Sparso così e diffuso quell'incendio pestilenziale per tutta la città,

non tardò molto ad inoltrarsi più lungi. Conciossiachè si diffuse

nella contrada di Riva Nuova, che sta fuor di Marsiglia, separata a

settentrione dal porto. ed a levante da una porzione dell'arsenale,

che or più non sussiste. Questa terra dominata dai freschi venti delle

alpi, s'era conservata immune dal contagio sino al fine di Agosto per

la vigilanza, e buona polizia sanitaria, sotto le ordinazioni del

Commissario generale il cavalier Rose; ma essendo assai difficile

lo impedire ogni comunicazione colla città, la peste quivi pure si

apprese, operò colla medesima rapidità e violenza, che a Marsiglia;

e vi fece pure di non poche stragi, ma non sì grandi come in quella,

nè v'ebber luogo gli stessi disordini. Il detto cavalier Rose, uomo

di molta energia e prudenza, e di gran perizia per le varie sue

spedizioni, aveva già a tempo disposto ciò tutto, che occorrer potesse

per gli opportuni provvedimenti degli ammalati, e per lo seppellimento

de' morti. Quindi la contrada dalla città la più lontana, la quale

sembrava dover esser pur anco la più abbandonata, per la virtù di

lui solo fu la meglio regolata, e più pronta, ed abbondantemente

soccorsa. L'abbazia di s. Vettore, pur distante dalla città, dove

trovansi le reliquie di più santi, e le ceneri di venerandi solitarj,

ne fu preservata del tutto; e quivi solo fu la chiesa, in cui, senza

interruzione, si continuò a celebrare i divini ufizi. L'abate M.

Matignon, uomo di molta pietà, vi profuse la sua liberalità, senza mai

uscire dell'abazia, verso i poveri, e gli ammalati. Il che pur fatto

aveva s. Teodoro, vescovo di Marsiglia, trovatosi nella medesima badìa,

durante la peste di quella città nel 588 (_l. c. f._ 273).

Quelli, i quali, credendo trovar sicuro asilo contro il contagio,

s'erano rifugiati colle loro famiglie entro barche, come s'è detto,

formando quasi come una città galeggiante sul mare, ne andaron ben

presto disingannati. Costretti essi a discendere in terra per fornirsi

di vittuaglia, s'infettarono, e perirono ancor più miseramente degli

altri, senza soccorsi, senza poter o fuggire, o trovare al proprio

male nessun refrigerio. Per delirio altri gittavansi in mare, ed altri

galeggiandovi, senza scampo, si brigavano poi di salvarsi. Deforme

cosa era a vedere i brani di que' cadaveri, smozzicati dai pesci che

venivano di tratto in tratto gittati dall'onde sulla spiaggia. Sopra le

già dette barche v'erano gli stessi orrori, la medesima desolazione,

che nell'interno della città, perchè la cosa era venuta a tale, che

non v'aveva sito, che sicuro fosse contro ai colpi di sì terribil

flagello. Nè anche coloro fur salvi, i quali eransi accampati sotto

le tende in aperta campagna. Sia che il bisogno di sussistenze gli

avesse obbligati a comunicare in luoghi, o con persone infette; sia che

avessero già seco portato dalla città il tristo seme del morbo; certo

è, che molti di loro, attaccati dalla contagione, perirono. Oltre di

ciò la solitudine, in cui si ritrovavano, e la privazion di ogni cosa

pur necessaria, rendevano lo stato loro ancora più deplorabile. Ma

come descrivere la desolazione delle famiglie sparse nella campagna,

allorchè il male obbligavale di rientrare in città? L'uno recavasi in

collo un moribondo fanciullo; traevasi l'altro semivivo per le strade

diserte; e chi in una, e chi in altra foggia, ma tutte miserabili

e strane, mostrava agli atti ed al viso la paura, il cordoglio,

l'angoscia, il desolamento della comune strage e rovina. Chi più

dicesse eziandio, forse direbbe meno; dacchè le grandi sciagure più

presto fanno ammutire, e istupidire pur anche, di quello che dire, o

colorire.

Nel fatto poi del commercio di derrate e di commestibili tra il contado

e la città, i villani, non così in folla, come erano usati di fare,

da quello venivano ad essa; ma liberamente entrando ed uscendo per le

porte, rimaste senza custodia, quei pochi, a' quali dava il cuor di

ciò fare. Così i ricchi, e' signori, ritiratisi alla campagna, avevano

giornalmente, chi lor provvedesse dalla città le cose necessarie

alla vita. Ed anche per queste ragioni il contagio fu portato nel

territorio, e a poco a poco si sparse per li casali, per le borgate,

ed in tutte quasi le ville. Ad onta delle precauzioni medesime,

suggerite dallo stesso terror del contagio, e malgrado la distanza

delle abitazioni, la malattia ebbe a un'incirca nel contado lo stesso

sviluppo e progresso, che nella città avuto aveva. D'essa morirono

da principio tutti i giardinieri de' contorni, e d'una in altra si

diffuse ben anco nelle più rimote contrade. Colà specialmente i malati

provarono gli effetti crudeli del più assoluto abbandono, e del più

barbaro e inuman trattamento. Venivano essi, dico i malati, rilegati

nel luogo più rimoto non solo della casa, ma di esso il territorio,

dove non altri testimoni avevano de' lor patimenti, che, s'è lecito

dire, gli uccelli dell'aria; i quali, cessando i consueti lor canti,

sembravan mostrare di sentire pur essi pietà di tante sventure.

Gl'infermi, che avevano ond'essere più d'altri amati, potevano eziandio

sperare d'essere anche meno male trattati degli altri, collocandosi

dentro di apposite capanne, vestite de' rami delle piante; le quali

stettero pur troppo, coperte de' loro frutti sin anche al principio del

verno, per non esservi chi li cogliesse, e nè meno chi ardisse ad esse

appressarsi.

Ma chi potrebbe, e a qual fine, annoverar più oltre le diverse

condizioni, le attitudini, i modi, e le varie vicissitudini dolorose e

mortali di tanti infelici? Tutto è detto, quando si dica, a por termine

a questa mia descrizione, che la malattia e la morte in ispaventevole

guisa da per tutto mietea le vite de' ricchi, e de' poveri,

degl'idioti, e de' sapienti, de' fanciulli, e de' vecchi miseramente.

Più fatti, di circostanze e di forme diversi, ch'io soggiugnessi, a

nulla più monterebbero, che a confermare, quanto io già mi proposi di

far manifesto, ciò è che sia stata la peste di Marsiglia una delle più

micidiali, e delle più miserande.

Ridotte le cose a tanta desolazione e rovina, gl'Intendenti della

Sanità in quel fiero trambusto, a ripararne ulteriori maligni effetti,

rivolsero le loro istanze ai Comandanti ed Uffiziali delle galere,

pregandoli di volergli assistere coll'opera loro, e coi lor consigli,

dacchè il buon ordine, ch'essi prescritto avevano, ed osservato

nell'arsenale, e nelle galere medesime; e la felicità, onde per le loro

cure venne a buon termine il contagio, inspirava una giusta fidanza,

che fu ben presto comprovata dai fatti. I cavalieri de Langeron, de la

Roche, e de Levi, uffiziali superiori, accondiscesero alle istanze di

que' magistrati, ed intervennero alle loro sessioni. La prima cosa si

ordinò di riparare le fosse, dove s'eran sepolti i cadaveri, le cui

esalazioni mantenevano un insopportabil fetore, e pericoloso. Vi sì

gittò sopra di nuova quantità di calce viva, coprendoli bene di terra.

Dopo questa importante operazione si nominarono alcuni commissari

per que' quartieri, che non ne avevano, e in difetto di secolari,

atti all'ufizio, si nominarono alcuni religiosi, come s'era fatto

altra volta. Il celebrarsi de' divini officj nelle chiese manteneva

viva una pericolosa comunicazione fra gli abitanti, e fomentava

la diffusion del contagio. Quindi si fece istanza a mons. vescovo,

perchè se ne sospendesse interamente quel sacro esercizio; ed egli

ordinò la chiusura di tutte le chiese. Altri regolamenti necessari ed

utili si promulgarono; ma al loro adempimento convenne obbligarne il

popolaccio, sempre inchinato ad abbandonarsi alla licenza, isbigottendo

i malfattori, che dall'impunità, quasi inseparabile da ogni strana

perturbazione, erano incoraggiati al delitto. Si soddisfece a questi

due obbietti, piantate le forche sulle pubbliche piazze. Quindi

avvisarono doversi principalmente sgomberare le strade dei cadaveri,

procurandone convenevole sepoltura. Come s'è detto, mancavano a

quell'uficio i becchini, morti quasi tutti pur essi, nè al sostituirne

valeva altezza di prezzo, giunto sino a 15, 20, e più franchi al giorno

per ogni singulo. In tali e tante angustie si tornò ai Comandanti

delle galere pregandoli di accordare per tal ufizio alcuni forzati,

che furono in tutti venzei, promessagli la libertà, finita la peste. Ma

a tutti questi nuovi beccamorti si apprese il contagio; il che pur fu

d'altri, che ad essi furono sustituiti; e in otto dì si concedettero

allo stesso fine 133 condannati delle galere, mortine ottanta pur in

quegli otto dì. Cotesti, non accostumati alla spezie di quel lavoro,

levavano i cadaveri senza alcuna precauzione; nè sapendo guidar

cavalli, e vetture, ne le rompevano co' respettivi attrecci, restandone

i morti in sulle strade. Quindi per le vie disposersi soldati a piedi,

e a cavallo per vigilare sulla condotta di quei becchini, accrescendo

il numero de' funebri carri col soccorso reciproco de' più agiati

cittadini. Votata appena una piazza, e una strada, il dì appresso

erano ancora piene di morti; e non di rado avveniva che si rovesciasser

que' carri, aventi più uomini semivivi. La lontananza delle fosse, ove

dovevano esser riposti tutti que' cadavari, era nuovo ostacolo per un

sollecito sgombramento. Se n'erano aperte molte, ed ampie, ma, essendo

fuori della città, molto tempo ne importava il trasporto. In tale

imbarazzo varie ne furono le opinioni. Chi teneva doversi abbruciar i

cadaveri nelle piazze; chi aprir fosse in tutte le strade; chi gittar

viva calce sopra i morti, lasciandoli consumare, dove giacevano:

chi in fine propose di giovarsi del più grande vascello del porto,

disalberandolo e votandolo al tutto, quindi, riempiuto di cadaveri,

e chiuso, lasciarlo colare a fondo lungi dalla città. Tutte queste

proposte si rigettarono, adottatosi, non senza molta opposizione,

di far aprire le chiese dei quartier più lontani dalle fosse, e di

gittarvi nelle cave dei sepolcri tutti i rimasti insepolti d'in sulle

strade, sovrapponendovi calce in copia. Si fece di più; si aprirono

pur anche due gran fosse dalla parte della cattedrale. La celerità,

colla quale si eseguirono queste pratiche, dava speranza di felice

e di presto successo; ma la cosa andò altramente. Accresciutasi la

mortalità, se n'accrebbe l'orrore; e nuovi mezzi se ne tentarono. I

Soprastanti al comando delle galere accordarono degli altri forzati.

