E queste rigide parole io non le dico per odio del papato. Lo dichiaro

solennemente, prima di aggiunger altro, affinchè il lettore non mi

prenda in iscambio. Io venero il cristianesimo, venero il cattolicismo,

e stimerei l’ultima delle sventure per l’Italia se si turbasse la sua

unità religiosa, la sola che le sia rimasta. Di più; io neppur sento

astio od avversione contro la corte di Roma, dalla quale non ricevetti

giammai offesa veruna, e n’ho invece talvolta ricevuti favori, e

perciò le mie parole, per quanto acerbe, non s’hanno a prendere come

espressione dell’odio d’un nemico, ma piuttosto come effetto del dolore

che si desta in noi per l’amico che s’ostini alla sua rovina.

Io ho accusato d’ingiustizia il governo papale. Suppongo che egli,

interrogando, dica: — Che cosa dunque debbo fare? — Io gli darò

una risposta alla quale forse nè esso nè il lettore s’aspetta: gli

domanderò cosa che non parrà indiscreta, gli chiederò pe’ suoi sudditi

la grazia di essere un po’ più assoluto, un po’ più dispotico di quello

che è: anzi d’esser governo veramente assoluto e dispotico, ch’egli

crede essere, e non è.

Per governo assoluto s’intende quello d’un uomo che a suo pieno

arbitrio comandi ad un popolo; tanto è vero che la parola monarchia

altro non significa fuorchè comando d’un solo.

Ora si potrebbe affermare, che questo modo di principato, preso nel

suo stretto senso, non è possibile a nessun uomo, ed è possibile a

Dio soltanto: perchè Dio solo, e non altri, può esser simultaneamente

presente alle azioni di tutti i viventi, e dirigerle a suo piacere. Ma

lasciamo questa troppo stretta interpretazione.

Io dico che neppur in un più lato senso (salvo uno solo, che dirò or

ora), non è possibile all’uomo il governo assoluto. Perchè nessun uomo,

sieno pur immense quanto si voglia le sue facoltà corporee e mentali,

può giungere a provvedere coll’azione immediata della sua autorità

a tutt’i casi che si moltiplicano all’infinito giornalmente nel

reggimento di più milioni di sudditi.

Vi sono però due vie d’esercitare approssimativamente, dirò così, il

principato assoluto. Una illusoria pel principe stesso: l’altra reale,

per quanto lo può essere nelle condizioni della nostra natura.

La prima consiste nel far fare ad altri quello che non si può far da

sè; cioè nell’investire altri d’una porzione della propria autorità,

onde l’eserciti a sua discrezione. Ma questo è modo, non d’esercitare

il principato assoluto, bensì di spogliarsene. Questo è modo usato

in terra di Turchi, ed anche colà vien meno a misura che vi cresce

e s’estende la civiltà: ma non vien meno però tra’ Cristiani e più

particolarmente nello stato papale. Questo è modo più d’ogni altro

rovinoso pe’ sudditi e pieno di pericoli pel principe, il quale

non comanda, come abbiamo osservato, e non ha perciò i benefizii

dell’impero, ma ne ha invece tutti gli odii e le responsabilità; ed

ove gli uomini, investiti da lui del potere, ne abusino, incontra

necessariamente o taccia di crudele, se non li corregge, o di stolto e

poco avveduto, se, correggendoli, confessa implicitamente di non aver

saputo scegliere e conoscere i suoi ministri. Perciò, o disprezzo od

odio non lo può fuggire.

Ciò accade ad ogni momento sotto il governo papale: e, per citare un

esempio tra mille, e dir cosa recente e notissima, tutti si rammentano

del fatto, accaduto or fa l’anno, d’un vescovo dello stato, che bandiva

un editto per dar nuovi regolamenti in materia matrimoniale, rafforzato

di gravi pene minacciate ai contravventori. Io ero in Roma. L’editto

girava di tasca in tasca, di conversazione in conversazione; e non ti

dico che risate se ne facesse. Convenne al governo annullarlo, chè, con

tutto il buon volere di salvar la riputazione del vescovo, non v’era

modo a far altrimenti, essendo la più pazza cosa del mondo: ma qual

guadagno vi facesse invece la riputazione del governo, e qual guadagno

faccia ne’ casi consimili, che pur troppo si ripetono di continuo, te

lo puoi immaginare: odio o disprezzo; di qui non s’esce.

