Cap. X. fac. 29.
«Crescendo ne' successivi giorni a dismisura la strage, e la fatal
forza della pestilenza, giunsero allo stato di non essere più in
modo alcuno riparabili i disordini, la confusione, e la universale
miseria: si ridusse la Città tutta, ed i borghi ad una piscina
d'ammorbati. Gli estinti restavano nelle strade, e nelle case senza
esservi chi li trasportasse. Ogni giorno contar potevasi a migliaja
quei, che cessavano di vivere. I deputati, depositarj, guardiani,
subalterni, oggi vivi, dimani o morti, o moribondi osservavansi.
Non restarono più fornari, fabbricatori del pane; mancarono affatto
i legni per cuocerlo, eziandio per le case, ove taluno adattavasi
per farselo; mancarono i Parrochi, i Preti, e gli Ecclesiastici che
somministravano i Sagramenti; ed in somma li Senatori, e i Deputati
di salute si videro nel più funesto stato di abbandono, e di
costernazione, senza ajuto di subalterni, e colle strade seminate
di cadaveri, che per la forza del velen pestilente gonfiavano,
annegrivano, e divenivano orrido spettacolo d'abbominazione e di
spavento. Nondimeno non abbattendosi continuarono personalmente con
la forza del danaro a procurare l'assistenza di qualcheduno che
aver poteano a sommo stento, per soccorrere di viveri le persone
chiuse nelle case, che dalle finestre chiamavano ajuto, e soccorso,
per non perire di fame e di sete.
Non poterono però a lungo mantenersi nell'opera suddetta,
poichè, attaccati dal morbo, cominciarono a perire; tantochè un
solo de' Senatori, ed un altro solo pur de' Deputati di salute
sopravvissero.
Sotto li 17 del detto mese di Giugno si scrisse dal Senato al Gran
Maestro della Sagra Religione Gerosolimitana, pregandolo di mandare
qualche numero di schiavi, ed almeno due medici pratici di Peste,
per ajuto di questa città, che periva. Ma la lettera non giunse
forse, perchè neppur risposta s'ottenne.
Correndo il dì 20 Giugno, e moltiplicato essendo nella città il
numero de' cadaveri insepolti, in guisa che ne' piani ed innanzi le
porte delle chiese a catasta marcire vedeansi, mosso a compassione
l'Eccellentissimo Signor Generale Governatore, il quale in tutta
la lagrimosa serie degli accidenti sovranarrati non lasciò mai di
contribuire l'opera sua autorevole a bene della città, fin dove
gli fu richiesta dal Magistrato di Salute, a di cui carico era
l'operare in tali circostanze, mosso, come dissi, a compassione
dello stato infelicissimo della città, aderì alle istanze fattegli
di destinare numero 200 di soldati, con vesti impeciate, uncini,
pale, ed altri ordigni, per levar i cadaveri, ed in fosse profonde
sotterrarli fuori della città. Ma non essendo stato possibile aver
carrette per lo trasporto, e molto più che moltissimi cadaveri
erano già aperti e corrosi, si pensò far li fossi in città ne' siti
più larghi e piani, ove canali d'acqua non s'incontrassero. Ma poco
potè in pratica eseguirsi simil provvidenza, poichè non bastanti
spazj trovandosi per detti fossi, nè riuscendo questi a proposito
per non restar l'aere, e la città contaminata dagli aliti, e dal
fetore, oltre il numero successivo, che avanzava de' defonti, si
risolse alla fine di bruciargli negli stessi luoghi dove erano,
accompagnandoli con pece, zolfo, bitumi, ed altri generi, che
facilitassero l'incendio, ed atti fossero a purgar l'aere dalla
infezione. Così dal Capitan D. Gennaro Coppola, e dall'Alfiere
D. Vito Melorio, ch'ebbero in sorte di sopravvivere a tale
incombenza, con amore, e zelo giammai abbastanza lodato, si praticò
esattamente, consumandosi quantità incredibile di detti generi,
quali neppur bastevoli riusciti essendo, fu necessità di continuar
l'incendio con l'ajuto di legna, frasche, tavole, ed altre simili
cose eziandio servibili.
Io, che, a servire la Patria, mi trovai presente in tutta la
strana disovranarrata tragedia, prima che oltrepassassi, non
posso tralasciare di dire, che in quei giorni infelici, quando
si bruciavano i cadaveri, era la vita più tormentosa della morte
medesima, poichè parea che giunto fosse il dì estremo per Messina,
lungi d'ogni riparo. Gli elementi pareano a suo danno congiurati,
poichè l'aria da' letali miasmi avvelenata, il fuoco da per tutto
acceso, oltre il calor della stagione, togliea quasi il respiro;
l'acqua era calda, e di maligni atomi impregnata, più tosto
accendeva, che smorzava la sete; la terra tutta piena di schifose
corruttele. Rendeasi in somma detestabile il vivere. I sensi tutti
pativano. La vista da quegli oggetti lagrimevoli offuscata, e dal
fumo intorbidata, pativa tormento, che non è dicibile. L'udito da
gemiti, e da sospiri, da moribondi, da voci di miseri deliranti,
che per le strade correndo lasciavano di vivere, era funestato.
L'odorato dalla puzza de' cadaveri, dal fetore de' bitumi, e
dall'aria gonfia di corruzione pativa pena incredibile. La lingua
era secca ed arida, col gusto depravato, oltre la fame, e sete,
e mancanza de' soliti ristori, che l'affliggevano. Le mani ed il
tatto per tutto il corpo era totalmente perduto, temendo ciascuno
di toccare per non infettarsi, abbominando eziandio le proprie
vesti, i letti, e le proprie case, divenute occasioni prossime di
pericolo, e di morte. La memoria era conturbata per la circostanza
de' perduti congiunti ed amici, e per quei che stavano agonizzanti.
L'intelletto oppresso dalla confusione, non sapendo pensar riparo
a male sì grande, senza luogo, ove fuggir si potesse, senza forza
come resistere, senza consiglio, e senza sovvenimento da lontani,
e da prossimi. La volontà confusa, mancando alle risoluzioni
l'effetto, a' mezzi l'esecuzione, a' pentimenti il profitto, a'
rimedj la possibilità. Vedeasi morir le madri con figli lattanti
alle poppe; i bambini per le strade pianger morendo in seno
alle madri già estinte; il padre, le donzelle ignude esponersi a
catasta de' cadaveri, il marito abbandonare la moglie, il fratello
la sorella, senza restar chi dasse soccorso; tirarsi per morti
persone ancor moribonde, starsi i viventi coricati co' morti per
più giorni, senza aver in casa chi li separasse, furono spettacolo
terribilissimo in quel tempo d'incomprensibile angustia. Io che per
le incombenze di mia carica dovetti essere spettatore infelice di
sì orrenda tragedia, non altro, che lagrime, dì e notte spargeva
dagli occhi, mirando l'eccidio dell'afflitta patria, resa oggetto
il più lagrimevole di desolazione. Piangevo i figli perduti, i
fratelli estinti, gli amici spiranti, i cittadini dispersi, le
belle arti, che in Messina rifiorivano gloriose, già poste in
rovina. Ah, dissi, sfortunata Messina, che in questo tempo appunto
nell'anno precedente fosti la maraviglia delle nazioni, e l'amore
de' popoli, celebrando con pompa inarrivabile la secolar memoria
della Gran Madre di Dio, nel mentre fra mortali dimorava, qual ti
veggo ora miserabile deformata!..»
I casali vicini alla Città provarono tutti l'orribile scempio,
tranne due soli, Molino, ed Artelia. Delle ville del Distretto
parecchie restarono illese, altre più terribile soffriron la
strage, specialmente Monforte, Venetico, e Fiumedinisi. Questo
flagello cominciò a diminuire ai primi di Luglio; fu in piena
declinazione in Agosto, ed in Settembre si considerò interamente
cessato. Dai 6 Settembre ai 14 non morì che una donna da
decrepitezza. Il numero dei morti nella Città e nei sobborghi fra
una popolazione di 40321, fu, nello spazio di tre mesi circa, di
23841. Ne' casali de' contorni sono morte 14561 persone.
Fra le cose più considerevoli, che accompagnarono questa
pestilenza, sono state rimarcate le seguenti.
1.º Per tutto il corso del mese di Maggio, quantunque la peste
fosse nel suo maggior vigore, non si videro mai comparire
carbonchi, e solo nel Giugno incominciarono a manifestarsi.
2.º In mezzo a sì estesa dilatazione del morbo, e ad una strage
pressochè universale, i conventi delle Monache soggetti a clausura
si sono preservati illesi quasi tutti, sebbene fossero 14,
contenenti in complesso più di 600 persone. Non così quelli dei
Frati, e d'altri Sacerdoti claustrali.
3.º I guariti dal contagio non furono più attaccati da esso,
quantunque servissero ed assistessero continuamente gli ammorbati,
e maneggiassero eziandio senza riserva le robe loro, tranne però
due casi di persone, che servivano gl'infetti nello spedale, e che
riattaccarono la peste, forse perchè non erano bene guariti.
Avendo il Re mandato in Messina in tempo del contagio quattro
schiavi barbareschi, che patito avevano la peste in Levante,
impiegativi ne' più pericolosi servigj in tempo, che il morbo
durava più vigoroso, niuno di loro ne fu attaccato, e vissero sani.
Lo stesso avvenne di una donna, che superato aveva la peste in
Marsiglia nell'anno 1721.
Il Senato, volendo togliersi dal pericolo della sussistenza di
ogni fomite contagioso, fece istanza, perchè fosse data mano
all'espurgo. Ma il Re disposto avendo che venissero da Venezia
persone capaci e pratiche per eseguirlo, d'uopo fu aspettarne
l'arrivo, che poi successe nel Dicembre 1743. Da Venezia furono
spediti all'effetto il D.r Pietro Polacco, un Coadiutore, tre
Guardiani, e due Bastazzi.
Si cominciò spurgare in primo luogo l'antico Lazzeretto nel braccio
di S. Raineri. Indi si pubblicò bando penale con le disposizioni
preliminari dell'espurgo generale. Consistevano queste «in dover
ciascuno nettar di stracci e di robe inutili le proprie case,
facendoli metter in istrada, ove i condannati ogni giorno con
carrette a tal uso assegnate li trasportavano ne' piani per
brugiarsi; che si uccidessero gli animali domestici con pelo,
che potrebbero da una casa all'altra trasportar il malore, in
caso di esistenza nelle case infette, che rimaste erano chiuse ed
abbandonate dopo la morte degli abitatori; e che in ogni quartiere
i più assennati cittadini fossero per deputati, accinti ad eseguir
le provvidenze e regole, che dal D.r Polacco doveansi designare.»
In questo frattempo il contagio attaccò nella terra della Scaletta,
che fin allora erasi mantenuta illesa, e nell'altra di Calveroso.
Ma mercè le cure de' Vicarj Generali di quelle vicinanze, il male
non si dilatò; ed in quelle poche case e famiglie, ove si sviluppò,
rimase anche estinto.
Il dì 11. Gennajo cominciossi la disinfettazione della città. Vi
assistevano personalmente il Sig. General Governatore, l'Ispettore,
il D.r Polacco, ed altri ragguardevoli soggetti.
