Niente meno del precedente fu questo secolo funestato da pestilenze
orribili e desolatrici, che lasciaron parecchie memorande impronte di
questo flagello.
A. dell'E. C. 1704. In quest'anno, secondo ciò, che lasciò scritto
Gabriele Rzazynsschy nella sua Storia Naturale del Regno di Polonia
(_Sendomiriae_ 1721), incominciò nella Polonia quella terribile peste,
che durò dieci anni continui, cioè fino al 1714, e che fece miserando
strazio di tutto quel regno. Secondo il Gottwald in _Transactionibus
Philosophicis n._ 337, e qualche altro autore, questa peste dee essere
cominciata in Polonia nel 1702.
Gravissimi morbi epidemici d'indole maliziosa avendo preso a dominare
fin dal 1700 e 1701 in varie parti della Germania e specialmente a
Berlino, nell'Holstein, a Tubinga nella Svevia, a Rosenberg, ed in
altri luoghi della Slesia, a Ratisbona nella Sassonia, a Basilea, ed
in altri luoghi della Svizzera, nella Transilvania, ed in parecchi
paesi dell'Ungheria, egli è verisimile, che anco nella Polonia, come
accadde ne' sopraccennati luoghi, sì fatta epidemia abbia di qualche
anno preceduto la peste, e che da alcuni Storici sia stata colla stessa
peste confusa. (_Harder, Constitut. Epid. Basilien. utriusque hujus
an. 1700. 1701; Camerarii Rud. Constit. Epidem. Barolinensis an. 1704;
Haller, Albert.; Schelhamer; Günther; Schroeck. etc._)
Dalle notizie, sparse qua e là in alcune delle sovraccennate Opere,
sembra che a questi stessi anni nel paese ottomano, conterminante colla
Polonia, coll'Ungheria, e colla Transilvania, siasi diffusa la peste.
Però di queste pesti nelle Provincie Ottomane non vi sono autori, che
parlino exprofesso. Ciò, che più assolutamente viene asserito dagli
Storici, si è che nel 1705, dopo un lungo predominio di venti del
mezzogiorno, imperversò di sì fatta guisa il contagio a Costantinopoli,
che in un sol giorno si annoverano trasportati fuori da una sola porta
1800 cadaveri, innumerevole essendo poi stata la quantità de' rimasti
morti nella strage per le diverse contrade di quella popolosa città.
(_Papon; Roman. op. cit.; Heldio de Peste Turch_.).
Nello stesso anno 1705 vi ebbe la peste in Inghilterra e in Ispagna
giusta la Relazione del P. Labat, che dal contagio fu egli stesso
attaccato due volte.
A. dell'E. C. 1707. Negli atti degli Eruditi di Lipsia (an. 1710 vol.
IV) si legge la seguente descrizione intorno la peste della Polonia,
desunta dall'Opera di Gio. Bernardo Sthaar (_de febre pestilenti
Cracoviae an. 1707_).
Nel 1707 al tempo della Canicola la peste si spiegò in Cracovia, ed in
diverse altre parti della Polonia. Essa vi fu recata da alcuni mercanti
ebrei, provenienti da Lemberg, dove questa malattia regnava da oltre
due anni. Si enunciava essa con alcuni fenomeni insidiosi; cioè ora
con una febbre continua, accompagnata da gran calore universale, e
da frequenti brividi irregolari intercorrenti, ora con la così detta
febbre lipiria, cioè congiunta a grande ansietà precordiale, tristezza,
abbattimento, vomito di materie gialle o verdi, e viscose, spontanea
lassezza, e sommo abbattimento di forze, pestamento delle membra, fiero
dolor di testa, fisonomia cadaverica, delirio, inquietudine continua.
Le donne fuggivan nude di casa, e nude correvano per le strade e le
piazze; i piedi e le gambe eran tremanti, ed affetti da contorcimenti
convulsivi; succedevano crudeli coliche; l'urina si faceva sanguigna,
il polso picciolo, languido, ineguale; nulla la sete o inestinguibile;
comparivano i buboni agl'inguini, alle ascelle; il corpo si copriva di
petecchie, o di stimmate, o neri suggellamenti. Questo sintoma però
non era generale. Succedeva la morte il terzo, il quinto, o il nono
giorno al più tardi, dopo un delirio furioso. Altri malati cadevano in
uno stato di sopore, e trovavansi morti in sulle strade colle membra
sfracellate. Avendo i magistrati, le persone ricche ed agiate, ed anche
i medici abbandonato la città, vi s'introdusse ben presto il più gran
disordine, e col disordine il terrore, lo spavento, la disperazione, e
questi mali mettevano il colmo a tutti gli orrori di sì grave flagello.
L'emetico, somministrato nel principio della malattia fu trovato il
miglior rimedio per le sperienze del dott. Schomberg, medico del
Governo, il quale, quantunque obbligato a restarsene a letto per
la molta sua età, e per la gotta, nullostante guarì più di trecento
appestati con questo rimedio, e col suo elisire antipestilenziale,
composto della tintura di bezoar, di genziana, e d'essenza canforata
a parti eguali; del qual elisire esso medesimo somministrava dalle
quaranta alle sessanta gocce infuse in calda birra. La bevanda
ordinaria era limonata. Quindi provocava all'infermo il sudore, e
cercava di ravvivare la circolazione con le unzioni d'olio aromatico
e di spirito di vino canforato su lo scrobicolo del cuore, facendo
prendere fino ad otto gocce di questo stesso liquore in un giallo
d'uovo. Alcuni malati presero l'aceto teriacale. I nitrati e gli alcali
provocavano l'estinzion delle forze, ed una diarrea mortale in poche
ore.
Questa peste durò nel suo forte a Cracovia cinque mesi; nel qual
periodo tolse di vita da circa 18,000 persone. Cominciò a diminuirsi
nel mese di Novembre, non morendo per contagio più che sette od otto
persone al giorno. Nel Gennajo i malati, che arrivavano al nono o al
più all'undecimo giorno, guarivano quasi tutti. La peste non aveva più
che l'apparenza di una febbre maligna. Nel Febbrajo non era più che una
febbre quotidiana; e pochissimi ne perivano. La notte del dì 21 Maggio
1708 v'ebbe una brina copiosissima, dopo la quale morirono alcuni
individui con sintomi pestilenziali. Quindi la malattia scomparve
interamente, e gran numero di cittadini, che nel timor della peste
avevano abbandonato la città, ritornarono alle loro case.
Nel medesimo anno 1707, a Rosenberg nella Slesia si spiegò lo stesso
pestilenziale contagio, il quale vi fu portato da alcuni mercanti
Armeni, che lo comunicarono a qualche ebreo col mezzo di una partita
di lana infetta, da loro acquistata a Thorn nel Palatinato di Culm
nella Prussia occidentale, infestata allora dalla peste. La malattia
non tardò molto a propagarsi a Würtemberg coi sintomi più spaventosi.
Questa peste uccideva da principio i malati nello spazio di 24 ore,
ed in seguito il terzo, quarto, quinto, o al più il sesto giorno.
I cadaveri ne diventavano subitamente lividi. In questo corso di
pestilenza non erano molto frequenti i buboni; e per lo contrario
sopravvenivano dei carbonchi di un'enorme vastità alle braccia,
all'addome, alle cosce, alle gambe, i quali degeneravano prestamente in
isfacello. Il polso variava, secondo il grado del caldo o del freddo;
e nel maggior numero de' mali era pur esso naturale, come naturali
apparivan le urine. Se queste diventavan nere, già n'era prossima la
morte.
Il timore, l'immaginazione, colpita dal terrore, l'avarizia, che faceva
acquistare le robe e le masserizie de' morti appestati, produssero
gravissimi mali, ed ampliarono grandemente le conquiste, e le
devastazioni della peste.
Quelli, che alla prima invasione della malattia usavano i convenienti
rimedj, e che osservavano una dieta rigorosa dopo gli abbondanti
sudori, d'ordinario si salvavano, come pur quelli, ai quali i buboni
venivano presto a suppurazione, e s'aprivan da se, ovvero i cui
carbonchi si circoscrivevano sollecitamente.
I rimedj, che meglio corrisposero alla cura, furono i diaforetici, i
balsamici, la teriaca i cordiali, e i così detti annaleptici. Quando
comparivano i buboni, veniva raccomandato ai malati di guardarsi ben
dal sudare, e tostochè eran maturi, s'aprivano. Si usavan pure ai
carbonchi le incisioni, che si medicavano poi coll'unguento magnetico.
I vescicanti furono riconosciuti nocivi.
Il coraggio, la tranquillità dell'animo, la regolarità del metodo
di vivere, il vino, la birra, le tinture balsamiche, la teriaca,
e soprattutto lo schivare qualunque contatto coi malati, e con
qualsivoglia cosa, che ad essi fosse appartenuta, era il miglior
metodo, nell'arte detto profilatico; e questo giovava per garantirsi
dall'infezione. (_Hetwick Christian, von der Pest; Grassi Samuel,
Historia Pestis in Confiniis Silesiae grassantis; Ephemerid. Curiosor.