M. Moustier uno degli Intendenti della Sanità si pose alla testa de'

beccamorti egli medesimo, ordinandoli, incoraggiandoli, e persino

accompagnandoli di luogo in luogo, donde più pronto si richiedea

quell'uficio. Di questa sua lodevole pratica se ne avrebbe avuto quasi

immediato il buon effetto; ma di 200 forzati, che si accordarono, soli

dodici camparon la vita; il perchè con nuove istanze del Magistrato

di Sanità e de' più autorevoli cittadini, accorsi personalmente

agl'Intendenti delle galere, se ne ottennero altri cento col di più

di 40 soldati co' loro bassi uffiziali. A questi, dico uffiziali e

soldati, che fossero rimasti in vita, si convenne col pubblico, che

si assegnassero giuste ricompense in danari e pensioni. Tutto quel

numero si distribuì in quattro squadre, tre sotto uno degl'Intendenti,

e la quarta sotto il cav. Rose. Per molta, che fosse l'efficacia, e lo

zelo d'ognuno, non bastava esso alle molte pratiche, che occorreva di

fare per provveder sussistenze agl'infermieri e agl'infermi, e tutte

le altre cose occorrenti per tutta la città, in quella principalissima

azienda. Il Presidente della Provincia M. Bret vi si adoperò a questo

fine e provvidamente. Fornì quell'afflitta città di paglia, granaglie,

carni, calce, tele, legne, cavalli, danaro, e d'ogn'altra spezie di

masserizie, viveri, ed artigiani. D'altra parte il Magistrato della

Sanità, fece solenne voto, ordinando del pubblico erario l'applicazione

di due mila franchi a sostegno delle orfanelle povere, raccolte nella

Casa della Carità, fondata sotto il titolo di Nostra Donna del buon

Soccorso.

Manifestatosi al Re il miserando stato di Marsiglia, nominò egli per

Comandante supremo della città e del territorio il maresciallo di

campo cav. di Langeron, capo squadra delle galere, uomo di tal merito,

e di tale virtù, quale si conveniva in quelle circostanze. Il perchè

sotto di lui nè pretesto, nè intrigo, nè accettazion di persone non

v'ebber luogo. Tale condotta e tenore fecero ben presto cambiar aspetto

alle cose; poichè ben egli conobbe la salute pubblica della città

dipendere principalmente da tre cose, le quali erano il ristabilir il

buon ordine, il dare un pronto e convenevol ricovero agli ammalati,

e 'l terminare lo sgombramento dei cadaveri. Per questo obbietto egli

procurò il soccorso d'altro grosso numero di forzati per la nettezza

delle strade, e delle piazze. Quindi obbligò alcuni uomini del contado

ad iscavare in città quattro fosse, già piene l'altre a ribocco. Il

che, fattosi esatta e sollecitamente, diè a divedere, quanto importi

al ben pubblico in sì gravi emergenti il pronto ordinare, e il pronto

eseguire. Così si condusse in questa e in altre sue prescrizioni quel

personaggio, che fu valoroso in guerra, e nella peste provvidentissimo.

Sul finir del Settembre il contagio cominciò a declinare nella città; e

quasi tutte le vie furon di cadaveri sgombre, tranne qualcuno gittatovi

la notte. Così fu fatto de' cenci, e d'altre immondezze, non levate

per la mancanza de' villani dalla città. Era questa divenuta quasi una

pozzanghera per lo pantano restatovi dal tempo innanzi.

Ciò tutto, ed altre cose assai ordinò quell'avveduto ministro della

provvidenza; le quali si possono leggere minutamente descritte nelle

allegate storie; e perciò credo soverchio di più riferirle, ricordando

solo che seppe egli riparare ad un tempo alle miserie della carestia

e della peste, a quella provvedendo colla copia delle biade, e di

questa compiendo, qual che si fosse, lo spedale detto _du jeu de Mail_,

e l'altro erigendo detto della Carità. Alle sue cure si aggiunse la

liberalità, e la saggezza del Duca d'Orleans, allora Reggente, perchè

il meglio che si potesse, ritornasse Marsiglia al buon ordine naturale

e civile.

Si ordinò da lui il pagamento di considerevole somma per provvedere il

carname agl'indigenti, prescritto più altri soccorsi alle provincie del

regno per lo sollievo de' miseri Marsigliesi. Si fornì pur la città

de' medici, M. Pons di Pezenas, e M. Bouthillier di Montpellier coi

chirurghi Moutet, e Rabaton. Ad ognun d'essi accordato fu lo stipendio,

da esso loro richiesto; al primo di sei mille franchi il mese, e

una pension di tre mila, durante la vita di lui, della moglie, e de'

suoi figliuoli; al secondo di mille soltanto, che di più non ne aveva

chiesta, ed una pensione a vita di se, di sua moglie, e' figliuoli;

a' chirurghi di tre mila al mese, oltre le spese del viaggio, e del

mantenimento loro in Marsiglia. In Aix se ne firmarono le condizioni.

Da queste si può ben riconoscere di qual prezzo siano i servigi dei

medici in tempo di peste, e qual considerazione meritano quelli, che

mirando generosamente alla salute pubblica, si dedicano in sì gravi

calamità senza viste venali all'assistenza dei loro simili.

Giunti que' medici a Marsiglia nel Settembre, e datisi all'esercizio

de' respettivi loro uficj, fur sopraggiunti dai due Professori

di medicina Chycoineau, e Vorny, e dal chirurgo Soulier, stati in

contumacia ad Aix, e che d'ordine della Corte dovettero ritornar

a Marsiglia. Da Montpellier furonvi pure spediti il professore di

medicina Deidier, e il chirurgo Fiobesse, con altri medici e chirurghi

giovani, inviativi a pari tempo da Parigi, e dalle circostanti

provincie.

Sol nell'Ottobre di quell'anno fu al tutto ordinata, e regolarmente

condotta quell'azienda; e a sostenerla versarono i facoltosi di grandi

somme in mano de' parrochi, e d'altri sacerdoti, che sapevano con

carità e con giustizia distribuirle ai più bisognosi. Singolare fu la

condotta di monsignore il vescovo, il quale nè per lunghezza di tempo,

nè per gravità di mali, nè per diversità di bisogni non cessò mai

di largamente soccorrere, consolare, ammonire, e confortare infermi,

moribondi, desolati, e mendici. Secondarono pure la liberalità e carità

di lui, dico di M. Belzunce, parecchi prelati del regno; tra' quali

M. Law si distinse, inviandogli da dispensare 100 mila franchi. Il

Sommo Gerarca della terra, il dignissimo Vicario di Cristo, Clemente

XI accompagnò una sua Bolla d'Indulgenze, a chi cooperava alla salute

temporale e spirituale degli appestati, colla giunta di tremila

some di Biade. Queste pie largizioni, fatte dai ministri evangelici,

furono accompagnate da quelle de' regj uficiali. I Ricevitori generali

offrirono al consiglio del Re gratuita, e anticipatamente un prestito

di tre millioni di franchi da pagarsi in dieci mesi, 300 mila lire

per mese. Questa somma doveva impiegarsi nel provveder granaglie. Allo

stesso modo e fino 100 mila lire offerse M. de Senozan, e 200 mila il

cav. Bernard. Soggiungo a pubblica norma le istruzioni, date per la

distribuzione e l'uso di queste somme[41].

Ora è a toccar leggiermente alcuna cosa sullo spavento, in che pose le

genti de' Paesi vicini il contagio. Ogni Prefetto delle circostanti

provincie levò tutte le comunicazioni con Marsiglia e col suo

territorio. Il perchè ogni città veniva a formare una popolazione da

se. Le genti vegliavan dì e notte sull'armi, guardando gelosamente i

respettivi loro confini, Quindi la Francia tutta presentava l'aspetto

spaventevole di una guerra civile: tanta era la desolazione, il

sospetto, la diffidenza. Il Reggente, vedendo ragione di far cessare

uno stato sì desolante che rovinava il commercio l'agricoltura e

l'industria, e di porre argine a tanti mali, prescrisse e ordinò tali

forme da osservarsi ai popoli, le quali a pari tempo mantenesser tra

loro il reciproco esercizio de' ministeri e dell'arti, dell'agricoltura

e del commercio, e la sicurezza, e la guarentia delle persone da nuova

infezione e rovina. Ammansatasi sul finir del settembre la fierezza del

male, qualcheduno, della poca gente, rimasta nelle case, come suole

avvenire in sì luttuose catastrofi, da necessità spinto, e forse non

ancor ben risanato, si fe' ad uscire sulle desolate e solitarie vie di

Marsiglia. Nè qui è a ridire, come a poco a poco o l'uno o l'altro di

quelli, che avventuratamente campato aveano la vita, si facesser tra

loro scambievolmente a parlar cose da se o da' suoi, già trapassati,

sofferte miseramente. Natura poi di questo male si fosse, o più presto

opinione avventuratamente seguita, che in chi campato ne fosse, più

non si riproducesse suo tristo germe; ne venne, che, rassicurati, si

dessero briga i già risanati di provvedere alle bisogne degl'infermi

pur anco. Il che eseguivano co' più manifesti segni di carità, eziandio

mossi dall'amor della patria e de' lor congiunti; perchè abbandonati

gl'infermi non vi continuasse infierire quel micidial morbo.