Dunque un cotal modo d’esercitare il principato assoluto è pericoloso

pel principe, ed inoltre illusorio, ed il principe che lo segue crede

essere assoluto, e non è: e la sua autorità è meno ubbidita di quella

del sovrano dello stato più democraticamente rappresentativo del mondo.

Resta un altro modo, il migliore, il solo praticabile, il solo che

(data la monarchia assoluta) possa conciliare la possibile felicità dei

popoli colla sicurezza del principe, il solo non illusorio, e mediante

il quale il principe può realmente dire: Io comando ai miei sudditi

quanto è possibile che un uomo, e non un Dio, comandi ad altri uomini.

Questo modo è semplicissimo, e consiste in ciò: che il principe, di suo

proprio moto ed autorità, e per ispirazione divina se vogliamo, chè non

cerco briga sulle parole, decida una volta quali siano i suoi voleri,

li traduca in altrettante leggi, le promulghi, e dica ai suoi sudditi:

_dal maggiore all’infimo tutti le dovete egualmente ubbidire._

Ciò fatto, fissi un’ora, un giorno, ogni settimana, ogni mese, nel

quale ad ogni suo suddito sia lecito presentarsegli e dirgli: il

tal vostro ministro m’ha fatto ingiuria per aver disubbidito al tal

articolo della vostra legge. Provata la verità dell’accusa, punisca

il ministro, e faccia giustizia all’offeso; e questo principe potrà

veramente vantarsi d’esser principe assoluto, potrà dire: La mia

volontà è ubbidita da’ miei sudditi sino all’estremo limite cui può

giungere l’autorità di un uomo; potrà dire: Il mio principato è vera

monarchia.

Domando ora se tanto può dire il papa? domando se ai suoi sudditi non

tornerebbe meglio che potesse dirlo? Domando ai Romagnuoli se non

preferirebbero ubbidire a leggi buone o cattive, ma stabili, senza

eccezione di persone, uguali per tutti, piuttosto che all’arbitrio de’

loro monsignori, legati, vice-legati, delegati o che so io? domando se

non vorrebbero (essendo pur sudditi del papa) ubbidire almeno al papa,

e fosse il suo principato più assoluto che non è, anzi veramente e

realmente assoluto?

Ho fatto professione di dire la verità senza nè reticenze, nè passioni,

e mi trovo sforzato a lodar l’Austria. Il suo codice (salvo pe’ casi

di stato, ove è assolutamente iniquo) è uguale per tutti, non ammette

eccezioni nè di persone, nè di classi, nè di religione. Colla legge

alla mano l’ultimo facchino ha ragione contro il primo de’ signori o

degli stessi ministri del governo. E non dico per questo che le sue

leggi sieno buone, che sieno adatte ai bisogni degl’Italiani che le

ubbidiscono, ed intese al loro vero bene, e meno ancora che il suo

governo sia perciò accetto o debba essere accetto nella Lombardia e

nella Venezia, mentre è sempre governo straniero, e che anco nel far il

bene ha in mira il pessimo de’ mali, quello d’impedirci d’esser nazione

padrona di sè ed indipendente; ma dico che gli uomini si rassegnano

talvolta anche a mali gravissimi, quando è pure in essi regola certa,

imparziale ed uguale per tutti, e, contenti o no, vi s’accomodano. Ma

non s’accomodano giammai a veder, verbigrazia, di due delinquenti,

l’uno assolto, l’altro condannato per lo stesso delitto, a veder il

prete immune da quel castigo che percuote il laico inesorabilmente[1];

non s’accomodano alla vita di continuo sospetto, all’incertezza di

tutt’i momenti, al dubbio tormentoso ed incessante di esser o spogliati

dell’avere, o carcerati, od offesi arbitrariamente in qualsiasi modo,

senza aver via di richiamo, senza aver legge certa che li difenda.

E lo sa bene l’Austria, e ne fa pur troppo il suo profitto: ma tra i

governi italiani tutti più o meno mostran co’ fatti d’ignorarlo, e più

di tutti il governo papale; e se i suoi sudditi non amano il governo

straniero, e non cercano, come molti hanno detto e creduto, d’esser

riuniti all’Austria, se que’ ribaldi dei Castagnuoli e del Baratelli,

che s’ingegnavano propagarne il pensiero colla infame società

Ferdinandea, ed hanno avuta quell’accoglienza e que’ trattamenti che

meritavano, non hanno ottenuto il loro intento; se n’ha a rendere

grazia all’indole generosa de’ Romagnuoli, al loro spirito nazionale e

veramente italiano, pel quale voglion piuttosto soffrire ogni peggior

male, che sottoporsi allo straniero, al maggior nemico della patria

comune: ma dal canto suo, bisogna dirlo, il governo papale avea fatto

ogni opera onde venisser ridotti a questo doloroso partito.

