degne di cotali sciagurati, io mi vergogno pronunciarle, nè voglio

imbrattarne la mia penna, perciò non aggiungo sillaba, e li lascio

all’esecrazione degli uomini onesti di tutti i partiti e di tutte le

nazioni.

Usciamo di queste abominazioni: ma, pur troppo, mi tocca ad entrare in

cose non meno turpi, comunque non di così sozza lordura.

Parlo de’ giudizi, dell’inquisizione politica affidata a Commissioni

straordinarie, non vincolate da nessun ordine legale di processura,

e con illimitata autorità nelle condanne. In codesti tribunali, veri

_coupe-gorge_, come dicono i Francesi, tenuti per scellerati da tutte

le nazioni civili, perchè la loro stessa natura, la loro essenza

medesima è certo segno dello scopo al quale son destinati di servire,

cioè d’istrumenti alle vendette d’un principe, e non alla giustizia;

in questi tribunali, dico, gli stessi uomini sono insieme accusatori

e giudici; non v’è libertà nella difesa, e neppure nella scelta del

difensore, dato dai tribunali, e preso tra le persone a lui devote;

i processi oscuri, occulti, composti nell’interesse dell’accusa; i

costituti ingannevoli, suggestivi e pieni d’artificio, ed impiegata la

tortura morale, e si potrebbe dire anco la materiale; indefinita ed

arbitraria la classificazione delle colpe, per la qual cosa vengono

spesso puniti, come delitti di lesa maestà, l’opinione, il pensiero,

gli affetti dell’animo sfuggiti in qualche parola, in qualche scritto

imprudente, e castigati con pene che passano ogni idea di proporzione e

di giustizia, anche ammessa la reità dell’accusato.

A considerare la mansuetudine de’ tribunali delle nazioni civili, di

Francia, Inghilterra, Belgio, ne’ casi di stato, la loro scrupolosa e

direi timida premura pel reo, onde non gravarlo oltre l’onesto (e si

noti che se si mostrassero più severi, n’avrebbero forse motivo, per

essere in quegli ordini di principato meno oppressione pei sudditi

e più vie legali onde ottener giustizia ove si tengan gravati), a

vedere, verbigrazia, Luigi Napoleone rimandato sciolto dopo l’impresa

di Strasburgo; dopo quella di Boulogne, chiuso soltanto in carcere,

dove se fosse nato suddito del papa, non vi sarebbero stati bastanti

patiboli per ammazzarlo; veder in Francia ed in Inghilterra soltanto

esiliati, o rinchiusi come pazzi, uomini che aveano tentato uccidere il

re o la regina, e pensare da chi sono retti codesti stati, e da chi è

retto lo stato romano, pensare che a quelli si dà taccia o d’eresia, o

d’irreligione, che si tengono quegli ordini per tristi e pervertitori

dell’umana società, che si predican questi come gli ottimi, i santi;

a veder le opere, gli effetti degli uni e degli altri, vacillerebbe

l’umana ragione se Iddio per sua misericordia non avesse posto nel cuor

dell’uomo la facoltà di conoscere ed amare la verità e la giustizia, e

di detestare la menzogna e l’iniquità.

Le turpitudini e gli assassinamenti di cotali Commissioni si

rassomigliano, e sono pari in tutti i tempi ed in tutti i luoghi dove

vengono adoperate; perchè le medesime cause producono per tutto e

sempre i medesimi effetti, e perciò oramai di comune consenso delle

persone oneste sono tenute istrumento soltanto di violenza e di

vendetta.