Seguitamente all'entrar dell'Ottobre sì per lo menomar degli ardori, e

sì per lo miglior ordinare delle cose riguardo all'andamento politico,

e al purgamento delle strade, come ancora per il provvedimento de'

cibi più salutari e copiosi, il contagio si minorò d'assai, e per tal

modo che il comunicar delle persone intra loro non era più cotanto

pericoloso, e vi aveva ragion di sperare essere alla fine pervenuti

a estirpare da quella terra, stata cotanto travagliata, e infelice

ogni reo seme pestilenziale. E se ripullulava in alcuno, la natura sua

era affatto leggiera e benigna, a tal che gli attaccati per ordinario

non erano impediti nemmeno dal continuare ad attendere alle ordinarie

loro facende. Non segni esterni apparivano, o risolvevansi in pochi

giorni felicemente. Il perchè ogni specie di medicine, e di medicanti

divenne in poco di tempo al tutto soverchia, bastando al guarire il

saluberrimo farmaco della natura. Della peste quasi non s'aveva più

orrore; se non che molta cautela, figlia della prudenza, e in parte

ancor del timore, tuttavia osservavano i cittadini in usando tra loro.

Quindi s'introdusse il costume di portare certi lunghi bastoni, che

dicevansi _Batons de Saint Roch_, per tenersi lontani l'uno dall'altro,

e principalmente a cacciarne i cani, credutosi ch'essi ritenesser la

peste. Dal contado poscia ripararono alla città quelli, che se n'erano

allontanati, non senza orrore mirandovi l'eccidio restatovi del passato

malore. E in questo mezzo la peste verso la fine d'Ottobre parve fosse

terminata al tutto, essendo passati alcuni giorni senza che alcun

s'infermasse. Dissi, parve; perchè il dì primo Novembre caddero nuovi

malati nella contrada di s. Ferreol. Questa era abitata da ricche

persone, le ultime, che n'erano andate infette; ma pur ciò in breve

scomparve. Nell'Ottobre s'erano accolti agli ospitali della _Carità_,

e del _Jeu de Mail_ 867 malati; e ne morirono 465; nel Novembre 455,

mortine 287, e 94 ne uscirono risanati; nessun nell'Ottobre. Nella

città scemando così la malignità del morbo, andavasi ripullulando qua

e là nel contado. Crescendovi il numero degli appestati e de' morti,

per l'avidità degli eredi, ch'erano impazienti d'usar delle cose state

tocche o usate dagli appestati, il contagio ne riceveva più funesto

alimento. E questo pur toccò ai ladri della città, che ve ne aveva più

assai, che non si sarebbe giammai creduto. I servitori, i famigli, ed

anche i forzati, de' quali 691 erano stati conceduti dal 20 Agosto al 3

Novembre, vieppeggio concorsero a questa nuova spezie di desolazione.

Imperciocchè questa razza di gente rapinatrice non guardava a ragioni

di sangue, di sesso, di età, di uficio, di condizione; ma dove giugneva

tra' morti e semivivi, talora anco al tutto uccidendogli, essi e le

case loro ne spogliavano barbaramente. Così il popolo abbandonavasi

a pari tempo ad ogni eccesso di licenza, e di dissolutezza. La

prudenza e la fortezza del Comandante ne seppe ogni avvelenato colpo

ribattere felicemente. Prigioni aperte, e pene incusse ai malfattori

repressero la malnata licenza. Il patibolo ne fu la più efficace

medicina di tanto male. Poscia a ristabilir l'ordine civile s'istituì

un Commissario, che registrasse effetti e mobili, e un Tesoriere da

custodire e mantenere i danari, trovati presso i morti senza eredi.

Assai matrimonj poi ne succedettero, ma cagion pur furono essi che la

peste ne dovesse ripullulare. Nel che è da notare l'eccesso, o abuso

che fosse per questa parte, che apertesi le chiese, principalmente per

questo obbietto, in 24 ore si trattavano e conchiudevansi comunemente.

La qual cosa ho soggiunto, come notabile circostanza od effetto di

quella e di altre pestilenze; per modo che, stante sì grande affluenza

di matrimonj, sarebbesi in poco tempo ripopolata Marsiglia, quale

era in prima, se il periodo di gravidanza avesse potuto abbreviarsi.

Quindi si riparò al disordine del troppo concorso de' villici alla

città, non permettendosene l'ingresso, che a quelli, ch'eran muniti

da cartello della Sanità, il quale accertasse, da oltre a 40 dì

non esser più segno di peste in quel luogo, dond'essi eran partiti.

All'affare de' matrimonj si provvide pur anco, mediante attestato, a

chi voleva maritarsi, di non esser punto infermo, ma di trovarsi pur

sano compiutamente. Il che importò a' medici più briga, che non fosse

quella di visitar gli ammalati. Finì la peste col finir del Novembre,

restatone qualche segnale in contado. Quivi, diviso questo in quattro

parti, rivolsero i medici le loro cure, andandone ogni dì a quelle

contrade, che gli fossero toccate a sorte. Nel Dicembre non s'avevano

in città, che cinque o sei malati per settimana, qualcheduno di più

alla campagna, dove al solstizio d'inverno si menomò per modo, che nel

Febbrajo soli 45 se ne portaron di là al civico spedale, de' quali ne

guarì la metà incirca.

A rimettere in Marsiglia il commercio di prima, e con esso pur

il ritorno de' negozianti, e de' forestieri pubblicò il Superior

Comandante, che la città ne sarebbe al tutto purgata da ogni reliquia

d'infezione, e restituita alla prima salubrità. Detto fatto. Sì

segnaron di croce rossa le case state infette; si deputò ad ogni

quartiere un Commissario, dettosi _dell'espurgo_; dipendendo ognun

d'essi da un general Commissario, ed avente sotto di se famigli e

sergenti, a' quali ordinare gli ufici tutti e le parti di lor mestiere;

ma guardati pur essi da un deputato Ispettore. Entravan essi nelle

case de' morti appestati; ne gittavan fuori le masserizie, utili a

conservarsi, perchè si consegnassero al pubblico lavatojo; tutto ciò

che non meritava di riserbarsi, abbruciavano immantinente. Quindi

si passò ai suffumigi nelle stanze, diversi per materia e per modo;

conciossiachè altri facevansi d'erbe aromatiche; altri di polvere da

cannone, ed altri d'arsenico, e di droghe parecchie, com'era costume

antico di far in quel Lazzeretto. L'arsenico poi fu proibito da M.

Chirac. Ciò eseguito, davasi alle muraglie due o tre strati di calce, e

così ai pavimenti, sì in città, e sì nelle case del contado. Al purgare

i bastimenti del porto si durò più difficoltà, dovutosi trasportare

le mercanzie del lor carico nell'isole più vicine, e quivi darle alla

ventilazione, come si fece delle rimaste ne' fondachi e nelle case.

Ma nelle chiese, obbietto il più gravissimo, si deliberò suggellarne

con ferri ogni sepolcro, stato riempiuto di cadaveri degli appestati,

stuccatane prima ben bene ogni fessura con cemento della più dura

tempra. Si passò al fine a cercare con ogni diligenza stanze, cantine,

e tutti i ripostigli più segreti per trovarne le rubate masserizie, e

suppelletili, che vi fossero state nascoste.

Mentre queste cose operavansi salutarmente, si riaccesero alcune

scintille contagiose; perchè ne cadder malate in città 128 persone, e

67 in campagna. Otto soltanto ne moriron di quelle, e di queste sole

dieci ne camparono; e ciò tutto nel civico spedale. A prevenirne ogni

ulteriore accidente si prescrisse il notificare chiunque si trovasse

ancora offeso da qualche rimasuglio del morbo, offerendo ai poveri

d'essere mantenuti allo spedale dalle ragioni del pubblico, e a'

ricchi di potersi intrattenere a curarsi nelle respettive lor case. Il

perchè ognun di buon grado secondò quelle misure, che ne produssero

poi buon effetto. Ciò non pertanto nell'Aprile dell'anno susseguente

di diciannove appestati novellamente ne morirono tredici allo spedale;

e soli otto di sessantacinque del territorio ne son guariti. Questo

andamento riconfortò il popolo, e tanto, che il dì di Pasqua, non

si ritenne dal gittar a terra le porte delle chiese per celebrarvi i

divini ufizi; e ciò fu in città. Prova sicura poi fu, che il malore era

giunto al suo fine, il veder ricomparire e tornare in volta le malattie

comuni, e ordinarie, ch'erano sparite, durante il contagio. Colla

primavera tornò il sereno e la calma; riavutasi la natura dal rigore

della stagione e dagli orrori della peste. Le arti, le discipline, i

costumi, e le usanze religiose e civili ripresero allora felicemente il

lor corso.

Dopo le quali cose non mi pare inutile il notare, che, trovatesi a

Marsiglia mercanzie del valore d'oltre quindici milioni, compresi

quattro mila quintali di lana, ancorchè non sì esattamente ventilate,

prima che la peste cessato avesse dei tutto; pure, passate per luoghi e

per mani parecchie, non ne recarono nessun danno. Di 90 mila persone,

ond'era popolata Marsiglia, ne perì da 40 mila; e dieci mila in

contado.

Ora per quello, che risguarda la medicina, il dott. Bertrand ne

distinse quel contagio in _benigno_, e in _maligno_. Que' del contagio

benigno comunemente guarivan da se, e senza soccorsi dell'arte, fra

quattro o cinque giorni, sciogliendosi la malattia con mite diarréa, o

con sudore, cagionato da leggiero emetico, o con pronta e convenevole

suppurazion dei buboni, o parimente con facile risoluzione, e senza

molestia, od altra sensibile alterazione nell'armonia delle funzioni.