I Guardiani e i Bastazzi, con sufficiente numero d'inservienti
divisi in squadriglie, visitavano le case, togliendone fuori le
robe suscettibili, che trasportavansi nel Lazzeretto, le inutili si
bruciavano, e le non suscettibili si lasciavano alla ventilazione
entro alle case stesse, le quali si facevano bene scopare e
pulire, barricando poscia le porte, che si segnavan di rosso, onde
riconoscere per visitate e spurgate.
Prima di entrar in esse vi si facevan profumi violenti di pece,
antimonio, zolfo, orpimento, nitro, e canfora. Ad ogni squadriglia
di spurgatori assistevano due Ecclesiastici incaricati di formar
gl'inventarj di tutte le robe, che si passavano al Lazzeretto. Nel
tempo degli espurghi furono attaccate dal contagio diciassette
persone in alcuni casali, contigui alla città, delle quali nove
morirono. Prese all'istante le opportune precauzioni, il male
non si dilatò. Continuossi con buon ordine la disinfettazione in
città, e nello spazio di 26 giorni vi si condusse a termine. Quindi
si proseguì nel territorio; ma verso la metà del Marzo si seppe
esservi in Pezzólo la peste, colà introdotta col mezzo di robe
infette portate clandestinamente. Undici persone appartenenti a tre
famiglie ne furon colte. Interdetta ogni comunicazione, e stabilito
rigoroso sequestro delle case infette, con doppia linea di guardie,
se ne continuaron gli espurghi, nè altri tristi accidenti sono
accaduti in Pezzólo. Condotti felicemente a termine in ogni luogo
gli espurghi, li 29. Maggio 1744. Messina fu dichiarata libera
e sana, riaperte tutte le comunicazioni, e ristabilito in ogni
sua parte il commercio colle altre città del Regno e coll'estere
Nazioni. (_Turriano, Memoria istorica del Contagio della città di
Messina._)
A. dell'E. C. 1745. In una villa del contado di Zara (_Dobropoglie_)
presso Ostravizza s'introdusse in quest'anno la peste, che distrusse
la maggior parte di quegli abitanti. Un Morlacco, fuggito da Travnick,
città della Bossina, ve la recò. Nei primi giorni del morbo tre
individui del succennato villaggio infetto si trasferirono a Zara,
e fra numeroso popolo affollato entrarono in chiesa per baciar
l'arca di s. Simeone, secondo il costume di quel paese. Terminati
i loro affari in città se ne ritornavano alle case loro, quando
poco lontano da Zara cadettero morti con buboni ed altri segnali di
peste, che si riscontrarono al momento dell'ispezione fatta sui loro
cadaveri. Nessuno sviluppo di contagio è accaduto in Zara, e senza
altre conseguenze vi si estinse pur anco nel summenzionato villaggio,
essendosi dato il fuoco alle case infette d'ordine del colonnello del
contado co. Possedaria (_In Actib. Offit. Salut. Iadrens._)
A. dell'E. C. 1752-53. Nel mille settecento cinquantadue la peste fu
portata in Algeri dalle Provincie Occidentali di quel regno, dove
infieriva da varj mesi, col mezzo di alcune persone infette, che,
secondo il costume di que' paesi, vi sono state liberamente introdotte.
Serpeggiò occulta da principio per qualche tempo sotto colore di
altre malattie comuni, finchè al soffiare di venti meridionali umidi
e soffocanti per varj giorni seguitamente, si appalesò in Giugno
con generale incendio della città. I Consoli delle varie Nazioni,
ed i mercanti Europei si chiusero tosto nelle lor case, muniti di
tutto ciò, che è opportuno in simili circostanze per preservarsi
contro gli attacchi del male non solo, ma contro la fame eziandio, ed
altri disordini, che sogliono essere della peste compagni. Infatti
alcuni giorni appresso, intimoriti i _Kabaili_ (ossia Montanari),
ed i _Piskari_, (confinanti col deserto, per convenzione destinati a
servire sotto un suo capo ai bisogni pubblici della città di Algeri)
fuggirono tutti; quindi mancarono le necessarie provvigioni per la
città, non avendovi più chi volesse trasportarle. Il Governo fece
intimare la forca ai fuggiaschi, e con pari minaccia obbligò le genti
di campagna a vendere al solito, benchè più care, le loro derrate.
Questo provvedimento portò l'effetto desiderato; ma sparse di siffatta
guisa la pestilenza, tanto ne' vicini, che ne' rimoti villaggi, che la
desolazione è divenuta poco meno che universale.
La maggior parte de' Mori, cittadini di Algeri, si è rifugiata nelle
proprie ville, che sono ne' contorni della città abbondantissime; ma
con poco effetto; mentre, comunicando eglino nel tempo stesso con la
città, ne son morti alla campagna in numero forse maggiore, che dentro
alle case di Algeri, ove perirono in quell'anno da oltre cinque mille
persone.
Il caldo della stagione mostrò di contribuire all'aumento del male,
essendosi osservato che, secondo che crescevano i gradi del calore,
la forza pur del male aumentavasi, misurata dal numero degl'infetti.
Però la temperatura in Algeri non si vide mai montare oltre il 28.º
grado del termometro del Farenheit; ed a questa circostanza alcuni
attribuirono la mediocrità della strage, la quale invece nelle interne
mediterranee pianure, ove il calore è molto più forte, fu molto più
formidabile. Si è pur notato, che nelle case all'aperto il numero dei
morti e stato solo un terzo di quello degl'infetti, laddove nel R.
Spedale Spagnuolo, che si trova chiuso fra altri fabbricati, malgrado
tutte le possibili assistenze, appena un terzo degli schiavi attaccati
salvossi. Un altro fenomeno s'è pur notato, che dal volgo venne
attribuito a un prodigio, e fu quello, che il Palazzo Reale, abitato
da molta gente, e frequentato giornalmente da ogni sorta di persone, e
stato immune dal contagio, sì che non vi si attaccarono che due soli
schiavi che assistevano alla cucina reale. Lo stesso fenomeno pure
osservossi nell'ultima peste triennale di Algeri, nella quale andò
distrutto un terzo degli abitanti della città[46]. Qui è da osservarsi
che il detto R. Palazzo è l'abitazione più vasta, che siavi in Algeri,
la più ventilata, quella che gode del privilegio delle finestre
esteriori, e la più fresca ancora per l'abbondanza delle Fontane
perenni, che la bagnano, le quali formano la più gentile e la più
stimabile fra le Turche delizie.
Fu notabile altresì, che questa peste ha attaccato per lo più i
fanciulli e gli adolescenti, e fra questi, come dicesi, i novelli
sposi; e che le giovanette infette sono state in maggior numero dei
maschi.
I Negri, per effetto del clima natio quasi tutti di ardente
temperamento, ed astretti per la loro schiavitù agli ufficj più
penosi delle famiglie, sono stati i primi, ed i più maltrattati dal
morbo; come appunto suol avvenire in Costantinopoli, nel Gran Cairo, e
generalmente in tutto il Levante.
Gli Ebrei, non che gli schiavi Cristiani, sono stati pur assai
maltrattati dal contagio. Sì gli uni, e sì gli altri di questi infelici
si nutriscono di cibi poco salubri, e vivono affollati in luoghi
angusti e poco ventilati.
La peste, che aveva fatto strage, durante la state del 1752, venne
mitigata dalle fresche piogge autunnali, ma non estinta, come pur
si sperava. Essa mantennesi qua e là vagante ed incerta tutto quel
verno, finchè nell'Aprile del seguente anno 1753. ripullulò con grande
spavento di quegli abitanti. Acquistando essa ogni dì nuovo vigore,
distrusse nello spazio di tre mesi non meno di oltre a cinque mila
persone nella sola città di Algeri. Verso la fine di Agosto del detto
anno 1753 il contagio si dissipò e cessò interamente su tutti i punti.
Varj al solito ed irregolari sono stati i sintomi, che accompagnarono
questa malattia, e la maniera de' suoi attacchi. L'uno credeva d'essere
stato attaccato per contatto immediato d'infetta materia, l'altro per
il respiro di fetido alito pestilenziale; non sapevan altri a qual
principio attribuire l'incontrata malattia. Chi sentiasi subitamente
sorpreso dal morbo, e chi gradatamente ne distingueva il suo ingresso.
A taluno si appalesava per mezzo di dolore di capo insofferibile,
a tal altro con fastidiosa nausea. Chi di vomito violento, chi di
languida vertigine, chi d'involontario tremore allo scoppiar del morbo
lagnavasi: e chi finalmente da acutissima improvvisa puntura facevasi
accorto dell'imminente comparsa del bubone pestilenziale; sintomi,
che bene spesso si sono trovati tutti congiunti in uno stesso corpo
appestato.
I buboni, i carbonchi, le petecchie, e le verghe rosse, pallide,
o nere, accompagnavano la malattia. Il bubone era sintonia il più
frequente, e, come dicesi, caratteristico. La febbre, che accompagnava
il bubone, soleva essere veementissima, e il più delle volte congiunta
al delirio. Essa per ordinario aveva un periodo di due giorni. Quando
la malattia prendeva una buona piega, passati i due primi giorni,
cominciava a declinare, ed in proporzione diminuiva la smania,
calmavasi il delirio e la veglia, andavasi a poco a poco ristabilendo
la perduta appetenza, e con essa le forze. Frattanto il tumore si
maturava, e rotto, purgavasi, e l'infermo ricuperava la sanità. Il
bubone al suo comparir dava segni quasi sicuri del grado di malignità
a cui dovea montare la malattia. Infatti, secondo l'esperienza, se
esso era mobile, vigoroso, turgido, acceso, e grosso (per esempio come
una grossa cipolla), era probabilissimo che men grave ne doveva essere
la malattia, e che l'infermo n'andava salvo; all'incontro, laddove
fisso, debole, arido, oscuro, e picciolo era il bubone, ben presto ne
susseguitava la morte.
Le verghe rosse, pallide, o nere, che comparivan sul collo, o al petto,
erano indizio quasi sicuro di morte vicina. I disordini nella dieta,
e le commozioni violente delle passioni, e specialmente della collera,
esacerbavano la malattia, ed affrettavan la morte.
Il metodo di cura, usato da' Mori in questa pestilenza, fu sopra ogni
altro semplicissimo. Nessun rimedio veniva somministrato ai malati,
tranne un empiastro fermentativo, ammolliente, che applicavasi sopra
il tumore, il quale ridotto a maturità aprivasi colla lancetta, e
poi libero lasciavasi al maligno umore lo sfogo. Con questo mezzo
molti infermi si sono salvati; non però così avvenne nel R. spedale
Spagnuolo degli schiavi, dove senza risparmio di spesa sono stati
tentati molti rimedj, e quasi tutti senza l'effetto desiderato. Secondo
le relazioni del medico e del farmacista del detto spedale il sugo
di limone s'è trovato utilissimo nella peste. Fra i rimedj poi tratti
dalla farmacia meglio degli altri corrisposero i leggieri purgativi, e
gli elettuarj alessifarmaci, come la Teriaca, e simili, accompagnati
da copiose bibite acide, p. es. di limonata; mentre i tumori maligni
col mezzo di fomentazioni venivano stimolati e condotti a maturità.