L’esperienza ha mostrato che i ribaldi i quali accettano di sedervi, o

sappiano la mente di chi li ha posti a quell’ufficio o l’indovinino,

cercano e voglion colpevoli, e non innocenti; sanno che ad ogni

condanna salgono in grado presso il governo, mentre l’assolvere gli

farebbe calare; sanno che i più saldi gradini della scala de’ premii,

degli onori sono per loro i corpi delle vittime, innocenti o colpevoli,

poco importa. Il mondo è pieno, grazie alla stampa, delle infamie

che si commettono da costoro; i nomi de’ più famosi, quali furono in

Lombardia il Salvotti ed il Zaiotti, stanno affissi ad esecrazione

universale, e ad esempio de’ posteri sulla nuova via che segue l’uman

genere verso un migliore stato di giustizia e di diritto, come le

membra de’ malfattori si affiggevano un tempo sulle strade a terrore

ed esempio delle moltitudini. Ed ancora s’hanno a vedere Commissioni

speciali? E l’Italia avrà dunque il tristo vanto d’esser l’ultima ad

usarle?

Combattere ed infamare cotali scelleratezze sarebbe per avventura

cosa vana e superflua in ogni paese civile, ma non lo è pur troppo in

Italia, e giova, ad estirpazione totale di cotal peste (onde se ne

vergognino, se non altro, quelli che se ne vorrebbero valere), entrar

nel doloroso racconto de’ fatti di codeste Commissioni, e a questo

effetto narrare i casi di Romagna sin dal 43.

Io, che fo professione sopra ogni altra cosa di scrupolosa veracità;

io, che per aver vittoria di ogni più turpe iniquità, non la graverei

della minima delle calunnie, se dovessi ancor salvare il mondo con

essa, racconterò cose che non ho vedute, e delle quali perciò non

ho la certezza materiale; ma cose al tempo stesso che a ragion di

critica tengo per vere, e che sono tenute per tali da tutti. Se poi,

cionnonostante, m’accadesse di accusar ingiustamente o un privato o

lo stesso governo, ecco ciò che dichiaro onde serva di regola a chi

si tenesse gravato dalle mie parole. L’ultimo, il più umile e debole

degli uomini, ove mi mostrasse ch’io l’ho accusato ingiustamente, avrà

da me convenevole riparazione all’onor suo, e nel disdire le parole

dette, certo involontariamente, contro di lui, lo ringrazierò d’avermi

dato occasione d’adempiere ad un dovere d’equità: ma il più potente, il

primo de’ viventi, ove l’avessi giustamente accusato, tenterebbe invano

di farmi disdire d’una sola delle mie parole.

Io spero non essere, con questa dichiarazione dell’animo mio, uscito

de’ termini di quella modestia che mi si conviene, e prego il lettore

vi conosca soltanto il desiderio e la volontà d’esser franco, leale e

giusto coi nemici, come cogli amici.