Pochi per altro furono i guariti di questa foggia. Ma il contagio

_maligno_, che fu il più comune, sotto parecchie e diverse forme

si appalesava. Talora uccideva improvviso, senza sintoma, che gli

precorresse, e talor con violenti sintomi dopo le sei, le otto, le

dieci, o al più le ventiquattro ore; ma dei più tra 'l secondo o il

terzo giorno. In questi o non comparivan buboni, nè carbonchi, nè

pustole, o queste eruzioni non erano mai complete. E così in essi,

come in quelli, che morivano in sulle prime ventiquattro ore, coprivasi

tutto il corpo di petecchie, eruzione infruttuosa sopra d'ogni altra, e

la più sicura di vicina morte.

Qualche speranza di guarigione era ne' malati, che oltrepassavano

il terzo dì, principalmente se circa quel tempo spiegavansi in essi

i buboni, i carbonchi, o qualche altra favorevole eruzione; e se

questa sussisteva nel quinto, o nel sesto giorno, sicura se n'avea la

salute dei più. Così morte sicura susseguitava in quelli, ne' quali

i buboni, o i carbonchi, s'appassivano, o risolvevansi, gli esentemi

scomparivano, sussistendo la violenza de' sintomi.

Alcuni morivano dopo una calma troppo lusinghiera e fallace, senza

dolori, senza agitazione, con polsi naturali, e non lagnandosi d'altro

che di abbattimento, e spossamento straordinario di forze. In questi

si notò, che in mezzo a tale ingannatrice tranquillità avevano gli

occhi quasi come scintillanti, truce lo sguardo e smarrito, e non

altramente che quello degl'idrofobi. Questa disposizione, o, dirò così,

attitudine degli occhi, ben conosciuta a chi si trovò in mezzo alla

peste, scoprivasi manifesta sino alla distanza di trenta passi; ed era

sempre tristissimo indizio. Così d'altri malati avveniva, dopo ch'erano

in loro al tutto cessati i più violenti sintomi, e dopo che accusavano

di sentirsi meglio, bene, e perfettamente, morivano la stessa notte, o

il dì seguente, senza che si potesse intendere la cagione di sì strano

effetto.

Quando la malattia terminava felicemente, per l'ordinario cessava

del tutto la febbre all'ottavo, al nono, o al più tardi all'undecimo

giorno. Se si protraeva oltre questo termine, ciò era dipendente dalla

sussistenza di qualche sintoma, che richiedeva una cura particolare.

Freschezza di età, fior di forze, vigore di temperamento rendevano più

violenta la peste, e più agevol la morte; e l'età minore, ed il sesso

femminile, e la tempera gracile e debole ne agevolavano l'appiccarsi

del male. Quindi i fanciulli e le donne furon sempre i primi nelle

famiglie, ad esser presi da questa rea pestilenza; e le donne incinte

principalmente; morte quasi tutte. Essa però non risparmiò alcuno:

ai bambini, ai giovani, ai vecchi indistintamente s'è appresa. La

decrepitezza sola fra l'altre età ne andò illesa.

La malattia era il più delle volte preceduta da inappetenza,

nausea, vertigini, debolezza e dolori delle gambe. Talvolta assaliva

improvviso, e senza molestia precedente.

Spiegavasi essa poi quasi costantemente con leggieri brividi, con mal

di cuore, o molesta pressura alla regione epigastrica, con nausea,

vomito, dolor di capo, vertigini, sbalordimento, e simili. Ai brividi

ne succedeva il più delle volte assai viva la febbre con calore acre

ed urente. Picciola febbre talora spiegavasi che poi s'aumentava. La

violenza del male rispondea quasi sempre a quella de' sintomi, co'

quali s'annunziava; e perciò assai grave soleva essere la malattia,

allorchè gravi erano i sintomi, che si manifestavano nel suo principio.

All'incontro se discreti erano i sintomi, coi quali cominciava, ciò era

sempre di buon augurio per il malato.

I sintomi della malattia eran generalmente quelli delle febbri maligne

nervose o tifiche; ma le più volte portati al più alto grado di

violenza e d'intensità; e tali non di rado fin dal principio del male:

cioè, abbattimento, disperazione della salute, agitazione estrema,

nausea, vomiti, dolori, senso di molestia alla regione epigastrica,

oppressione, sincopi, diarrea, emorragie, sopore, letargo, o delirio

furioso; e questi ultimi fenomeni erano i più comuni, e non terminavano

per ordinario che con la morte. Convulsioni rare volte comparivano.

Soltanto vidersi in quelli, ne' quali nessuna eruzione erasi ancora

manifestata; o queste eruzioni erano in essi assai deboli e languide.

Talora il male assumeva l'aspetto di febbre intermittente. Appalesavasi

con freddo alle estremità, che durava quattro o cinque ore, e ritornava

ogni giorno alla medesima ora. Al freddo seguitava un forte calore

con sintomi perniciosi; sì che in sul secondo accesso o in sul terzo

l'ammalato moriva. Vermini in copia si scaricavano dagl'infermi nel

primo stadio del morbo, e nel principiar del secondo, e ciò sì per

vomito e sì per secesso, più d'ogn'altro fanciulli e donne: fenomeno,

che, come s'è detto, trasse i Magistrati nella falsa credenza che la

malattia altro non fosse che una febbre cagionata dalla miseria e dai

cattivi alimenti. La lingua in quasi tutti i malati mostravasi coperta

d una pania biancastra, solo in alcuni rarissimi casi nericcia. Questo

segnale considerevole si osservava anco in quelli, la cui febbre

era mite e leggiera. Nessun particolare offerivano gli escrementi,

e nè anche troppo acuto era il fetore, anzi minor che non soglia

aversi nelle ordinarie febbri. Naturali le orine, salvochè nella lor

superficie formavan sovente una pellicella oleosa, qual'è appunto

in quelle degli offesi da tabe. Rossigne erano pur talora nel primo

giorno, e poi facevansi anche più cariche, e alcuna volta sanguigne.

L'odore, che usciva dagli ammalati, non era da prima ributtante.

Appresso qualche giorno la traspirazione degl'infermi spargeva un certo

odore particolare dolcigno, nauseoso, senza esser nè fetido, nè troppo

forte. E tale il rendevano pur le cose, usate da loro o state nelle

loro stanze; nè 'l perdevano, se non dopo qualche tempo, e lavate in

acqua bollente, od esposte a lunga ventilazione. La diarrea, tra le

altre spezie di evacuazione, in questo morbo fu sempre la più funesta,

dove non fosse moderata e spontanea. All'andar d'essa, due o tre

volte al dì, ne conseguitò in alcuno la guarigione; non così allorchè

era più frequente, o eccitata dai purganti. L'emorragie sono state

egualmente funeste; meno qualche rarissimo caso. Il sudor naturale,

nei primi giorni del morbo, o dopo un leggiero emetico, e in istato

di calma fu assai salutare: altramente era di quello, procurato dai

rimedj, sovente fallace e sempre aumentatore d'irritazione e di febbre.

In una parola da quello il mal s'arrestava, e vincevasi non di rado;

viceversa da questo. I buboni comparivano alle inguinaglie e sotto

le ascelle. Quelli degl'inguini attaccavano le glandule della parte

superior della coscia, al disopra degl'inguini. Quando sopravvenivano

queste eruzioni nello scoppiar del male erano inutili al tutto;

viceversa se comparivan nel secondo o nel terzo giorno, propizj solean

riguardarsi, anzi critiche erano esse talvolta, calmando la febbre a

misura dell'ingrandir dei buboni; e di più felice pronostico, quanto

le dette eruzioni, fossero state, per dir così, più animate e più

vive. Terminata la febbre, assai di rado apparivan buboni o tumori.

Sopravvenivano altresì tumori al collo e parotidi; ma i tumori del

collo e le parotidi, massime le doppie, mortali furon quasi sempre;

e 'l morire de' più era per soffocamento senz'altro. I buboni non si

potevano condurre quasi mai a suppurazione nel primo o nel secondo

periodo del morbo; il che succedea di leggieri nel suo declinare,

anche usatosi lo stesso metodo e i rimedj di prima. Risolti e spariti

i buboni, nelle urine di alcuni osservavasi del pus frammischiato, per

più giorni seguitamente.

L'eruzion di pustole e di carbonchi, e specialmente più d'uno, giovava

in ogni stadio del male. Manifestavansi, dico, i carbonchi, simili

agli antraci, e in ogni parte del corpo, o in principio, o in progresso

della malattia, sovente sopra i buboni; e per lo più con sollievo degli

ammalati; ma quei del collo, assai spesso con loro danno e mortali.

Le pustole si facevano, quasi come altrettanti piccioli furuncoli o

bottoni, della forma d'un pan di zucchero, rosse alla base, acuminate

e con un punto bianco alla cima. Quel biancume o punta bianca

disseccavasi, in poche ore facendosi nero; il tumore estendevasi,

si facea meno il rossore, e si formava una durezza all'intorno del

tumore. Assai dolore importavano quelle pustole, e un'escara, quale

i carbonchi; e comparivano in principio e in progresso del male. Ma

nel suo declinare prevenivan esse l'accesso febbrile ed ogni sentor di

dolore. Di tristissimo fine era segno l'uscir loro sulle parotidi e in

su' buboni.

Dalla sezion de' cadaveri non si riconobbe particolarità, che natura

e cagion del male ne appalesasse. Tutto in istato naturale in alcuni

appariva; e in alcuni qualche leggier segno d'infiammagione alle

viscere del basso ventre; il che forse era effetto dell'ultime violenze

del male.

Il pronostico poi di questa malattia, come si fa all'incirca negli

altri mali, fondavasi sopra i sintomi, che l'accompagnavano, sopra

lo stato de' polsi, e degli esantemi. Sintomi violenti importavano

morte quasi sicura; come altresì era quasi impossibile che un malato

si salvasse senza qualche critica eruzione. Quelli dal polso buono,

espanso, forte, eguale, regolare, costante, potevano nudrire speranza

di salute, soccorsi opportunamente. Per contrario quelli dal polso

picciolo, debole, irregolare, frequente, ne avevano forte a temere, ad

onta che leggiero all'aspetto apparisce il male, e favorevoli eruzioni

comparissero.

Di mezzo a tante varie forme e bizzarre, e alla diversa qualità e forza

de' sintomi, che accompagnavano la malattia, non si potè adottare un

trattamento curativo uniforme. Si usarono le sanguigne, i leggieri

purgativi, gli emetici, i blandi narcotici, ed i più blandi sudoriferi.

