DEGLI
ULTIMI CASI
DI ROMAGNA
DI
MASSIMO D’AZEGLIO
Verba utilia quaesivi.
_Eccl. XII._
VENEZIA
COI TIPI DI LORENZO GATTEI EDIT. LIBRAJO
1848.
A CESARE BALBO
_Ti dono questo mio scritto, non perchè intenda che l’autorità del
tuo nome abbia a farsi scudo a tutte le opinioni ch’egli esprime ma
perchè so esser tu ed io concordi sulla più importante, su quella
della nostra indipendenza; perchè so esser tu convinto, come io lo
sono, della necessità di soffocare in Italia ogni favilla di discordia
con larghe e reciproche concessioni sulle opinioni di minor conto,
purchè da tutti si dia mano alla grand’opera della nostra nazionale
rigenerazione; della necessità di discutere liberamente e senza mistero
le cose nostre, discussione alla quale hai degnamente aperto il campo
pel primo, e te ne è dovuto il vanto; perchè finalmente mi legano a te
stretti vincoli di sangue e di lunga ed immacolata amicizia, e vincoli
ancor più stretti, anzi i maggiori che possano stringere due cuori,
quelli d’un eguale ed ardente amore di patria, e del desiderio di porre
le forze e la vita per la sua liberazione._
M. A.
Sui moti di Rimini del settembre scorso (1846) pochissimi, e forse
que’ soli che si trovarono al fatto, hanno saputa la verità: ed in
Italia, ove le corrispondenze particolari non osano, ed i pubblici
fogli non vogliono dirla, non può essere altrimenti. Stando alle loro
notizie, copiate dai fogli stranieri, e sparse così in tutta Europa,
poche centinaia di disperati, guidati da un uomo condannato a dieci
anni di galera, hanno turbata la pace pubblica, e rovesciata in Rimini
l’autorità pontificia: poscia, spargendosi in piccole bande per
l’Apennino, e fuggendo dinanzi alle baionette svizzere, in pochi giorni
sono stati del tutto dissipati, e lasciando la città, hanno commesso
disordini e ruberie, riportando taccia di perturbatori, ladri e codardi.
Io stimo intempestivo e dannoso il moto di Rimini, come stimerò
sempre intempestivi e dannosi siffatti moti parziali, ed aggiungerò
a fronte alta, che li stimo perciò biasimevoli, non avendo diritto
una ristrettissima minorità di farsi giudice se sia o no opportuno
spinger la propria nazione nella gran lotta dell’indipendenza, non
avendo diritto di giocar su un tiro di dadi la sostanza, la quiete,
la libertà, la vita di un numero incalcolabile de’ suoi concittadini,
e, quel che più importa, l’onore e le sorti future della intera
nazione. Io disapprovo dunque il moto di Rimini; e questo scritto cadrà
probabilmente in mano di molti che di tal disapprovazione potrebbero
rendermi larga testimonianza, essendosi per tutta Italia sparsa molti
mesi innanzi la voce prepararsi un moto in Romagna, ed avendo io cento
volte ripetuto tenerla per cosa inconsiderata e dannosa.
Ma se ho creduto e credo che i suoi autori non abbiano posto mente
a quel che v’era d’impossibile, d’intempestivo, perciò d’ingiusto,
nella loro impresa, ciò non vuol dire che s’abbiano a tenere per
ladri e codardi, come hanno ripetuto i fogli italiani e stranieri; ed
ora che sono vinti, ora che sono parte ricacciati in esilio, parte
chiusi in carcere e sottoposti a giudici che non dirò prevaricatori,
non avendo il diritto d’accusar chicchessia senza chiare prove, ma
che dirò esposti a molte tentazioni di prevaricare, non piaccia a Dio
che in tutta Italia non sia chi alzi la voce per la verità, per dirla
imparzialmente ai vinti, come ai vincitori.
Il nasconderla o tacerla, sarebbe oggimai vano, puerile e forse peggio.
I casi di Romagna, per quanto di poco momento, sono pur sempre un
episodio della questione dell’indipendenza italiana, questione che
tanto più fervidamente viene agitata nel segreto de’ cuori e de’
colloqui, quanto più severamente le è vietato palesarsi in liberi
discorsi ed in libere dimostrazioni: questione che ogni giorno più si
estende, accendendosi anche in quella parte del popolo italiano, che,
mal osservata, sembra inerte e senza pensier di sè stessa: questione
che deve necessariamente agitare ogni nazione cui sia stata rapita
la celeste eredità, lasciatale dal padre comune di tutti gli uomini,
l’indipendenza: questione, finalmente, che può paragonarsi ad una gran
mina scavata sotto l’intera Penisola, alla quale non s’ha diritto dar
fuoco senza il consenso e l’approvazione dei più, tanto meno poi per
desiderii o patimenti parziali; ma questione generale, necessaria,
giusta, e che tutti giustamente e virtuosamente abbiam diritto di
trattare.
Ora, nascondere la verità su questa questione sarebbe vano, come
dicemmo, e puerile. Tutti i governi, tutte le polizie italiane sanno,
quanto lo sappiam tutti, che essa si discute, si agita, è in tutti i
cuori, su tutte le lingue, e nessuno certamente riuscirebbe a dar loro
ad intendere che non ci si pensa. Lo stesso s’ha da dire della polizia
dell’Austria e de’ suoi uomini di Stato, i quali debbono bensì pel loro
ufficio adoprarsi a danno anche dell’Italia, onde mantener validi i
legami che uniscono le varie parti dell’Impero tendenti a dissolversi,
e sono perciò politicamente da tenersi come nemici; ma che comprendono
essi stessi non esser possibile che la cosa stia altrimenti, ed hanno
poi, ne siam certi, mente troppo elevata (co’ nemici s’ha a spinger la
giustizia sino allo scrupolo) per osar condannare la tendenza dello
spirito italiano, e non rendergli anzi quell’omaggio che vorrebbero
fosse reso a loro, se si trovassero nelle nostre circostanze.
Se sarebbe puerile il creder di nascondere le nostre tendenze,
le nostre speranze; il volerle poi tacere, il non osar parlarne
moderatamente, e saviamente sì, ma liberamente ed a viso aperto,
sarebbe peggio, sarebbe oramai viltà.
Ma i governi? le polizie? le Commissioni? mi si potrà rispondere.