Fra le altre cose l'applicazion de' ranocchj vivi sopra i buboni è
stata riconosciuta molto opportuna. Si osservava che detti animali
s'impregnavano di un umor nero livido, il quale veniva risguardato come
parte del fermento maligno, attratto simpaticamente dall'animale, e dal
tumor trasudato[47].
«Gioverà solo replicare (così in sulla fine soggiunge lo Storico)
per confermare gli Europei nel savio uso delle prudenti loro cautele
in simili calamitose circostanze, che niuno accidente pestifero in
due anni di contagio è succeduto nelle nostre case ben custodite,
eccettuata la morte di tre servi, che furono convinti di aver infrante
le leggi della contumacia, o per dir meglio della non comunicazione
cogli infetti.» (_Relazione della Peste di Algeri dell'Autor del Saggio
Astronomico_).
A. dell'E. C. 1755, 56, 57. Dall'Ottobre 1755 al Gennaro 1757 il
contagio travagliò crudelmente la Transilvania e la Valacchia. Il
celebre D.r Chenot, che fu in questa pestilenza testimonio oculare,
e che da essa fu egli medesimo fieramente colpito, ce ne lasciò la
descrizione, nella sua Opera _de Peste_, la quale contiene molte
belle pratiche osservazioni. Narra il Chenot essere stata introdotta
la peste nella Transilvania col mezzo di certo mercadante da ferro
(Gregorio Martin Armeno), che dalle foci del Mar Nero erasi diretto
verso Vienna, ove attrovavasi la sua famiglia. Entrato egli il dì
30 Settembre 1755 nel Lazzeretto di Temeswar per ivi scontare la
stabilita contumacia, fu sorpreso nel dì 6 Ottobre da brividi, con
grande prostrazione di forze, con febbre, dolor di testa e delle reni,
diarrea, e ansietà ai precordj. Il dì appresso gli si levò sangue, così
avendo egli desiderato, mentre diceva di essere abituato al salasso.
Subito dopo la sortita del sangue, v'ebbe esacerbazione di tutti i
sintomi, ardore intollerabile alla region de' precordj, e delirio. Il
terzo giorno spirò con tumore alla parotide destra. Detto individuo
aveva già sparso dei semi di contagio nei luoghi del suo passaggio
prima di arrivare al Lazzeretto, e specialmente a Kimpina, villaggio
due giornate distante da Temeswar, ove morì l'oste e le sue figlie,
che lavarono la biancheria, di cui era stato servito. Tre mercanti
attrovavansi nella stessa contumacia a Temeswar. Di due d'essi nulla
altro si sa, se non che ritornarono sani alle case loro in Valacchia,
l'uno il dì 20, l'altro il 23 Ottobre. Il terzo di nome Andrea Radul,
spaventato dall'inopinata morte dell'Armeno, volle abbandonare
il Lazzeretto e ritornarsene in Valacchia, quantunque si sentisse
molestato da dolore alla parotide destra, e da ardente calore interno,
che cercava di moderare bevendo copiosamente dell'acqua fredda. Montato
a cavallo, s'avviò per ritornare in Valacchia; ed avendo seco molto
danaro, gli fu assegnato un guardiano del Lazzeretto per scorta, il
quale doveva accompagnarlo fino al Monastero del monte Sinai; ma a
sei leghe distante dal confine l'Armeno morì. Il guardiano ritornò a
casa sua seco portando alcuni effetti del morto, e fra essi la peste.
Ed infatti, il giorno appresso al suo arrivo un suo figliuolo venne
colpito dal contagio, e morì: tre altri suoi figli caddero malati con
buboni e carbonchi, ed in pochi giorni diciotto persone furono prese
dalla peste, la quale percorse la Valacchia e la Moldavia, malgrado
tutte le precauzioni sanitarie, che si sono usate per arrestarla.[48]
Nel distretto di Temeswar di 6677. infetti, ne sono morti 4303, e
guariti 2374.
Nel trattamento curativo s'impiegarono i così detti analeptici, le
bevande, e' brodi acidulati, gli acidi minerali, le infusioni di
tè specialmente nel principio della malattia, il nitro, l'antimonio
diaforetico, la limonata infusa sopra i fiori di zolfo, o sopra la
mirra, la birra, molto usata dai Valacchi, o sola, o col macis, o colla
cannella, il vino, il siero vinoso, l'aceto, la teriaca, il muschio, or
solo, ora unito alla canfora. La canfora unita allo zucchero, sciolta
in una picciola quantità di spirito di vino, ovvero unita all'aceto
distillato, od a qualche sciropo di scordio, cannella, contrajerva,
serpentaria, e simili, ovveramente alla gomma arabica, ha spesse
volte corrisposto; così gli alkali volatili p. e. lo spirito di sal
ammoniaco, succinato, anisato. Finalmente il Chenot raccomanda l'uso
della corteccia peruviana nella peste, asserendo che la sua utilità fu
confermata da replicate sperienze, somministrata sì per infusione, che
per decotto, specialmente allorquando le forze sono in uno stato medio,
cioè, nè eccessivamente esaltate, nè molto esaurite. Ove esiste una
diatesi stenica, o una condizione d'irritamento, come pur dove siavi
molte saburre nelle prime vie, la corteccia peruviana non conviene,
e gioverà astenersene. All'incontro ove la malattia ha un andamento
tifico, allorchè vi sono petecchie pallide o nere alla cute, manifesta
tendenza alla dissoluzione, si potrà attendersi da essa molto di bene.
Rispetto ai rimedj esterni egli raccomanda le fregagioni su tutto il
corpo con un panno di lana impregnato di qualche fumo aromatico, o di
aceto, ed anche di spirito di vino prudentemente praticato. Raccomanda
pur vescicatorj alle gambe, alle braccia, le scarificazioni ai buboni,
ai carbonchi, e simili.
Siccome la prima e principal indicazione, a cui è utile soddisfare
negli attacchi pestilenti, è quella di disporre l'ammalato al sudore,
acciocchè possa più agevole e più prontamente espellere dal corpo
il pestifero miasma: così molti Greci nel corso di questa pestilenza
usarono con reale profitto alcune gocce di Opobalsamo nello zucchero,
soprabbevendovi tre o quattro tazze di tè di Moscovia[49]; metodo
solito a usarsi anche al dì d'oggi in circostanze di contagio da'
principali signori della Soria, e di altre provincie d'Oriente,
e specialmente dai Greci di Costantinopoli. E dappoichè è tanto
importante promuovere il sudore nella malattia della peste, giova
forse avvertire, che primieramente conviene togliere gli ostacoli, che
talvolta ne lo impediscono; calmare gli spasimi, sedare l'orgasmo,
l'esaltato eretismo vascolare, l'eccessivo movimento degli umori,
evacuare le saburre delle prime vie, togliere la pletora dominante ec.,
o sostenere convenientemente le forze; quindi eccitare e promuovere
dolcemente una blanda traspirazione colle bibite acquose leggiermente
aromatiche; tiepide o calde, bevute in copia, e tali che sien di
leggieri sofferte dal malato. Non giova mai violentare la natura al
sudore con stimoli troppo forti, o con rimedj riscaldanti e molto
eccitanti. Il detto protomedico Chenot essendo stato richiesto da
parecchi di quegli abitanti qual metodo dovessero usare, subito che
potevano aver sospetto di avere assorbito il contagio, consigliò loro
di prendere una dramma di triaca entro ad un brodo unito al sugo di
limone, ovvero sciolta in qualche infusione calda p. e. di melissa, di
ruta, di scordio, di serpentaria virgiliana, di corteccia d'arancio,
od invece soprabbevere alla teriaca un siero vinoso, o coll'aceto.
Assicura egli che molti, avendo usato di questo metodo al primo
manifestarsi de' sintomi del contagio, si sono salvati, nato un copioso
sudore, che in poche ore li lasciò sani e salvi da ogni pericolo. Fa
fine al suo dire con alcuni cenni sulla profilassi, ossia sul metodo di
preservarsi. Osserva che tutte le cautele, dall'umana mente escogitate
finora per preservarsi dalla peste, si comprendono nelle seguenti
prescrizioni. 1. Allontanare ogni comunicazione colle persone e colle
cose infette o sospette. 2. Distruggere il principio del contagio o
sospeso nell'aere, o delitescente in qualche corpo od ente passivo. 3.
Fortificare il corpo umano contra l'azione del contagio medesimo, ossia
renderlo meno atto a provare l'influsso morboso. Sarà questo argomento
delle altre parti di questa mia Opera. (_Chenot, Adam. Tractatus de
Peste._)
A. dell'E. C. 1759. 60. 61. 62. 63. 64. 65. Sul principiar dell'anno
1759 la peste dilatò considerabilmente le sue stragi a Costantinopoli,
in parecchie isole dell'Arcipelago, ed in varie città della costa
dell'Asia Minore.
Nel gennajo del detto anno 1759 ad Alessandria di Egitto approdò
un bastimento mercantile proveniente da Costantinopoli. Aveva esso
in quel tragitto perduto per peste alcuni uomini dell'equipaggio.
Entrati appena in porto, si posero a terra alcuni altri, pur malati
del morbo medesimo. Per tal modo fu la peste portata in Alessandria,
donde non tardò molto a propagarsi a Rosetta, a Damiata, ed in varj
villaggi situati sulla strada, che conduce al Gran Cairo. Nel febbraio
dell'anno stesso s'ebbero al Gran Cairo i primi sentori del male. Nel
marzo vi si spiegò di gran forza, a tale che gli Europei si chiusero
ne' lor quartieri, e vi si mantennero più a lungo dell'ordinario; nè
si riordinarono le comunicazioni, che alla metà circa del luglio. In
questo mezzo la mortalità ne fu grandissima, sì al Gran Cairo e sì
nelle altre città e paesi dell'Egitto. Secondo i computi e le relazioni
potutesi in quella circostanza aver dalle varie parti dell'Egitto
stesso, da circa 300 mila persone vi son perite in quell'anno.
Mitigatasi la violenza del male durante la state, ringagliardì nel
verno del susseguente 1760, e recò pure in quell'anno, come fatto aveva
nel precedente, immense rovine.
Nell'aprile del 1759 la peste s'introdusse nell'isola di Cipro,
portatavi dall'equipaggio di un bastimento turco, che aveva preso il
suo carico ad Alessandria e ch'era diretto a Costantinopoli. Detta nave
naufragò nel tragitto sul promontorio di Baffo nell'isola di Cipro. Ad
alcuni de' suoi marinari e passeggieri toccò di salvarsi dal furore
dell'onde; ma siccome erano malati di peste, portarono con essi il
seme del rio malore in alcuni villaggi, sulla strada di Limsol dove si
ripararono. Non istette molto il contagio di là a penetrare nella città
di Limsol, e vi si propagò con grande rapidità e violenza, estendendo
le sue stragi a Biscupi, a Baffo, e ad altri luoghi pur anche di
quelle vicinanze. La città di Larnica, 40 miglia circa distante da
Limsol, offerse all'osservazione un singolare fenomeno. Era giunta
a Lamica porzione degli equipaggi e dei passeggieri che si trovavano
sui bastimenti infetti approdati a Limsol. Le comunicazioni coi paesi
appestati e col resto dell'isola non furono mai interrotte. Essendo
esse libere, come per l'innanzi i contadini e i mulattieri giugnevano
dalle ville infette coi buboni pestilenziali ancora aperti, ed in
attualità di malattia andavano liberamente per le strade e mercati
della città, ed alcuni dessi pur colà si morivano. Il dì 22 maggio
arrivò pur a Larnica un bastimento infetto proveniente da Damiata
con parecchi passeggieri e marinai attaccati dalla peste; i quali
sbarcati, presero alloggio nelle case di Larnica, e si trattennero in
piena e libera comunicazione con quegli abitanti. Un altro bastimento
turco, procedente dallo stesso luogo, approdò avendo al suo bordo
varj appestati, de' quali tre morirono in sull'atto dello sbarco.