Il trattamento curativo esterno fu pur semplice e mite.

La sanguigna in generale non doveva essere nè abbondante, nè ripetuta;

così il purgante conveniva che fosse sempre blando e leggiero. Nè

l'una, nè l'altro erano indicati, quando le eruzioni erano vigorose

ed inoltrate. Il tempo, in cui queste evacuazioni meglio convenivano,

era il primo giorno della malattia. Quando il polso era pieno, forte,

elevato, violento il dolor di testa, cominciavasi la cura dal cavar

sei once di sangue, più o meno, giusta la forza del polso, l'età, ed

il temperamento dell'ammalato; e di rado aveavi uopo a ripetere il

salasso. Ma se all'infermo dopo il primo salasso succedeano nausea

od altre sì fatte cose, faceasi uso di un emetico. In corpo robusto

e pieno preferivasi il tartaro stibiato; in un debole macilente

o delicato l'ipecacuana; ma sì l'un che l'altro rimedio in dose

moderatissima. Se dall'emetico non altro aveasi, che l'eccitarsi

del vomito senza promuovere soccorrenza del ventre, finita l'azione,

prescriveasi tosto leggiero purgante, o per lo meno un clistere. Quando

il polso non era nè pieno, nè elevato, giovava l'astenersi dal salasso,

e cominciavasi dall'emetico, per poco che fosse indicato; sempre però

in picciola dose. Se poi il corpo da curare era pieno, e conoscevasi

avervi alle prime vie molto di sabura, se gli usava un purgante, mite

però e leggiero, e a riprese, onde poternelo sospendere, caso che

l'evacuare fosse bastato al bisogno. Ciò era dopo tre scarichi al più,

già riconosciutosi che nè febbre, nè sintomi si scemavano per violenti

purganti, nè per copiose evacuazioni, che anzi ne affrettavan essi la

morte. Il rabarbaro, i tamarindi, la cassia, la manna, il sciloppo

rosato e simili erano i purganti, che si usavano. Della sena non se

n'ebbe mai buon effetto. In corso di malattia rarissime volte avvenne

ragion di purgare. Se le prime evacuazioni importavan nell'ammalato

abbattimento di forze, debolezza, e depressione de' polsi, se ne

procurava il ristoro e 'l rinforzamento con leggieri eccitanti, unitovi

spesso un po' di diascordio a fine di calmare l'effetto del purgante.

Avveniva talora che dopo l'operazion dell'emetico o del purgante il

polso si facesse più rianimato, più elevato e forte, e più gagliarda la

febbre; ed in tal caso, essendovi delirio, o sopore, o accrescimento

del dolore di testa, si usava di un secondo salasso, d'ordinario dal

piede; facendo prendere contemporaneamente all'ammalato delle semplici

emulsioni, od altri così detti temperanti ed ammollienti; e ciò con

assai precauzione, per tema di troppo rilassamento, dovendosi guardar

sempre l'infermo contro la diarrea. Che se non mostravasi l'indicazione

nè del purgante nè dell'emetico, conveniva star attentamente osservando

l'andamento della natura, sullo stato del polso, sul grado della

febbre, ec., per minorarne l'eccitamento, se fosse stato troppo

forte, e tale da impedirne la separazione del pestifero veleno. Ciò

procuravasi con bevande diluenti e temperanti, con tisane, cogli acidi

dilungati con l'acqua panata, ch'era la bevanda ordinaria de' malati, e

quella, che veniva da essi meglio sofferta delle altre. Per l'opposito

se il polso indicava debolezza e lentore, conveniva ristorare le

vitalità e sostenere le forze col mezzo de' blandi eccitanti, dei

così detti alessiteri, fino a che comparivano alla cute le propizie

eruzioni. Quindi importava pur anche il non trascurar tutto ciò

d'onde una lodevole suppurazione dei buboni e delle altre eruzioni

summenzionate ottenere potevasi.

I forti narcotici avevano le stesse funeste conseguenze, che i

violenti purganti. Sì gli uni che gli altri precipitavano l'ammalato

in uno stato di debolezza tale da non potersi riavere più mai; ovvero

producevano un mortale assopimento. Usati principalmente nel principio

del male, intrattenevano la sortita delle eruzioni, ed affrettavano i

sintomi mortali. Ne' soli casi di violente agitazioni fu di qualche

giovamento l'uso di leggieri narcotici, e in picciola dose. Il

diascordio mescolato cogli assorbenti die' buon effetto nelle diarree.

Dannoso si riconobbe l'usar degli oppiati nei vomiti violenti; e ciò

per l'abbattimento e la debolezza, che ne conseguitavano. Il perchè si

usava in vece la pozione antiemetica, sì come dicesi, ossia il sugo

di limone con alcuni grani di sale d'assenzio, e qualche diluente

eziandio.

Giovava non affrettarsi troppo nell'arrestare il vomito; giacchè

osservavasi che, arrestato il vomito con troppa fretta, spesse volte

sopravvenivano dolori acerbi e laceranti, ed un ardore, che abbruciava

le viscere de' poveri malati e li tormentava fino agli ultimi istanti

della vita.

I così detti cardiaci non facevano che aumentare l'irritamento, ed in

conseguenza rendere più violento e pericoloso lo stato del malato.

I sudoriferi blandi furon riconosciuti li rimedj più convenienti. A

tal fine usavasi l'acqua di cardo santo, la polvere viperina, quella di

giglio ed altre sì fatte spezie di rimedj. Nè da cardiaci forti, nè da

alessifarmaci di troppa virtù se n'ebbe mai buon effetto. Anzi danno

se n'ebbe da simili rimedj, e da altri specifici, ordinati da' medici

d'alta riputazione, e in gran numero spediti a Marsiglia da Parigi e da

varie altre città della Francia.

L'oppressione, che accompagnava la malattia, succedeva ordinariamente

o da soppresso sudore, o da scomparse eruzioni. Il perchè conosciutosi

niente essere più giovevole del sudore, nè più pernicioso del freddo,

si soleva, secondo la stagione, ben coprire gl'infermi; e per questi

riguardi salvaronsi quanti ebbero a poter mantenere, durante la

malattia, la blanda traspirazione, che in lor si produsse.

Il governo del vivere fu vario secondo l'indole, il grado e l'andamento

della malattia, e secondo le differenti circostanze. In generale

s'è riconosciuto meglio convenire quello, che nelle malattie acute è

indicato.

Semplice e blanda ne fu come l'interna, così l'esterna cura. Ai

buboni in istato d'infiammazione applicavasi cataplasmi ammollienti

di pane e latte, o di erbe ammollienti. A que', che in tale stato

non erano, bastava il semplice empiastro Diachilon, od altro simile.

A que', ch'eran maturi, davasi luogo alla suppurazione, aprendoli

colla lancetta, ed apponendovi talora il caustico anche nel corso

d'essa. L'applicazione del caustico usavasi specialmente co' buboni

duri e senza rossore. Dopo aperto il tumore od applicato il caustico,

procuravasi una pronta suppurazione col mezzo o del digestivo semplice,

o cogli unguenti basilicon, diapalma, di altea, col balsamo di arceo, e

simili. Questi rimedj bastavano fino alla cicatrizzazione della piaga.

Lo schiantare od estirpare le glandule fu metodo, che, oltre la sua

asprezza, riescì piuttosto dannoso, che utile.

Nei carbonchi, a fine d'impedire la gonfiezza e infiammazione, che

ordinariamente cagionavano alla parte, vi si applicava il cataplasma

anodino di mollica di pane col latte, e si usavano le incisioni in

alcuni a croce, e in altri a cerchio, e in taluni scarificando tutto

all'intorno dell'escara; e questo era il metodo il men doloroso e

'l più mite. Staccata l'escara, vi si applicavano i summenzionati

supporanti.

Quasi lo stesso metodo si osservava colle pustole carbonchiose,

bastando per esse, che non fossero molto considerevoli, gli unguenti

sovrallegati a staccarne l'escara, e a promuoverne la suppurazione

fino al compiuto loro guarimento. Ma allorchè la superficie della

pustola era larga e dura, e l'escara grande, se l'incideva a croce,

frapponendo all'incisione un picciol caustico, se straordinaria n'era

la durezza; continuando poscia la cura col metodo ordinario. Si osservò

non convenire alle dette pustole nè lavacro, nè bagnatura. I liquori

spiritosi le irritavano; le decozioni lenienti le rilassavano di troppo

e facevan crescere delle carni bavose; i rimedj così detti vulnerarj e

balsamici producevano alcune volte l'uno e l'altro di questi effetti;

a meno che però le ulceri non si fossero degenerate, dovendo in allora

trattarsi col metodo ordinario. Pur il vino disseccava la piaga, e

sopprimeva la suppurazione, la quale conveniva mantenere aperta al

più che si poteva, o almeno da trenta o quaranta dì, onde impedirne le

ricadute, ed ogni altra dannosa conseguenza.

A mantenere lunga la detta suppurazione facevansi larghe fenditure o

col ferro o col caustico. Se a queste piaghe sopraggiungeva qualche

particolar accidente, vale a dire seni, depositi, infiammazioni,

gangrene, carni bavose, etc., tutto ciò trattavasi cogli ordinarj

metodi, e co' rimedj i più semplici, e senzachè vi fosse bisogno di

usar rimedj particolari; provatosi che coteste particolarità servono

il più delle volte non ad alleviarne gl'infermi, ma ad arricchirne i

ciarlatani dispensatori.

Ciò non pertanto in tal'occasione salì in molto credito come

preservativo di peste quell'aceto aromatico, che dicesi _dei quattro

ladri_[42].

Nulla v'era di sicuro e di determinato sul tempo, ch'era mestieri allo

sviluppo del veleno contagioso, appiccatosi alla persona; conciossiachè

in alcune più presto, e in alcune si sviluppava più tardi, secondo

la diversa disposizione della fisica costituzion loro, e secondo il

diverso concorso delle cagioni esterne. In alcune quasi all'istante; in

altre nel giorno stesso o nel seguente (il che più spesso accadeva);

in altre si sviluppava dopo tre, quattro, o sei giorni; in altre più

tardi, e in taluno eziandio in sui trentacinque giorni, termine il più

lungo che siasi osservato.