Naturae Cent. I. II. Obs. 143_).
Nel 1707 regnava a Thorn la peste, come si è detto. Vi durò tre
anni, cioè fino al 1710: e per essa quella popolazione ne andò quasi
intieramente distrutta. (_Büsching, Ant. Frid. Neue Erdbeschreib. 1.
Th. 2. B. Königr. Preuss. p. 1167_).
A Danzica il contagio si sviluppò nel 1709, si diffuse con rapidità, e
vi durò sei mesi. In questo corso di tempo uccise da oltre ventiquattro
mille persone. Il medico Gottwald, che vi fu presente, ne la descrisse
nel suo _Memoriale Loimicum de Peste Dandiscana anni 1709_; così pure
il _Kanold Joh._ nella sua Opera _Einiger Medicorum Sendschreiben von
der an. 1708 in Preussen, und 1709 in Danzig grassirten Pestilenz.
Breslaw 1711_.
Circa quest'anni il contagio menò grandi stragi a Marienberg nella
Misnia, travagliò fieramente Berlino, ed altri luoghi della Prussia. La
Lituania Prussiana ne andò specialmente desolata. Secondo il Büsching
nell'anno 1709 quella provincia perdette 59,196 persone pel furor
del contagio; il quale del pari fece strazio crudele in Amburgo, e
in Augusta, come pure in varie altre città e paesi della Germania.
(_Erndl, Christ. Henr. in Ephemerid. Natur. Curios. Cent. V. VIII.
pag. 227.; Miscellan. Acad. Caes. Natur. Curios. Cent. VII. et VIII;
Diederich, And. Christ. Hist. Pest. Hamburgi 1710; Richter Christ.
Frid. Relatio Pestis Regiomontani, et alibi in Borussia, Büsching
Erdbeschreib. s. c._).
A questi medesimi anni, cioè dal 1707 al 1714, andarono afflitte dalla
stessa calamità molte altre provincie e paesi di Europa. Oltre la
parte della Polonia già indicata, oltre la Sassonia, e la Prussia, la
peste invase la Samogizia, la Curlandia, la Livonia sul mar Baltico,
la Svezia, la Danimarca; e dall'altra parte quasi tutta l'antica
Dacia, ossia la Transilvania, la Moldavia, la Valacchia, la Servia, la
Bessarabia, la Romelia, e gran parte dell'Ungheria. La città di Posen
perdette la metà circa de' suoi abitanti; così quella di Sapron, e la
contrada di Sagedie nella contea di Czongrad nella bassa Ungheria, e
varj altri luoghi di quel regno.
Nel 1712 dall'Ungheria s'innoltrò il contagio nell'Austria, e quindi
in Praga nella Boemia. Dall'Austria si dilatò nella Stiria, e nella
Carniola. Lubiana ne fu molto travagliata.
Or mi farò a sporre alcune circostanze, che accompagnarono il contagio
nell'invadere la capitale dell'Impero Austriaco. Fin dall'anno 1709
la peste menava stragi nell'Ungheria. Nel 1712 s'era già appresa anco
alla città di Presburgo. A tale notizia le comunicazioni coll'Ungheria
furono più rigorosamente interdette. Malgrado ciò poco appresso
dall'Ungheria penetrò il contagio nella picciola città di Bruck
sul Leytha nella bassa Austria, e quindi in Vienna. Certa giovane
Cristina, Sveva di origine, proveniente dall'Ungheria, introdusse in
Vienna il primo seme del pestilenziale malore. Detta giovane fu da
prima ricoverata in un giardino fuori del Rossau, posto sul sinistro
ramo del Danubio. Ritrovandosi essa in istato di gravidanza ben
inoltrata, fu accolta nel civico spedale. Ivi rapidamente morì, non
appena cominciatosi a sospettare sulla natura del suo male. Parecchie
altre giovani puerpere dello stesso spedale, che si trovaron con essa,
infermaron del pari, e si morirono dopo brevissimo corso di malattia,
allora non ancor conosciuta. Un cappellano dell'ospitale diede avviso
alla Commissione di Sanità di queste morti repentine e sospette.
La Commissione ordinò tosto la separazion del locale e di tutto il
circondario fuori del Rossau, ove la detta prima infetta era stata
ricoverata. Fu quindi prescritto che venissero trasportate tutte le
puerpere e le gravide del civico spedale in un apposito Lazzeretto, e
ordinati diversi altri provvedimenti e discipline per la preservazione
e salvezza della Capitale. Ma insorse grave discrepanza d'opinione
sulla natura del male fra i due medici dott. Ruck, e dott. Schultz,
deputati all'assistenza de' malati di questo nuovo Lazzeretto, il primo
affermando che fosse vera peste, il secondo negandolo. Questa falsa
opinione pur troppo costò al secondo la vita, essendosi infermato pur
egli di quel contagio. Le discipline e' provvedimenti da opporsi allo
sviluppo del morbo per sì fatti contrasti vennero in qualche modo
arrestati. Pure si stabilirono alcune sale quasi come _di prova_ per
li malati sospetti, e si pensò ad accertarsi meglio della vera natura
del male, anzi che con robusti e pronti mezzi opporvisi risolutamente.
Quindi il morbo fece per qualche tempo una tregua assai lusinghiera, di
modo che fu creduto che al tutto si fosse spento. I magistrati stessi
da sì ingannevoli apparenze vennero tratti in errore. Nel Gennajo 1713
di 52 malati sospetti ne morirono 28; nel Febbrajo si contarono appena
28 malati, dei quali 16 morti. Nel Marzo si accrebbe considerevolmente
il numero dei nuovi malati e delle morti, li primi essendo saliti a
169, le seconde a 126. Trapassata appena la meta dell'Aprile, mentre
vivevasi ancora senza grande trepidazione, la peste, superata ogni
linea di opposizione, penetrò in tutti i sobborghi, e nella stessa
città. Quivi operò essa in breve apertamente, fattasi generale.
Nell'Aprile 365 persone furono colte dal contagio, e per esso 317 vi
perirono. Nel Maggio si contarono 694 nuovi infetti, ma non più che
84 morti; in Giugno 891 nuovi infetti, e 701 morti, nel Luglio 1656
infetti, 1201 morti; ne' mesi di Agosto, e di Settembre il contagio
montò al suo più alto grado di forza e di propagazione, per modo che
più di 4000 persone se ne infermarono, ed a circa 4200 arrivò il numero
de' morti[33]. In Ottobre cominciò a scemare il male; dai 2032 malati,
che si ebbero in Settembre, il numero scemò fino ai 970. In Novembre
poi il contagio era in piena declinazione, 391 soltanto furono i nuovi
infermati, 418 i morti. Nel Dicembre non s'ebbero più che 121 malati,
dei quali 105 felicemente guarirono. Nel mese di Gennajo 1714 soli
72 infetti, e 54 morti: e nel susseguente Febbraio soli 17 infetti,
e nessun morto. In sul finir del Febbrajo il morbo era interamente
cessato. La somma totale fu di 9565 appestati fra la città e'
sobborghi, dei quali 8644 morirono, e 921 sono guariti; sicchè appena
un decimo andò salvo dalla violenza del male. La cessazione della
malattia venne attribuita dai più all'effetto del freddo nel verno del
1714. Può esser per altro che ciò sia avvenuto anche per merito de'
saggi provvedimenti Politico-Sanitarj, adottati in quella congiuntura
dalle ordinarie Magistrature. Una special Commissione Aulica è stata
dallo stesso Imperator Carlo VI instituita per provvedere ai bisogni
dello Stato nella gravissima circostanza del contagio, e per procurar
la salvezza delle suddite popolazioni. In tal circostanza venne
pubblicato un Regolamento di Sanità. In ordinata serie stanno raccolte
in esso tutte le ordinanze, le istruzioni, le norme, che si emanarono
in Vienna per sì luttuosa congiuntura di peste dalla sopraccennata
Commissione Aulica. (_Pestbeschreibung und Infections Ordnung. Part. II
pag. 176 e segg._).
In molti villaggi de' dintorni di Vienna s'è pur dilatato la peste; e
si estese con molta rapidità, non però sì feroce. Il primo sviluppo
seguì nel Marzo 1713 a Zellerndorf. In Aprile si diffuse a Wahring,
Otterkling, Neulerchenfeld, e Hollabrun, e ne' mesi successivi a più di
40 altri luoghi tra villaggi, e picciole frazioni comunali. Serpeggiò
in tutto il Dicembre dello stesso anno, e prima del terminar del
susseguente Gennaro era estinta per tutto. Il numero delle famiglie
colpite dal contagio fu di 762. Di esse 4923 persone rimaste infette,
3776 ne son morte, e 1147 guarirono, le più senza soccorsi dell'arte.