Nella state e nell’autunno del 1843, essendo la Romagna in condizioni

analoghe alle presenti, le crescenti vessazioni doganali aggiuntesi a

tutte le altre provocazioni del governo, diedero occasione a qualche

tumulto nella provincia bolognese. Piccoli mercanti ed artefici del

popolo minuto, uniti ad alcuni contrabbandieri, stretti e perseguitati

più del solito dai gabellieri, si buttarono alla montagna, e vi vennero

più volte alle mani colle guardie di finanza: nè questi disordini

erano altro che una vana ed impotente resistenza di povera gente a chi

le turbava i suoi più o meno legali guadagni. In Bologna cittadini

di ogni grado compativano a que’ moti, conoscendoli frutto de’ mali

ordini delle gabelle, nè agitazione veruna si destava nella città. Ma

ciò non faceva pei ministri della polizia. Arte vecchia di costoro in

ogni paese è il supporre ed anche suscitare dimostrazioni avverse al

governo, per farvi i loro profitti; a questo effetto dipinsero ai loro

rettori gli accaduti disordini quali moti politici, ed incominciarono

tosto persecuzioni, visite nelle case, imprigionamenti, senza colpa

effettiva o competenti indizi, e quindi fuga di molti popolani, i quali

dubitando di non venir carcerati, si rifuggirono ai monti, accostandosi

a quei primi: e di costoro e d’altri esuli di più antica data si venne

ingrossando quella banda, che sempre più divenne argomento agli uomini

di polizia onde spaventare l’imbecillità dei governanti e spingerli

a radunare a furia le scellerate Commissioni speciali. Accresciuti

perciò i sospetti e i terrori nell’universale, e conoscendosi alcuni

arditi e generosi uomini delle prime famiglie della città, e da molto

tempo tenuti d’occhio o perseguitati dal governo, in urgentissimo

pericolo delle libertà o della vita, e nella necessità di scampare

ad ogni modo, piuttosto che provvedere alla loro salute soltanto

esiliandosi volontariamente, preferirono riunirsi a quegli sventurati

loro concittadini, che la nequizia de’ governanti stava per ridurre

all’ultimo estremo, soccorrerli coll’avere, colla persona e co’

consigli, e, facendosi loro guide, sottrarli alla galera od al patibolo.

In Bologna intanto la Commissione condannava moltissimi a lunghe

prigionie: sette od otto ammazzava. De’ modi tenuti per conoscere i

colpevoli poco o nulla è noto, perchè oscuri e segreti i processi e le

difese.

È fama che di molte di quelle vittime non fosse certo il reato.

Certissimo poi che la pena fu ad ogni modo arbitraria ed esorbitante.

Il colonnello de’ carabinieri, Freddi, uomo in Romagna odiatissimo,

che la voce pubblica dice fosse stato processato prima del 31, e

tornato poi in grado a’ governanti col secondarne le violenze, era

anche nel 43 anima e capo della Commissione di Bologna. Esso ed i suoi

pari fecero in quell’occasione grossi guadagni, predicati dal governo

quali mantenitori e vindici dell’ordine, delle leggi e de’ diritti

sovrani, e colmati di onori e di premii. Ma questa messe era per durar

poco. Veniva meno, era per cessare la loro bisogna, ed i profitti per

conseguenza. La città era ormai tranquilla, e le Romagne non avean dato

segno che mostrasse unione o corrispondenza cogli umori del Bolognese.

La Commissione si vedeva alla vigilia d’essere disciolta.

La provincia o legazione di Forlì, sottoposta al cardinal Gizi, al

quale ci gode l’animo render quell’omaggio che merita la sua umanità

e la nobiltà del cuore, che rifugge da ogni lordura di polizia, ne

impedisce le provocazioni ed ogn’altra ribalderia, non offriva campo

atto alla Commissione. I temperati modi del cardinale tenevano la

legazione incolpabile e tranquilla.

In Ravenna, invece, il cardinal legato Massimi, principe romano, che

nell’universale avea nota di superbia e rigidità, e s’era concitato

contro odio inestimabile de’ cittadini, inquietandoli con persecuzioni

più aperte e continue, con vessazioni e castighi arbitrari, col

mostrarsi disprezzatore de’ popoli, in Ravenna, dico, pareva alla

Commissione poter più comodamente ed a man salva esercitare le sue

ribalderie, ed aver aiuto e favore dal cardinale, facile ad ire e

vendette implacabili ed a stupidi terrori.

Commosso il popolo con atti ingiusti e violenti, e posta ad acerbe

prove la sua pazienza, accadde un fatto che nessuna provocazione può

certo rendere scusabile, ma che, dall’altro canto, non può recar

meraviglia, l’uccisione d’uno Svizzero e d’un carabiniere[3], fatto

segno per le dette violenze all’odio universale; e questi omicidii

dettero modo alla Commissione d’estendere le sue operazioni anco

sull’infelice Romagna.

S’immaginarono corrispondenze ed analogie tra i moti del 43 in Bologna,

e questo fatto accaduto del 45 in Ravenna; si sognaron trame e congiure

estese a varie città delle Legazioni, moltiplicando al tempo stesso le

carcerazioni a caso e senza motivo ragionevole in Rimini, in Ravenna

e nelle terre della Romagnuola. La supposta opinione dell’inquisito

era bastante cagione d’imprigionarlo, e ciò appare dalle infinite

liberazioni che, dopo mesi e mesi e talvolta anni di carcere, accadono

di persone dall’istessa Commissione riconosciute a forza innocenti.

