miei il processo (e dico questo perchè non uso affermare se non le cose
che ho vedute e toccate), ma che tutto lo stato tiene per certissimo.
In un reggimento nacque discordia tra il colonnello ed i suoi capitani,
e la questione avea avuto origine nel riparto degli avanzi fatti sui
fondi d’arruolamento, che dal governo pontificio (con ordini de’
quali Machiavelli ha fatti conoscere abbastanza gli errori, e perciò
da secoli oramai condannati) vien dato quasi ad appalto: non potendo
accordarsi, i capitani fecer ricorso all’autorità.
Di questo accidente ne corse la voce, e ne fu portato a Roma
il giudizio. È impossibile che ambe le parti avesser ragione:
cionnondimeno il governo, per tenersi affezionati i suoi custodi,
congedò il colonnello con una pensione, gli diede maggior grado, e
rimandò con lodi i capitani alle loro compagnie.
E così si spende il denaro spremuto dai sudditi. Ma andiamo innanzi,
chè c’è di meglio. Non vi fosse altro male che di Svizzeri!
Alla fine in gente ordinata, buona o cattiva, in reggimenti di linea,
sieno pur ingordi, vadan pur cercando d’avvantaggiarsi alla meglio che
possono, v’è pur sempre un limite ed una qualche ombra di regola: se
non altro, è ordine di cose, che ha in sè un certo che d’aperto, di
franco, di conosciuto da tutti; i fatti accadono alla luce del giorno,
in faccia al pubblico, e con poco o niente mistero. Ma un altro più
nefando ordine è in Romagna, un’altra tenebrosa e scellerata potenza,
invisibile a tutti gli occhi, che tutti i cittadini, in ogni luogo, in
ogni momento della vita si sentono al fianco vigilante ed apparecchiata
a loro danno.
Il lettore a questa parola ha già pronunciata la parola polizia; ma
il lettore s’inganna. Io parlo di cosa più turpe, d’una nefandità più
nuova, più rara, anzi sconosciuta affatto a tutte le nazioni civili;
parlo di cosa della quale non oso, non voglio accusar il governo, e che
pure, non si può negarlo, egli conosce, sa che esiste, e non ne lava
l’infamia nei luoghi ove gli è concessa ogni potestà.
È in Romagna una generazione d’uomini vile, oscura, di rotta e
scellerata vita, usa all’ozio, al bagordo, alle risse da taverne, che
si grida devota al papa, al suo governo, alla fede, alla religione, e
con questo vanto si tiene sciolta d’ogni freno, d’ogni legge, stima
lecita ogni violenza (forse la stima meritoria) purchè sia contro
uomini che professino altre opinioni delle sue; lo che, come ognun
vede, è lo stesso che dire contro chiunque le sia odioso o nemico.
Questa mala razza, profittando del continuo terrore che è ne’
governanti, si combina in conventicole oscure, e vi prepara supposte
congiure, delazioni, e, peggio, vendette ed assassinii.
La città ed il borgo di Faenza son divisi da miserabile ed inveterato
odio cittadinesco, avanzo probabilmente d’antico parteggiare. Ai
disusati e vecchi nomi di parte son sottentrati oggidì quelli di
liberali per la città, di papalini pel borgo. Popolato questo d’uomini
di bestial ferocia, pronti alle risse ed al sangue, è il luogo che
può dirsi principal officina di violenze, principal nido di quella
scellerata genìa che, e quivi, ed a sua imitazione nell’altre città
di Romagna, provoca, batte, ferisce e talvolta uccide, e sempre a man
salva, coloro ch’ella dice liberali, o frammassoni, o carbonari.
Infiniti casi ne son accaduti dal 31 in qua, e ne vanno accadendo alla
giornata. Nel 31, nel tempo dell’occupazione austriaca, è avvenuto che,
trovandosi a notte avanzata pacifici cittadini per le strade, tornando
a casa da qualche veglia, s’imbattevano in frotte di que’ mascalzoni,
che prima con parole li offendevano, poi con mazze li battevano o con
coltelli li ferivano; e più volte sono stati repressi, sgridati e
minacciati dagli stessi ufficiali austriaci, che, quantunque stranieri,
quantunque nemici nostri, o ministri, se non altro, di potenza a
noi nemica, pur sentivano indignazione di siffatte enormità e della
scellerata connivenza del governo, non potean patire di veder trattati
a quel modo uomini tranquilli e disarmati, e li accompagnavano per puro
moto di umanità finchè li vedessero riparati e fuor di pericolo dietro
gli usci delle loro case.