Prima di tutto non vedo che a chi ha osato stampare liberamente le sue
opinioni sulle sorti presenti e future d’Italia (e gl’invidierei questo
vanto se gli fossi freddo amico), pubblicandole col suo nome in fronte,
sia stato torto un capello. Cesare Balbo è testimonio vivente che io
affermo la verità, e Niccolini ed altri vivono liberi e tranquilli.
L’epoca de’ tiranni è molto lontana da noi. Il duca Valentino,
Bernabò Visconti, Pierluigi Farnese non sarebbero più possibili. Chi
volesse rinnovarli cadrebbe percosso dalla possente mano di quella
che è oramai la vera dominatrice del mondo, de’ principi come de’
popoli, l’opinione. Il dir tirannici i governi attuali d’Italia è
fanciullaggine alfieriana, come è fanciullaggine di poeta cesareo
chiamar ladro chiunque si muove per desiderio d’indipendenza.
I principi italiani, dovendo camminare tra due impossibili, o almeno
tra due estremi difficilissimi, e guidati quasi esclusivamente
dall’istinto della conservazione, non sono ne’ loro atti pubblici quali
si potrebbero desiderare; ma nel loro privato sono generalmente uomini
di temperato costume ed illuminati, ed al più potranno tagliar la via
degl’impieghi a chi scrivesse anche con moderazione e verità cose che
a loro non fosser grate, o non paressero opportune: ma certamente non
lo faranno nè imprigionare, nè impiccare; ed i libri, comunque poi
siano, non chiameranno sicuramente nelle parti d’Italia non soggette
all’Austria, le baionette tedesche.
Poi se tutto ciò non bastasse o non fosse vero, concediamo pure vi sia
pericolo a parlar liberamente, pubblicamente e moderatamente degli
affari nostri in casa nostra. Dirò allora che questo pericolo si
deve incontrare dall’uomo virtuoso e d’onore pel proprio paese, come
incontrerebbe quello della mitraglia quando la necessità o l’utile
della patria lo domandasse. Dirò che il pericolo che s’incontra per la
giustizia non deve trattenere dall’adempierla. Dirò che il coraggio
civile non è inferiore al valor militare, a quello delle congiure e
delle sommosse, ed è talora più opportuno, più applicabile a tutte le
circostanze, meno incolpabile dalla malevoglienza: che, quantunque
tanto più utile quanto maggiore è il numero di coloro che lo mostrano,
può tuttavia mostrarsi anche isolatamente ed individualmente, ed
il difetto del numero è allora compensato dall’esempio: allora, se
non altro, si giuoca la posta d’un solo, non quella di tutti o di
molti, senza aver avuto missione o consenso per arrischiarla. Dirò,
finalmente, che, se una nazione non si cura della sua indipendenza, non
deve muover nè rivoluzioni nè lamenti: se se ne cura, la desidera e la
cerca, deve saperla meritare: e si merita non con iscosse parziali,
intempestive, inconsiderate, che possono assomigliarsi all’atto
rabbioso d’una fiera che s’ostini a insanguinarsi il muso battendolo
invano contro i ferri della sua gabbia, più che alla generosa temerità
di esseri ragionevoli che si mettano ponderatamente ad impresa
pericolosa sì, ma non senza speranza di buona riuscita.
Si merita col mostrare che quella prepotente forza che ha potuto
materialmente sottomettere la nazione, non ne ha sottomesso la volontà,
chè in ciò soltanto consisterebbe la vera degradazione.
Si merita col mostrar virilmente, utilmente e tenacemente questa
volontà sempre ed in tutti i modi possibili.
Si merita col saper a tempo patire e sopportare con operosa
rassegnazione, ed a tempo osare con opportunità e con giudizio.
Si merita col pertinace studio d’ogni individuo per dotar sè stesso
della maggior forza morale possibile.
Si merita, finalmente, colla virtù degli opportuni, de’ lunghi, de’
grandi sacrifizii. E noi Italiani possiamo forse alzar la fronte,
metterci la mano al petto, e dire a Dio ed agli uomini: Ce la siam
meritata?
Prima di prendere a dimostrare le mie proposizioni, cioè essere il moto
di Rimini stato intempestivo, dannoso, e perciò biasimevole, sento il
bisogno di dichiarare che mi è costato assai aggiungere quest’ultimo
aggettivo, e non mi ci sono indotto se non dopo stretto esame e lunga
ponderazione.
L’alzar la voce per dir parole di biasimo ad uomini miei concittadini,
che credo bensì indotti in errore, ma contro i quali son ben lontano
dal muover le turpi accuse de’ fogli officiali, e che anzi hanno
il merito incontrastabile d’aver praticata la difficil virtù del
sacrificio, ed esposta la vita e quanto l’uomo ha di più caro per
ciò ch’essi stimavano giovevole alla patria, il contristarli ora che
la loro condizione, già assai dolorosa, s’è fatto peggiore, ora che
soffrono, ora che vivono del duro pane de’ vinti e degli sbanditi, mi
costa un vero sforzo, essendo nella natura mia sentirmi sempre più
inclinato a favorire il vinto, che il vincitore, e stimando non esservi
al mondo atto più vile ed abbietto di quello di lanciare il sasso a
chi fugge. Ma sento nella mia coscienza non commettere, con questo
scritto, atto che somigli a cotale viltà. Sento che mi muove soltanto
il desiderio di dire ciò che credo utile alla causa comune; di dire
il vero con tutta la moderata ed imparziale libertà di cui è capace
l’animo mio. Sento di non essere ora, come la Dio grazia non sono
stato mai, adulatore a persona, nè ai governi, ai quali non domando
oro, onori od impieghi, nè ai miei concittadini, dei quali, Dio lo
sa, desidero, sopra ogni cosa al mondo, la benevolenza e la stima, ma
purchè non mi costi, non dirò una menzogna, un’adulazione, ma neppure
una reticenza, trattandosi d’opinioni.
Risoluto ad esporle, perchè credo utile alla patria, non il mio povero
ingegno, ma il fatto di tener vivo un’aperta e moderata discussione;
perchè stimo sia per me debito d’onore mettermi francamente per quella
via, pericolosa o no, nella quale conforto ad entrare, parlerò senza
riguardo di persone: ho però voluto dir prima che sacrifico questi
riguardi alla verità ed all’utile della causa italiana, ma li sacrifico
col rammarico che si prova quando il dovere v’impone rimproverare o
contristare persona che si stimi e che s’ami.