Queste sono le osservazioni pratiche che il Dott. Bertrand fece in

mezzo alle stragi della peste di Marsiglia. Dalla sua storia però e

dalle relazioni d'altri scrittori si ricava che molti più ammalati

non ebbero nessuna cura, e parecchi eziandio furon trattati coi metodi

empirici solamente, e senza profitto. (_Bertrand, Rélation historique

de la Peste de Marseille; Picary, Journal abrégé de ce qui s'est passé

en la ville de Marseille, pendant le Peste, tiré du Mémorial de la

Chambre du Conseil de l'Hôtel de la Ville; Papon, de la Peste T. I.;

Discours sur ce qui s'est passé de plus considerable a Marseille,

pendant la contagion, ec._)

In Marsiglia la peste si propagò in parecchie Città vicine e

specialmente ad Aix, a Tolone, Arles, Tarascona, Martigues, ed in altre

ancora, nelle quali tutte essa vi fece gravissime stragi. In Aix, dove

si spiegò nell'Aprile 1720, una donna del sobborgo vi morì con sospetto

di peste il dì 13; ed il chirurgo, che ne fece l'ispezion del cadavere,

credette non avervi trovato che tracce di violenta colica. Ma altre

morti, poco appresso rapidamente avvenute, comprovarono l'enorme suo

abbaglio; il perchè adottaronsi tosto severe precauzioni. Il morbo

dispiegò la maggiore sua forza soltanto al principiar di Ottobre;

e chi volesse soggiungerne le stragi e gli orrori, specialmente nel

maggior freddo e nel caldo maggiore, verrebbe a ridipingere le cose

già narrate della sgraziata Marsiglia. È poi da osservare che in

tal occasione si adottò in Francia per la prima volta la così detta

Quarantena generale; ma dopo l'ennunziate immense rovine. Tal pratica

in Aix fu evidentemente utile e benefica. Imperciocchè non sì tosto

s'ebbe incominciata la general quarantena, che la peste pur cominciò

a scemarsi, dimodochè al finir d'essa, finirono insieme le malattie.

Si riprodusse però la peste nell'Aprile del 1721, trascuratosi il

disinfettar delle robe, e delle persone; ma al rimettersi della

quarantena generale, cessò il rigore del morbo, a tale che disparve

del tutto nel dì 12 Luglio, prima che finisse la medesima quarantena.

Di 24,000 abitanti di Aix, 8,000 infermatisi di peste, ne morirono

7534. Sì grande mortalità prova l'impotenza della medicina (almeno

della medicina di quell'età) sulle ragioni di questo male; e a pari

tempo dimostra quanto più giovi a migliorarne gli effetti una saggia e

provvida polizia Sanitaria.

Gli abitanti di Bandol, picciol porto di mare presso Tolone, avendo

rubato una balla di seta, che apparteneva al carico del capitano

Chateaud, vi portaron la peste; donde poi certo Camelin, abusatosi

di un certificato di Sanità, li 5 Ottobre 1720 l'introdusse a Tolone,

mortovi poco dopo per essa con tutta la sua famiglia. Dal Magistrato

usatasi immediatamente ogni forte misura di difesa, e passati più

dì senza nuovi sviluppi, mal si credette che il morbo vi fosse

spento; perchè sul cominciar del Novembre morirono alcuni di peste;

attribuendosi però queste morti ad altre cagioni. In Gennajo essendosi

introdotte in Città per contrabbando alcune mercanzie da Aix, dove la

peste era nel forte, questo nuovo ed ampio fomite molto rapidamente

sparse la malattia in diversi quartieri della Città. Nell'Aprile

morivano dalle 200 alle 300 persone al dì. Quindi ne fu ordinato la

general quarantena, ma poco buon effetto se n'ebbe, forse dal modo

tenutovi nell'usarla. Nè altramente fu d'altre politiche discipline

dal Magistrato Sanitario ordinate. Poco appresso però essendo stato

ordinato sotto pena di morte che tutti i malati si ritirassero negli

spedali, proibito ai Medici, Chirurghi e Speciali di distribuir

rimedj nella Città, impedito ai Convalescenti di sortire di casa;

e finalmente obbligati rigorosamente tutti quelli che avevano avuto

malati o morti in famiglia a portare un segnale sopra la manica del lor

vestito, affinchè ciascuno potesse evitarli, la peste cedette al tutto

nell'Agosto del 1721 dopo uccisi 13,280 abitanti d'ogni condizion,

d'ogni età, e d'ogni sesso, al riferir di qualche scrittore. Secondo

altri, e fra questi il Sig. d'Antrechaux, 15,783 in una popolazione

di 26,260 che contava Tolone prima della peste. In Arles poi ne

estinse 8,100 di 12,000, in Tarascona 7,210 di 10,000; ed in tutta

la Provenza ne perirono 84,719. Ma di tanta mortalità ne fu in parte

cagione la fame, derivata dalla particolare avarizia di alcuni malvagi

speculatori. Persin al sepolcro persegue questo ingordo e infame vizio

gl'infelici che abbisognan di loro, mettendo a crudele guadagno le

loro sciagure. Avevan costoro già ammassati ne' nascosti lor magazzini

grande quantità d'ogni spezie di biade; ma vieppiù strignevasi

il durissimo lor cuore, quanto più la miseria spaziava per quelle

diserte contrade. Così è della corrotta e guasta natura de' sordidi

avari, pei quali in van grida la voce della natura, e l'esempio del

morire. Guai a quegli uficiali della pubblica economia che in sì duri

frangenti chiudono gli occhi su questi abusi, infingendo di non vedere

ciò che pur vedono, allettati da più vergognosi guadagni. In mezzo a

cotante angustie il Re fece spedire pel Rodano grani da provederne la

provincia; ma i procuratori d'Aix fecero per l'Arcivescovo scrivere

alla Corte, che arrivando quelle granaglie, il prezzo dell'altre

raccolte da Cittadini si diminuirebbe di modo, che non si avrebbe per

essi più il modo di pagare le gabelle reali. Che ne avvenisse perciò

non è soggiunto, ch'io sappia; nè occorre ch'io ne rinfreschi la

memoria a vieppiù esacerbar l'animo de' miei lettori. (_d'Antrechaux,

Rélation de la Peste de la ville de Toulon; Papon, de la Peste Vol. I.

fac. 343 e seg.; Boecler, Recueil des Observations; Senac, Traité de la

Peste; Traité des Causes, des accidens, et de la cure de la peste avec

un Recueil d'observations etc. Paris 1744._)

A. dell'E. C. 1731-32. A questi anni serpeggiò la peste nella Dalmazia,

e nell'Albania Veneta, introdottavi dalla vicina Bossina, ove infieriva

con maggior forza. Essa rapì nel distretto di Spalatro da circa

trecento persone, e poco più di mille in tutte e due le provincie. Per

le diligenti precauzioni della Sanità praticate in tal circostanza, la

Città e 'l Territorio di Zara ne andarono illesi, quantunque in quel

tempo vi regnasse una spezie di carbonchio epidemico, che alcuni medici

dichiararono pestilenziale. Era allora provveditore straordinario della

Sanità in Dalmazia il N. U. Simon Contarini, che tirò una linea di

Soldatesche al confine contro la Turchia, e ve la mantenne tre anni.

(_ex Actibus Offic. Salut. Jadrens.; Danieli, Ragionamento Medico sul

Carbone pestilenziale, Padova 1732; Bajamonti della Peste di Spalato,

fac. 138._)

A. dell'E. C. 1737. Nell'anno mille settecento trentasette l'Egitto fu

particolarmente travagliato da pestilenza fierissima, e desolatrice

oltremodo, contandosi nella sola città del Cairo la mortalità sino

a diecimila persone in un giorno. Gli Europei si chiusero nei lor

quartieri il dì 9 Febbrajo, e non ne uscirono, se non li 24 Giugno.

Questa Peste fu l'unica, giusta l'opinione degli abitanti del Cairo,

che nel secolo XVIII sia derivata dall'alto Egitto. (_Russel Patrik,

Treatise of the plague, pag. 3._)

A. dell'E. C. 1738-39. Regnava la peste fra i Turchi nella Bessarabia

nel 1737, e specialmente menava guasti a Oczakow, capitale di quella

provincia. La detta città essendo stata in quell'anno assediata e presa

dai Russi, il contagio non istette molto a svilupparsi fra la truppa,

che venne posta al presidio della medesima. Nell'anno seguente 1738 i

Russi l'abbandonarono dopo aver demolite le fortificazioni. Ritiratasi

la guarnigione russa ai proprj aquartieramenti, la peste per loro mezzo

fu introdotta nell'Ukrania, ove imperversò dal Giugno a tutto il resto

del 1738, e parte del 1739. Dall'Ukrania non penetrò più avanti il

contagio. Il dott. Schreiber di Könnigsberg, Professore di medicina a

Pietroburgo, potè farne di ben utili osservazioni, già pubblicate per

la stampa nel 1740. Piacemi di allegarne alcune, che forse potrebbero

tornare di qualche vantaggio al Pubblico.

I. La malattia si manifestata in molti con parossismo febbrile; con

assai grave ansietà ai precordj, dolori laterali, intenso calore

internamente, volto acceso, e furioso delirio. Gli ammalati di questo

modo morivano il secondo o il terzo giorno. In altri la malattia si

manifestava con orripilazioni e con freddo. Tardo e debole da principio

era il polso; al subentrar del calore diventava duro e celere con

violenta palpitazione di cuore, con delirio in alcuni, e con sopore in

altri; stanchezza, abbattimento di tutte le membra, oppressione, ardore

allo scrobicolo del cuore, nausea, vomito bilioso, nero, verdastro, e

fetente. Chi non vomitava, aveva dejezioni alvine della stessa natura.

Lo sternuto era sintomo mortale.

II. I buboni, ed i carbonchi accompagnavano, per ordinario, la

malattia; ma i carbonchi incominciavano prima con un punto rosso,

che in seguito ne diventava il centro, circondato da un'areola livida

sotto l'epidermide, la quale a poco a poco si dilatava, gonfiavasi, e

diventava nera; e così gradatamente si formava il carbonchio, di figura

per lo più elittica; il quale qualche volta era sì vasto e grande, che

agguagliava la palma di una mano, ed il peso di circa una libbra[43].