In Francia, all’epoca del _Terrore_, furono uomini simili a costoro i
Marsigliesi, e furon la vergogna di quell’ordine di cose, la macchia
della bandiera tricolore, l’onta della causa della libertà; ma eran
tempi di transizione tra estremi opposti, tempi di ebbrezza, di
scatenamento universale: eppure chi oserebbe scusare le ingiustizie,
le violenze d’allora? Chi a quelle memorie non sente destarsi in cuore
affetto pietoso per le vittime, sdegno ed abominio contro i manigoldi?
Ma nella nostra età, oggi, ora mentre scrivo, pensare che tuttociò
accade o può accadere, non in paese sciolto d’ogni freno ed in piena
rivoluzione, ma in paese retto in nome di Colui del quale sta scritto,
che amò gli uomini sino a dar la vita per loro; in nome di quella
legge che comanda di perdonar al fratello sette volte settanta, vale a
dire sempre; pensare che ciò non sia favola, sogno o esagerazione di
parti, ma cosa per disgrazia dell’umanità e della religione vera pur
troppo e reale, è tal idea che la mente umana non la sostiene, è idea
che ti farebbe dubitar della luce del sole, e ti mette in cuore vera
desolazione.
Simile all’uomo presso ad annegarsi, che s’afferra a qualunque, benchè
debol virgulto, m’appiglio all’idea che il pontefice non sappia quello
che in suo nome si commette. Che non lo sappia? È egli possibile?
Ripugno ad entrare in questa questione; ma se egli lo ignora, ben lo
sanno i suoi ministri, o alcuni almeno de’ suoi ministri. Le parole
degne di cotali sciagurati, io mi vergogno pronunciarle, nè voglio
imbrattarne la mia penna, perciò non aggiungo sillaba, e li lascio
all’esecrazione degli uomini onesti di tutti i partiti e di tutte le
nazioni.
Usciamo di queste abominazioni: ma, pur troppo, mi tocca ad entrare in
cose non meno turpi, comunque non di così sozza lordura.
Parlo de’ giudizi, dell’inquisizione politica affidata a Commissioni
straordinarie, non vincolate da nessun ordine legale di processura,
e con illimitata autorità nelle condanne. In codesti tribunali, veri
_coupe-gorge_, come dicono i Francesi, tenuti per scellerati da tutte
le nazioni civili, perchè la loro stessa natura, la loro essenza
medesima è certo segno dello scopo al quale son destinati di servire,
cioè d’istrumenti alle vendette d’un principe, e non alla giustizia;
in questi tribunali, dico, gli stessi uomini sono insieme accusatori
e giudici; non v’è libertà nella difesa, e neppure nella scelta del
difensore, dato dai tribunali, e preso tra le persone a lui devote;
i processi oscuri, occulti, composti nell’interesse dell’accusa; i
costituti ingannevoli, suggestivi e pieni d’artificio, ed impiegata la
tortura morale, e si potrebbe dire anco la materiale; indefinita ed
arbitraria la classificazione delle colpe, per la qual cosa vengono
spesso puniti, come delitti di lesa maestà, l’opinione, il pensiero,
gli affetti dell’animo sfuggiti in qualche parola, in qualche scritto
imprudente, e castigati con pene che passano ogni idea di proporzione e
di giustizia, anche ammessa la reità dell’accusato.
A considerare la mansuetudine de’ tribunali delle nazioni civili, di
Francia, Inghilterra, Belgio, ne’ casi di stato, la loro scrupolosa e
direi timida premura pel reo, onde non gravarlo oltre l’onesto (e si
noti che se si mostrassero più severi, n’avrebbero forse motivo, per
essere in quegli ordini di principato meno oppressione pei sudditi
e più vie legali onde ottener giustizia ove si tengan gravati), a
vedere, verbigrazia, Luigi Napoleone rimandato sciolto dopo l’impresa
di Strasburgo; dopo quella di Boulogne, chiuso soltanto in carcere,
dove se fosse nato suddito del papa, non vi sarebbero stati bastanti
patiboli per ammazzarlo; veder in Francia ed in Inghilterra soltanto
esiliati, o rinchiusi come pazzi, uomini che aveano tentato uccidere il
re o la regina, e pensare da chi sono retti codesti stati, e da chi è
retto lo stato romano, pensare che a quelli si dà taccia o d’eresia, o
d’irreligione, che si tengono quegli ordini per tristi e pervertitori
dell’umana società, che si predican questi come gli ottimi, i santi;
a veder le opere, gli effetti degli uni e degli altri, vacillerebbe
l’umana ragione se Iddio per sua misericordia non avesse posto nel cuor
dell’uomo la facoltà di conoscere ed amare la verità e la giustizia, e
di detestare la menzogna e l’iniquità.