Ora, ritornando al mio assunto, dico che l’opportunità è la massima
delle condizioni in tutte le cose umane; nelle cose di stato poi è
tutto. Per decidere dell’opportunità d’un atto convien prima aver
concepito chiaramente lo scopo al quale si tende, gli ostacoli che gli
si oppongono, i mezzi onde superarli.
Lo scopo degl’Italiani in tutti i loro moti dal 1820 in qua, se ne
togliamo i fatti del 21, è stato il sottrarsi ad abusi e patimenti
locali, e ciò isolatamente, senza molto pensiero de’ loro vicini
parimenti Italiani; e se in alcuni di codesti moti traspariva il
desiderio di riordinar meglio l’intera nazione, di spingere a scopo
comune le forze comuni, questo desiderio s’è sempre mostrato, per dir
così, in seconda fila, e si è poi fatto tacere del tutto appena si
è temuto potesse far pericolare l’impresa, che più premeva, tutta u
vantaggio locale.
E gl’Italiani hanno avuto quello che meritavano pel loro egoismo e per
la miseria dei loro disegni.
Lo scopo dell’ultimo moto, come degli antecedenti, tutto parziale e,
per dir così, provinciale, come sia stato ottenuto, lo possiamo vedere:
e le cose sono andate come dovevano necessariamente andare, ed anzi
come si è meritato che andassero.
Ed il consigliare gl’Italiani a mettere in prima fila la causa della
nazione. In seconda quella delle singole parti di essa, non è soltanto
consigliare a disegni più generosi de’ passati; è indicare un calcolo
di puro interesse, è indicare la sola via che possa, presto o tardi,
condurci ad ottenere prima il bene di tutti, poi, per necessaria
conseguenza, il bene d’ognuno.
E perchè è la sola utile, la sola buona? Perchè è la via della
giustizia, d’una giustizia talmente ammessa, talmente incontrastata,
talmente consentanea all’opinione di tutto il mondo, che, seguendola,
si può incontrar forse sventure e patimenti, ma non vergogna nè
avvilimento maggiore. Anzi i patimenti e le sventure sofferte per la
giustizia, per la difesa d’un santo diritto, ottengono l’omaggio ed
il rispetto dell’opinione universale, ritemprano il carattere delle
nazioni, e le rendono capaci e meritevoli di sorti migliori.
Questa via è la migliore, perchè riunisce la maggior forza col riunire
il maggior numero di volontà. Si potrà, di fatti, esser di diversa
opinione in Italia sul miglior modo di riordinare i singoli stati e
sulle forme del reggimento (e questa diversità emerge naturalmente
dalla disuguaglianza de’ gradi del soffrire), ma da Trapani a Susa
s’interroghi ogni Italiano se è utile all’Italia liberarsi dal dominio
e dall’influenza straniera, e nessuno, vivaddio, risponderà se non
affermativamente, nessuno ricuserà porre l’ingegno o la mano a questo
fine. Persino i nostri principi, se altrimenti dicessero, mentirebbero
alla loro coscienza, all’onore della loro dignità: tra le straniere
nazioni i popoli indipendenti mentirebbero al loro principio, i popoli
servi alle loro speranze, ai loro desiderii più cari.
Nel secolo in cui la schiavitù dell’individuo è oggetto d’abominio
universale, in cui le nazioni più potenti e civili tanto s’adoprano per
cancellarne dal mondo la macchia, nel secolo in cui si crede ingiusto
che l’uomo tenga incatenata la volontà, l’azione d’un altr’uomo, le
diriga al proprio utile, profitti della sua fatica, senza lasciargli
altro che la vita ed il più ristretto necessario per sostenerla, chi
potrà affermare che sia giusto da nazione a nazione quello che è tenuto
ingiusto da individuo ad individuo? Chi potrà negare all’Italia sola
quella nazionalità alla quale tendono tutte le razze, tutte le lingue
che vivono sparse sulla superficie del globo?
Per non essere entrati francamente e generosamente in questa via,
gl’Italiani sono stati e sono tuttavia, più che compatiti, derisi.
E considerando attentamente le condizioni attuali d’Italia e d’Europa,
si conosce se era possibile che in questo momento una mossa d’armi
ottenesse vittoria.
Mentre non le idee generose e d’onor nazionale, non le idee di
giustizia, ma lo studio del miglior impiego de’ capitali, decidono in
tutto il mondo della pace e della guerra, mentre il re Luigi Filippo
si mostra mantenitore ad ogni costo in Europa di quella pace che crede
utile alla Francia, si vorrà credere che per tenerezza dell’Italia
rinunci al suo sistema, metta in forse le questioni per lui più vitali,
vietando all’Austria di scagliar sull’Italia duecentomila soldati e
duecento pezzi di cannone? E gli agitatori di Rimini, di tutto lo
stato, di tutta l’Italia, che cos’hanno da opporle? Contro venti pezzi
in batteria, non dico più, voglion esser palle e non chiacchiere. E
se la Francia non arresta gli eserciti dell’Austria, li arresterà la
Russia? Sua rivale, lo concedo, per la dominazione delle razze slave
dell’Europa orientale, ma prima, e più di tutto, nemica per principio e
per gelosia della mal compressa Polonia, d’ogni moto nazionale, di ogni
idea di liberazione ottenuto col mezzo di moti popolari.
Gli arresterà la Prussia, anch’essa, è vero, rivale dell’Austria
nell’influenza sulla nazionalità germanica, ma anch’essa gelosa del
suo brano dì Polonia, ed avversa perciò a favorire quel principio che,
ammesso, dovrebbe turbargliene il possesso?
Gli arresterà l’Inghilterra, antica alleata dell’Austria, e giunta
a quell’apice di potenza e ricchezza, dal quale per una gran guerra
europea potrebbe soltanto discendere?
Chi adunque impedirà all’Austria di soffocare in Italia la prima
favilla d’un incendio che minaccia null’altro che la sua esistenza?
Se poi i fautori del moto di Rimini dicessero, come hanno detto in
altri casi consimili: _Se non ci avessero lasciati soli, se gli altri
Italiani tutti in massa si fosser levati?_
Rispondo: che per chi si mette a cose di stato, la qualità più
necessaria è avere il senso pratico, veder il mondo, gli uomini come
sono realmente, e non come forse dovrebbero essere; nè può dopo la mala
riuscita scusare il suo errore col dire: _e se avessero fatto.... ed
avrebbero dovuto far questo o quest’altro_. Chè gli accusati potrebbero
rispondere: _non ci avete interrogati se volevamo o credevamo opportuno
cooperare all’impresa, e non avendovelo perciò promesso, non avete
diritto di farci rimproveri_.