Aver un codice (e per codice intendo non solo leggi, ma istituzioni,

ordini stabili e certi) è il primo dovere d’ogni governo, qualunque

sia la sua forma: è dunque il primo dovere, e dovrebb’esser la prima

cura del governo papale: e se i suoi sudditi lo chiedono, chiedono il

giusto, e se il governo lo nega, commette una iniquità.

Ma poichè non hanno ordine o legge certa, generale, imparziale; poichè

hanno pure a vivere, o, dirò meglio, ad ingegnarsi di vivere tirando

innanzi alla meglio, schermendosi contro le cento autorità che sono

tra loro in continuo contrasto, che si contendono l’amministrazione, e

si giuocano a palla i poveri sudditi, i loro averi, i loro interessi,

la loro libertà, avessero almeno questi disgraziati un modo d’alzar la

voce, e farsi sentire quando son troppo assassinati; avessero una porta

che s’aprisse ai loro richiami, un orecchio che li ascoltasse!

Ora dirò cosa che nell’anno 1845 parrà enorme, impossibile: chi non

conosce Roma la crederà una calunnia.

Il capo dello stato non ha giorno d’udienza pubblica, come hanno tutti

i sovrani assoluti. Ma questo è nulla. Se un suddito dello stato

domanda di parlare al papa, non gli viene concesso se non promette

formalmente prima, che non gli parlerà d’affari.

Questo fatto non ha bisogno di comenti, e chi non lo crede è padrone

di verificarlo. E se qualcuno m’opponesse, che è lecito presentar

memoriali, ricorrere ai tribunali, ai governatori, ai legati, alla

Segreteria di Stato, ec., ec., ringrazierei dell’avviso questo

valentuomo, e ringrazierei Iddio per lui di non avergli mai mandate

tribolazioni che gl’insegnassero qual fondamento si possa fare su

codesti modi.

Alle corte, o le mie accuse sono calunnie, e me lo provino, o è vero

che chi prédica la giustizia, e n’è il primo custode, commette invece

una iniquità, ed allora è ragionevole il domandargli se vi siano due

vangeli, due morali od una sola; se sia persuaso, o no, di quella che

predica ed insegna al mondo. È ragionevole intimargli di rinnegare

l’una delle due cose, o questa morale, o le proprie opere: domandargli

se crede che all’età nostra sia lecito, sia tra i possibili, stabilire

o mantenere un’autorità qualunque sulla negazione flagrante e continua

del proprio principio: se vi sia al mondo un uomo che abbia diritto

di sragionare contro tutti; se non è troppo stolta cosa il supporre

che tutti l’abbiano a sopportare in pace, e rassegnarsi agl’infiniti

mali che ne sono la conseguenza. È ragionevole il dirgli: Dei moti

di Romagna, delle uccisioni, degli esilii, delle lacrime di tanti

infelici, n’avete a render conto a Dio, voi governo, e non i vostri

calpestati sudditi. Il loro sangue vi ripioverà in capo; i loro dolori,

le loro lacrime, saranno giudicate da quel tribunale dinanzi al quale

non giunsero giammai nè corone, nè scettri, nè triregni, rimasti

nella polvere dei sepolcri, ma ove giungono e si presentan soltanto

anime nude, non protette contro la spada dell’eterna giustizia da

altro scudo, se non dalla propria innocenza; le opere vostre saranno

pesate con quelle bilancie incorruttibili, sulle quali la minima delle

ingiurie fatte al minimo degli uomini, pesa più di tutti i troni e di

tutte le corone dell’universo.

Od è falso questo che insegnate sulla giustizia di Dio, e sui suoi

tremendi giudizi nell’altra vita, ed allora le mie parole son pazze,

e fareste male a curarle: o quel che insegnate è vero, e ne siete

convinti, e credete che Iddio vi chiederà un giorno ragione dell’opere

vostre, e vi dirà: _io v’avevo dato un popolo, che cosa n’avete fatto?_

ed allora ditemi voi di qual nome s’abbiano a chiamare i vostri

atti! ditemi come s’abbia a trovare spiegazione dei modi che tenete:

ditemelo, chè da me non lo trovo, nè l’indovino.