Le turpitudini e gli assassinamenti di cotali Commissioni si
rassomigliano, e sono pari in tutti i tempi ed in tutti i luoghi dove
vengono adoperate; perchè le medesime cause producono per tutto e
sempre i medesimi effetti, e perciò oramai di comune consenso delle
persone oneste sono tenute istrumento soltanto di violenza e di
vendetta.
L’esperienza ha mostrato che i ribaldi i quali accettano di sedervi, o
sappiano la mente di chi li ha posti a quell’ufficio o l’indovinino,
cercano e voglion colpevoli, e non innocenti; sanno che ad ogni
condanna salgono in grado presso il governo, mentre l’assolvere gli
farebbe calare; sanno che i più saldi gradini della scala de’ premii,
degli onori sono per loro i corpi delle vittime, innocenti o colpevoli,
poco importa. Il mondo è pieno, grazie alla stampa, delle infamie
che si commettono da costoro; i nomi de’ più famosi, quali furono in
Lombardia il Salvotti ed il Zaiotti, stanno affissi ad esecrazione
universale, e ad esempio de’ posteri sulla nuova via che segue l’uman
genere verso un migliore stato di giustizia e di diritto, come le
membra de’ malfattori si affiggevano un tempo sulle strade a terrore
ed esempio delle moltitudini. Ed ancora s’hanno a vedere Commissioni
speciali? E l’Italia avrà dunque il tristo vanto d’esser l’ultima ad
usarle?
Combattere ed infamare cotali scelleratezze sarebbe per avventura
cosa vana e superflua in ogni paese civile, ma non lo è pur troppo in
Italia, e giova, ad estirpazione totale di cotal peste (onde se ne
vergognino, se non altro, quelli che se ne vorrebbero valere), entrar
nel doloroso racconto de’ fatti di codeste Commissioni, e a questo
effetto narrare i casi di Romagna sin dal 43.
Io, che fo professione sopra ogni altra cosa di scrupolosa veracità;
io, che per aver vittoria di ogni più turpe iniquità, non la graverei
della minima delle calunnie, se dovessi ancor salvare il mondo con
essa, racconterò cose che non ho vedute, e delle quali perciò non
ho la certezza materiale; ma cose al tempo stesso che a ragion di
critica tengo per vere, e che sono tenute per tali da tutti. Se poi,
cionnonostante, m’accadesse di accusar ingiustamente o un privato o
lo stesso governo, ecco ciò che dichiaro onde serva di regola a chi
si tenesse gravato dalle mie parole. L’ultimo, il più umile e debole
degli uomini, ove mi mostrasse ch’io l’ho accusato ingiustamente, avrà
da me convenevole riparazione all’onor suo, e nel disdire le parole
dette, certo involontariamente, contro di lui, lo ringrazierò d’avermi
dato occasione d’adempiere ad un dovere d’equità: ma il più potente, il
primo de’ viventi, ove l’avessi giustamente accusato, tenterebbe invano
di farmi disdire d’una sola delle mie parole.
Io spero non essere, con questa dichiarazione dell’animo mio, uscito
de’ termini di quella modestia che mi si conviene, e prego il lettore
vi conosca soltanto il desiderio e la volontà d’esser franco, leale e
giusto coi nemici, come cogli amici.