Ma, anche consultati, gl’Italiani in massa avrebbero ricusato di
levarsi in armi, perchè nella massa, tanto più in Italia, esiste
quel senso pratico che talvolta non si trova negl’individui: chi è
guidato da questo senso sa che gli uomini dotati di educazione, e
principalmente d’educazione politica, posson talvolta muoversi per
patimenti, desiderii o bisogni morali, ma costoro son dappertutto
il minor numero, e tanto più in Italia. Il numero maggiore privi
d’educazione civile, e non avendo il primo principio della politica
(ed in tale stato sono le masse tra noi), non si muove che per
bisogni, desiderii, patimenti materiali, e conviene sieno grandi ed
insopportabili; chè ai piccoli e sopportabili è avvezzo, usato com’è
dallo stato della società a sostentarne con virile rassegnazione i pesi
più gravi.
Ora, tanto generosa a’ suoi figli è la natura nella terra italiana,
che giammai la dappocaggine o la malignità degli uomini è bastata a
disperderne o consumarne i doni del tutto. Ed una delle cagioni delle
lunghe servitù d’Italia è forse, che la nostra terra ha potuto sempre
saziare ad un tempo l’ingorda avidità del vincitore straniero e la
fame dell’indigeno vinto. Il volgo italiano, a fronte di tante altre
nazioni, ignora, si può dire, la miseria, ignora la fame: e la fame è
la più potente tra le agitatrici de’ popoli.
Ma, soffrisse il doppio di quel che soffre, il senso del vero e del
positivo, sempre più pratico nel popolo, che ne’ signori, perchè il
popolo è più strettamente e continuamente alle mani cogli ostacoli
della vita, e s’avvezza a giudicarne meglio; questo senso, dico,
mostrerebbe al nostro la difficoltà, dovrei dire la impossibilità di
dar mano a moti simili a quello di Rimini.
Egli conosce che l’accordo di levarsi in pochi è inutile; di levarsi
in molti impossibile. E sarebbe strano certamente se nella patria di
Machiavelli, ov’egli proclamava non eseguibile la congiura di poche
diecine d’uomini, si tenesse eseguibile quella di migliaia e migliaia.
E se il popolo italiano non istudia la politica, non legge gazzette,
non sa d’equilibrio e d’interessi europei, sa poi tuttavia che,
quand’anche riuscisse a sottrarsi al giogo del suo governo locale,
non avrebbe fatto nulla, e gli toccherebbe combattere, disordinato ed
inerme, contro l’Austria, disciplinata ed armata.
Ma alla nostra destra, alla nostra sinistra, mi si potrà rispondere,
la Spagna e la Grecia non ci mostrarono forse quello che può un popolo
contro il dominio straniero?
A me sembra invece che queste due nazioni abbiano mostrato appunto
quello che non può il popolo, quando non è che popolo, e non ha nè
esercito, nè tesoro, nè buoni ordini.
Cominciam dalla Spagna.
La sollevazione di Madrid del 2 di maggio 1808 fu il primo grido
d’indegnazione che gettò la nazione contro la mostruosa violenza che
volea usarle Napoleone. Di pari indegnazione arse l’intera Penisola,
che si coprì di _guerillas_; ma se togliamo la giornata di Baylen e la
sua famosa capitolazione, dovuta più all’avarizia del general Dupont,
che alla perizia degli Spagnuoli, se leviamo l’assedio di Saragozza, di
Girona e Tarragona, gli Spagnuoli giammai poteron far testa all’aquile
di Napoleone. Ed eran pur già prima riuniti in corpo di nazione, buono
o cattivo, avean pure esercito e materiale di guerra, eran soccorsi
dall’oro dell’Inghilterra, dai suoi soldati, e li guidava il duca di
Wellington.
E se Napoleone non commetteva l’errore di aver due guerre ad un tempo,
accese alle due estremità del suo impero: se la Provvidenza non mandava
l’angiolo sterminatore a sorprendere il suo esercito nelle steppe della
Russia, cosa sarebbe divenuta la Spagna, anche aiutata dagl’Inglesi?
E dove sono gl’Inglesi, dov’è il duca di Wellington dell’Italia?
E per maggior prova, quando il popolo spagnuolo non ebbe più nè l’uno
nè gli altri; quando ebbe solo a dirla con una nazione grande, ordinata
e non occupata altrove, come andarono le cose?
Il duca d’Angoulême corse la Spagna dai Pirenei al Trocadero, come un
soldato viaggia col foglio di via, e tutto fu finito.
E la differenza corsa tra queste due guerre serve poi di nuova prova
all’altra mia proposizione: essere la causa dell’indipendenza tanto
più potente a riunire e render forte un popolo, che non la causa delle
istituzioni e della libertà. Per l’indipendenza gli Spagnuoli, riuniti
in una sola volontà, travagliarono per cinque anni Napoleone nel colmo
della sua potenza. Per le nuove istituzioni, divisi ed inerti, si
diedero, dopo un mese, a discrezione d’un duca d’Angoulême.
Poichè parliamo di Spagna e di _guerillas_, risponderò anche a
chi dicesse: che in Italia si avrebbero ad usare, che il paese
montuoso vi sembra atto, ec., ec. Chi così la pensa, sappia che non
è _guerillero_ nè capo di _guerilla_ chi vuole, e dove e quando lo
vuole. La _guerilla_ in Ispagna ha combattuto co’ Romani prima, poi
coi Goti e coi Mori, e, se parve spenta sotto i discendenti di Carlo
V e di Filippo V, ha mostrato sotto Napoleone che nel riposo non avea
perduta la mano del tutto; onde si deve riconoscere che è nella natura
stessa dello Spagnuolo, e, come ora si dice, una sua _specialità_. La
_guerilla_, anche in Ispagna, non si scosta mai dal proprio paese, e
quando se ne scosta perde ogni forza; e si potè vedere nell’impresa
tentata da don Carlos contro Madrid. La _guerilla_ vuol larghi tratti
di paese spopolato e senza strade, ove non possan le truppe regolari,
le artiglierie, i cavalli correr facilmente e raggiungerla, ed è
sempre, per dir così, l’espressione armata dell’opinione di quello
nel quale opera; e così essendo, trova pane, ricovero, aiuto, avvisi,
protezione per tutto, purchè, ben inteso, stia sempre tra chi la
conosce e pensa come lei.