I tormenti corporali, la strettezza d’ogni agio, le carceri insalubri,

le sorprese morali, i modi nefandi da essa usati per ottener

confessioni o rivelazioni, sono dolorosa ed orribile istoria, della

quale può aver idea chi ha letto i libri di Pellico o di Andryane: gli

scellerati si rassomiglian per tutto. Si può argomentare le crudeltà e

nequizie esercitate dalle Commissioni, nei segreti delle carceri e de’

tribunali, da quella usata ai prigionieri politici in pieno giorno ed

al cospetto de’ popoli l’estate scorsa.

Ne’ giorni e nell’ore più bruciate, sulle polverose strade della

Romagna, fu veduta venir lentamente una lunga fila di carrette guardate

da carabinieri e birri, sulle quali eran legati gl’inquisiti politici

che la Commissione faceva passare da un carcere all’altro. Non eran

costoro uomini avvezzi a cotale strazio, eran persone civili, di ogni

stato, d’ogni età, agli occhi stessi del governo forse innocenti

la maggior parte; e può immaginarsi con che cuore fosser veduti

attraversar a quel modo le città, sudici, impolverati, arsi dal sole,

legati e trattati come ladri di strada. A chi usa cotali modi credendo

incuter terrore, e ciò nel popolo che ha la fortezza e lo spirito del

Romagnuolo, può ben dirsi che Iddio ha tolta la mente ed ottenebrata la

vista!

Ma tutte le dette nefandità furono inutili ad ottenere lo scopo che

si voleva dalla Commissione. Le torture, le circuizioni, le domande

suggestive, le promesse d’impunità furon tentate tutte, e tutte

indarno, contro poveri popolani, i quali non per virtù, chè non avevano

in che mostrarla, ma per non avere nè saper che dire, tagliarono ogni

via alla Commissione di continuare il processo.

Disperati i giudici di poter far profitto veruno con que’ disgraziati,

correvano spesso dalle carceri al cardinale (così narra chi era a quel

tempo in Romagna), mostrandogli l’impossibilità di metter insieme tanto

da poterne far uscire con qualche color d’onestà una condanna, ed il

cardinale ad eccitarli a spendere, ad usar ogn’arte, far ogni prova per

trovar modo e cagione di castigo; e finalmente, non potendosi trovare

nè congiure, nè colpe politiche, si compose sopra apparenti analogie

di fatti lontani co’ presenti, di incerte deposizioni di testimoni

ignoti, confondendo insieme contrabbando e cose di stato, un processo,

dal quale la Commissione prese motivo di condannare due alla morte, e

moltissimi a venti, quindici, dieci anni di galera.

Un nobile e generoso atto venne a consolare l’universale nel lutto di

queste dolorose vicende, se tanta lode è dovuta all’adempimento d’uno

stretto dovere.

È costume delle Commissioni affidar sempre le difese de’ rei a persona

di loro fiducia, ed in questi ultimi casi ne fu dato il carico ad

Ulisse Pantoli, avvocato di Forlì, di nota fede al governo, che

si stimava avrebbe prestato mano alle intenzioni del tribunale.

Ma nell’animo onesto dell’avvocato potè più l’aperta verità e la

giustizia, che lo spirito di parte o l’amor del guadagno, e si

fece caldo e diligentissimo difensore di quegli sventurati, sino a

distruggere del tutto con salde ed evidenti prove l’accusa. L’onorata e

virtuosa temerità di quest’uomo dabbene generò contro esso nell’animo

del cardinale e de’ giudici odio fierissimo, che si fe’ palese con

perquisizioni, sottrazioni violente di carte provanti l’innocenza

degli accusati, ed in ultimo gli fu data Ravenna per carcere finchè la

sentenza tornasse ratificata da Roma. Liberato alla fine, si dice sarà

sospeso dall’ufficio, che ha in patria, di supplente al giusdicente

civile, e dall’esercizio della sua professione[4].