Qualche volta si alzavano in vece alcune pustole con un punto bianco

alla cima, simili affatto alle pustole vajuolose, le quali poi si

dilatavano, annerivansi, e terminavano in vero carbonchio. La comparsa

di queste pustole era sempre di favorevole indizio.

III. Allorchè sopravvenivano le parotidi, sopra di esse nascevano

spesso i carbonchi, ovvero diventavano esse cancerose. L'amputazione

era il solo rimedio, donde concepir poteasi qualche speranza di salute.

IV. I carbonchi erano tutti fra i muscoli ed il tessuto cellulare della

pelle; ma più di frequente si manifestavano alle clavicole, sulla spina

del dorso, in sulle rotule, alla parte superiore e posteriore della

tibia, e sull'addome, sopra l'annulo verso la linea bianca.

V. I carbonchi, che non si formavano compiutamente, restandosi pustole

carbonchiose, o soltanto macchie rosso-brune, cangiavansi in petecchie

livide o nere; ed i malati ne morivano il secondo o il terzo giorno.

VI. Gli ammalati, che sopravvivevano al quinto giorno, ne' quali i

buboni o carbonchi per l'innanzi duri, in que' giorni incirca passavano

alla suppurazione, trovavan sollievo degli altri sintomi, e d'ordinario

guarivan tutti. La suppurazione però durava talvolta fino a cinque o a

sei settimane.

VII. In assai pochi casi i buboni passarono alla risoluzione. Quando

i buboni non tendevano alla suppurazione prima del quinto giorno, e

continuavano ad affliggere i malati con una pressura agl'inguini, a

guisa di tesa corda, che gli forzava a zoppicare, ovver si gonfiavano

profondamente senza tendenza a suppurazione, era cosa di cattivo

presagio. D'ordinario sopravvenivano le petecchie livido-nere, le

quali erano sempre un sintomo precursore di morte. Talvolta restando

i buboni stazionari senza la sopravvegnenza di sintomi più gravi, e

senza passare a suppurazione fino al nono giorno, l'ammalato ne provava

d'insofferibili ardori per tutta la persona, spezialmente ai lombi ed

alle braccia, a tale che gliene veniva impedito il moto. In tali casi

poche ore appresso comparivan pustole con una punta bianca, le quali

serpeggiando degeneravano in carbonchio, ed erano di buon preludio.

Diversamente gli ammalati si morivan nel nono giorno, o, al più tardi,

in sul tredicesimo.

VIII. Alcuni malati morirono improvvisamente per effetto del terrore

d'inevitabile morte. Alcuni, dopo un leggiero dolor di capo, nel terzo

dì sentendosi avvicinar l'ora estrema (e questo è fatto) si prendevano

spontaneamente da se quella cotal veste, colla quale dovevano esser

sepolti, e morivano placidamente senza alcun segno esterno, conservando

fino all'ultimo momento una piena serenità della mente.

In alcuni si manifestavano delle pustole nericce della forma di quelle

del vajuolo, ovvero dei _flicteni_ alla regione dello scrobicolo del

cuore.

IX. Altri poi (e ciò specialmente verso il terminar del contagio)

avevano una peste così benigna, che si trovavano star bene, come

se fossero stati sani. Comparivano in essi istantaneamente buboni o

carbonchi; e gli uni e gli altri però senza sintomo febbrile.

X. I fanciulli, sotto degli otto anni, andavano quasi tutti immuni dal

contagio. Per opposito le donne, e le fanciulle da marito sono state le

più maltrattate.

XI. Le donne incinte sotto del terzo mese, ancorchè attaccate dal

contagio, andavano d'ordinario esenti dall'aborto, e dalla morte,

mentre all'incontro le gravide dal quinto al settimo mese abortivano

tutte, e morivano irreparabilmente.

XII. Quelli, che avevano o piaghe od ulcere croniche, furono

interamente salvi dal contrarre la malattia. Neppur solo un tisico fu

attaccato dalla peste.

XIII. Quelli, che pativano di dissenteria o avevano diarree croniche,

attaccati che fossero dalla peste, morivan tutti.

XIV. L'uso della voluttà, e l'ubbriachezza rendeva la malattia

tostamente mortale.

XV. Molti vecchi sono altresì periti di questa pestilenza, ma senza la

comparsa di buboni, nè di carbonchi.

XVI. Apertisi alcuni cadaveri di tali appestati, non altro vi si trovò

che ai polmoni alcuni punti neri cangrenati, e la vescichetta del fiele

ridondante di bile fluida e gialla. Erano pur alquanto giallognole le

parti adiacenti alla suddetta cisti felea.

XVII. Intorno ai preservativi si notò qualche attività nella canfora;

e specialmente nei preparati di gomme fetide, miste alla canfora. Così

pur tenevasi per salutare il fumar tabacco, siccome anco il masticarlo.

Dalla cacciata di sangue per prevenire la malattia nessuna utilità

se n'è osservata. Ma di tutti i preservativi l'ottimo custode, e 'l

migliore si riconobbe essere la separazione degli infetti dai sani.

XVIII. In riguardo poi alla cura, l'ipecacuana, data subito nel

principio, ovvero alla prima ingruenza del male, riuscì un eccellente

rimedio per troncare ogni azion del contagio. Ciò fu pure del vitriuolo

bianco, somministrato come nauseante o vomitivo. Il tartaro emetico

eccitava spasmi troppo violenti allo stomaco, e riusciva piuttosto

dannoso, che utile.

XIX. Se il vomito, che destavasi sotto l'uso dell'emetico, era troppo

forte e continuo, soleasi raffrenarlo coll'applicazion d'un empiastro

di teriaca alla region dello stomaco, e colla stessa teriaca presa

internamente.

XX. Allorquando l'ipecacuana o il vitriuol bianco venivano

somministrati nel primo giorno, seguita l'azion del rimedio, il polso

facevasi più spiegato, la febbre acquistava un andamento più regolare,

e nel quarto o quinto giorno comparivano i buboni o i carbonchi.

XXI. Che se non si dava l'emetico subito nel primo giorno, ma

in vece somministravasi nel secondo o nel terzo, i malati non ne

risentivano beneficio di sorta: anzi dopo l'emetico, preso tardi,

si vide accrescersi tutti i sintomi d'irritazione al ventricolo, in

guisa che i malati che, esempligrazia, nel terzo giorno prendevan

l'emetico, morivano poi d'ordinario nel quinto o nel sesto, agitati da

convulsioni, e con petecchie nere alla superficie del corpo.

XXII. I purganti eccitavano ben di leggieri la diarrea, la quale dovea

sempre riguardarsi pericolosa. Si tentava di riparare alla diarrea

coi clisteri ammollienti, o semplici o uniti col rosso d'uovo e colla

trementina.

XXIII. In seguito, già cresciuto il morbo, si prescriveva il roob di

sambuco cogli occhi di cancro p. p., la mistura canforata, il liquor

volatile di corno di cervo, la teriaca coll'aceto, l'aceto bezoardico,

e il nitro misto con quattro grani di canfora. Altri ordinavano le

terre assorbenti. Le bevande diluenti, calde, acidette riuscirono di

molto giovamento.

XXIV. La dieta prescritta era tenue, quale conviensi ne' morbi acuti;

e quando i buboni erano già comparsi, convenivano i brodi di carne

coll'acetosa, od altre simili sostanze vegetabili, e acidette.

XXV. Altri biasimavano il salasso, ed altri il lodavano, anche

ripetuto, specialmente se sussistevano alla cute macchie rosse, e non

erano per anche apparsi buboni, nè carbonchi.

XXVI. Nel trattamento esterno, all'oggetto della salute dell'ammalato

mal si mirava da que' chirurghi, che procuravano la risoluzione dei

buboni.

XXVII. Si applicavano i vescicanti su i nascenti buboni, e ciò

con buon successo. Quindi, tostoch'erano ammolliti, medicavansi

coi cataplasmi. In alcuni luoghi venne utilmente usato l'empiastro

magnetico arsenicale. Fra tutti fu riconosciuto doversi dar preferenza

al cataplasma comune di farina di frumento, miele, e croco; ovvero a

quello di cipolle arrostite.

XXVIII. Le scarificazioni sulle parti vive presso ai carbonchi

riuscirono sempre utili. Si scarificavano circolarmente i carbonchi,

o si circoscrivevono colla pietra infernale. All'uno e all'altro

metodo ne conseguitava facile suppurazione; la quale trattavasi poi

coll'unguento digestivo, e coi cataplasmi ammollienti.

XXIX. Sonosi finalmente osservate molte nutrici infette, continuare

alcuni giorni ad allattare i lor bambini, senza ch'essi contraessero

la malattia, e senza alcun lor detrimento[44]. (_Schreiber, Jo. Frid.

Observationes et Cogitata de Peste; Mertens Observ. Med. V. I. P. II._)

A questi stessi anni 1738-39. la peste che travagliava la Bessarabia,

la Romelia, la Servia, e la Valachia, e che infuriava in que' Paesi

Ottomani, che confinano colle Signorie della Casa d'Austria, penetrò

con molto impeto ne' Comitati limitrofi dell'Ungheria e della

Transilvania, e vi fece molte rovine. A questi anni, ed appunto per tal

circostanza, la Suprema Commissione Aulica di Sanità in Vienna d'ordine

Sovrano pubblicò un'Opera sulla maniera di conoscere, preservarsi, e

curare la peste. (_Kurze Einleitung zur Erkenntnis und Vertilgung des

gegenwärtig besorglichen Pestübels auf allerhochsten Befehl Seiner K.