Basta questo semplice ritratto della _guerilla_, o debbo aggiungere
altre parole per mostrare che in Italia è impossibile?
Un capo di _guerilla_ in Italia, dopo un mese, se non fosse preso,
avrebbe la scelta tra il morir di fame, o il diventar capo d’assassini.
Ora veniamo alla Grecia, e poche parole basteranno, essendo tra i casi
de’ due popoli grande analogia. Dall’epoca del Congresso di Vienna, il
pensiero della Russia di rannodare a sè la razza greco-slava, diede
animo a quanti volevano liberar la Grecia dal giogo ottomano. Scoppiò
l’insurrezione, e durò la guerra sino al 1827: finì, si può dire, colla
battaglia di Navarino. Questa battaglia, intendiamola bene, finì la
guerra. E da chi fu combattuta? Dalle armate di Francia, Inghilterra e
Russia, e non dai Greci.
E chi vede tra i possibili a favor dell’Italia una battaglia di
Navarino? Ho scelto quest’ultimo fatto come il più importante, come
quello che tutti li spiega, di tutti è la conseguenza, e taccio degli
infiniti soccorsi d’uomini, di denari, d’ingegni europei che furon
profusi in aiuto della causa dei Greci, i quali (si notino queste
circostanze) avevano a combattere un nemico fiacco, male ordinato e
da non potersi paragonare all’Austria per nessun verso; erano più del
nostro popolo usi all’armi, indurati alla fatica, pronti a mettersi
ad ogni ventura, e n’hanno dato gloriosa e mirabil prova nella lunga
guerra che fu (e questo è di gran peso) non solo d’indipendenza, ma
insieme guerra di religione. E la storia del mondo c’insegna, che
nessuna più di questa riunisce la volontà, le forze, accende il furore
d’una nazione e la rende invincibile.
E finalmente ambedue le nazioni suddette non posson paragonarsi
all’italiano; ambedue già dapprima formavano, bene o male, corpo di
nazione; ambedue soffrivano più assai della nostra; e certo non si
trovano in Italia, neppur nelle Calabrie o nell’interno della Sicilia,
tipi che somiglino al _guerillero_ spagnuolo ed al Palicaro od al
Clefto Greco, perchè questi tipi si formano in uno stato più selvaggio,
sotto giogo più duro e patimenti più atroci di quelli che abbia mai
conosciuti il popolo in Italia, la quale meno calpestata o calpestata
assai più, avrebbe forse potuto meglio riprender forza e riaversi.
Colle dette ragioni credo aver dimostrato che il moto di Rimini è stato
intempestivo ed inutile: ed è lo stesso che averlo inoltre dimostrato
dannoso. Si potrebbero tuttavia aggiungere molte altre riflessioni
sulla questione presa sotto quest’ultimo aspetto, e dire:
Che se in Italia sono in copia nature d’uomini potenti ed ardite che
non si perdono d’animo per la mala riuscita di quelle prove, ve ne
sono eziandio moltissime che ne vengono abbattute, e si rassegnano
poi a tener la causa italiana per ispacciata: simili a certi infermi
che, dopo aver tentato molti modi di cura, si tengono per incurabili,
mentre non tanto la perversità del male, quanto l’imperizia del medico
è cagione che non possano riaversi.
Che siffatti moti, ed il volerli degli uni e il non volerli degli
altri; le accuse, le recriminazioni, i dispetti e le quistioni che
partoriscono tra uomini dissenzienti sui mezzi, consenzienti per lo
scopo, seminano disunioni, sospetti, inimicizie ove più importerebbe
non fosse se non concordia, fiducia ed amore scambievole.
Che i governi, insospettiti e tementi non si rinnovino tali
disordini, e stimandoli fors’anche indizio di dio sa quali trame,
quali macchinazioni generali e sotterranee, e nutrendo timori, credo
io, assai più del bisogno, come sempre accade, ove si tratti di
pericoli oscuri ed indefiniti; ogni dì più moltiplicano le difese,
le precauzioni, le vessazioni di polizia, che pur tanto incagliano
l’onesto esercizio delle facoltà mentali e materiali della nazione, il
suo commercio, le transazioni, il suo generale sviluppo.
Che in questi inutili ed intempestivi sforzi si sprecano i più vitali
elementi del popolo italiano, si perdono gli uomini più arditi, di
maggior energia e di più potenti facoltà, i quali son costretti
abbandonar la patria o vivervi sotto il peso d’un oltraggioso perdono,
tenuti, per dir così, in quarantena, e ridotti alla più assoluta
inoperosità.
Che queste miniature di rivoluzione, di grave momento nel ristretto
cerchio ove succedono, e per coloro che ne sono attori, sono appena
avvertite fuori d’Italia, presso le nazioni ove, per la piena libertà
della parola e della stampa, si agitano apertamente le più importanti
questioni politiche e sociali; ove è per conseguenza il supremo
tribunale dell’opinione europea, l’officina, per dir così, d’onde
viene sparsa per tutto il mondo. E Dio volesse non fossero avvertite,
o fossero condannate e biasimate soltanto! ma sono derise, schernite.
Servon di tèma a brevi articoli di giornale, pieni d’una compassione
protettrice, di un ammonire sardonico, che ti fa dar di volta al sangue
più di qualunque improperio: ed il lettore straniero sorride e passa; e
l’opinione che di noi si sparge e si ferma è d’esser un popolo inetto,
privo d’ogni idea, d’ogni educazione politica, incapace di disegni
maturi e ponderati, incapace del lungo e pertinace lavoro, che conduce
finalmente alla rigenerazione; incapace egualmente di soffrire e di
combattere, e perciò degno della sua presente fortuna. E saremo dunque
tanto caduti, che la miseria, le lagrime, il sangue italiano abbiano
persino a dar materia di riso?
E non vorremo trovar modo una volta, che le nostre sventure déstino,
come quelle della Polonia e dell’Irlanda, nostre sorelle (poste in
condizioni, se non pari alle nostre, analoghe almeno alla nostra in
molti punti), lo sdegno che i generosi provano contro chi opprime,
l’antica ed onorevole pietà, che è conforto, speranza, e non oltraggio
agli oppressi? E l’Irlanda, la Polonia perchè l’ottengono? Perchè
soffrono più di noi, e più degnamente, più operosamente di noi.
L’opinione, la simpatia, il voto della civiltà intera sta per loro, e
sono pure oggidì i potenti alleati! E di noi? Di noi si ride.