In questo tempo di peste l'Imperatore a nome suo e del fedele suo
popolo fece voto d'innalzare un tempio in onore di s. Carlo Borromeo,
qual protettore contro la peste. Questo voto fu adempiuto, essendo
stata eretta la magnifica chiesa intitolata a quel Santo, la quale
ammirasi in Vienna al Kärnthner Thor. La prima pietra di questo superbo
edificio fu posta il giorno 5 Febbrajo 1716.[34].
Nelle stragi fatte da questa peste in Germania nella Transilvania,
Ungheria, Austria, ec. fu osservato che gl'individui più robusti
erano più facilmente attaccati, e ne morivano quasi tutti, mentre che
i più deboli o n'andavano esenti, o venendone presi guarivano con
maggiore facilità. (_Benza F. X. Relatio historica Pestis Austriam
vastantis, Viennae 1717; Kanold Joh. von den Beulen und Blasen der
in diesem fahr in Wien grassirenden Seuche 1713; Jahrhistorie der
grossen Menschen-pest von 1701 bis 1716 Vid. Annal. Uratislaviens.
Mens. Novemb. 1718; Peima J. B. de Beintema, Loimologia, sive
Historia Constitutionis pestilentis annis 1708. 9. 10. 11. 12 et
13 per Thraciam, Sarmatiam, Poloniam, Silesiam, Daciam, Hungariam,
Livoniam, Daniam, Sveciam, Saxoniamj, Austriam, variaque loca S. R.
I. grassatae, Viennae 1714; Werlosching a Parenberg Joh. Bapt. et
Loigk Ant, Loimologia, seu Historia Pestis, quae ab anno 1708 ad 1713
inclusive Transylvaniam, Hungariam, Austriam, Pragam, et Ratisbonam,
aliasque conterminas Provincias et Urbes progrediendo depopulabatur,
per epistolas ex autopsia et experientia propria medice exarata,
Styriae 1716; Brietius Phil. Annales Mundi s. Chronic. Universal.
usq. ad an. 1714; Gerbez Marc, Constitutio Epidemic. Labacensis in
Carniola an. 1713; Syden. Op. T. II.; Fuker, de Salubrit. et Morbis
Hungaricis p. 43; Gensel, Historia Pestis Hungaricae et Viennensis V.
Miscell. N. C. Cent. VI. et VII.; Hojer, Untersuchung der anstekenden
pestilenzialischen Seuche welche etliche jahre in Europa grassiret,
Gotha 1714.; Windisch, Schroeck, Moller Carol. Otton. Orvou Oktatás
miképpen kellessék e mostani Pestisses és egyebb mérges nyavalyáknak
bero hanássokban Isten segitsége àltal örizésképpen az emberneck
magârcil gondot viselni ec., Budae 1740: Boetticher Schamski, et
alii_).
Anco in Dalmazia vi fu a quest'anni la peste. Nel 1710 serpeggiò essa
nei sobborghi di Spalatro, e ne' casali circonvicini. Alle altre città,
avendone a tempo interrotta ogni comunicazione, e adottate le opportune
misure di precauzione, venne fatto di preservarsi. (_Ex Actibus Offic.
Salut. Jadrens._)
In Italia sentendosi ardere su tante parti lo struggitore contagio,
e già serpeggiando ad essa vicino, si avevano conceputi i più forti
timori; e perciò ogni paese tenevasi attentamente in guardia per
impedir il passo a questo formidabil nemico, del quale aveasi provato
tante volte la tremenda possanza, e che dal 1630 non era più comparso
nella Lombardia, e da circa mezzo secolo lasciava tranquilla ed immune
ogni altra contrada d'Italia. A questi timori aggiungeva maggiore
ansietà la tristissima circostanza, che ne' due anni, dal 1711 al
1713, l'Italia era afflitta da fierissima epizoozia, che distruggeva il
bestiame, e da copia insolita di vermi, che rodevano i grani in erba,
portandovi la carestia. Ma fortunatamente in mezzo a tanta minaccia
l'Italia ne andò illesa; ed il freddo acutissimo del 1714 estinse
intieramente la peste, sì nella Germania, e sì nelle altre provincie e
paesi già soprattocchi. (_Muratori, op. cit._)
A. dell'E. C. 1716-17. In questi anni fierissima peste spopolò la città
di Smirne nella Natolia, e le isole della Grecia sull'Arcipelago.
Specialmente Scio, Mitilene o Lesbo, e Samo vi furono crudelmente
travagliate. Il furor del contagio fece altresì a questo tempo orrendo
strazio in Costantinopoli. (_Ephemerid. Acad. Natur. Curios. Cent. VII
p. 130_).
A. dell'E. C. 1718-19 Aleppo, gran città della Soría, soggetta ad esser
visitata quasi periodicamente dalla peste, a quest'anni provò sì feroce
il contagio, che nello spazio di circa sei mesi perdette da oltre
ottanta mille de' suoi abitanti. (_Russel Alexand. the Natur. Hystory
of Aleppo p. 250. 262 Mertens I. p. 115_).
A. dell'E. C. 1720-21. Gli anni mille settecento venti e ventuno
sono celebri nella storia delle pesti per le stragi, che questa
tristissima calamità fece a Marsiglia, ad Aix, a Tolone, ed in quasi
tutta la Provenza, così pure in alcune città della Linguadocca, e nella
Guascogna.
Abbiamo gran copia d'Opere scritte sopra questa peste; nè ch'io sappia
sopra alcun'altra fu mai scritto altrettanto. Le scandalose quistioni,
e' gravi dispareri insorti fra' medici a quel tempo, verisimilmente
furono la principal cagione di tante scritture.
Ma prima giova osservare, che nel 1719 fu scarsissimo il prodotto dei
grani, del vino, e dell'olio nella Provenza, a tale che mancarono le
sussistenze nel 1720; quindi un cattivo e scarso nutrimento aveva
già predisposto alle malattie la minuta classe del popolo. A ciò
s'aggiunga, che i calori della state furono eccessivi, e piogge
continue erano succedute ai calori; e per vario tempo que' paesi
andaron soggetti al predominio di furiosi venti dall'Occidente.
Il dì 25 Maggio arrivò a Marsiglia il capitano Chateaud colla sua nave
riccamente carica per conto di alcuni negozianti di quella città.
Questa nave era partita da Seide (l'antica Sidone), il 31 Gennajo
con patente _netta_, cioè a dire con officiale dichiarazione di
Sanità, che a quel tempo non vi aveva in quella città alcun sospetto
di mal contagioso; quantunque, come si seppe dappoi, la peste allora
serpeggiasse a Seide, ed in varj altri paesi della Soria. Questo
capitano prese porto a Tripoli, dove fu obbligato fermarsi qualche
tempo per riparare il suo bastimento da alcune avarie sofferte nel
viaggio. Tripoli non è da Seide molto distante, e libere e frequenti
sono le comunicazioni fra queste due città anco in tempo di peste.
A Tripoli fece egli nuovo carico di alcune mercanzie, e fu costretto
di prendere a bordo alcuni Turchi, che sbarcar dovea in Cipro. Anco
da Tripoli gli venne rilasciata patente _netta_. Uno di que' Turchi
caricati a Tripoli si ammalò per via, e morì in pochi giorni. Due
marinaj incaricati di gittar in mare il cadavere, quantunque appena
tocco l'avessero, perchè ne fu poi commesso quel pietoso ufficio agli
altri Turchi compagni, pur ammalarono poco dopo, e in pochi dì si
morirono. Alcuni giorni appresso infermarono altri due marinaj, che
sono morti egualmente, e morì pur anco il chirurgo del bastimento, che
a tutti questi malati aveva assistito.
Tante morti quasi improvvise forte inquietarono il Capitano; il perchè
separatosi dagli altri, si ritirò sotto poppa, donde per tutto il
resto del viaggio continuò a dare i suoi ordini. Tre altri marinaj
caddero malati nel corso del viaggio, e mancando il legno di chirurgo
che gli assistesse, avvisò il Capitano di prender porto a Livorno,
dove poco dopo l'arrivo i tre malati morirono nel modo stesso, che gli
altri sovraccennati compagni. Il medico ed il chirurgo del Lazzeretto
di Livorno dichiararono in un _Certificato_, rilasciato allo stesso
capitano Chateaud, che i detti malati erano morti da una febbre
maligna pestilenziale. Il capitano, arrivato a Marsiglia, rimise il
_Certificato_ agl'Intendenti della Sanità, e depose che alcuni altri
uomini del suo equipaggio erano morti per via. Ciò avrebbe dovuto
bastare a impedirgli lo sbarco; pure gliel si permise, depositando
le mercanzie nel Lazzeretto, contro l'uso osservato altre volte
d'inviare unitamente al carico, a Jarra, isola deserta a qualche
distanza da Marsiglia, li bastimenti sospetti di peste, o che lungo
il viaggio avevano per malattia perduto alcuno dell'equipaggio. Mentre
al Lazzeretto si eseguiva lo scarico delle mercanzie, il dì 27 Maggio
ne morì un altro individuo, il cui cadavere fu portato allo stesso
Lazzeretto per essere visitato. M. Gueirard, che n'era il chirurgo
ordinario, dichiarò che non vi avea trovato nessun segnale di peste.