I potenti, lo so, ridono in barba di queste che chiamano declamazioni,

ed a me paiono rigorose deduzioni; so ch’essi pensano o anco dicono con

ischerno: «Solito rifugio di chi non ha forza, e non può difendersi,

godersi in questo mondo nel pensiero d’esser vendicato nell’altro». Ma

se gli altri potenti lo dicono, non lo potete dir voi senza mentir a

voi stessi ed alle vostre parole. E poi, aprite gli occhi, e vedete se

la spada della giustizia eterna aspetta sempre l’uomo al varco della

tomba! Vedete se sempre ha tanta pazienza! Giratevi intorno lo sguardo:

vedete se l’ingiustizia, se la violenza è albero che metta profonde

e salde radici! Vedete da cinquant’anni in qua di quanti principati

più saldi cento volte del vostro, che credeano stare inespugnabili ed

inconcussi per la grazia di Dio, ed in suo nome poter commettere a man

salva l’iniquità, di quanti di questi, dico, non s’è veduta la rovina!

Vedete per tutto il mondo come le antiche ingiustizie abbiano scavato

la fossa sotto i piedi di chi se ne rese colpevole: vedete la Turchia

pagar le vecchie ingiurie fatte alla Grecia: la Russia tremar di

continuo dell’assassinata Polonia: l’Austria contare i giorni di vita

che le rimangono, spaventata d’ogni paglia che si muova in Italia, in

Ungheria, in Polonia o in altre provincie dell’Impero; chè con molti ha

conti aperti, e conti tremendi!

L’istessa Inghilterra, la felice, la potente Inghilterra, la signora

dei mari e delle ricchezze del mondo, vedetela turbata ne’ suoi trionfi

dallo spettro dell’affamata Irlanda, dal sospetto di una vendetta

domestica, che, al primo reale pericolo, potrebbe condurla all’ultima

rovina.

Dio è giusto e non protegge l’iniquità, e di tutte le sue doti la sola

che non sia infinita è la pazienza a sopportar l’ingiustizia. Abbiatelo

a mente.

Le mie parole non sono una minaccia. Quale autorità o qual potenza

avrei io di minacciare? Non sono un augurio, e tanto meno un desiderio:

come potrei desiderar il male d’un solo, fosse anco il più colpevole

de’ miei fratelli italiani? Ma son parole di dolore e d’amore, ancor

più che di sdegno, per vedere tanta parte di quell’Italia, di quella

patria che amo sopra ogni cosa al mondo, messa da voi nella dolorosa

alternativa, o di sopportare i mali che le fate soffrire, o di levarsi

in armi e cadere in mano de’ vostri carnefici o degli stranieri.

Son parole, alle quali mi sforzano la verità e la giustizia: e dopo

aver detto ai Romagnuoli: «Voi non avete saputo soffrire,» se non

dicessi agli uomini di Roma: «Voi foste iniqui con essi,» che nome

meriterei?

La mia accusa contro il governo papale di non aver dato a’ suoi

sudditi un codice che li regga, le racchiude tutte. Ma le parole che

mi sono uscite dalla penna son troppo gravi, perchè io non creda dover

mio mostrare ancor più espressamente che non le ho dette se non a

grandissima ragione; e debbo perciò entrare più addentro in questo

doloroso argomento. Debbo scoprire le molte piaghe che affliggono

quelle belle ed altrettanto disavventurate provincie; debbo citar

fatti, e, comunque io mi ponga con ciò ad un lavoro troppo più lungo

ch’io non avea disegnato intraprendere, conosco tuttavia non potermene

oramai altrimenti ritrarre coll’onor mio.

Proseguiamo dunque in nome della verità e di Dio, che la protegge, e

farò ogni opera per esser conciso quanto è possibile.

Il sistema economico dello stato e le sue finanze sono ridotte a tal

punto, che nessuno in tutta Europa ne ignora gli assurdi e l’imminente

rovina. E se d’una cosa si fa le meraviglie, è che questa rovina

non sia già consumata, in una parola che lo stato non si sia ancora

dichiarato fallito. Meraviglia ragionevole, sapendosi da ognuno che

la sua amministrazione spende da una mano più dell’entrata, e chiude

dall’altra le fonti della pubblica ricchezza.