Malgrado di tutto ciò, nessun abitante di Larnica, per quanto si
seppe, ne rimase infetto. Gli Europei ivi dimoranti non presero alcuna
precauzione, nè alcuna ne presero gli abitanti del paese, i quali
si consolavano col detto volgare, che la peste che non comincia in
decembre non è a temersi.
Nei mesi di luglio, agosto e settembre non si sentì quasi più parlare
di peste, e si credette generalmente che fosse interamente cessata
a Limsol e negli altri luoghi vicini. Ma nell'ottobre vi ripullulò,
e di là si dilatò a Nicosia[50], dove siffattamente si accrebbe
in decembre e in gennajo del 1760, che spaventati i Turchi dalla
gravissima mortalità, ordinarono pubbliche processioni e preghiere; le
quali, consideratene le cagion fisiche, non servirono che a propagare
il contagio e ad accrescerne la mortalità. Solo a questo tempo gli
abitanti di Larnica cominciarono a temere forte per essi, stante
la grande quantità di persone, che fuggite da Nicosia eransi colà
ritirate. Nel febbrajo del 1760 manifestaronsi i primi sentori di
peste nel porto di Larnica, indi in Larnica stessa, dove morivano da
25 a 30 al giorno. Molti di quegli abitanti fuggirono alle montagne.
Ma la peste continuò ad affligger Larnica per tutto il mese di
aprile. Contemporaneamente si dilatò nelle isole vicine, ed invase la
provincia di Carpaso[51]. Continuando però le emigrazioni dalla città
di Larnica, andò il contagio proporzionatamente in essa scemando. In
maggio trovavasi nel suo pieno declinare. Vi perì a Larnica il console
di Napoli e quasi tutta la sua famiglia; e così pure diversi altri
europei, fra' quali il Superiore del convento di Terra-santa, che per
avventura colà trovavasi. Mentre il contagio infieriva a Larnica ed a
Famagosta, s'andava estinguendo a Nicosia, dove di questa pestilenza
morirono da circa ventimila turchi, e da quattro a cinquemila fra greci
e armeni; mortalità si può dire sterminatrice, rispetto al numero della
popolazione di detta città, che si calcolava da circa 40mila abitanti.
Nel giugno cessò quasi intieramente il contagio in tutta l'isola di
Cipro. In luglio i Francesi colà dimoranti cantarono il _Te Deum_
in rendimento di grazie, e tutte le case degli Europei ritornarono
alle usate comunicazioni di prima. Giovanni Mariti, che dal 60 al 68
effettuò il suo viaggio per l'isola di Cipro, la Siria e la Palestina,
fa pur menzione di questa pestilenza. Per altro, secondo lui, non
ascendono che a soli ventiduemila gli estinti di quel contagio in
tutta l'isola. Ciò non s'accorda colle note lasciateci dal Russel sopra
questo particolare. (_Russell Patrick, Treatise of the plague l. B._)
A quegli stessi anni la peste afflisse pur crudelmente una gran parte
della Palestina, della Sorìa e della Mesopotamia, non che parecchi
altri luoghi dell'Asia Minore. Essa venne preceduta da tre anni
di carestia e di fame acerbissima. In Aleppo, oltre alla carestia
desolatrice, fu preceduta negli anni 1758-1759 da una febbre maligna
petecchiale, che cagionò sì grande mortalità, come se fosse stata vera
peste bubonica. Nella Palestina e nella Sorìa venne preceduta pure da
replicate fortissime scosse di terremoti, che distrussero nel 1759
porzione della città di Damasco, e danneggiarono molto S. Giovanni
d'Acri e Medina di Sidone. Nella primavera del 1759 comparve una
cometa, nel 1760 un'ecclissi solare: fenomeni tutti, che gli Orientali
sogliono riguardare come precursori della peste. A Medina di Sidone,
a Tripoli nella Siria e a Latachea[52] la peste andò percorrendo
regolarmente i suoi stadj dal marzo all'agosto del 1760; nè fu di
grande violenza, mentre il numero dei guariti eguagliò incirca quello
dei morti. Nei dintorni di Tripoli si riaccese nel 1762.
A Gerusalemme sviluppossi la peste nel febbrajo del 1760; a Damasco
nel principio del marzo dello stesso anno. In ambedue queste città,
come pure in altre città picciole e villaggi della Palestina da essa
ne vennero orribili devastazioni. La mortalità fu immensa, specialmente
in Damasco. Nel convento di Terrasanta ne morirono diciannove di ventun
sacerdoti.
Mentre la peste faceva le più orribili stragi nella città di Damasco
e lungo le città marittime della Palestina e della Sorìa, gli abitanti
della città di Aleppo erano agitati da forti timori, mentre non avevano
filo di speme del poter andar esenti dalla generale calamità.
La città di Aleppo, che secondo le osservazioni di Alessandro
Russel[53], in passato andava soggetta quasi periodicamente alla
peste, trovavasi libera da tale sciagura più tempo dell'ordinario.
L'irregolarità della stagione che imperversava, la carestia, la fame,
le malattie straordinarie, i continui terremoti, la singolarità de'
fenomeni celesti, la vicinanza del contagio ne' paesi contermini, la
trascuranza di tutte le precauzioni e discipline di sanità, facevano
a ragion temere vicina la comparsa di questo flagello. Niente di meno,
dappoichè non erasi ancora osservato che gli uccelli abbandonassero i
consueti lor nidi; che non vi regnava maggiore abbondanza d'insetti;
che il gracchiar de' ranocchj non era men sonoro dell'ordinario; che
non vi aveva mortalità straordinaria di animali (fenomeni pur questi
che gli Orientali sogliono risguardare come precursori o almeno quai
compagni della peste), tenevasi da molti non esser così vicina la sua
comparsa, come infatti lo fu.
Al principio di maggio del 1760 arrivarono in Aleppo alcune caravane da
Damasco, da Gerusalemme e da Latachea con parecchi individui infetti.
Fra questi tre mercanti turchi, che presero alloggio in città in una
casa presso il consolato inglese, tra' quartieri degli Europei. Costoro
comunicarono il contagio alla famiglia presso cui alloggiarono. Alla
fine del maggio altre caravane arrivarono da Gerusalemme e da Tripoli
con parecchi pellegrini turchi e cristiani, i quali facendo ritorno
dai luoghi santi contrassero l'infezione per via. In fra le genti di
dette caravane eranvi ancora alcuni negozianti di Aleppo, che sebbene
tocchi da peste, pure si ricoverarono senza verun ostacolo presso
le proprie famiglie in città, e propagarono così più estesamente
l'esiziale contagio. Ciò non pertanto, per queste prime apparenze
non s'erano messi in guardia gli abitanti di Aleppo, e ciò per avere
in ispezieltà osservato, che fino allora non era stato attaccato dal
contagio nessun degli Ebrei, i quali fra tutti sono i più facili a
contrar l'infezione. Però sì bella cagion di speranza non istette
molto a svanire, mentre un così detto _cambiavalute_, ebreo de' primi,
fu attaccato il dì 14 giugno, e vi morì il diciassette. Da questa
si diffuse il morbo in altre famiglie, ma però lentamente. Fu da
notare che que' che assistevano i malati, andavano per lo più esenti
dall'infezione. Ciò fu, dice il Russel, perchè l'aria era ancora
pura in Aleppo, e la costituzione de' corpi non era ancora disposta
all'infezione. Atteso questo lento avanzarsi del morbo vi ebbe appena
chi disse, che quel morbo vera peste si fosse. In sul finir del giugno
si accrebbe la mortalità, e più facile ne divenne il comunicarsi del
contagio. Si diffuse nel gran sobborgo di Bankusa, e verso la contrada
detta _Judeda_, la quale, come i sobborghi adiacenti, è abitata da
molte famiglie cristiane. Ciò nulla meno, malgrado che il contagio fin
dal principio manifestato avesse la sua più grande malignità, mentre
di sei appestati uno appena salvavasi, pure per tutto l'anno 1760
fece lenti progressi. Essendo esso diffuso in quasi tutte le contrade
della città, i consoli europei e le fattorie delle varie nazioni non
potevano mantenersi in libera comunicazione cogli abitanti senza il
più evidente pericolo, il perchè si chiusero nei loro quartieri il
dì 30 giugno; e ciò con tanto più di ragione, quantochè la sperienza
ha fatto conoscere ne' paesi orientali, che la peste, la qual regna
nel giugno, non termina mai prima della fine di agosto. In luglio il
contagio accrebbe alquanto la sua ferocia. Contavansi da 15 a 20 morti
al giorno, secondochè permetteva farne giusto calcolo un paese, dove
non vi avea più polizia sanitaria, nè registri di sorta. Il numero de'
morti per peste argomentavasi dalle relazioni de' becchini, i quali
tenevano conto di que' soli, i cui cadaveri nel seppellirli mostravano
chiari segni di peste. La prima settimana di agosto si manifestarono
altre malattie delle _ricorrenti_, come diconsi, o almeno la peste ne
cominciò a vestire una diversa apparenza. Verso la metà dell'agosto gli
attacchi si fecer sempre più rari. Dal 20 non si parlò più di nuove
sopravvenienze. Alla fine dell'agosto la peste scomparve, quantunque
dir non si possa per assoluto che dopo d'allora nessuno sia morto
di contagio. Il numero dei morti di peste in quell'anno, secondo le
sopraccennate note raccolte dal dottor Russel, non monta che a 500
circa. Ragion però suggerisce di credere, che maggiore d'assai ne sia
stato il numero, se si abbia riguardo all'incertezza dei dati su'
quali si appoggia questo calcolo, alla difficoltà di raccoglierli,
alla vastità delle contrade e dei sobborghi di Aleppo, al numero della
sua popolazione, alla qualità e all'indole della malattia, ed al suo
carattere, dirò così, _proteiforme_, specialmente incerto nel principio
della sua invasione; e finalmente, osservando, come soggiugne lo stesso
dottor Russel, l'aver egli in quell'anno badato meno attentamente al
numero dei sepolti, che non ha fatto negli anni susseguenti.
Cessata così nel 1760 la peste in Aleppo, speravasi, che non s'avesse a
riprodurre; ma ne fallì la speranza. I villaggi delle vicine montagne
fra Antiochia e Latachea, dove il contagio, cessato in Aleppo, erasi
manifestato, continuarono ad esserne afflitti per tutto il verno.