Questo chirurgo, uomo di sperienza, e di autorità, non sapeva però
conoscer la peste, che ai segni esterni. Il giorno 31 Maggio entraron
nel porto di Marsiglia tre altri bastimenti dagli stessi luoghi
sospetti; ed un altro bastimento approdò il dì 12 Giugno. Tutti questi
furono portatori di patente _brutta_, vale a dire, indicante che
nel luogo della loro partenza vi aveva sospetto di peste. Ciò non di
meno le loro mercanzie, egualmente che quelle del capitano Chateaud,
furono tutte rimesse al Lazzeretto pel loro discarico. Infrattanto la
malattia continuava nella nave di quel capitano. Nel dì 12 Giugno morì
il Guardiano di Sanità, che se n'era posto alla sopravveglianza. Il dì
23 detto infermò uno dei mozzi del naviglio, e contemporaneamente due
così detti bastazzi del Lazzeretto deputati allo sborro e al maneggio
delle mercanzie di quella contumacia, non che un facchino da espurgo,
messo alla contumacia del capitano Aillaud, arrivato il dì 31 Maggio,
ma che aveva preso parte nel maneggio delle mercatanzie della prima
contumacia. Essi tutti morirono rapidamente fra due o tre giorni.
Il chirurgo del Lazzeretto continuò a dichiarare che quelle erano
malattie ordinarie. Il capitano Chateaud non tardò molto ad essere la
vittima con tutta la sua famiglia della terribile malattia, che aveva
egli stesso sgraziatamente seco portata. Gl'Intendenti della Sanità,
scossi da tante morti precipitose, si determinarono finalmente di
spedire all'Isola di Jarra li quattro bastimenti per ricominciarvi la
lor contumacia, contentandosi di far chiudere li bastazzi, deputati
all'espurgo nei recinti del Lazzeretto con esso le mercanzie, e
d'interdire fra loro ogni comunicazione. Queste precauzioni non
impedirono punto che due dei detti bastazzi, posti sopra le mercanzie
del capitano Chateaud, non ammalassero il dì 5 Luglio colla comparsa di
buboni sotto le ascelle. Quantunque la malattia si mostrasse co' suoi
più manifesti segnali, il chirurgo del Lazzeretto era sciaguratamente
ostinato nel non volerla riconoscere per tale; e furioso dichiarò
che non era che un'ordinaria malattia. Infermò un altro bastazzo il
giorno appresso con un bubone all'inguine. In vista di un contagio
così evidente e palese, gl'Intendenti della Sanità incominciarono a
diffidare, ma purtroppo tardi, del sapere del loro chirurgo; e, per
assicurarsi della verità della cosa, si determinarono di fare un
consulto. Due maestri chirurghi della città furono chiamati a dar
parere sulla malattia, M. Croiset, chirurgo maggiore dell'ospital
delle galere, e M. Bouzon, che aveva fatto alcuni viaggi in Levante.
Visitarono essi i malati al Lazzeretto in compagnia del chirurgo
ordinario di quel luogo M. Gueirard, ed avendo trovato tutti i detti
malati con buboni, li dichiararono assolutamente attaccati da peste.
La morte di questi tre malati, seguita il giorno dopo, confermò il
giudizio e la relazione dei due chirurghi sovracchiamati.
Non vi voleva meno che una dichiarazione forte e deliberata dei
due sopraccennati maestri di chirurgia, e verificata col fatto, per
determinare a più severe misure gl'Intendenti della Sanità. Fecer essi
trasportar fuori del Lazzeretto le mercanzie infette, e le mandarono
all'Isola di Jarra, dove in seguito per ordine della Corte sono state
bruciate unitamente al corpo del bastimento, che le aveva contenute.
M. Gueirard, chirurgo ordinario del Lazzeretto, di cui s'è fatto
menzione, non tardò molto a pagare il fio della sua ignoranza, mentre
dopo pochi giorni cadde malato e morì. Il sacerdote del Lazzeretto,
che aveva somministrato i sacramenti ai malati, contrasse la malattia
pur egli, e perì di quella morte medesima. E qui è da notare, che sopra
gli altri quattro bastimenti sospetti, giunti a Marsiglia dalle stesse
contrade infette poco dopo l'arrivo del capitano Chateaud, non vi sono
stati nè malati nè morti durante il viaggio, nè per tutto il corso
della quarantena. Un altro enorme fallo, commesso in tal circostanza
dagl'Intendenti di Sanità, fu quello di mettere a libera pratica, dopo
soli diciannove giorni di contumacia, tutti li passeggieri di queste
contumacie sospette, e quegli stessi arrivati colla nave del capitano
Chateaud, che entrarono in libera comunicazion nella città il dì 14
Giugno, senza che fossero state prese per essi altre precauzioni, che
quella di farli passare, prima della uscita del Lazzeretto, sotto una
fumigazione un po' più forte dell'ordinaria unitamente ai loro bagagli;
giacchè era uso de' passeggieri, uscendo del Lazzeretto, che portassero
seco i loro equipaggi, e sovente anco le lor _paccottiglie_[35]. Il
perchè conviene conchiudere che si avesse una gran fede a cotesti
profumi.
Tutto ciò si passava nell'interno del Lazzeretto sotto il più grande
secreto; e nella città ignoravasi al tutto che vi fosse la peste, e
che la vi fermentasse con tanta forza. Mentre vivevasi in uno stato di
sì infausta sicurezza, la peste già penetrata nella città serpeggiava
furtivamente di casa in casa, e preparava il tristissimo fomite di
tanta sciagura, e della distruzion di quella popolazione.
Il dì 20 Giugno nella strada detta Belle Table Margherita Dauptane
cadde malata di un carbonchio al labbro. Il chirurgo della Carità, che
ne fu alla cura, fece avvertito di ciò il Magistrato; ma il chirurgo
della Sanità, inviato sopra luogo, dichiarò ch'era un carbonchio
ordinario; e la cosa finì così. Il dì 28 del mese stesso un sarto,
nominato Creps, che abitava sulla piazza del Palazzo, morì con tutta
la sua famiglia in pochi dì; e la malattia fu giudicata una febbre
maligna.
Il primo di Luglio morì nella contrada, detta l'Escale, un certo
Eigaziére con un carbonchio sul naso, e poco appresso nella stessa
contrada certa Tanouse con buboni, e dopo di essa parecchi altri
individui delle case vicine, e molti altri della stessa contrada
si morirono alla medesima guisa dopo rapido corso di malattia. I
signori medici Peyssonel, padre e figlio, il dì 9 Luglio denunziarono,
che un certo Issalene, giovanetto di circa 14 anni, si ritrovava
effettivamente attaccato da peste in una casa della piazza di Linche,
non guari distante dalle dette contrade, dove s'ebbero i primi malati.
Il giorno appresso questo giovanetto morì, e vi cadde malata sua
sorella, sarta di professione. Durante la notte, si trasportò l'uno,
e l'altra al Lazzeretto insieme con tutta quella famiglia, e tutti vi
perirono di peste in pochi dì; e se n'è fatto chiuder la casa.
Il giorno dopo la morte del giovanetto sopraindicato, cioè il dì 11
Luglio, cadde malato certo Boyal, uno dei passeggieri venuti di Levante
colla nave Chateaud, stato messo a pratica nella città il giorno
14 Giugno, come s'è detto. Il chirurgo, che lo curava, gli trovò un
bubone sotto un'ascella, e denunciò il fatto alla Sanità. Vennero tosto
apposte guardie alla porta; e il Boyal, morto lo stesso giorno, fu la
sera trasportato e seppellito al Lazzeretto dai bastazzi, che vi erano
tenuti chiusi. Si trasportarono pure al Lazzeretto tutti gli abitatori
di quella casa, che fu poi fatta chiudere; e quindi a tutti quelli, che
avevano visitato il Boyal, si ordinò di star riservati nelle proprie
abitazioni, e di usar dei profumi.
Dopo queste prime costernazioni del morbo si passarono alcuni giorni
in un'ingannevole calma. Già la gente incominciava a riaversi dei
concepiti timori di peste, ed applaudiva alle ordinate precauzioni; ed
il popolo, facile a volgersi e ad essere illuso, attribuiva le seguite
morti a tutt'altra specie di morbi. Ma il male pullulava segretamente
di mezzo a così cieca credenza, ed alle improvvide direzioni de'
Magistrati. Non tardarono molto a manifestarsi nuove insorgenze nella
medesima contrada della Scala, in quella dell'Oratorio, alla Piazza
de' Predicatori, ed in parecchi altri quartieri della città, andandone
estinte intere famiglie. Le dette famiglie prime attaccate, furono
quelle dei sarti, de' rigattieri, e d'alcuni famosi contrabbandieri.