Il sistema proibitivo inceppa l’esportazione e l’importazione con

gabelle esagerate, cui l’ignoranza dà nome di protettrici: con istolte

proibizioni, colle quali, invece di favorire l’industria nazionale,

si favorisce non l’industria, ma il monopolio di pochi, si limita il

lavoro e la produzione, si provoca il contrabbando, fonte di corruzione

e d’immoralità, ed ostile allo stesso governo, che mantiene con

esso una classe d’uomini, sempre pronta ad unirsi contro chi voglia

offenderla.

L’effetto di questo sistema è di far pagare ai sudditi tutti i generi

che consumano, più cari del loro prezzo reale, a danno loro e dello

stesso erario, ed a profitto d’alcuni pochi. In una parola, d’impoverir

tutti per arricchire qualcuno: e per porre il colmo all’assurdo del

sistema, le gabelle sono date in appalto (mentre in ogni stato ben

regolato si danno ad appalto le opere pubbliche, ma le imposizioni

s’amministrano ad economia), e per conseguenza la maggiorità de’

consumatori deve inoltre impoverirsi di tutto il guadagno e della

ricchezza degli appaltatori.

Di tutto ciò che per altra parte potrebbe aumentar la pubblica

ricchezza, il governo non vuol udire parola: in ogni cosa vede una

trama, una ribellione, un pericolo, e non vede il maggiore, il più

inevitabile di tutti: simile all’uomo che fuggisse, guardandosi dietro,

da un insetto, e non badasse ch’egli sta per gettarsi in un precipizio.

Roma ha detto: Io non credo nelle strade ferrate; e di questa

profession di fede ride l’Europa intera; ma non ne ridono i sudditi

pontificii.

L’evidenza dei fatti aiuta il mio desiderio d’esser conciso, e però non

aggiungo altro, se non che ora si dice che finalmente le strade ferrate

si facciano anche colà. Un giorno o l’altro vi si faranno, lo so; ma se

s’abbiano a far presto, lo voglio prima vedere.

Ad ogni altro modo di miglioramento s’oppone pertinacemente il governo

o con proibizioni o con incagli: non vuole istituzioni di banche

tendenti ad accrescere il credito pubblico[2], non associazioni

agricole, industriali. Paralizzata così ogni mossa del corpo sociale,

intercetta e tolta la circolazione dei suoi più vitali umori, questo

per necessità si viene ogni dì più depauperando.

I possessori agricoli, aggravati da tasse incomportabili, nè trovando

sbocco alle derrate, si vanno consumando, nè vien loro fatto giammai

di poter ragunare avanzi, ed ammassar que’ capitali che sono il nerbo

dell’agricoltura ed il solo modo onde migliorarla.

Il commercio è, si può dir, nullo, e lo stato più centrale d’Italia,

seduto su due mari e sulla nuova via che si va aprendo al commercio

d’Oriente, dell’India e della Cina, con fiumi in parte navigabili,

ricco di miniere e delle terre più fruttifere della nostra penisola,

abitato da un popolo nel quale la Provvidenza ha infuso a piene mani

prontezza d’ingegno, avvedutezza, energia, fortezza ed ardire, questo

stato ha due porti principali, Civitavecchia ed Ancona: io li ho

veduti ambedue non è molto: in ambedue, salvo qualche vapore estero

che vi getta l’áncora per poche ore, non ho trovato che qualche povero

trabaccolo o qualche paranzella di pescatori.

Io ero in Ancona nel settembre scorso, e da una inezia, che appena

meriterebbe esser avvertita, potei trarre argomento dello stato in

cui trovasi colà il movimento marittimo e commerciale. Volli prender

un guscio a un tanto l’ora per far un giro in mare, e veder da quale

aspetto la città si mostrasse meglio onde farne un disegno. Domandai

a due marinai quanto volessero, ed avvezzo alle indiscrete pretese

che in Genova, Livorno, Napoli ed altri porti sono solite a cotali

uomini, m’aspettavo che costoro mi domandassero almeno uno scudo l’ora.

Mi domandarono _due paoli_, mezzo raccomandandosi coll’espressione

dello sguardo, onde non li trovassi indiscreti. Non s’immaginavano

que’ poveretti che stretta di pietà mi dêsse invece al cuore la loro

domanda, che era a tariffa di forestiere, e perciò esagerata, e mi

svelava i patimenti e le angustie d’un popolo intero!

E se il governo vieta a’ sudditi, non dirò d’arricchire, ma di potersi

aiutare, nessuno almeno li spogliasse, li opprimesse d’imposizioni;

fossero almeno temperate le spese!