Anzi in alcuni di essi erasi rinvigorito assai fieramente sotto i
rigori del freddo, che fu in quell'anno più acuto dell'ordinario. Dai
detti villaggi montani le persone già infette, poi morte di peste,
che s'erano rifugiate nelle pianure, specialmente in Edlib, Sogre ed
in Aleppo stesso, sparsero il tristo seme del morbo fra le famiglie,
che ve le avevano ricoverate. Si osservò poi a quel tempo, che il
contagio, il quale manifestavasi spinto da molta forza e veemenza ne'
luoghi montani, passato che fosse al piano, perdeva gran parte del suo
vigore, il perchè nelle sopraccennate famiglie non fece gran danno,
e lentamente ad altre si propagò. Continuava la peste a Damasco.
Ciò non per tanto fra esso ed Aleppo continuavano ad esser libere
le comunicazioni. Gli Arabi non cessavano dal solito loro commercio.
Nel marzo del 1761 si spiegò con molta forza il contagio nelle ville
di Aleppo e specialmente in Sfirig[54]. A' primi del marzo in Aleppo
stesso s'ebbero i primi sentori di peste, e alla metà incirca del mese
si manifestò nel campo degli Arabi. Fu tale però la violenza fin dal
suo principio, che gli Arabi spaventati abbandonarono nella maggior
parte le proprie tende, e si rifugiaron nelle case de' lor conoscenti
ed amici. Di settanta appestati appena due andavan salvi. Nè solo fra
gli Arabi, ma sì bene fra i Turchi e fra i Maroniti si propagaron le
stragi. Dirimpetto al campo degli Arabi, alla distanza di circa cento
passi, trovavasi accampato un branco di cingani. Appena sepper costoro
della strage, che faceva la peste nel campo degli Arabi, trasportarono
le loro tende in un villaggio poco distante dalla città, dove malgrado
le devastazioni che faceva in tutti que' dintorni la peste, si sono
preservati sani, morti essendone soltanto due o tre di loro. Circa
la fin dell'aprile il contagio si propagò anche nella contrada detta
_Judeda_. Sopraggiunser le feste del Bairam[55]; al qual tempo i
bazzari[56] e i caffè sono straordinariamente affollati di gente,
che vi concorre fin dai più rimoti quartieri della città. A quel
tempo medesimo cadevano anco le feste di Pasqua de' Greci. Per queste
circostanze aumentandosi le ragion de' contatti, e il frammischiarsi
delle varie classi del popolo, il morbo dilatò a proporzione le sue
conquiste e vi moltiplicò le stragi. Dal dì 5 aprile al 3 maggio
successivo si contarono 856 morti, de' quali 150 cristiani e 4 ebrei.
Nel maggio s'aumentò il male. La mortalità di quel mese giunse a 1211
persone; e di esse 215 cristiani, 33 ebrei. Soltanto dopo la metà
dell'aprile cominciarono gli Europei a chiudersi nei proprj quartieri;
ed il consolato francese non adottò tal riserva che ai primi di maggio.
In giugno la peste infierì più che mai, e somma ne fu la mortalità
sì de' Turchi e sì degli Europei; ma in ispezieltà verso la fine del
mese passò il contagio alle più immense rovine, giunto al grado del
suo maggiore incremento. Dal 31 maggio al 5 luglio sono morte 5535
persone, fra le quali 639 cristiani e 183 ebrei. Penetrò nell'harem
dello stesso Cadì ed in parecchie famiglie de' principali signori
turchi. Molti morivano dopo 10 ore dalla contratta infezione, altri,
ed in maggior numero, nel corso di 24 ore. Si contò pur buon numero
di risanati. Morirono tre sacerdoti armeni ed un gesuita, comechè dai
primi di maggio si fosse restato nel suo convento. Dopo il dì 7 di
luglio il morbo cominciò a declinare. Il numero dei morti fra' Turchi
scemò quasi della metà. Dai 1249 annoverati nell'ultima settimana di
giugno, si ridussero a 833 gli estinti nella settimana seguente al 5 di
luglio. Nelle sopravvegnenti ancor più rapida ne fu la declinazione,
caduti morti solo 430. Verso la fine del mese si fu la peste così
mitigata, che parecchi asserivano esser già al tutto spenta. Con
tali voci forse miravasi a persuader gli Europei di uscire dai loro
quartieri; e taluni sì cristiani e sì ebrei, prestatovi credenza,
ne uscirono al pubblico. Alla fine del luglio il popolo in generale
cominciò a rincorarsi, nè più si vider abbandonati e deserti i bazzari,
come per l'innanzi facevasi. Morì di que' giorni anche il padre
Carlo del convento di Terra-santa, celebre per la sua esimia pietà e
carità. Questo benemerito sacerdote fin dalla primavera del 1760 erasi
spontaneamente dato all'assistenza de' malati, esponendo se stesso con
istraordinaria virtù al più evidente pericolo dell'infezione; e nel
salutare oggetto di assistere come potesse il meglio i suoi simili,
nol ritenne nè pericolo, nè orror di morte. Racconta anche il Russel
d'averlo assai volte veduto nelle case degli appestati prendere in
su le braccia i malati per rialzarli e assettarli meglio nel letto,
somministrar loro le medicine, e confortarli con ogni maniera di
soccorsi, che sa trovare l'ingegnosa carità a chi l'ha in sè per
virtù della santa Religione. Dal dì 5 luglio al 2 agosto sono perite
2115 persone; fra d'esse contaronsi 312 cristiani e 57 ebrei. In
tale periodo la diminuzion della peste si manifestò più certa infra'
turchi, che fra i cristiani e gli ebrei. Ciò forse fu perchè i secondi
abbandonatisi ad una improvvida sicurezza uscivano troppo presto dalle
loro contumacie, avutasi pur da taluni l'imprudenza di frequentare i
pubblici bagni. Dopo la metà del luglio non moriva alcuno prima del
terzo giorno di malattia. Verso la fine del mese ricomparvero febbri
terzane ed altre malattie, che diconsi di _carattere_; ed erano d'un
andamento diverso dalla peste. Ai primi di agosto quasi tutti gli
Europei apersero le case loro a libera comunicazione. Circa la metà
del mese risguardavasi come cessata la peste, ancorchè alcuni accidenti
pestilenziali insorgessero qua e là. Dai 15 ai 31 agosto le liste de'
morti presentarono una mortalità, minore di quella del febbrajo, che
precedette alla peste, e rarissime ne furono le nuove incidenze. A
soli 68 montarono i morti dell'ultima settimana, tra' quali 58 turchi
e 10 cristiani. La mortalità totale dai 2 ai 31 di quel mese fu di 387
persone, delle quali 63 cristiani e 10 ebrei. Incominciato il settembre
si passarono varj giorni senza nuovi accidenti.
Dopo la metà del mese non si contarono che due soli infetti; e dopo
il 20 nessun altro più ammalò di contagio. Il perchè cotal tempo e da
risguardarsi come il termine di questa pestilenza. Le trepidazioni
però e le angustie degli abitanti di Aleppo non cessaron del pari.
Alcune morti improvvise avvenute nel corso del verno, ed alcune
febbri anomale, dichiarate da que' medici d'indole inflammatoria e
non contagiosa, mantennero vivi fra quegli abitanti il timore, la
confusione, il sospetto, e ciò fino al marzo dell'anno seguente 1762,
in cui dissipata ogni tema, se ne ristabilì la primiera tranquillità,
la sicurezza, e la salute.
Da Aleppo la peste s'innoltrò in altre città della Siria e della
Mesopotamia. Specialmente ad Orta[57] imperversò con la massima
violenza. Vi morì il Bascià, quasi tutti i soldati, e le persone
del suo seguito. I villaggi de' dintorni rimasero spopolati quasi
interamente. Suez e Adena[58] ne furon pur travagliate assai
fieramente. In quest'ultima città e vicini villaggi narrasi esser
perite venticinque mille persone.
La peste si manifestò anco nella città di Marasch[59] nella primavera
del 1761. Non fece essa in quell'anno di molti progressi, e cessò poi
nell'autunno. Si riprodusse però nella state dell'anno seguente 1762.
Si dilatò molto più, e cagionò danni molto maggiori, che nell'anno
precedente, serpeggiandovi tacitamente e con pochi danni per tutto
l'inverno. Quindi si aumentò nella state vegnente 1763, per altro con
minore ferocia, che non aveva fatto l'anno precedente. Nell'anno 1764
si accrebbe ancora più, tenendo però lo stesso andamento degli anni
precedenti, cioè divenendo più mite, ed appena sensibile durante il
verno. Ma nell'anno 1763 aumentò in fiero modo le sue stragi; si dilatò
per li vicini villaggi, e vi recò orribili desolazioni. La durata della
peste, più lunga in Marasch, che in alcune altre città della Siria, fu
un singolare fenomeno. A malgrado il continuo commercio fra Marasch
ed Aleppo, non si ebbero certe notizie dell'andamento del contagio e
del suo pur lungo durare, se non quando parecchi mercanti di Aleppo,
stabiliti a Marasch, per cagion del più forte infierire del morbo,
nella state del 1765, abbandonarono quella città e fecer ritorno ad
Aleppo.
Da questa descrizione apparisce ognor più chiaro, che la peste in
Levante tiene il medesimo andamento che in Europa. Cresce lentamente,
e va, per così dire, fluttuando due o tre settimane; ed ancorchè in
questo suo primo periodo, generalmente parlando, riesca mortale, pure
il più di sovente ne' suoi primordj non presenta i sintomi, che sono
proprj e caratteristici di lei; e gl'infermieri ed assistenti per
l'ordinario non vi restano presi. Queste due ultime circostanze traggon
seco assai spesso gravissime conseguenze e infrenabili. Per esse ne
vien sovente ragione di questionare sulla natura della malattia, e
metterla in dubbio. Il perchè, altri affermano esser la peste ed altri
negano; e mentre se ne attende la risoluzione, sfugge un tempo prezioso
che potrebbe dar mezzo a salute ed a sicurezza; od almeno non si vi
pensa che troppo tardi, quando ogni riparo è svanito. Allorchè le
città mercantili di Europa sono state infette da peste, il più delle
volte è avvenuto pur troppo che si cercasse di occultarne la malattia
sotto differenti nomi il più che si fosse potuto. Questa circostanza
è comunissima nel Levante, dove, a vero dire, si ha minor ragione e
mezzo di dar sollecite notizie dell'esistenza della peste; mentre le
genti del popolo, alle quali per li principj della lor religione è
vietato di usare de' preservativi, dappoichè vivono abbandonate ad un
cieco fatalismo, dalla pronta scoperta della peste non traggon esse
vantaggio nessuno per la salute. Che anzi, al manifestarsi della peste
ritirandosi gli Europei ne' loro quartieri, si menoma, anzi arenasi
il loro commercio; e quindi per loro ne viene scemata la principale
sorgente de' lor guadagni.
L'andamento, che ne' varj luoghi del Levante tiene la peste
inoltrandosi al suo maggiore incremento, è quasi per tutto lo stesso.
Non è così però del suo declinare, osservandosi in quest'ultimo suo
periodo manifestissime le differenze, non solo secondo i differenti
luoghi, ma eziandio secondo il tempo diverso. Per esempio, al
Gran Cairo la peste suol quasi sempre terminare più presto che in
Aleppo e lungo le coste della Siria; ed ivi pure in certi anni più
sollecitamente, e in altri più tardi. In alcuni luoghi, p. es. nella
Siria, nell'isola di Cipro, si osserva che domina all'ordinario in sul
finire d'autunno, nel corso dell'inverno, ed in principio di primavera,
e cessa nella state. In altri, in ispezieltà ne' paesi montani, suole
imperversare particolarmente nel verno, ed infierire a proporzion
dei rigori del freddo; mentre in altri del tutto cessa sotto i rigori
invernali, e col procedere della cruda stagione.