M. Peyssonel, il padre, che serviva nell'ufficio di Medico della
Carità, e di gran pratica nell'esercizio dell'arte sua; dall'aver
osservato parecchi malati, infermati con buboni e carbonchi, che
morirono in poche ore, convinto che quel morbo realmente fosse peste,
ne avvisò il dì 18 Luglio i Magistrati. Essi invece di uniformarsi
al giudizio di quell'uomo dotto, ed esperto, nominarono per visitare
i malati altro chirurgo, il quale per ignoranza o per gelosia
dichiarò che la malattia era una febbre verminosa semplice e senza
contagio. Dopo questo fatto gli altri medici si tacquero, per non
esporsi alla stessa mortificazione ricevuta dal loro collega. Così
il contagio fece progressi spaventevoli. Qui M. Bertrand, quantunque
lontano dall'adottare le false prevenzioni del popolo, risguardanti
l'apparizione de' segni celesti, che precedono le grandi calamità,
fa menzione del seguente fenomeno. Il dì 21 Luglio essendo il cielo
coperto di nubi, minaccianti pioggia, si fece nella notte un temporale
così terribile con lampi e tuoni tanto spaventevoli, che non v'era
memoria di alcun altro simile giammai accaduto. Tutta la città ne fu in
somma angustia e spavento. Molti fulmini cadettero sopra diverse case
senza offender nessuno. Questi tuoni spaventevoli si risguardaron dal
popolo, quai segnali di terribile mortalità. A quel tempo il contagio,
superato ogni argine, si sparse rapidamente in tutti i quartieri
della città. Il giorno 23 Luglio morte quattordici persone nella sola
contrada della Scala, e cadute inferme molte altre, che morirono il
dì seguente, lo stesso parroco della contrada si recò al Magistrato
della Sanità per denunziar questi fatti. La costernazione fu somma in
tutta la città. M. Peyssonel, col chirurgo deputato dal Magistrato,
continuarono a visitare i malati, e sulle loro dichiarazioni si
continuò a farli trasportare al Lazzeretto, sempre di notte per non
ispaventare il popolo. M. Peyssonel, carico d'anni e d'acciacchi,
rimise al proprio figlio, pur esso medico, l'incarico di cotali visite.
Questo giovane non prevedendone le conseguenze, sparse il terrore in
tutta la città pubblicando che la peste era già in tutti i quartieri
di Marsiglia. Scrisse lo stesso ne' paesi confinanti; lo che diè motivo
che i vicini si mettessero in gravissima combustione, per cui restarono
intercette tutte le comunicazioni colla città. Di già il Parlamento di
Aix aveva pubblicato, in data 2 Luglio, un decreto, in forza del quale
era proibito sotto pena della vita ogni comunicazione con Marsiglia.
Appresso cominciò la carestia a farsi sentir nella città crudelmente.
Cominciava già il popolo ad ammutinarsi. Si cercò riparo, stabilendo
tre mercati, uno a due leghe da Marsiglia sulla strada d'Aubagne,
l'altro su quella d'Aix, ed il terzo a l'Estagne per le provenienze di
mare. Là i venditori, separati dai compratori col mezzo di barricate,
provvedevano alla sussistenza degli abitanti della città; ma questo
provvedimento non poteva, che in parte, supplire ai bisogni.
Il pubblico infrattanto mormorava, del non esser stati ordinati medici
di riputazione alla visita dei malati sospetti; ed ognuno instava con
parole ed ufici, perchè si passasse formalmente a darne un giudizio
deliberato sulla vera natura del male. Dietro queste pubbliche voci
e lagnanze sono stati nominati dal Magistrato quattro medici dei
più accreditati, cioè i signori Bertrand, Raymond, Audon, e Robert,
ciascuno col suo chirurgo ed un giovane pratico. Essi tra loro si
divisero la cura di tutti i malati della città. Appena visitati
alcuni malati, dichiararono al Magistrato della Sanità, non esser
più luogo a dubitare che la malattia non fosse vera peste, ed anche
la più terribile che fosse comparsa da molto tempo[36]. Importunati
dalle istanze, e dalla curiosità de' cittadini non tardarono essi a
soddisfarla, manifestando ciò, che avevano di fatto riconosciuto.
La dichiarazione di questi medici non trovò maggior credenza
nell'opinione dei Magistrati, e nel pubblico, che quella, fatta
qualche giorno prima dai dottori Peyssonel e Sicard. Il Magistrato
di Sanità, lungi dal prestar fede a relazioni sì autentiche, fece
affiggere un avviso, col quale annunciava, che quelli, che sono stati
nominati alla visita de' malati, hanno finalmente riconosciuto che la
malattia, la quale dominava, non era che una febbre maligna ordinaria,
cagionata dai cattivi alimenti e dalla mendicità. Il che pur mostrava
qualche apparenza di verità; dappoichè fino allora la malattia non
aveva attaccato, che famiglie povere, e particolarmente i ragazzi;
oltredichè, nella maggior parte de' casi, il morbo era accompagnato da
gran quantità di vermi, che i malati evacuavano sì per bocca, che per
secesso. M. Michel d'altra parte, medico del Lazzeretto, scriveva che
i malati che gli s'inviavano a quel luogo, non avevano altro male che
la noja di esser chiusi, e la lue venerea. Chi volesse giustificar il
Magistrato, potrebbe dire ancora, ch'esso fece pubblicar questo avviso
col solo oggetto di tranquillare lo spirito del popolo, e per impedire
ch'esso non si abbandonasse alla costernazione ed allo spavento.
Infrattanto, sia che non si risguardasse più il male come contagioso,
sia che tutte le infermerie del Lazzeretto fossero già occupate,
non s'avviarono più i malati a questo luogo come per l'innanzi. Il
perchè, crescendo ogni giorno più il numero de' malati e dei morti, si
aumentarono in proporzione le ragion del contagio. Coll'accrescersi
i bisogni pubblici, e l'urgenza di provvedere a tanti malati, ed al
seppellimento di sì gran numero di morti, s'accrebbero in proporzione
l'imbarazzo, e la confusione de' Magistrati, i disordini e lo spavento
fra la popolazione.
La truppa, chiusa nella cittadella, mancandole sussistenza e sussidj,
minacciava la città, chiedendone provvedimento. Ciò accresceva le
angustie nella carestia di tutte le cose, delle quali si abbisognava.
Il corpo delle galere stazionando allora a Marsiglia, nuovo grave
imbarazzo per quelli, ch'erano al governo della città, sarebbe stato
il provvedere anche ai bisogni di questo numeroso corpo, contando
allora più di diecimila persone; ma gli officiali comandanti si
condussero con mirabil saggezza, a tale, che formava sorprendente
contrasto con l'imprudenza degli officiali municipali. Ai primi
sentori di peste nella città fecer quelli tirar al largo le galere,
spedirono uno dei loro medici, ed un chirurgo a visitar malati nella
città, onde assicurarsi della vera natura del morbo regnante, e così
liberarsi da ogni e qualunque incertezza. A M. Perrin, medico, ed a
M. Croizet, chirurgo, fu imposto di eseguire sì fatta commissione.
La eseguirono essi il dì primo Agosto, e nella lor relazione,
indirizzata al Comandante delle galere, dichiararono: che _la malattia
era pestilenziale, contagiosissima; e ch'era necessario usare le più
grandi precauzioni per prevenirne le conseguenze_. Assicurati della
verità del fatto, gli officiali delle galere presero tosto le opportune
precauzioni, fecero ritirare i loro bastimenti al largo dalla parte
dell'arsenale, e con una palizzata li separarono dal resto del porto;
rendettero isolati nell'arsenale tutti gli equipaggi, mettendo barriere
a tutte le uscite, come se fosse una città assediata; deputarono
alcune tartane a trasportar giornalmente da Tolone, e dal porto di Bouc
legne, carbone, farina, carne, vino, e tutte le cose necessarie alla
vita, che alcuni provveditori, nominati dai comandanti, avevano cura
di opportunamente allestire. Di tal modo trovavansi sopra le galere,
e nell'arsenale, ed a modico prezzo tutti i generi di vittuaria, de'
quali aveasi bisogno, mentre che, ad onta d'una spesa immensa, riusciva
difficile, od impossibile alla città il fornirsi delle cose occorrenti.
Ciò non pertanto, le comunicazioni fra la città e le galere erano state
libere fino allora, ed era ben difficile che qualcuno dell'equipaggio
non avesse già contratta l'infezione, o qualche morboso seme non vi
fosse stato trasportato per entro ai navigli con altro mezzo. E di
fatti, la peste si manifestò nella galera _la Gloria_. Due forzati
caddero malati, uno il 31 Luglio, l'altro il dì primo Agosto. Quindi il
male si sparse insensibilmente fra le ciurme, attaccò gli equipaggi, e
finalmente si diffuse anche tra le famiglie rinchiuse nell'arsenale.