K. A. Majest. etc. Wien 1738. e ripubblicata a Vienna e a Praga nel

1758._)

A. dell'E. C. 1742-43-44. Nel mille settecento quarantadue si

riprodusse la peste in Aleppo, e vi durò tre anni. Nel 1743 spiegò

la sua maggiore fierezza, cagionandovi immense mortalità. Nel 1744

comparativamente agli anni precedenti fu assai mite, e discreto fu

il numero delle sue vittime. (_Russels, Alexand. Natural. Hystory of

Aleppo._)

A. dell'E. C. 1743. La città di Messina contava 168 anni dall'ultima

pestilenza. Essa n'era stata afflitta nel 1575, allorchè gran parte

d'Italia, e della Germania, ed altri paesi molti di Europa, come s'è

detto, (_fac. 366 e seg._) provarono di questo flagello i funestissimi

effetti. In quest'anno 1743 la peste s'introdusse di nuovo in Messina

incognita e mal appresa, come è avvenuto di molti altri paesi di

Europa, e vi operò immense rovine. Essa vi fu recata col mezzo di

una tartana Genovese, proveniente da Missolongi, picciolo paese della

Grecia, situato alla bocca del golfo di Lepanto. Questo bastimento,

carico di lana, frumento, e finissime telerie, manifatture di Levante,

era partito da Missolongi il dì 20. Febbrajo, ed approdò a Messina

il giorno 20. Marzo, dopo trenta giorni di viaggio. La patente di

Sanità, di cui fu portatore, era _netta_, e senza postilla di sorte.

Assunti i costituti tanto del capitano del bastimento che dello

scrivano, giurarono di non aver avuto comunicazione per via nè con

altri bastimenti, nè in altro paese, da che si partirono da Missolongi.

Fatto l'incontro però delle persone dell'equipaggio, che dovevano

esser dodici, compreso il capitano, di nome Aniello Bava, si riscontrò

che mancava un individuo. Chiestone conto ai restanti compagni,

deposero, che il marinajo che mancava era morto nel corso del viaggio

da malattia ordinaria, cagionata dai gravissimi patimenti sofferti nel

lungo tragitto, in cui a burrascosi venti e procelle eran stati spesso

soggetti. Ragunatisi i signori della Sanità; e considerando, che non

potea non esser naturale la morte di un marinajo nel corso di un tanto

disastroso viaggio, qual dal capitano riferivasi; che la Patente della

Sanità era _netta_ affatto; che i costituti giurati provavano non

avervi avuto comunicazione per via, determinarono doversi ammettere

quella provenienza a quarantena, conformità delle Istruzioni e delle

Leggi del Lazzeretto di Messina. Vi si permise quindi il discarico

delle merci. Due giorni appena erano scorsi, che il capitano del

bastimento infermò con resipola nella faccia, secondo la relazione

del medico del Lazzeretto, e morì in tre giorni. Giudicarono i medici

essere stata cagione di sì breve morte la retrocessione della resipola.

Ciò non pertanto il Magistrato di Sanità ne fece seppellire il cadavere

colle più rigorose precauzioni sanitarie.

Passati altri due giorni appena, un altro individuo del bastimento

si ammalò, e i medici accorsivi per visitarlo, il trovaron già morto

sulla nave medesima. Ordinaron essi, che fosse il cadavere messo

alla pubblica vista, ma nessuno volle toccarlo, asserendo le restanti

persone dell'equipaggio esser lui morto con tumore sotto l'ascella,

e con petecchie per tutto il corpo, in guisa che lo giudicarono

tocco da peste. Rapportata l'infausta notizia al Magistrato, se ne

fece un congresso di varj personaggi i più distinti, e de' medici i

più riputati della città. Discusse le varie opinioni sulla maniera

di sbrigarsi di tale imbarco e mercatante, si determinò finalmente,

all'esempio di un simil caso poco prima accaduto in Livorno, di doversi

bruciar la tartana con tutto ciò, che dentro vi era, alla distanza

di otto miglia dalla città, salvate le genti. Il dì 30 Marzo fu il

tutto puntualmente eseguito. Insorta però furiosa tempesta, mentre il

bastimento era in fiamme, per la violenza delle onde da gagliardissimo

vento agitate essendo stato dibattuto fieramente, fu spinto ad arenare

al lido stesso di S. Paolo, e porzione della lana e del frumento ne fu

disperso per quella riviera. I signori della Sanità, che accompagnavano

la tartana, diedero gli ordini più opportuni per ovviare ogni pericolo

dipendente da tale ingrato avvenimento. Si abbruciarono il dì appresso

le mercanzie state scaricate al Lazzeretto, e si confinò l'equipaggio

entro un barracone di tavole, eretto espressamente a tal uopo sulla

punta detta la Spina, luogo isolato e lontano. Da doppia linea di

guardie venne questo provvisorio Lazzeretto circondato, restatovi colà

uno dei senatori ed un nobile, dì e notte sopravveglianti.

Terminata la quarantena senza verun tristo accidente, anzi senzachè

alcuno si sentisse neppur indisposto, la mattina del 15 Maggio se ne

rendettero pubbliche grazie al Signore, e si cantò solenne _Te Deum_

nella Cattedrale, con universale consolazione. Di effimera durata

fu tale allegrezza, mentre poche ore appresso si rilevò, che nel

quartiere, detto dei _Pizzilari_, si erano manifestate febbri di mal

costume accompagnate da buboni e da altri pestiferi sintomi. Inviatisi

tosto colà i medici della Deputazione per osservare gl'infermi, e

riconoscere la natura del male, ne riferirono «che avendo visitato

gli ammalati, e considerato con ogni attenzione l'essenza e qualità

delle malattie, non trovavano in conto alcuno esser esse contagiose

e pestifere; che credeano sì essere le stesse malattie epidemiali,

che s'erano fatte vedere nel Febbrajo ultimo scorso[45].» La stessa

relazion diedero i medici, ch'erano alla cura dei malati, e dello

stesso parere si dichiararono quelli stessi, a' quali veniva attribuito

di aver divulgato esservi la peste nella detta contrada.

Tale dichiarazione medica sollevò gli animi, e fece sì che i Magistrati

si abbandonassero ad una cieca fiducia, trascuratene le più opportune

precauzioni.

Somministraronsi però a' poverelli per la città sussidj di pane,

carne e vino, perchè con tali alimenti potessero meglio resistere

alle impressioni dell'aria. Si fecero seppellire cadaveri in calce

viva, per la corruzione e fetore straordinario, che spandevano.

Si fece bruciare per la città delle ossa, ed altre cose tenute per

alessifarmache, e obbligaronsi i medici a presentare ogni dì una lista

al Magistrato di Sanità delle malattie, che avevano in cura, e simili

altre cose. Moltiplicavasi infrattanto di giorno in giorno il numero

degli ammalati e quello de' morti; il morbo si spargeva rapidamente

negli altri quartieri della Città, ed in mezzo a tutto questo le

relazioni de' Medici continuavano ad assicurare «che _non era mal

contagioso, ma epidemia maligna_». Fondavan essi le ragioni di cotal

loro giudizio, sul non osservarsi comunicazion del male a coloro, che

assistevan gl'infermi, quando, se peste fosse stata, dicevan essi,

doveva mostrarsi il morbo sommamente contagioso, giacchè i buboni, gli

antraci, le petecchie erano sintomi equivoci, e comuni con altri mali;

perchè neppur al sommo mortiferi eran que' morbi. Uno de' Medici però,

il cui nome non ci fu tramandato, non persuaso delle suddette ragioni,

e temendo dell'ingannevole progresso d'un terribilissimo male, che

insidiosamente comincia e insinuasi occulto e leggiero fra le genti del

popolo, e poi ingigantisce nella sua forza, attaccando ogni sorte di

persone, dubitava che fosse peste effettivamente, adducendone esempj

simili, in cui s'ingannarono uomini insigni, e di profondo sapere,

come in Palermo l'Ingrassia l'anno 1575; in Venezia il Mercuriale,

ed il Capodivacca nel 1576, ed altra volta nella stessa Repubblica

il dottissimo Massa; e così in Napoli molti altri valentuomini nel

1556; in Vienna l'anno 1713; ed in Marsiglia nel 1721 ecc.: che perciò

consigliava praticar cautele, come se fosse stata vera Peste, senza

però dar per sicuro che tale si fosse.

Questa opinione così isolata, e dagli altri medici vivamente confutata,

non prevalse, perchè ne seguisse in detti giorni il sequestro generale

della Città, il quale far si doveva, nè bastò a far adottare altre

valide misure di riparazione. La moltitudine de' malati però riempiva

di timore l'animo de' cittadini.

Giunto il primo di Giugno, ed oltrepassando il centinajo il numero

degli estinti, col vedersi attaccati gli assistenti e coabitanti in

una stessa casa, ed essere il periodo dell'infermità assai corto,

cominciarono i medici ad accorgersi dell'errore, ed a conoscere pur

troppo evidente il carattere del male, che di giorno in giorno si

faceva più esteso e spaventevole. Quindi si ordinarono alcune cautele.

Ma pur troppo non corrisposero, perchè tardi s'era ad esse fatto

ricorso. Nei due seguenti giorni, 2 e 3 Giugno, morirono 279 persone,

e più d'altrettante cadettero inferme. Moltissimi furon coloro, che

fuggirono dalla città, ritirandosi alla campagna. Nei giorni 4, 5 e 6

Giugno 432 persone cessarono di vivere, oltre un numero assai maggiore

d'infermi.

La mortalità cresceva ogni dì. Cominciò a sconcertarsi ogni

regolamento; s'introdusse la confusione, il disordine, che giunsero

a tale da costernare qualunque animo forte. Riempite le fosse, non

sapeasi più ove porre i cadaveri. Mancarono i beccamorti; sparirono

i carri e le carrette; non trovavasi più chi si prestasse per i bassi

servigj. Ognuno si nascose, e rintanò, procurando salvarsi. I villaggi

fecero unione respettivamente di guardarsi, e non lasciavano più

accostar gente, che dalla città procedesse, impedendo eziandio fino il

macinarsi grano per li bisogni della città. In ogni passo scorgevansi

disordini; in ogni provvidenza incontravansi ostacoli, ed intoppi; da

per tutto non v'era che angustia, costernazione, e morte.

Acciocchè possano i lettori formarsi più adeguata idea delle crudeli

estremità, a cui fu ridotta Messina sotto i colpi di questo tremendo

flagello, mi farò a riportare alcuni brani della descrizione, che ce ne

lasciò lo storico Turiano.

Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria · 第 87 / 135 题