In nessun luogo forse è più manifesta l'influenza dell'aria pura e
della libera ventilazione per menomare ed arrestare i progressi del
contagio, quanto ne' paesi del Levante. E di fatti, il morbo suol
fare strage fra le famiglie del popolo, che abitano case anguste,
sepolte, senza finestre e senza ventilazione; mentre per lo contrario
nel così detto Serraglio, e ne' palazzi de' grandi, che sono spaziosi,
ventilati, con ampie sale, belle gallerie dintorno, e con ogni
possibile miglior maniera di costruzione adattati al clima, di rado
vi penetra; e se giunge ad insinuarvisi, non s'appicca ordinariamente
che agli schiavi, alle persone di servizio, ed al più alle donne
dell'_Harem_, le cui stanze non sono nè così ampie, nè forse così
ventilate, come sono le altre, per cagion de' ripari e dell'altezza
delle finestre che vi si usano per l'estrema gelosia con cui quelle
donne vengono custodite. La maniera di vivere e di conversare usata dai
grandi della Turchia, influisce del pari alla loro preservazione. Il
natural loro orgoglio non permette che alcuno loro s'accosti. Giacciono
la maggior parte del giorno in una gran sala nel fondo del Divano,
fumando tabacco, prendendo caffè, ed occupandosi degli affari, solo
in compagnia di persone d'alto grado; le quali pure si tengono ad una
certa distanza tra loro. I servi ed i paggi stanno fuor del Divano, nè
fannosi avanti che quando vi sieno obbligati dal respettivo servigio,
tornando poi subito al loro posto. Altre osservazioni sugli usi e sulle
pratiche, le quali tengonsi ne' paesi del Levante in tempo di peste, mi
verranno più acconce ad altro luogo di quest'opera. (_Russel's Patrik,
Treatise of the plague; Russel's Alexander, the natural Hystory of
Aleppo; Mariti Giovanni, Descrizione di un viaggio fatto nell'Isola di
Cipro, nella Siria e nella Palestina nell'anno 1760 fino al 1769._)
Nel 1763 regnava la peste nella Bossina, provincia ottomana confinante
colla Dalmazia. Frequenti essendo le comunicazioni fra le due
provincie; nè potendosi, attesa la qualità de' confini, regolare
quanto convenga, nè impedire del tutto, il contagio non istette molto a
propagarsi in Dalmazia, dove serpeggiò qua e là nel 1763, e travagliò
quella provincia fino la metà del 1764. Infierì particolarmente
ne' borghi di Spalatro, dove sono perite 530 persone. Per ragion
delle buone discipline, e per le precauzioni usate, la città ne fu
preservata. (_Bajamonti, Storia della peste di Spalatro._)
A. dell'E. C. 1769-70-71. E' questa pur una delle epoche più memorabili
della storia riguardo alla peste; dappoichè a questi anni mille
settecento sessanta nove, settanta e settantuno, essa travagliò
fieramente la Moldavia, la Valacchia, la Transilvania, la Podolia la
Volinia, la Russia e Mosca particolarmente, come appresso vedremo,
la Turchia Europea e l'Asiatica, e segnatamente Smirne, Aleppo,
Alessandria, il Gran Cairo, gran parte dell'Egitto e Costantinopoli,
dove periron d'essa più di 40 mila persone, portando di se per tutto
infinite stragi e rovine.
Premesse poche notizie sulle precedenti pesti della Russia e sullo
sviluppo ed andamento corso dal contagio nella Moldavia e nella
Valacchia e in qualche altra provincia, passerò ad un breve sunto
storico della memoranda peste di Mosca.
L'impero Russo fu due altre volte in precedenti epoche travagliato
dalla peste. Delle più antiche non ne restan memorie, dico, che sieno
scritte. La prima che se ne conosca per esse, è quella degli anni
1653. 54. 55. (V. pag. 464.) Cotal pestilenza devastò nel modo più
spaventevole non la città di Mosca soltanto, ma sì ben anche varie
altre città e paesi dell'impero. Quindi apparisce essere stata essa
la più memorabile di tutte le altre. Ciò si raccoglie da una lettera
scritta dai Bojardi di Mosca, che sono i capi della città, l'anno
1754, al Czar Alexa Micalovich, che allor trovavasi all'assedio di
Smolensko.[60] La seconda risguarda quella del 1737. 38. 39. (V. pag.
613.)
Nell'anno 1769 ardeva la guerra fra la Russia e la Porta Ottomana,
cominciata in Moldavia. Un corpo dell'armata russa, dopo aver disperso
l'immensa turba nemica sotto Chozim, e presa Yassy, capitale della
Moldavia, si era dato ad inseguire l'armata turca oltre il Danubio,
mentre l'altra parte dell'esercito aveva avuto l'ordine di attaccare
un grosso corpo ottomano, accampato presso Gallaz, e d'impadronirsi,
a qualunque costo, di quella città. Seguitamente ad un ostinato
combattimento, in cui restò prigioniero il principe Maurocordato,
i Turchi furono pesti in fuga, e l'armata vittoriosa s'impossessò
di Gallaz e di tutto quel tratto di paese, che giace al di qua del
Pruth. Questa città presa d'assalto fu abbandonata al sacco. In essa
vi regnava la peste, di fresco introdottavi col mezzo di mobili e di
mercatanzie portate da Costantinopoli per ragion di una fiera, che per
l'appunto vi si teneva a que' dì. Ignorando il comandante russo che
quivi fosse la peste, e quindi esso di nessun mal sospettando, ordinò
che ai soldati, sani e feriti, si desse quartiere nelle case della
città e de' circonvicini villaggi, anco per ristorarli dell'ingiurie
della stagione che cominciava a inasprirsi, già inoltrato essendo il
novembre.
Di tal modo s'apprese il contagio alla truppa. Parecchi soldati del
presidio cadder malati; e due tra quei della guardia posta al principe
prigioniero, si morirono in breve corso del male. Non istette molto
la peste a diffondersi fra la truppa co' suoi più manifesti segnali.
Il supremo comandante dell'esercito feld-marasciallo conte Romianzow
Sodanaisky istrutto di quanto accadeva in quel corpo d'armata, ordinò
al generale de Stoffel, che ne comandava la divisione, di sloggiar da
que' luoghi, ritirarsi a Yassy colla sua armata, ed ivi tenersi in
istretta contumacia, facendo ricoverare i malati in un lazzeretto.
Nella marcia che fece la truppa da Gallaz a Yassy, si minorarono
sensibilmente le malattie e le morti, di modo che s'incominciò a
dubitare se vera peste si fosse quella, od altra natura di male. Giunta
che fu a Yassy l'armata, i soldati rimasti sani si distribuirono per le
case, ed i malati si allogaron nello spedale, che fu stabilito nello
stesso palazzo de' Principi di Moldavia. Scorsero tranquillamente tre
settimane, e solo circa la metà del gennajo si osservò dai chirurghi
dello stesso spedale, che vi comparivano di molte febbri, accompagnate
da petecchie, le quali furono definite dapprima per febbri maligne
castrensi. A parecchi di tai malati in settima ed in ottava giornata di
malattia scoppiava qualche bubone, che poi al tutto non si risguardava,
che qual crisi imperfetta, ovvero qual decubito del male. Il che si
fermò con tanto più di persuasione, in quanto non pochi di loro dopo
una discreta e legittima suppurazion ne guarivano. Pochi dì appresso,
osservaronsi e carbonchi, e morti o repentine o sollecite; quindi
proporzionalmente che tai fatti facevansi più frequenti, si andarono
anche aumentando i timori di peste. Tale nel corso di quattro settimane
fu l'andamento della malattia in quello spedale.
Nella città procedevan le cose tranquillamente, nè sentivasi parlare di
peste. Ma questa calma fu di breve durata; e, com'era pur da aspettare,
l'infezione in pochi dì si sparse anche fra quegli abitanti. Racconta
l'Orreo che un soldato uscito dall'ospitale, venduta avendo a un ebreo
la pelliccia, presa ad un Turco prima di giugnere a Yassy, fu il primo
seme, che diffuse il contagio in città. L'ebreo si morì impensatamente
il giorno dopo averla indossata, e da lì a poco pur si morirono due
suoi figliuoli, co' quali ei conviveva. Sia stata pur questa la causa
dell'infezione fra gli abitanti, o sì veramente altre ancora e più
generali sienvi concorse, certo egli è, che il contagio si è propagato
con grande rapidità in più quartieri, e vi uccise di molte persone;
quindi cominciò la costernazione frà cittadini; e sebbene fossero
pressochè generali le voci di peste, e molti casi se ne contassero
di morti repentine e violente con manifesti segni di contagio; pure
molti vi aveva ancora, che ostinati il negavano, sostenendo non esser
que' morbi, che semplici febbri maligne. Sgraziatamente il generale
comandante de Stoffeln fu di questo partito, tratto probabilmente in
errore dalle false insinuazioni de' magnati Moldavi, i quali più della
peste temendo dell'allontanarsi l'armata russa dalla città, e del
restar nuovamente esposti all'incursione de' Turchi, sforzavansi di far
credere con ogni ragione, che quella malattia non fosse di pestilenza.
Ma nel marzo fu pressochè generale l'incendio di quel contagio in
città; e lo stesso generale barone de Stoffeln ne cadde vittima. Le
medesime ragioni private, che avevano tratto in errore quel generale,
servirono a render più diffusa la cagion del male fra gli abitanti
della città non solo, ma in tutta la Moldavia. Le case, le ville e le
città stesse divenner deserti. Gli abitanti presi da estremo infrenabil
spavento si fuggivano sulle montagne. Molti cadaveri restavano
insepolti; e siccome v'ha nella Moldavia gran quantità di cani, la
quale per barbaro popolar costume e per superstizione, a somiglianza
de' Turchi, si procura di conservare, così que' cani rimasti in gran
parte senza padrone, e senza trovar cibo, facevano degl'insepolti
cadaveri loro pasto comune. Il perchè, giusta quanto assicura l'Orreo,
che trovavasi a quel tempo in Yassy, molti ne divennero idrofobi;
quindi oltre il flagello della peste, pur questo della idrofobia
univasi a travagliare quegli sventurati abitanti. In questo mezzo,
comunque fosse grande la violenza e la diffusion del contagio, pure
fino alla metà incirca del maggio 1770, stette ristretta la peste alla
sola classe del basso popolo. Da allora s'appiccò indistintamente ad
ogni sorta di persone, perchè mercatanti, sacerdoti, plebei, nobili,
soldati, e d'ogni grado uffiziali ne venivano colti egualmente. Nel
giugno cominciò a declinare la malattia, e a mitigarsi la violenza de'
suoi attacchi.