Ma che accada invece tutto il contrario è cosa talmente nota, che

sarebbe allungar inutilmente questo scritto l’impiegar parola per

dimostrarla.

Parlando in generale, più le derrate sono cattive a questo mondo, più

s’hanno a buon mercato. Ma non è così de’ governi. Più son cattivi, e

più costano. E lo sanno i sudditi pontificii, ai quali tocca pagare

non solo quel prezzo, sia pur elevato quanto vogliamo, che deve pagar

ogni popolo per essere governato, ma son costretti a saldare alla

cieca i conti di un improvvido sistema che li rovina, son costretti

mantenere un’armata d’impiegati inutili (fossero soltanto inutili!),

di doganieri, finanzieri, ec. Son costretti pagar grassamente alti

ministri, spesso forestieri, che occupano cariche alle quali non

possono aggiungere i comuni cittadini se non entrando negli ordini

sacri, abbiano o no la vocazione a questo augusto ministero. E le

cariche poi alle quali possono esser nominati anche i laici, come

governatori, giudici, presidenti di tribunali, ec., sono invece troppo

mal retribuite, onde possan le persone civili ricavarne un onesto

sostentamento alla loro famiglia. Ma di tutte le spese del governo

la più dolorosa a’ popoli è quella de’ mercenari svizzeri. Non parlo

della guardia svizzera dei palazzi pontificii, troppo poco numerosa

per essere di peso allo stato, ma parlo dei reggimenti svizzeri, che

offrono lo spettacolo doloroso, e strano veramente a’ nostri tempi,

delle antiche compagnie di ventura, nè si comprende come la nobile e

virtuosa nazione alla quale appartengono (se pur non sono una ragunata

di genti di varie nazioni, come da molti si dice) non tolga dai suoi

ordini questa usanza tanto contraria allo spirito nazionale, del quale

essa ha dato in ben opposti modi così splendidi esempi, e contraria

egualmente alla sua dignità.

Io, che conosco il piccolo esercito pontificio, al quale per essere

ottima truppa non manca se non un comando ed una direzione veramente

militare, io, che conosco in esso uomini pieni di onore, di generosa ed

ardita natura, ed eccellenti uffiziali, e li vedo in fila con codesti

Svizzeri, preferiti a loro, e meglio trattati di loro; io, nato (mi

perdoni il lettore se alla cosa pubblica ardisco frammischiare parola

d’affetti privati) di tal padre che in un esercito ed in tempi ove

l’ardire e l’onor militare non eran cose rare, n’era tenuto modello;

io, memore de’ suoi insegnamenti e dei suoi onorati esempi, memore

della viril fortezza d’una madre che godeva e si vantava d’aver tre

figliuoli nell’esercito, ove tant’altre n’avrebber pianto e tremato;

io, educato a tale scuola, mi sento ribollir il sangue al pensiero

dell’onta che son costretti sopportare quei soldati italiani! Onta

la più amara che possa versarsi su chi sente l’onore, la religione

della bandiera, vedersi escluso dal guardarla e difenderla, e vederla

affidata a mercenari stranieri!

Io fremo del giusto sdegno di que’ soldati italiani, io mi rodo

dell’onta loro.

Non sa il governo papale qual tesoro d’odio (e Dio voglia non sia

di vendetta) gli s’aduni contro tra i popoli e nell’esercito per

questa sua maledizione dell’armi mercenarie e straniere; che sarebber

assalite e certo disperse da’ Romagnuoli, se non sapessero ch’esse sono

l’antiguardo dell’Austria, che scompariranno il giorno ch’essa sia

tolta dal guardar loro le spalle, perciò inutili ora ed allora, inutili

in un caso come nell’altro. Ma che dico inutili? esiziali ai popoli,

come al governo, al quale sono non lieve occasione di rovina economica,

di predilezioni e d’ingiustizie a danno delle truppe nazionali, mal

pagate, lacere e rivestite de’ panni logori del mercenario straniero,

assetate di vendetta contr’esso, come appare dalle frequenti risse

soldatesche, nelle quali, stando ai racconti popolari, i dragoni

pontificii hanno dato buona prova di sè — ed io, che li conosco, lo

credo.

Sono incredibili le spese che costano codeste genti, la loro

insaziabilità, il loro continuo chiedere al governo, e più incredibile

la dappocaggine di questo nell’accondiscendere alla loro ingordigia.

Degli ultimi casi di Romagna · 第 2 / 17 段