Sarà stanco oramai il lettore di sentire tante ribalderie, com’io sono

stanco e nauseato di scriverle, ma un ultimo fatto mi rimane a narrare,

ed egli ed io comportiamone il fastidio, chè sapere si deve ormai la

verità.

Uno de’ prigionieri, accusato d’aver avuta mano nell’uccisione del

carabiniere, si trovava per caso in villa la notte nella quale accadde

l’omicidio, e dormì in un’istessa camera con un frate francescano

cercante.

A prova della sua innocenza invocò a testimonio il frate, che affermò

la cosa esser vera, e ne ebbe un’acerba riprensione, e, richiamato a

Roma, la carcere in convento.

La cosa più probabile in tutto ciò è, che quella povera gente fosse

innocente; e, secondo ogni apparenza, i fatti del carabiniere e dello

Svizzero furono effetti di privata vendetta; delitti senza complicità

estesa, nè ramificazioni di trame, commessi da pochi già sottrattisi

alla forza del governo; e che il cardinale e la Commissione abbiano

iniquamente rapiti alle loro famiglie, mandati in galera, od ammazzati

molti poveri popolani, e con loro qualche cittadino di più alto stato,

o innocenti del tutto, o meritevoli almeno (e su ciò non v’è dubbio) di

castighi cento volte men gravi, empiendo le dette famiglie e le città

di squallore e di lutto, movendo per tutto spaventi, fughe e volontari

esilii, spargendo semi che frutteranno pur troppo, prima o poi, messe

inenarrabile di vendetta.

In tal condizione erano le Legazioni, quando nella state del presente

anno, tutta quella turba infelice d’esuli, fuggita di mano alla

Commissione, raccoltasi entro i confini della repubblica di San Marino,

che siede sull’Apennino a cavaliere della pianura e del mare, conobbe

che neppur quel luogo era per lei stanza sicura. Codesta radunata

di gente era composta di molti Riminesi campati dalle persecuzioni

della sacra Consulta, di fuggiaschi dalla bassa Romagna, travagliata

a quel tempo dalla Commissione, e stava per ingrossarsi di Dio sa

quanti altri delle circostanti province, minacciate tutte dallo stesso

flagello, se non che il cardinal Gizi, del quale abbiam già fatto noto

l’animo virtuoso e prudente, ricusò espressamente d’ammettere siffatta

abbominazione in Forlì, ove era la sede del suo governo, per la qual

cosa era voce che avesse a stabilirsi invece nella città di Rimini.

Gli esuli di San Marino trovavansi ogni dì a maggiori strette, scarsi

di denaro e d’ogni aiuto; lo scampo in Toscana, distanti com’erano dal

suo confine, si mostrava di troppa spesa e di grave difficoltà.

Non cessavano al tempo stesso le istanze e le minaccie del governo

pontificio alla piccola repubblica, affinchè consegnasse quelli che

s’erano commessi alla sua fede, mostrandosi risoluto invaderne lo

stato se persistesse nell’aver compassione di quegli sventurati, e nel

rispettare i santi diritti dell’ospitalità e dell’asilo.

Non trovando dunque altro modo d’uscir di quella rete, ovvero nutrendo

pure speranza che da una prova coll’armi sortisse qualche effetto

d’importanza, ordinarono tra loro fosse da muoversi in massa verso

Rimini, ove la scarsa truppa pontificia, poco amica al governo per

le narrate cagioni, non avrebbe forse voluto far testa, e gli amici,

parenti e concittadini li avrebbero aiutati.

Nel dare per certi i fatti che narro, non intendo rendermi egualmente

mallevadore delle intenzioni e de’ disegni, e per questa seconda parte

riferisco semplicemente le opinioni di coloro che, quantunque non

presenti a que’ casi, giudicano senza passione, e conoscono lo stato

delle faccende d’allora.

Degli ultimi casi di Romagna · 第 3 / 17 段