A Fockschiany, ed a Bukarest nella Valacchia, la peste s'è introdotta
più tardi, che a Yassy; e vi cagionò pure di molto minori danni,
cessatavi pur anche più presto. Ma negli spedali militari di
Fockschiany e di Bukarest ne fu grande la mortalità. Nè solo nelle
capitali, e nelle primarie città della Moldavia e della Valacchia
fece stragi il contagio, ma si ben anche in molti villaggi e paesi
delle campagne di quelle vaste provincie. Non però in nessun altro
luogo cotanto come in Yassy[61], che anzi nelle ville e ne' paesi
della campagna si estinse in breve. Ciò avvenne forse per gli usi
di quegli abitanti, i quali al primo manifestarsi della peste infra
loro, sogliono la maggior parte fuggire tra monti, e nelle campagne,
sceverandosi ne' luoghi i più romiti e solitarj; donde armati di
pistole e di fucili, e col continuo sparo tener da essi lontano
qualunque forestiere cerchi di avvicinarvisi. Ad impedire i progressi
del contagio ne' detti luoghi della campagna contribuiscon forse non
poco anco le particolari costumanze de' paesani Moldavi e Valacchi;
usando essi al primo accorgersi della peste, e di qualche individuo
della famiglia che ne sia infetto il trasportarlo nascostamente nel
più vicin bosco, deporlovi in luogo ombroso sopra un letto di foglie
con da canto un vase con acqua ed alcuni alimenti, visitandoli poi i
lor congiunti, o chi altri loro appartengano, o chi di lor caglia per
pietà ed interesse. A questi ufficj ritornano di quando in quando ed a
questi provvedimenti. A sì fatta costumanza gl'induce principalmente
l'idea di sottrarsi il più che sappiano ai riguardi del pubblico, e
alle discipline e precauzioni ordinate dalli magistrati della sanità.
Que' malati, a' quali reggono ancora le forze e il potere, s'accendon
da se un po' di fuoco; e morendo, il che accade più di sovente, sono
nel sito stesso coperti di terra, o rimangono colà insepolti; ed ivi
imputridiscono, o vengono divorati dai cani, dalle fiere, e dai vermi.
Sogliono però que' villici guardarsi ben dal toccare l'ammalato, e
qualunque cosa che sia stata da esso usata, maneggiata, o toccata.
Sì nella Moldavia, che nella Valacchia appena si manifesta il
contagio pestilenziale in una Città, borgata, o paese, ne son presi
in nota tutti gli abitanti dall'ispettore o intendente della Peste
_Pesthaufsehers_. La Città, o paese dividesi immediatamente in
quartieri; vi si nomina dallo stesso intendente un individuo col titolo
e ufficio di sotto ispettore della peste, le cui pratiche sono di
visitare tutti i malati di peste in vece dei medici e dei chirurghi;
il che a dir vero tanto è più ragionevole, in quanto quei luoghi
sono di medici e di chirurghi assai scarsi. Tosto che ammala qualche
individuo, por si dee fuori della porta della casa un segnale, e darne
immediatamente notizia all'ispettor del quartiere, il quale è obbligato
di tosto visitarlo. Che se in tale visita riconosca essere l'ammalato
realmente appestato, lo fa trasportare, permettendolo la stagione,
fuor della porta di quella casa, con tutti i suoi vestimenti. Se ciò
accade nel verno, fa collocar l'ammalato in un certo cotal luogo, che
vien stabilito appositamente per gli ammalati di peste. Ognuno che
muore dal contagio, col mezzo di persone a questo ufficio appositamente
destinate, viene trasportato e sepolto. A tale ufficio di becchini
sono stabiliti individui della feccia del popolo, e per lo più i gran
bevitori. Dipendono essi dall'ispettore, e si prestano a tal pericoloso
ministero avendo tutto il corpo e vestiti unti di catrame. Parecchi di
essi sogliono portare degli amuletti appesi al collo; e taluni entro al
loro _turban_ un bubone secco e tagliuzzato, che alle volte poi vendono
ai più creduli del luogo per un prezzo assai caro, tenuta essendo
questa sostanza in conto di grande preservativo, ed impiegandosi come
ingrediente principale per fare degli amuletti. Trovandosi la Moldavia
e la Valacchia in preda alle devastazioni della peste, i Signori
delle dette provincie, e particolarmente i più ricchi di Bukarest,
abbandonarono le case loro; e temendo le conseguenze dell'evacuazione
dell'armata Russa dalle loro provincie, si rifugiarono in gran numero
verso il territorio della Transilvania; parte rimasti accampati sotto
tende sulla linea del confine; parte entrati nei Lazzeretti; ed altri
finalmente rifugiatisi nei villaggi montani limitrofi. Alte giogaje
di monti dividono la Valacchia dalla Transilvania, ed il confine è
esteso e difficile a custodirsi. Il distretto montuoso di Corona del
territorio transilvano è il più prossimo al confine: in ispecieltà la
parte di esso detta _i Casali_, popolata da sei in settecento famiglie,
abitanti casolari rustici sparsi in quattro grandi vallate a piedi del
monte, dove più dove meno fra loro distanti, è immediatamente vicina e
limitrofa alla Valacchia. Quegli abitanti solevano fare co' confinanti
Valacchi il picciolo loro commercio; andare e venire dalla Valacchia
a loro bell'agio, e prestare ai viaggiatori e forestieri asilo e
ricovero contro la guerra e la peste. Per tal modo non è a stupirsi se
la peste che infieriva nella Valacchia e fino negli ultimi villaggi
limitrofi non istette molto a propagarsi anche nella Transilvania, e
primieramente nel più prossimo distretto di Corona, siccome quello che
col paese vicino infetto era in più frequente e libera comunicazione.
Vennero prese delle precauzioni per impedire queste comunicazioni, ma
non abbastanza sollecitamente; mentre già in maggio 1770 il pestifero
morbo aveva oltrepassato i confini, ed attaccato una famiglia del
distretto di Corona, che diede alloggio ad un greco di Bukarest. Detto
greco aveva dato a lavare le sue biancherie sporche ad una donzella
della stessa casa ospitale che lo aveva albergato; e il giorno dopo
s'avviò al Lazzeretto presentando l'aspetto della migliore salute. La
fanciulla però, che lavate aveva le di lui robe, ammalò con un bubone
sotto l'ascella sinistra ed un carbonchio al gomito destro, e se ne
morì in quattro dì. Ad essa poco dopo tenne dietro la madre, un di lei
fratello di dieci anni, ed una picciola sorella di quattro, morti tutti
e tre dopo breve decubito da quel morbo medesimo. Al padre si appiccò
più mite il contagio: manifestatasegli una parotide presso l'orecchio
destro, scampò la vita; lo che avvenne pur di un'altra fanciulla di sei
anni, cui scoppiato era un bubone all'inguine sinistro. Il rio morbo da
quella in altre famiglie del distretto non istette molto a diffondersi.
Nel solo territorio detto dei Casali, fra 665 famiglie formanti insieme
3106 individui, 236 sono rimaste infette, 743 furono i malati, de'
quali 615 morti, 128 guariti. In oltre sono morti 33 forestieri, tra'
quali due chirurghi; 11 sono guariti. Da quella in altre località
del distretto medesimo si propagò il contagio; a Rosnania, a nuovo
e vecchio Tohan, ma non vi fece grandi progressi, arrestato forse
dalle buone discipline, e saggi provvedimenti sanitarj che un più
tardo sviluppo lasciò tempo di adottare colà. Fra 833 famiglie che
costituivano la popolazione delle tre sopraccennate località, 81
soltanto rimasero infette; e fra esse gli attaccati furono 228, i morti
174, i risanati 54. I principali sintomi di questo contagio, giusta
la descrizione che ci à dato di esso il celeberrimo Chenot, erano,
brividi, freddo, improvvisa prostrazione o abbattimento di forze, una
certa ambascia o angustia ai precordii, calore, sete, eccessivo dolore
di testa, vomito, alienazione di mente, delirio, talvolta sonnolenza
irrequieta, buboni agl'inguini, alle ascelle, parotidi, carbonchi; e
nei cadaveri vibici e petecchie[62].
Dal distretto di Corona il contagio si propagò in altri cinque di
quella Provincia, cioè in quello di Fogara, a Rosmunda nel Comitato
di Nangy-Sinken, nella Contea di Hâromszék, nella Residenza Csiken, e
nella Contea Marussich. In tutti questi sei distretti, popolati da 3486
famiglie, la peste vi penetrò in 506; ammalarono 1643 persone, delle
quali ne morirono 1204 e 439 risanarono. Il primo sviluppo del morbo
accadde in maggio 1770, come fu sopratocco, e vi ebbero parecchi morti.
In giugno e luglio successivi si accrebbe: ma nell'agosto e settembre
giunse al massimo della forza;[63]. In ottobre cominciò a declinare;
In novembre era in piena declinazione; in dicembre più mite ancora;
in gennajo pressocchè interamente cessato: e nei mesi di febbrajo e
marzo non si ebbe che qualche raro caso. Il giorno 20 marzo ammalò
una donna a Kakasd, Contea Marussich, con un bubone all'inguine destro
ed un carbone sul ventre, la quale anche guarì: e questa fu l'ultima
incidenza morbosa nel territorio della Transilvania. Visitate dal D.r
Brukmann tutte le località nelle quali aveva serpeggiato la peste, ed
in conseguenza erano considerate infette; ed avendo riconosciuto che
non vi avevano più in esse se non che delle malattie ordinarie, tra le
quali la scarlattina: ciò che fu considerato di buon indizio; mentre
è osservazione quasi costante, che durante la peste non regnano altre
malattie, o se si manifestano, assumono ben presto di essa il tipo e il
carattere in modo da andarne colla stessa confuse: e che allorquando la
peste volge al suo termine, incominciano contemporaneamente a comparire
qua e là morbi ordinarii col consueto corredo de' sintomi loro proprii,
furono dati gli ordini degli espurghi delle case e suppellettili
infette; ai quali espurghi si è dato principio nell'aprile seguente.
In ciò fare si procedette primieramente all'abbruciamento di quelle
case infette, isolate e lontane, la cui custodia recava molto
incomodo ed offriva non poche difficoltà, e che per la loro situazione
potevano servir di ospizio ai vagabondi, di ricettacolo ai ladri, ed a
nascondiglio degli effetti contaminati: ciò molto più, quanto che delle
stesse guardie non si poteva sempre fidarsi. Nelle maggiori borgate, e
là dove le case erano unite ed in maggior numero, all'incendio veniva
sostituito l'espurgo, anche perchè si evitava in tal modo il pericolo,
che acceso il fuoco in una casa infetta, in altre sane con grave danno
si comunicasse.
A presiedere i sopraccennati espurghi sono stati destinati alquanti
chirurghi, ai quali dal Magistrato, o Consiglio Superiore di Sanità
della Provincia, vennero date le occorrenti istruzioni e prescritte
le norme da seguirsi impreteribilmente. Tutte le dette istruzioni
colimavano ad antivenire e togliere tutte le cause che in qualunque
modo potevano favorire o dar occasione ad un nuovo sviluppo od
incremento del male, cancellare o distruggere il fomite pestilente
ovunque esser vi potesse annidato; e ciò con ogni maggior studio e
diligenza, con l'opera la più accurata ed assidua.
Se le case da espurgarsi erano tuttavia abitate, i superstiti individui
sani si facevano passare in altre sane a ciò appositamente destinate:
i malati si traducevano all'ospitale. Sì gli uni che gli altri prima
di entrare in detti luoghi venivano spogliati dalle vesti sospette
che indossavano, sostituitene delle altre nuove e pulite, o almeno di
quelle ch'erano state previamente spurgate e mondate diligentemente.