Collo svolgere il filo del mio ragionamento, mi si presenta sempre più
evidente la verità espressa nella prima pagina; l’opportunità esser
tutto nelle cose di stato: e m’appare perciò pedantesca e superflua
la divisione da me adottata, che intende provare successivamente e
separatamente le mie proposizioni, mentre senz’avvedermene trovo che
nel dimostrare inopportuno il moto di Rimini, l’ho insieme e perciò
dimostrato dannoso e biasimevole.
Ciò nondimeno, poichè ho tenuta questa divisione, che non è per
avventura del tutto inutile ad esporre più ordinatamente le mie idee,
la manterrò sino al fine: ma al punto di volgermi alla coscienza di
chi è stato cagione si versasse inutilmente il sangue italiano, al
momento di chiedergliene ragione, m’accora, lo ripeto, il pensiero che
questo mio scritto cadrà probabilmente in mano di quelli che scontano
ora un errore di mente, non dico una colpa o un delitto, colla più
amara delle umane miserie, l’esilio; che contristerà forse le pensose
veglie dell’esule, di chi ha pur offerto in olocausto alla patria i
tranquilli colloqui della città, del tetto nativo, le domestiche gioie,
l’amor d’una madre, d’una sposa, dei figli; di chi s’è volontariamente
spogliato di questi tesori, ed insiem colla vita li ha gettati nelle
bilancie ove stanno in bilico le nostre sorti; di chi tende ora
l’orecchio ad ogni vento che spiri dalla terra d’Italia, sperando in
guiderdone di tanto sacrificio, gli porti almeno il suono d’una parola
di conforto, di compianto, o forse di lode.
Ed io dovrò esser quello che invece gli faccia suonar all’orecchio, e
più nel cuore, parole di biasimo?
Sì: lo stimo utile, lo stimo per me debito di onore, e più d’uno
in Italia penserà ch’io ho ragione. Non ch’io abbia la presunzione
di credermi l’interprete assoluto della verità; ma credo, e posso
credere, d’aver diritto come ogn’altro di esporre il frutto delle
mie riflessioni: credo utile eccitare la discussione, ed il mio più
caldo desiderio sarebbe che un ingegno più elevato e sottile del mio
rispondesse a questo scritto, ne additasse gli errori, indicasse
migliori e più prudenti risoluzioni; io benedirei la mano che scrivesse
e dimostrasse ch’io ho dato improvvidi consigli, a patto che ne
suggerisse altri non avvertiti da me e più profittevoli alla causa
italiana.
Credo l’avvenire gravido di diverse e grandi fortune per molte tra le
nazioni europee, che Iddio per gli arcani suoi fini spinge ad una meta
comune più o meno lontana, e credo possano assomigliarsi alle vergini
evangeliche aspettanti lo sposo. Le prudenti, che avean saputo tenersi
apparecchiate, vennero intromesse al convito; le stolte rimasero
escluse e derise.
Onde non sia tale la nostra sorte, discutiamo le cose nostre,
parliamone schiettamente, apertamente, con reciproca fiducia, senza
pensieri di amor proprio, senza cura d’individui, d’opinioni, di
parti. Cerchiamo la verità, diciamola senza pretendere aiutarla con
esagerazioni d’odio o di amore, di calunnie o d’adulazione. Invece
d’aiutarla, a codesto modo le daremmo impaccio, le torremmo vigore:
chè la verità, figlia di Dio primogenita, è forte per sè stessa
abbastanza, è forte quanto la sua origine celeste; e la causa della
nostra indipendenza, vincitrice o vinta, sarà sempre gloriosa sotto la
sua bandiera.
In nome di questa verità, io dico dunque che è fatto gravissimo, anzi è
il fatto il più grave di quanti possa l’uomo intraprendere, quello di
spingere la propria nazione nella sanguinosa via delle sommosse; perchè
è il fatto nel quale è più difficile fissar precisamente il limite tra
il giusto e l’ingiusto, tra l’utile ed il dannoso; è il fatto che può
condurre egualmente a quanto v’è di generoso, di grande, di virtuoso
al mondo, come può trascinare ai più fatali errori: che può esser la
sorgente d’immensi beni, come d’immensi mali; d’immensa gloria, come
d’immensa infamia; che, finalmente, può essere la salute d’un popolo o
la sua totale rovina.
L’intraprenderlo di propria autorità, il porvi mano e dargli la mossa
pel primo, può essere il sublime o dell’ardire o della temerità o della
pazzia, ma è sempre atto tremendo per chi abbia in pregio la giustizia,
la carità di patria, l’amore degli uomini, la fama propria e della
propria nazione. Chi se ne fa autore, si fa arbitro al tempo stesso,
come già dissi, delle volontà, dell’avere, della libertà, della vita
d’un numero d’uomini, che nè egli nè alcun altro, se non Iddio, può
prevedere e calcolare; e se ne fa arbitro per usare i più preziosi
beni, la più gelosa proprietà de’ suoi concittadini ad eseguire i
propri giudizi; se ne fa arbitro quasi sempre senza il loro consenso,
senza diritto, senza essere stato a ciò eletto da loro. E se a questo
fatto, invece d’esser uno, sono parecchi, ciò non muta lo stato della
questione, salvo che la responsabilità l’avranno parecchi invece d’un
solo.
Ora quello o quelli che si fanno arbitri delle cose altrui, senza
averne avuto l’incarico da chi n’era giusto e legale possessore,
sarà benedetto se le migliora, ma se le peggiora sarà maledetto, e
giustamente: e non vale scusarsi colle intenzioni, che possono far
perdonare l’imperizia di chi è posto ad un ufficio da altri, non di chi
vi si pone da sè.
E per esser giusti, per non usar due pesi e due misure, quando
noi popolo ci lagniamo dei principi assoluti e del modo col quale
amministrano la cosa pubblica, che mai rispondiamo a quelli che per
iscusarli dicono: _Hanno buone intenzioni; credono fare il bene?_
Rispondiamo: _L’intenzione non basta, e chi non sa fare, lasci
fare a chi sa!_ E rispondiamo bene. Ma la verità è una sola, e se
l’applichiamo ai principi, dobbiamo egualmente applicarla a chi fa
ciò che essi fanno, benchè con modi e con fini diversi. E se si
considera attentamente a quale delle due posizioni dia vantaggio questa
diversità, troveremo che l’arbitrio de’ principi genera di rado le
conseguenze calamitose che quasi sempre genera l’arbitrio de’ capi di
sommosse. Ed i principi hanno inoltre una posizione data, e che non si
sono scelta di loro propria elezione. Non essendo però mia intenzione
d’adulare i principi, aggiungerò che stimo alla lunga il loro arbitrio
di maggior danno ad un popolo: ma senza volere ora cercare chi de’
due più l’offenda ne’ suoi diritti, rimarrà sempre vera la mia
proposizione, che chi guasta di proprio arbitrio gli affari altrui, non
può scusarsi colla sola intenzione.