Nella state e nell’autunno del 1843, essendo la Romagna in condizioni
analoghe alle presenti, le crescenti vessazioni doganali aggiuntesi a
tutte le altre provocazioni del governo, diedero occasione a qualche
tumulto nella provincia bolognese. Piccoli mercanti ed artefici del
popolo minuto, uniti ad alcuni contrabbandieri, stretti e perseguitati
più del solito dai gabellieri, si buttarono alla montagna, e vi vennero
più volte alle mani colle guardie di finanza: nè questi disordini
erano altro che una vana ed impotente resistenza di povera gente a chi
le turbava i suoi più o meno legali guadagni. In Bologna cittadini
di ogni grado compativano a que’ moti, conoscendoli frutto de’ mali
ordini delle gabelle, nè agitazione veruna si destava nella città. Ma
ciò non faceva pei ministri della polizia. Arte vecchia di costoro in
ogni paese è il supporre ed anche suscitare dimostrazioni avverse al
governo, per farvi i loro profitti; a questo effetto dipinsero ai loro
rettori gli accaduti disordini quali moti politici, ed incominciarono
tosto persecuzioni, visite nelle case, imprigionamenti, senza colpa
effettiva o competenti indizi, e quindi fuga di molti popolani, i quali
dubitando di non venir carcerati, si rifuggirono ai monti, accostandosi
a quei primi: e di costoro e d’altri esuli di più antica data si venne
ingrossando quella banda, che sempre più divenne argomento agli uomini
di polizia onde spaventare l’imbecillità dei governanti e spingerli
a radunare a furia le scellerate Commissioni speciali. Accresciuti
perciò i sospetti e i terrori nell’universale, e conoscendosi alcuni
arditi e generosi uomini delle prime famiglie della città, e da molto
tempo tenuti d’occhio o perseguitati dal governo, in urgentissimo
pericolo delle libertà o della vita, e nella necessità di scampare
ad ogni modo, piuttosto che provvedere alla loro salute soltanto
esiliandosi volontariamente, preferirono riunirsi a quegli sventurati
loro concittadini, che la nequizia de’ governanti stava per ridurre
all’ultimo estremo, soccorrerli coll’avere, colla persona e co’
consigli, e, facendosi loro guide, sottrarli alla galera od al patibolo.
In Bologna intanto la Commissione condannava moltissimi a lunghe
prigionie: sette od otto ammazzava. De’ modi tenuti per conoscere i
colpevoli poco o nulla è noto, perchè oscuri e segreti i processi e le
difese.
È fama che di molte di quelle vittime non fosse certo il reato.
Certissimo poi che la pena fu ad ogni modo arbitraria ed esorbitante.
Il colonnello de’ carabinieri, Freddi, uomo in Romagna odiatissimo,
che la voce pubblica dice fosse stato processato prima del 31, e
tornato poi in grado a’ governanti col secondarne le violenze, era
anche nel 43 anima e capo della Commissione di Bologna. Esso ed i suoi
pari fecero in quell’occasione grossi guadagni, predicati dal governo
quali mantenitori e vindici dell’ordine, delle leggi e de’ diritti
sovrani, e colmati di onori e di premii. Ma questa messe era per durar
poco. Veniva meno, era per cessare la loro bisogna, ed i profitti per
conseguenza. La città era ormai tranquilla, e le Romagne non avean dato
segno che mostrasse unione o corrispondenza cogli umori del Bolognese.
La Commissione si vedeva alla vigilia d’essere disciolta.
La provincia o legazione di Forlì, sottoposta al cardinal Gizi, al
quale ci gode l’animo render quell’omaggio che merita la sua umanità
e la nobiltà del cuore, che rifugge da ogni lordura di polizia, ne
impedisce le provocazioni ed ogn’altra ribalderia, non offriva campo
atto alla Commissione. I temperati modi del cardinale tenevano la
legazione incolpabile e tranquilla.
In Ravenna, invece, il cardinal legato Massimi, principe romano, che
nell’universale avea nota di superbia e rigidità, e s’era concitato
contro odio inestimabile de’ cittadini, inquietandoli con persecuzioni
più aperte e continue, con vessazioni e castighi arbitrari, col
mostrarsi disprezzatore de’ popoli, in Ravenna, dico, pareva alla
Commissione poter più comodamente ed a man salva esercitare le sue
ribalderie, ed aver aiuto e favore dal cardinale, facile ad ire e
vendette implacabili ed a stupidi terrori.