I periodi della maggior mortalità della malattia nelle galere e
nell'arsenale seguirono dappresso quelli della città, non così però
riguardo alla loro rapidità, e violenza; ed è ben lungi che abbia fatte
le medesime stragi, nè durato tanto. Nel Settembre la malattia a bordo
delle galere e nell'arsenale fu nel suo forte, e ne' mesi seguenti
andò sempre più declinando. Il maggior numero dei malati fu dai 25 ai
30 al giorno, ed alla metà dì settembre il numero dei morti giunse al
più a 17 in un giorno. In Agosto morirono 170 persone, in Settembre
286, in Ottobre 189, in Novembre 89, in Dicembre 37: in tutto 771. Ne'
mesi di Gennajo, e Febbrajo non vi ebbero che 7 od 8 morti. In Marzo la
malattia cessò intieramente sulle galere. Per merito delle precauzioni
usate, e delle sagge misure opportunamente prese, e forse anco in forza
della situazione, e delle diverse circostanze de' luoghi la malattia
non fece grandi progressi sopra la detta flottiglia, e nell'arsenale.
Di 10,000 persone non ne caddero malate che da 1300; e di queste, 782
soltanto ne sono morte, come ho già detto di sopra.
Nella città tutto era disordine, e confusione. Erasi trascurato
di regolar per tempo le cose, e porsi opportunamente in difesa.
Gl'inconvenienti, e gli errori si tenevan dietro l'un l'altro, e
crescevano in proporzion della gravità del pericolo, dell'urgenza
de' bisogni, e dello spavento. Di molti consigli venivano sposti ai
Magistrati, ma essi non sapevano più a qual partito appigliarsi.
L'ultima opinione era d'ordinario quella, che prevaleva sopra
i suggerimenti più saggi. In fine venne accolta avidamente la
proposizione di certo medico, che fu M. Sicard; il quale, avendo
letto, che Ippocrate, quando la peste desolava l'Attica, aveva fatto
accender de' fuochi per le strade di Atene a purificarne l'aria, aveva
pur consigliato di accendere i fuochi a cinque ore della sera per tre
giorni seguitamente dinanzi ad ogni casa, e sulle piazze pubbliche,
e di bruciare dello zolfo negli appartamenti per spurgarne le
suppelletili, e vestimenti. Ciò si eseguì, e l'atmosfera per tre giorni
continui fu coperta da un fumo nero ed ardente, che avendo aumentato il
calor naturale della stagione, e del clima, parve conferir al contagio
nuovo alimento, e vigore. In fatti allora il veleno pestilenziale si
spiegò con tal violenza, che giunse a spaventare anco i più intrepidi;
e vide il pubblico con suo rammarico consumata inutilmente una sì
grande quantità di legne, donde teneva doverne averne gran disagio in
appresso. Gli abitanti disertarono le loro case, e i più timorosi già
s'eran giovati della libertà delle comunicazioni, andatisi a rifugiare
in altre città, e in altre provincie. Quelli poi, che guidati da una
cieca prevenzione, fin allora erano stati increduli, quando furono
deliberati di partire, ne trovaron chiuse tutte le uscite, e guardate
tutte le strade; sicchè furon costretti, o di ritirarsi alla campagna,
o di rinchiudersi nelle proprie case. Ciascuno era divenuto sollecito
di approvvigionarsi di viveri, e di trasportar fuori della città le
proprie masserizie. I mezzi di trasporto, quantunque in gran numero,
non bastavano a soddisfare la smaniosa sollecitudine di quelli, che
colti da timore fuggir volevano dalla città. Le genti del popolo, che
non avevano case di campagna, andarono a ricoverarsi sotto tende nella
pianura di s. Michele, altri sulle rive del Veaune, e lungo i ruscelli,
che bagnano il territorio, altri su i bastioni, altri salirono sulle
vicine colline, altri finalmente cercarono asilo fra le rupi, e nelle
caverne. Le genti di mare s'imbarcarono colle loro famiglie sulle
navi, sopra barche, ed anche entro a piccioli battelli, tenendosi
al largo dalla riva, presentando così lo spettacolo di una città
galleggiante. Le religioni uscirono de' lor monasteri, e seguirono
nella fuga i lor parenti, od amici. Gli ufficiali della giustizia,
quelli dei municipj, i direttori degli spedali, in somma quasi tutti
gli impiegati cercaron fuori della città un rifugio contro la peste;
ma sventuratamente questi infelici fuggiaschi portavan già seco nella
lor fuga il fatal seme del rio morbo, che poscia doveva ucciderli.
I membri, come diconsi, del Magistrato Sanitario stettero fermi al
loro posto, e fra gli ecclesiastici restarono nella città i parochi,
ed i vicarj. Questi uomini rispettabili, animati dall'esempio del lor
capo, e venerando vescovo monsignor Belzunce, usarono al pari di esso
d'un coraggio veramente eroico, e una carità maggior di ogni elogio. È
difficile portare queste virtù a cotanto alto grado, come le portò in
quella terribile congiuntura il sullodato monsignore Belzunce. Appena
si dichiarò che sussisteva la peste nella contrada della Scala, come
s'è soprattocco, egli chiamò a se i parrochi ed i superiori delle
comunità. Animato da quell'ardente zelo che le circostanze rendevano sì
necessario e sì grave, non durò gran fatica ad ispirarlo nel cuore dei
suoi cooperatori. Prescrisse loro la maniera di condursi in quei tempi
di calamità; e qual novello s. Carlo per tutto quel tempo, che durò il
contagio, si vide per tutto, dove la salute del popolo richiedeva la
sua presenza.
L'ospital civile, che conteneva gl'infermi di altre malattie ordinarie,
venne chiuso per lo timore, che, accogliendo nuovi malati, non vi
s'introducesse la peste.
Il Governatore comprese ben tosto la necessità di stabilire degli
altri spedali. Si elesse a quest'uopo l'edificio della Carità, luogo
il più adatto per la sua situazione, e disposizione interna, e per la
sua vastità. Il Governatore n'aveva anche per assoluto ordinato lo
sgombramento, e l'istituzione di questo nuovo spedale; ma bisognava
darne incomodo ai religiosi, che lo occupavano, perciò la cosa trovò
qualche obbietto, e il piano non si eseguì. Passarono ancora otto
giorni prima di deliberar per trovare altro luogo; ed intanto i malati
s'accumularono da per tutto, e ben tosto si appalesò quella confusione,
e quel disordine, la cui sola ricordanza ancora fa inorridire. Si
deliberò finalmente di formar uno spedale nel luogo dei Convalescenti,
appartenente all'Hôtel-Dieu; ma ben presto si riconobbe che pur esso
era troppo angusto; mentre ne fu riempiuto in men di due giorni. E
siccome i malati vi accorrevano in folla, così fu forza collocargli,
misti coi buoi e cavalli, in una grande stalla, vicina al succennato
spedale.
Due medici offrirono spontanei l'opera loro per li bisogni del detto
spedale. Accettata l'offerta, essi vi restarono chiusi. In quella
cura vi adoperarono reiterate cacciate di sangue, ed i purgativi; ma
questo metodo riuscì manifestamente dannoso: perchè la mortalità vi fu
estrema. Dopo alcuni giorni tutti due questi medici furono attaccati
dal contagio, ed in poche ore ne morirono pur essi.
Il Magistrato di Sanità non lasciò di pubblicare parecchie ordinazioni,
dalle quali si prometteva trar buon partito per la salute pubblica.