E che gli autori del moto di Rimini abbiano corso il rischio di
guastare gli affari di moltissimi, e forse dell’intera nazione, di
ritardare indefinitamente il suo progresso, di compromettere il suo
avvenire, di tirarle addosso la tremenda calamità d’un’invasione, mi
pare evidente dalle ragioni addotte fin qui. Piacque a Dio nella sua
bontà di mantenere il senno, e non chiudere all’evidenza gli occhi dei
più. Ma se la cosa fosse andata altrimenti, se tutte le sventure da
me enumerate, e che nessuno può negare possibili, si fossero versate
sulla già abbastanza infelice Italia, qual terribil giudizio pesava
su chi n’era stato cagione? Lasciamo stare il ludibrio, il rimprovero
dell’opinione universale; ma il rimprovero della coscienza, quale di
quei cuori generosi, amanti della patria e pronti (l’hanno mostrato)
a dar tutto per essa, quale, dico, avrebbe potuto sostenerlo senza
spezzarsi?
Io ho parlato parole severe; ho parlato di rimorsi; perchè credo
ufficio d’uomo che meriti un tal nome sapere a viso aperto rendere
testimonianza a quelle verità che gli appaiono evidenti ed utili,
dicendole non solo al potente che ti può nuocere (virtù, della quale
è gran parte l’orgoglio, e perciò non difficile), ma al debole, al
vinto, cui vorresti tender la mano, consolarlo, compiangerlo, invece di
riprenderlo. Bensì conosco qual eloquente risposta potrebber fare alle
mie parole gli uomini di Rimini, col solo esporre e mostrare al mondo
le miserie che soffrivano e che soffrono le Romagne.
Ed a chi ti dice: _Io soffro troppo_, come aver coraggio di rispondere:
_Tu non hai sofferto abbastanza?_ Essi hanno detto appunto: noi non
possiamo sopportar più oltre; e sembrerà loro duro sentirsi dire da
chi sopporta assai meno: Era dover vostro il soffrire ancora; ed a me
che scrivo, non è men duro il pormi in apparenza tra coloro ai quali
Cristo diceva:_ Oneratis homines oneribus quae portare non possunt, vos
autem ne uno digito tangitis sarcinas_: ma voglio pur seguitare come ho
cominciato, e dir il vero senza rispetti nè d’altri nè di me stesso:
e domando se, col non voler sopportare, hanno trovato sollievo, o non
piuttosto aggravati i loro mali?
Domando se stimano soffrir più che non soffre la Polonia? Lo sanno
eglino che cosa soffre questa nobile e sventurata nazione? Che miserie
soffre tacendo, orando, operando in tutti i modi che le son concessi,
onde rigenerarsi prima alla virtù, alla giustizia, per esser poi
rigenerata all’indipendenza ed alla libertà! Si specchino in que’
valorosi ed altrettanto disavventurati, che, immobili colle braccia
intrecciate sul petto, vedono il loro popolo decimato dalla frusta
del Cosacco, che lo caccia a frotte ne’ deserti gelati della Siberia;
vedono oltraggiata la loro fede, profanate le loro chiese, sedotta
la giovinezza, distrutto ogni viver civile; vedono coprirsi la loro
terra di fortezze destinate a render più salde le loro catene. Eppur
non si muovono, non danno mano all’armi, e non li trattiene il timor
della morte (l’hanno mostrato se sien capaci di viltà), ma li trattiene
il solo timore di dilatar le piaghe della patria ed accrescerne
le sventure; e siccome sono stati al mondo esempio di virtù nel
combattere, lo sono ora di altrettanta e maggior virtù nel soffrire.
Evitando egualmente i due più funesti effetti della disperazione, il
furor cieco e l’inerte rassegnazione, attendono taciti, pazienti ed
operosi a rannodare il loro popolo, renderlo migliore e perciò più
potente. I loro nobili, ravveduti ed ammoniti dal passato, tendon la
mano al povero, al contadino, che opprimevano e sprezzavano: lo chiaman
fratello, lo cercano ne’ suoi tugurii per portargli a consolazione del
presente la speranza d’un miglior avvenire. Vizio e rovina di quei
calpestati era l’abuso de’ liquori, coi quali dimenticavano per qualche
ora ne’ sogni dell’ebbrezza le miserie della realtà: e la pigione delle
taverne era una delle entrate dei nobili. Eppure v’hanno rinunciato,
l’hanno chiuse, hanno ristrette le loro spese, onde il popolo non
corrotto riprenda vigor morale e possa risorgere.... Questa è vera
fortezza, vera carità di patria; queste son le vie che onorano, rendon
venerabile anco la servitù, le ottengono il rispetto degli uomini,
talvolta il loro aiuto e sempre la misericordia, la protezione di Dio.
Ma se gli autori del moto di Rimini non hanno tenuto queste vie, se
il furore, l’intolleranza dei loro mali li ha trascinati ad atti che
sono da giudicarsi intempestivi, e perciò dannosi e biasimevoli, s’avrà
dunque, senza ammettere scusa, a pronunciar contro essi un’assoluta
condanna?
A questo punto ringrazio Iddio, che è oramai adempiuto per me l’amaro
assunto di contristare il vinto e lo sventurato, ed è venuto invece
il momento di volgermi al vincitore, a chi non prova nè le angustie
del carcere, nè le miserie dell’esilio, a chi è potente e gode d’ogni
favore della fortuna, e sento oramai venirmi più sicura, più libera la
parola.
Ma, prima di esaminare i modi tenuti dalla corte di Roma co’ suoi
sudditi, e particolarmente co’ suoi sudditi di Romagna; prima d’entrare
seco lei in discussione circa i suoi atti, vorrei sapere se la
discussione è possibile, vale a dire se partiamo da basi tenute vere
egualmente da ambe le parti; e per questo io domando se v’è un solo
Decalogo, un solo Vangelo, una sola morale data egualmente a tutti gli
uomini per norma delle loro azioni, o se invece vi sono due edizioni
de’ suddetti codici, ad uso l’una de’ principi, l’altra de’ popoli,
l’una dei governanti, degli uomini di stato, dei diplomatici, l’altra
della moltitudine governata.