Commosso il popolo con atti ingiusti e violenti, e posta ad acerbe
prove la sua pazienza, accadde un fatto che nessuna provocazione può
certo rendere scusabile, ma che, dall’altro canto, non può recar
meraviglia, l’uccisione d’uno Svizzero e d’un carabiniere[3], fatto
segno per le dette violenze all’odio universale; e questi omicidii
dettero modo alla Commissione d’estendere le sue operazioni anco
sull’infelice Romagna.
S’immaginarono corrispondenze ed analogie tra i moti del 43 in Bologna,
e questo fatto accaduto del 45 in Ravenna; si sognaron trame e congiure
estese a varie città delle Legazioni, moltiplicando al tempo stesso le
carcerazioni a caso e senza motivo ragionevole in Rimini, in Ravenna
e nelle terre della Romagnuola. La supposta opinione dell’inquisito
era bastante cagione d’imprigionarlo, e ciò appare dalle infinite
liberazioni che, dopo mesi e mesi e talvolta anni di carcere, accadono
di persone dall’istessa Commissione riconosciute a forza innocenti.
I tormenti corporali, la strettezza d’ogni agio, le carceri insalubri,
le sorprese morali, i modi nefandi da essa usati per ottener
confessioni o rivelazioni, sono dolorosa ed orribile istoria, della
quale può aver idea chi ha letto i libri di Pellico o di Andryane: gli
scellerati si rassomiglian per tutto. Si può argomentare le crudeltà e
nequizie esercitate dalle Commissioni, nei segreti delle carceri e de’
tribunali, da quella usata ai prigionieri politici in pieno giorno ed
al cospetto de’ popoli l’estate scorsa.
Ne’ giorni e nell’ore più bruciate, sulle polverose strade della
Romagna, fu veduta venir lentamente una lunga fila di carrette guardate
da carabinieri e birri, sulle quali eran legati gl’inquisiti politici
che la Commissione faceva passare da un carcere all’altro. Non eran
costoro uomini avvezzi a cotale strazio, eran persone civili, di ogni
stato, d’ogni età, agli occhi stessi del governo forse innocenti
la maggior parte; e può immaginarsi con che cuore fosser veduti
attraversar a quel modo le città, sudici, impolverati, arsi dal sole,
legati e trattati come ladri di strada. A chi usa cotali modi credendo
incuter terrore, e ciò nel popolo che ha la fortezza e lo spirito del
Romagnuolo, può ben dirsi che Iddio ha tolta la mente ed ottenebrata la
vista!
Ma tutte le dette nefandità furono inutili ad ottenere lo scopo che
si voleva dalla Commissione. Le torture, le circuizioni, le domande
suggestive, le promesse d’impunità furon tentate tutte, e tutte
indarno, contro poveri popolani, i quali non per virtù, chè non avevano
in che mostrarla, ma per non avere nè saper che dire, tagliarono ogni
via alla Commissione di continuare il processo.
Disperati i giudici di poter far profitto veruno con que’ disgraziati,
correvano spesso dalle carceri al cardinale (così narra chi era a quel
tempo in Romagna), mostrandogli l’impossibilità di metter insieme tanto
da poterne far uscire con qualche color d’onestà una condanna, ed il
cardinale ad eccitarli a spendere, ad usar ogn’arte, far ogni prova per
trovar modo e cagione di castigo; e finalmente, non potendosi trovare
nè congiure, nè colpe politiche, si compose sopra apparenti analogie
di fatti lontani co’ presenti, di incerte deposizioni di testimoni
ignoti, confondendo insieme contrabbando e cose di stato, un processo,
dal quale la Commissione prese motivo di condannare due alla morte, e
moltissimi a venti, quindici, dieci anni di galera.
Un nobile e generoso atto venne a consolare l’universale nel lutto di
queste dolorose vicende, se tanta lode è dovuta all’adempimento d’uno
stretto dovere.
È costume delle Commissioni affidar sempre le difese de’ rei a persona
di loro fiducia, ed in questi ultimi casi ne fu dato il carico ad
Ulisse Pantoli, avvocato di Forlì, di nota fede al governo, che
si stimava avrebbe prestato mano alle intenzioni del tribunale.