Una d'esse fu quella di far uscire della città tutti i vagabondi, e'
mendicanti forestieri. La storia però non riferisce che a quest'ordine
siasi dato esecuzione. In fatti dove mandargli? Quale asilo poteva
trovare cotesta classe d'individui, che già pericolosi per la lor
professione, lo diventavano ancora più, essendo cacciati fuori da una
città appestata? Altre ordinazioni risguardarono gli oggetti annonarj,
e la polizia delle strade. D'ordine dello stesso Magistrato si levarono
quattro compagnie di soldati, che divisi in parecchi corpi, furono
disposti fra i quattro quartieri, dove era più urgente il bisogno,
sotto gli ordini di un commissario di Sanità. Questo commissario era
incaricato di distribuire pane ai poveri del quartiere, di sporre lo
stato de' malati nelle respettive famiglie del proprio quartiere, e di
sorvegliare, perchè fosser curati, ed assistiti col minor pericolo, che
si potesse, delle persone rimaste sane. Ma queste sagge disposizioni
non furono eseguite, dappoichè esigevan esse quella certa calma e
quella tale regolar vigilanza, che difficilmente si può conservare in
mezzo agli orrori di sì terribili giornate, in cui ognuno vedeva la
falce di morte già vibrare il colpo sul proprio capo. In pochi dì si
diffuse l'infezione per tutte le contrade di Marsiglia. Le notti erano
troppo brevi da poter trasportare tutti i cadaveri; quindi fu forza
farne il trasporto anche di giorno, appalesando così al pubblico le
immense perdite che andava facendo: il che fin allora con somma cura
s'era cercato di occultare. I vagabondi e' girovaghi, che per avventura
non aveano obbedito all'ordine, che li cacciava della città, furono
obbligati a servir da becchini, e a levar i cadaveri, che giacevano
ammucchiati nelle case. D'ordinario costoro gli strascinavano per li
piedi giù dalle scale; o li gittavano dalle finestre, rotolandoli
poi per le strade. Lo strepito delle carrette mortuarie, misto al
fremito, che cagionava il rotolamento dei cadaveri, metteva un orribile
spavento negli animi; ed ai sani, non che ai malati, faceva gelar
il cuore di raccapriccio. Tutte le botteghe erano chiuse; chiuse le
chiese, i tribunali di giustizia, e tutti i luoghi pubblici; era
interdetto il commercio, sospeso ogni lavoro, e le aziende degli
uffizj ecclesiastici, e civili. Un funebre lutto copriva la città;
un cupo melanconico silenzio da per tutto regnava, e su tutti. Ogni
legame di amicizia e di parentela era sciolto. I parenti schivavano di
vedersi l'un l'altro; si fuggivan gli amici tra loro, e si temevano i
vicini. Ognuno sembrava formare una società a parte, ed avrebbe voluto
ciascuno, se fosse stato possibile, riservare a se solo l'aria, che
respirava. Mancavan le cose più necessarie alla vita, e gli alimenti
non si prendevano, che con ispavento, e colla più grande circospezione.
L'ospitale traboccava di morti, e di moribondi, le strade seminate
di malati, e di agonizzanti, i bastioni delle mura coperti di tende,
ricoverandovi i più presso a mancare. Nella faccia d'ognuno leggevansi
lo spavento, e il terrore; e quella angosciosa sollecitudine di
garantirsi con ogni più possibile mezzo da sì tremendo malore, che
tien l'animo in un continuo tremito di desolazione e d'ambascia, e
che ben predispone alla malattia. Ogni giorno sentivasi la perdita di
più amici e parenti, nè più si osava di chieder conto delle persone
più care. I movimenti della natura, e le voci dell'amicizia erano
repressi alla vista spaventevole e continua di una vicina morte. I
padri, e le madri si defraudavano della dolce consolazione di vedere
i loro figli, i figli abbandonavano i languenti lor genitori, il
fratello la moribonda sorella, e stupido e muto restava in loro ogni
sentimento della natura. L'opulenza la più doviziosa non bastava a
procurare i soccorsi anche de' più comuni. Il ricco in mezzo al suo
oro mancava, al pari del povero, di tutto, e l'un e l'altro languiva
nell'abbandono e nella miseria. Queste catastrofi di orrore e di
desolazione incominciarono nell'Agosto, e si fecero in seguito sempre
più spaventevoli e orrende; che appunto circa il primo di Agosto
arrivarono a Marsiglia due medici da Montpellier, il Chicoaneau e il
Verny, inviativi dalla Corte Sovrana per recarne un definitivo giudizio
sulla natura della malattia, e suggerire i necessarj soccorsi. Chi 'l
crederebbe! Questi due professori medici, che per la loro riputazione
s'erano meritati un sì onorevol favore della sovrana confidenza, preser
pur essi un grossolano errore sulla natura del male, quantunque fosse
omai arrivato ad un punto da escludere ogni dubbio ed ogni incertezza
anco fra le persone, che non fosser dell'arte. Essi nol ravvisarono per
peste; ma dichiararono che «quel morbo, il quale metteva pure cotante
stragi e scompigli, non era che una febbre maligna, cagionata dalla
corruzione e dai cattivi alimenti». Ignoranza tanto funesta, quanto più
si aveva del lor sapere la maggior confidenza! Ciò non pertanto cotesti
signori medici stimarono prudente consiglio di non trattenersi molto in
Marsiglia; perchè dopo dieci giorni se ne partirono dalla città carichi
di onori e di regali, ritirandosi ad Aix.
Il giorno dopo la loro partenza sulla relazione da essi indirizzata
al Governatore della città, ed al Magistrato di Salute, si è creduto
dover pubblicare un avviso, col quale si avvertiva il popolo che «la
malattia, che regnava nella città, non era pestilenziale, ma solamente
una febbre maligna contagiosa, della quale si sperava di poter in
breve arrestare i progressi». Questo avviso riassicurò il popolo,
il quale da quel momento incominciò a rallentare le precauzioni, e a
comunicare più liberamente[37]. Monsignor lo vescovo ed i magistrati
furon costretti di cedere alle istanze e alle sollecitudini del popolo,
permettendo che si facesse la solita processione di s. Rocco, la cui
protezione in quella calamità si rendeva tanto più necessaria. Intanto
la peste, a guisa di rapido torrente, che superato ogni argine, che lo
intrattiene, tutto invade e distrugge, circa la fine di Agosto di sì
fatta guisa s'era accresciuta e diffusa, che uccise in pochi dì immenso
numero di persone, giovani e vecchi, deboli e forti, poveri e ricchi
indistintamente, riempiendo tutta la città di disperazione e di pianto.
Nel mese di Settembre la mortalità colse fino a mille persone al
giorno. E qui come descriver gli orrori di quelle tristissime e
terribili giornate! Quale spettacolo presentava Marsiglia! Quella
città sì ricca, sì fiorente, sì popolata pochi mesi prima, era
divenuta squallida e deserta, e rimasta in preda alla desolazione,
al pianto, all'indigenza, alla morte. Nelle case le più delle porte e
delle finestre erano chiuse, il lastrico delle strade da una parte e
dall'altra tutto coperto di malati e di moribondi, parte distesi in
sul nudo terreno, parte sopra materassi ma tutti senza soccorso di
sorta. In mezzo alle strade e sulle piazze pubbliche non si vedevano
che cadaveri mezzo putrefatti, logori cenci, e masserizie miste col
fango, e carrette cariche di morti, parte strascinate dai forzati, e
parte abbandonate, perchè non vi aveva chi le conducesse. La strada
Delfina in ispezieltà offeriva uno spettacolo spaventevole e orrendo.
Dessa era quella, che conduceva all'ospitale. Tra gli appestati,
rimasti soli nelle lor case, e per conseguente privi di ogni sussidio e
d'ogni assistenza, i poveri, i quali mancavano di tutto, tentavano ogni
mezzo, e, dirò così, facevano gli ultimi sforzi per giugnere fino a
quell'asilo, dove speravano trovar ajuto e ricovero; ma sovente venivan
meno ad essi le forze prima di giungervi, o, come v'erano giunti, non
vi trovavano luogo, perchè tutti i posti v'erano già occupati; quindi
dovendo essi tornar indietro, e isforzandosi di ricoverarsi ancora,
donde eran partiti, mancando loro ogni lena, cadevano sfiniti a terra,
e tra poco pur colà si morivano. Altri, corrucciati da ardentissima
sete, appressavansi ai ruscelli, scorrenti di mezzo alla strada, per
bagnarsi la lingua e le labbra, fatte aride per l'ardore del male, e,
coricatisi appena, esalavano così in mezzo all'acque l'ultimo fiato.
Ma perchè non mancasse alla desolazion di Marsiglia nessuno di quegli
orrori, onde fu percossa Gerusalemme, pur là donne si videro spirare
coi lor bambini, attaccati ancora alla mammella. Quella strada, che
ivi corre cento ottanta tese di lunghezza sopra cinque di larghezza,
era tutta così affollata di malati, e ingombra di morti, che non vi
si poteva muover passo, che non ne fossero calpestati. Chi varrebbe
mai a ricordare e descrivere appieno tutti i patimenti e languori di
tanti malati? Alcuni furono, ai quali, morti tutti i loro congiunti,
ed amici, rimasti soli in casa senz'alcun ajuto e soccorso, la vita
medesima era restata a più grave stento, e sciagura. Nè potendo più
reggere, nè intrattenersi in que' luoghi, dove tutto ad essi le funeste
perdite ricordava; quindi abbandonavan la propria casa per riporsi di
mezzo alle strade: parecchi arrestavansi in sulla porta, ritenutivi
dalla debolezza, o dalla vergogna di mostrarsi in pubblico, ridotti a
cotanto estrema miseria. Quivi i più finivano angosciosamente la vita.