Prima d'indossare le nuove vesti venivano i loro corpi con acqua e
aceto accuratamente lavati a mezzo di spugne o pannolini in detto
liquore inzuppati.
Le vesti sospette deposte, erano passate agli espurgatori, o per
l'abbruciamento, se cenciose e di poco o nessun valore, o per
l'espurgo, se buone e tali da conservarsi. Lo stesso metodo tenevasi
per le coperte da letto. Nè era permesso alle famiglie asportar
fuori dalle case disegnate all'espurgo se non que' soli effetti che
venivano richiesti dalla più stretta necessità. Allorchè mancavano
vestiti nuovi o spurgati pella sopraccennata sostituzione, davasi
l'incarico agli stessi individui delle famiglie che dovevan sortire
di spurgare essi medesimi que' duplicati che avevano in casa, a fine
di potersene servire pel cambio prescritto all'ingresso delle località
libere cui passar dovevano ad abitare. Tutte le altre robe ed effetti
erano lasciati per l'espurgo a quelli dal pubblico a questo oggetto
appositamente incaricati.
Le case infette destinate all'espurgo, appena sortite le persone che
le abitavano, venivan chiuse e custodite da guardie. In esse non era
più permesso l'ingresso che ai soli incaricati della disinfettazione.
Allorchè questa veniva intrapresa, prima cura degli espurgatori
era quella di chiuder esattamente tutte le porte e finestre della
casa, i fori dei cammini, delle stuffe ed ogni pertugio, dopo di che
accendevano alquante onde di zolfo entro a stoviglie di terra, più o
meno secondo l'ampiezza ed il numero de' locali da spurgarsi; indi
distribuiti i vasi fumigatorii nel modo da essi reputato migliore
entro il locale o locali da spurgarsi, chiudevano dietro se la porta
d'ingresso, e lasciavano la casa così chiusa per lo spazio di 24 ore;
scorse le quali, ripetevano la stessa fumigazione per altri due giorni
successivamente.
Indi si procedeva allo spurgo delle suppellettili. Tutti i vestiti,
pannilini, coperte, ed altri effetti che avevano servito ad uso dei
malati, o ch'erano stati da essi maneggiati, o tocchi, venivan gittati
in una tinozza od altro recipiente di legno, in cui si versava del
liscivo caldo fino a che ne restasser coperti, lasciativi entro a
macerare per ventiquattr'ore. Allo spirare di detto periodo, scolato
il liscivo, s'infondevano in acqua bollente, la quale doveva essere
rinnovata due, tre, e fino quattro volte. Indi lavati nel modo solito
ed asciugati. Tutta questa operazione doveva esser ripetuta tre volte.
Que' vestiti però, coperte ed altri oggetti, che per la lor qualità
non potevano esser spurgati col liscivo senza venir guastati e rendutí
inservibili, come pure i stracci, le robe di poco o nessun valore, la
paglia dei letti, e cose simili, dovevano esser abbruciati. Finalmente
tutte le masserizie, mobili, arnesi di casa, utensili di terra, di
legno, di vetro, di metallo ed ogni altra cosa che poteva sostenere
l'espurgo d'acqua senza pericolo di guasto, venivano parimenti
lavati ed astersi col liscivo, o con altro liquore secondo la qualità
loro. Le pareti imbiancate con doppio stratto di calce, i pavimenti
raschiati e lavati ripetutamente col ranno medesimo. Tutte le altre
suppellettili che non soffrivano l'espurgo d'acqua, i libri, le carte,
i pennachii, cappelli, pellicie, drapperie di lino, di lana, di seta,
ecc. dopo impregnate di fumo dello zolfo venivano esposte ad una
libera ventilazione. Di tre in tre giorni si assoggettavano alla stessa
fumigazione solforosa; e finalmente presso al termine della contumacia
ad un suffumigio più mite; p. es. di legno di ginepro, d'incenso, di
mirra, benzoino, e cose simili.
Lo spurgo delle case e delle suppellettili doveva esser terminato nello
spazio di tre settimane; scorse le quali si chiudevano entro le case
persone sane, che dovevano abitarle in via di esperimento, restandovi
chiuse in esse pel periodo di sei settimane. Se durante detto periodo
si conservavano sane, la casa allora veniva dichiarata sana, e messa
in libera comunicazione a disposizione della famiglia cui apparteneva.
Per tal modo si otteneva prova non solo dell'efficacia degli eseguiti
espurghi, ma altresì della generale cessazion della peste.
I morti dal contagio, giusta gli ordini dati dalle Autorità dovevano
esser tutti trasportati col mezzo de' becchini al cimitero comune,
ovvero al luogo a ciò appositamente destinato; ed ivi, scavate le fosse
profonde quattro piedi almeno, gittati in esse i cadaveri, dovevano
questi venir coperti con calce viva; e mancando la calce, con cenere.
Per lo più però mancava l'una e l'altra, ed i cadaveri venivano
interrati superficialmente, in ispecieltà nelle località isolate e
lontane, dove non poteasi avere l'opera de' seppellitori pubblici, o
dove questi non eran sufficienti al bisogno. Il perchè, non di rado si
dovean costringere gl'individui delle stesse famiglie cui apparteneva
il morto a prestarsi al pio e doloroso ufficio di dargli sepoltura.
Dopo estinta la peste, si chiusero i cimiteri dei pestiferati, e
s'intersecarono con essi le comunicazioni, dopo aver accumulata una
certa quantità di terra ed innalzato un suolo nei siti delle fosse,
entro alle quali erano stati sepolti i morti dal contagio.
Dal pubblico erario veniva rifuso ai proprietarii il prezzo delle
case e delle robe abbruciate, sul dato della stima che per ciascuna
doveva farsi precedere all'abbruciamento. Questa misura aveva in se
duplice fine benefico e provvido: sollevare cioè que' disgraziati
abitanti dai maggiori danni: facilitare la consegna degli effetti e
delle suppellettili infette per l'espurgo, togliendo il motivo per cui
potevano esser tentati di occultarle.
Nè questa provvidissima misura adottata dalla saggezza e bontà
Sovrana fu bastante a prevenire che effetti contaminati non venissero
sottratti e nascosti; che già il popolo sospettoso ed inclinato al
contrabbando, non prestando fede alle fatte promesse, cercava con ogni
studio di sottrarsi al comando e nascondere i suoi effetti migliori
clandestinamente. Di maniera che, avutone di ciò avviso il Governo; e
vista l'importanza di prevenire siffatto inconveniente da cui potevano
temersi gravi conseguenze, d'ordine di S. M. l'Augustissima Maria
Teresa allora regnante fu pubblicato un bando, per cui veniva accordato
premio di tre zecchini d'oro a quello che scopriva merci od effetti
nascosti, e stabilita la pena di morte per chiunque osava qualsivoglia
effetto occultare o nascondere. Siffatta misura sortì pieno effetto;
mentre da un lato non vi fu più chi osasse nasconder robe per timore
di esserne denunziato e punito; dall'altro, l'allettamento del premio
raddoppiava in ciascuno la vigilanza e la cura di discoprire effetti
nascosti.
Finalmente intrapresa una visita generale di tutte le case, fu estesa
accurata nota dei morti, guariti, e superstiti delle varie famiglie;
sui quali dati furono poi compilate le tabelle generali, a corredo
della storia circostanziata di questo contagio, che fu innalzata
all'Eccelsa Superiorità.
In maggio, levati i cordoni dell'interno, furono ristabilite libere
le comunicazioni in tutta la Provincia; meno la Contea Marussich, che
attesa la lunga convalescenza della donna ultima infetta, di cui s'è
parlato di sopra, fu messa a pratica soltanto in giugno successivo.
Molto più gravi sarebbero state le conseguenze del contagio in quella
Provincia, se con ben dirette misure sanitarie non gli si fosse
impedito di più inoltrarsi. Il Dott. Bruckmann, che a quel tempo
trovavasi in Transilvania, si adoperò con molta intrepidezza ed abilità
per la salute di quelle popolazioni, e si rendette assai benemerito
della pubblica e della privata riconoscenza. (_Oreus de Peste, Chenot,
Historia Pestis Transilvanicæ Annorum 1770-1771 opus posthumum._)
Ho creduto dover descrivere con un certo dettaglio il metodo ed i mezzi
che si sono usati con profitto nell'indicata epoca per lo spurgo delle
case e delle robe infette o sospette dopo cessata la peste; sì perchè
formando ciò una parte importante della storia delle pesti dei passati
tempi, non sarà forse senza interesse il conoscerla ed il trovarla
descritta; sì perchè, quantunque il metodo sopraccennato sia in alcune
parti imperfetto, specialmente se si considera dietro le inapprezzabili
scoperte della chimica moderna, e dietro i principii di una più
illuminata sperienza; potrà nullostante riescir utile all'evenienza
de' casi, e servire se non altro ai meno esperti di guida per sortire
dall'imbarazzo, e non sapendo far meglio, imitare e copiare ciò che è
stato fatto e praticato altre volte con buon successo.
Però; in vece delle fumigazioni coll'acido solforoso, ossia coi
vapori che si sviluppano dall'abbruciamento dello zolfo, di cui si
è servito il D.r Brukmann per l'espurgo delle case e robe infette
della sopradescritta pestilenza, si potranno ora usare con maggior
sicurezza di effetto le fumicazioni col cloro, ossia gas acido
muriatico ossigenato, che fra tutti gli altri viene considerato il più
efficace per distruggere il principio contagioso, qualunque egli sia,
ed in qualunque luogo si trovi annidato; e che oggidì si usano quasi
generalmente. È innegabile, che anco il gas solforoso, vale a dire i
vapori dipendenti dalla combustione dello zolfo, attaccano il germe del
contagio e lo snaturano; ma oltrecchè detti vapori non si estendono a
molta distanza, e sono infesti ai polmoni, i suffumigi col cloro sono
preferibili, siccome più efficaci e più pronti ne' suoi effetti, ed
appoggiati nel medesimo tempo all'esperienza, all'autorità, ed alla
ragione.
Sopra questo argomento caderà di dover parlare in altro luogo. Ciò
non pertanto; a fine di rendere più interessante la lettura del
presente Volume; ed acciocchè, conoscendosi in tutti i suoi dettagli
la pratica della disinfettazione cogli acidi minerali, riesca più
agevole istituire il confronto coi metodi di espurgo ch'erano in uso
negli II.i RR.i Stati all'indicata epoca, cioè nel 1770-71, quando non
si conoscevano ancora la grande scoperta di Guyton-Morveau del 1773,
le felici sperienze di Carl-Michael Smith, e quelle successive di
tanti altri valenti e riputatissimi chimici, Montigny, Cadet-de-Veaux,
Fourcroy, Lavoisier, Chaptal, Doumotiez, Loudon, Lasson, Cornette, ed
altri, ho creduto dover pubblicare qui alcuni cenni; avuto riguardo ben
anche, che possa tornar utile agli interessi dell'umanità sollecitare
la maggior diffusione di quelle conoscenze pratiche sulla scelta
ed applicazione de' mezzi, che pel generale consentimento dei dotti
vengono risguardati efficaci ad attaccare e distruggere i micidiali
contagi, ed arrestarne di essi la propagazione.