Ma nell’animo onesto dell’avvocato potè più l’aperta verità e la
giustizia, che lo spirito di parte o l’amor del guadagno, e si
fece caldo e diligentissimo difensore di quegli sventurati, sino a
distruggere del tutto con salde ed evidenti prove l’accusa. L’onorata e
virtuosa temerità di quest’uomo dabbene generò contro esso nell’animo
del cardinale e de’ giudici odio fierissimo, che si fe’ palese con
perquisizioni, sottrazioni violente di carte provanti l’innocenza
degli accusati, ed in ultimo gli fu data Ravenna per carcere finchè la
sentenza tornasse ratificata da Roma. Liberato alla fine, si dice sarà
sospeso dall’ufficio, che ha in patria, di supplente al giusdicente
civile, e dall’esercizio della sua professione[4].
Sarà stanco oramai il lettore di sentire tante ribalderie, com’io sono
stanco e nauseato di scriverle, ma un ultimo fatto mi rimane a narrare,
ed egli ed io comportiamone il fastidio, chè sapere si deve ormai la
verità.
Uno de’ prigionieri, accusato d’aver avuta mano nell’uccisione del
carabiniere, si trovava per caso in villa la notte nella quale accadde
l’omicidio, e dormì in un’istessa camera con un frate francescano
cercante.
A prova della sua innocenza invocò a testimonio il frate, che affermò
la cosa esser vera, e ne ebbe un’acerba riprensione, e, richiamato a
Roma, la carcere in convento.
La cosa più probabile in tutto ciò è, che quella povera gente fosse
innocente; e, secondo ogni apparenza, i fatti del carabiniere e dello
Svizzero furono effetti di privata vendetta; delitti senza complicità
estesa, nè ramificazioni di trame, commessi da pochi già sottrattisi
alla forza del governo; e che il cardinale e la Commissione abbiano
iniquamente rapiti alle loro famiglie, mandati in galera, od ammazzati
molti poveri popolani, e con loro qualche cittadino di più alto stato,
o innocenti del tutto, o meritevoli almeno (e su ciò non v’è dubbio) di
castighi cento volte men gravi, empiendo le dette famiglie e le città
di squallore e di lutto, movendo per tutto spaventi, fughe e volontari
esilii, spargendo semi che frutteranno pur troppo, prima o poi, messe
inenarrabile di vendetta.
In tal condizione erano le Legazioni, quando nella state del presente
anno, tutta quella turba infelice d’esuli, fuggita di mano alla
Commissione, raccoltasi entro i confini della repubblica di San Marino,
che siede sull’Apennino a cavaliere della pianura e del mare, conobbe
che neppur quel luogo era per lei stanza sicura. Codesta radunata
di gente era composta di molti Riminesi campati dalle persecuzioni
della sacra Consulta, di fuggiaschi dalla bassa Romagna, travagliata
a quel tempo dalla Commissione, e stava per ingrossarsi di Dio sa
quanti altri delle circostanti province, minacciate tutte dallo stesso
flagello, se non che il cardinal Gizi, del quale abbiam già fatto noto
l’animo virtuoso e prudente, ricusò espressamente d’ammettere siffatta
abbominazione in Forlì, ove era la sede del suo governo, per la qual
cosa era voce che avesse a stabilirsi invece nella città di Rimini.
Gli esuli di San Marino trovavansi ogni dì a maggiori strette, scarsi
di denaro e d’ogni aiuto; lo scampo in Toscana, distanti com’erano dal
suo confine, si mostrava di troppa spesa e di grave difficoltà.
Non cessavano al tempo stesso le istanze e le minaccie del governo
pontificio alla piccola repubblica, affinchè consegnasse quelli che
s’erano commessi alla sua fede, mostrandosi risoluto invaderne lo
stato se persistesse nell’aver compassione di quegli sventurati, e nel
rispettare i santi diritti dell’ospitalità e dell’asilo.
Non trovando dunque altro modo d’uscir di quella rete, ovvero nutrendo
pure speranza che da una prova coll’armi sortisse qualche effetto
d’importanza, ordinarono tra loro fosse da muoversi in massa verso
Rimini, ove la scarsa truppa pontificia, poco amica al governo per
le narrate cagioni, non avrebbe forse voluto far testa, e gli amici,
parenti e concittadini li avrebbero aiutati.
Nel dare per certi i fatti che narro, non intendo rendermi egualmente
mallevadore delle intenzioni e de’ disegni, e per questa seconda parte
riferisco semplicemente le opinioni di coloro che, quantunque non
presenti a que’ casi, giudicano senza passione, e conoscono lo stato
delle faccende d’allora.