Dovendo necessariamente interpretare io la risposta, la suppongo
consentanea alla dottrina professata in ogni tempo dalla corte di Roma;
esservi cioè, una sola morale pe’ grandi come pe’ piccioli, pe’ forti
come pe’ deboli, pe’ governanti come pei governati. Trovarci d’accordo
su questo punto è pure assai, ma non è tutto. Un’altra cosa mi resta
a sapere: e domando se a questa morale, a questa regola da seguirsi
indistintamente da tutti i viventi, si può applicare l’assioma che ogni
regola ha la sua eccezione, ovvero se le regole eterne della giustizia
e dell’onestà sono le sole alle quali non abbia mai l’uomo nè ragione
nè pretesto per disubbidire. Anche a questa domanda son costretto
rispondere da me, interpretando la decisione della corte romana
favorevole a quest’ultima opinione, che è necessaria conseguenza delle
dottrine da lei insegnate.
Posti d’accordo su questi due punti, e partendo essa ed io da questo
dato comune, che la morale è una sola, costringe egualmente tutti gli
uomini alle sue leggi, e non ammette possibile nessun caso, nessun
motivo di trasgredirla, la discussione divien possibile, e una cosa
sola resta ad esaminare: quali conseguenze tragga la corte romana da
queste premesse, e quali conseguenze ne ricavi, non dico io, chè non
conto nulla, o non conto che per un solo, ma il raziocinio, l’opinione
della civiltà universale.
O questa via di scoprire il vero è buona, anzi la sola buona, e non dà
motivo di lagnanza a nessuna delle due parti contendenti, o bisognerà
dire che la verità è una chimera, il cercarla un tempo perso.
Io dico dunque per prima cosa, che dalle suddette proposizioni emerge
necessariamente la conseguenza, che l’antico argomento della ragion
di stato, col quale si è voluto sin qui da moltissimi giustificare i
governi di quegli atti che si sarebbero condannati e tenuti ingiusti
in un privato, è argomento vano ed immorale; poichè o la giustizia è
legge universale, ed il mentire, il mancar di fede dovrà condannarsi
tanto in uno, come in molti individui, vale a dire nello stato e negli
uomini che ne regolano le risoluzioni; ovvero bisognerà almeno trovar
una regola che definisca qual numero d’individui riuniti è necessario
per far che l’ingiusto divenga giusto, l’immorale divenga morale.
E l’addurre in favore della ragione di stato l’utile dell’universale è
misero pretesto, non è ragione: o diversamente s’avrà a concedere che
la giustizia ammetta casi d’eccezione, ed allora parimenti non sarebbe
male dare una regola che insegnasse conoscere quali sono codesti casi.
Concederò che per l’utile dell’universale siano giusti per parte dello
stato certi atti che dovrebbero esser tenuti ingiusti per parte di un
privato; ma la difficoltà è soltanto apparente, e per iscioglierla
dobbiamo distinguere la giustizia positiva dalla giustizia relativa.
È ingiusto, verbigrazia, l’uccidere, ma divien giusto ove sia in
propria difesa: e questo è esempio di giustizia relativa.
Invece è ingiusto il mancar di fede, e lo è in tutti i casi, in tutte
le occasioni possibili: e questa è giustizia positiva.
Così, scegliendo ad esempio il caso più comune, nel quale è concessa
e tenuta giusta per lo stato un’apparente ingiustizia (e che per il
privato sarebbe ingiustizia vera), il caso d’espropriazione forzata,
consideriamo che in quest’atto sono da distinguere due casi; l’uno
dell’espropriazione violenta, assoluta, senza compenso, che con una
sola parola vien detta rapina, ed è caso d’ingiustizia positiva, e
perciò non vien permessa nè all’individuo nè allo stato, il quale
difatti, ove sia ben regolato, giammai la commette, e se toglie il suo
ad un privato per utile pubblico, usa l’avere del pubblico a dargli un
competente compenso.
Il secondo caso, questo appunto dell’espropriazione con compenso, non
è più rapina, nè caso d’ingiustizia positiva, poichè non si toglie
violentemente nulla al suo giusto possessore; e se gli si toglie
parte del libero esercizio della sua volontà, che potrebbe essere di
serbare ad ogni modo ciò che gli viene occupato, non gli si toglie pel
principio che uno debba essere sacrificato ai più, che, per quanto
abbia apparenza di giustizia, sarebbe cionnondimeno principio ingiusto;
ma gli si toglie perchè, essendo questo suo sacrificio necessario
all’esistenza o al bene almeno di quella società alla quale appartiene,
che lo protegge e lo difende nei suoi diritti, egli vien realmente
compensato con questi vantaggi della perdita d’una porzione della sua
libertà. E siccome questi vantaggi può darli in compenso lo stato, e
non il privato, è ingiusto occupare l’altrui violentemente per utile
privato, è giusto occuparlo per utile dell’universale.
Con ciò mi par dimostrato che la distinzione di giustizia positiva
e relativa può bensì usarsi per facilitare l’intelligenza della
questione, ma che di fatto è distinzione inesatta; bastando il dire che
l’ingiustizia è vietata e condannabile assolutamente, e che perciò nè
la ragion di stato, nè l’utile pubblico, nè alcun altro motivo la può
mai coonestare.
Queste idee sono talmente elementari, che al lettore farà meraviglia
ch’io abbia voluto il disagio di scriverle; e certamente pare un sogno
che s’abbia a prender la questione a questo modo e da questi principii,
che sembrerebbe non bisognassero di dimostrazione, e s’avessero a
tenere per sottintesi. Ma come fare altrimenti a voler entrare in
discussione con chi, facendosi al mondo nuncio della buona novella,
la rende poi cotanto trista a coloro che gli sono più immediatamente
affidati da Dio? con chi è custode e banditore del divin Codice della
giustizia, dell’amore e del perdono, e commette o permette almeno
l’ingiustizia, muta l’amore in odio, e non ha perdonato giammai? con
chi predica l’umiltà sul trono, la carità, chiudendo l’orecchio ad ogni
reclamo, l’amor del prossimo colle inique commissioni militari? Se a
costoro, vivaddio, si domanda: — Credete o non credete nella giustizia?
Credete o no in quello che predicate? — non se lo possono aver per
male, e nessuno al mondo lo potrà trovare strano.