Altra specie di malati, la cui condizione era misera ben più d'assai,
vedevasi pur sulle strade. Era questa formata di que' fanciulli, i
quali dagl'inumani lor genitori, in cui lo spavento del male aveva
soffocato ogni sentimento della natura, erano messi fuor dalla porta
delle loro case, con postogli indosso uno sdruscito panno, ed una
scodella in mano: cosa inverisimile, ma vera, venendone confermata
dal celebre storico M. Bertrand, che fu di tutta questa pestilenza
testimonio oculare. Que' fanciulli infelici con sì tristo corredo
si trascinavano essi medesimi, quanto più potevan, lontano. Alcuni,
dopo fatto qualche passo, cadendo, morivano, ai primi sforzi; altri
si fermavano al sentirsi venir meno le forze, rialzandosi poscia, e
così a più riprese giungevano al luogo ad essi proposto. La più parte
credevasi felice, quando dato l'era di potersi allogare in sui gradini
di qualche porta, sopra una panca o di legno, o di pietra, sopra la
balconata di una bottega, o dietro qualunque riparo, che lor si fosse
offerto, formandone quivi suo letto. In questo mezzo, ahi crudeltà,
si contrastava loro anche sì fatto asilo. Ognuno naturalmente temeva
dell'avvicinamento di un appestato e ognuno cercava di allontanarlo
dalla propria casa. A questo fine di tratto in tratto si gittava
dell'acqua sulla strada, e su i limitari delle porte; altri ne lordavan
le soglie, e' gradini con feccia di vino, perchè i malati non vi si
adagiassero. Per tal modo cotesti infelici, cacciati da tutti, e da
ogni luogo rispinti, trascinavano, a grave stento, il resto di una
moribonda esistenza in sulle piazze pubbliche le più vicine, dove
speravano di poter più liberamente morire.
Sopra queste pubbliche piazze appunto era orribile cosa il vedere da
dugento a trecento di questi miseri, abbandonati a tutto il rigore di
una violentissima malattia, il patir de' quali diventava più atroce per
la mancanza de' comodi necessarj, e per la privazione di ogni ajuto, e
d'ogni assistenza. Ad un solo sguardo vedevasi la morte, su cento volti
e cento, differentemente dipinta, a tristi e diversi colori e segnali.
Uno aveva il viso pallido e cadaverico, l'altro rosso ed infiammato;
a chi erasi fatto livido, e pavonazzo; a tale altro di color quasi
violetto; e cento altre specie di tinta, che tutti gli sfigurava.
Alcuni avevano gli occhi mezzo spenti, altri ben troppo vivi ed accesi;
quindi languidi gli sguardi di quelli e tristi, di questi erano forti,
e truci eziandio irregolarmente: tutti però si mostravano all'aspetto
pieni di turbamento, e di spavento, a tale da rendere sconosciute e
ignote le lor fattezze. Chi giacea coricato; chi se ne stava mutolo,
e quasi come stupido; chi preso da delirio non cessava di parlare; chi
rimaneasi immobile, e chi si dimenava smanioso e irrequieto, per modo,
che la piazza non aveva abbastanza di spazio per dare sfogo all'acerba
loro inquietudine. E siccome la peste assume i sintomi di tutte le
altre malattie; così sentivasi ogni sorta di lamenti per le differenti
specie di dolori e di mali: que' della testa erano acutissimi, e così
di tutte altre parti del corpo; vomiti fieri e soffocanti, stiramenti
di ventre corrodenti, carbonchi, che abbruciavano; in somma tutto era
un cumulo, raggruppato d'ogni spezie di morbi, che diventavano più
violenti, e crudeli per cagione del freddo, che gl'infermi prendevano
nel corso della notte, riconosciutosi che la traspirazione dava più
riposo e più sollievo ai malati, che tutti gli altri rimedi.
Entrando poi nell'Ospitale, quale tristo spettacolo, e spaventoso!
quale scena di turbamento e di affanno schiudevasi al guardo renduto
immobile per raccapriccio! Vedeansi per ogni dove affollati gl'infermi
e i moribondi, parte distesi sul nudo terreno, parte in sulle panche
di pietra, frammischiati e confusi senza distinzione di sorta.
Ogni angolo, ed ogni sito n'era occupato. Quelli, che giacevano men
disagiati, non altro s'avevano che un pagliariccio, senza lenzuola,
e senza coperte, tranne que' pochi, che occupavan le sale; gli
altri tutti eran privi di comodi, e d'ogni assistenza, abbandonati
a' sergenti, e a' famigli duri e crudeli, che non s'eran preso quel
carico, pur periglioso, se non per poter più liberamente ladroneggiare,
e rapire. La maggior parte di que' malati avevano portato seco tutto
il denaro e le cose preziose, che possedevano, quasi come in luogo
di sicurezza; e mentre sentivansi avvicinar l'ultima ora, accresceva
ad essi l'acerba doglia il prevedere, che sarebbero stati ben presto
spogliati di tutto, e tolta con essi ogni speranza de' loro eredi; il
che pur troppo conoscevasi fare agli altri, che lor morivan daccanto.
Oltre di che, in quello spedale aveavi sempre gran numero di cadaveri
ammonticchiati; e questo era non meno orribile a vedere, che pericoloso
a sentire per lo fetor, che esalavano.
Fra tante miserie poi non v'era cosa, che movesse più a compassione,
quanto quegli sventurati fanciulli, che, rimasti orfani e soli, o
si restavano abbandonati entro alle case, o erranti andavano per le
strade, e faceano risonar l'aria delle lor grida, e dei loro lamenti.
Nè v'era alcuno che avesse cuore di dar loro asilo, sì per lo timore
di contrarre l'infezione, e sì per la necessità di dover poi con essi
dividere le poche sussistenze, che lor restavano per il suo proprio
sostentamento. Allora di pubblico ordine si fecero trasportare questi
miseri orfanelli all'ospitale di s. Giacomo di Galizia. Il loro numero
era di 1200 verso la fine di Agosto, ed in seguito oltrepassò i due
mille. Quale calamità! qual orrore! Per formarsene in qualche modo
un'idea basta il dire, che di due a tremila fanciulli ivi ricoverati
non ne sfuggirono alla morte, che soli cento; e che l'economo dello
spedale, incaricato di averne cura, poi convinto di enormi delitti,
venne appiccato pochi mesi appresso. Fra questi fanciulli ve n'ebbe
parecchi, a' quali per la morte de' loro parenti apparteneva il diritto
di grandi fortune, ma, rimasti confusi in mezzo a tanto disordine, non
si potè più effettuare la cosa.
Fra gli spettacoli lagrimevoli di questa atroce calamità era ben
compassionevole quello di una intera famiglia, colpita dal contagio
ad un medesimo tempo! Tra' suoi individui, uno abbruciato dagli ardori
della febbre, dimandava acqua od altra bevanda, che 'l refrigerasse, e
non v'era alcuno, che potesse dargliela; un altro agitato da mortali
inquietudini, mandava profondi sospiri e lamenti; e chi n'era tra
lor meno inquieto, dimandava inutilmente i soccorsi della chiesa,
vedendosi spirar dallato i figli, i fratelli, le sorelle, la moglie,
senza che l'uno potesse l'altro soccorrere. Là un giovanetto, vicino
a morire, confortava alla pazienza il dolente genitore; qui il padre
riteneva a forza le lagrime per non estinguere affatto il coraggio
nel languente figliuolo. D'altra parte era agonizzante la madre,
che non aveva altro conforto, che grida e pianto dei figli, e delle
persone ad essa più care, e che con la morte sulle labbra esortava
ciascuno di non avvicinarsele. Uno che dopo aversi veduto morire tre,
quattro, o cinque individui della propria famiglia l'un dopo l'altro,
oppresso dall'afflizione, estenuato dalle veglie, e dagli stenti,
agitato dallo spavento, prevedendo inevitabile ed imminente una egual
sorte, cadeva in istato di avvilimento, e di abbandono, e periva
d'inedia, e di debolezza. Finalmente vi aveva chi diveniva stupido,
e demente per l'estrema afflizione; chi, mancando di confidenza in
Dio, si abbandonava alla disperazione, e davasi la morte; e chi ad
un'ora oppresso dal proprio male, dalla tristezza per quello degli
altri, dall'acerbo cordoglio per la privazione di ogni soccorso, e per
l'impossibilità di sovvenire quelli, che amava, vedendoseli cadere a
canto, preda di morte, mettevasi in così disperato e crudele affanno,
della morte peggiore d'assai. Il colmo dell'orrore era quello di
vedere parecchi cadaveri in una stanza, ove era ancora taluno di questi
infelici malati, in preda a tutta l'acerbità di un'immenso dolore.
Assai più d'afflizione e tristezza era per li superstiti di queste
sventurate famiglie la necessità di sgomberarle dei cadaveri, e
trasportargli in sulle strade, di quello che non fossero state le pene
provate nel corso della malattia. Comunque cara ci sia una persona,
da che ella è morta, non se ne può reggere più alla sua vista. Non ci
avviciniamo che con orrore ad un cadavere, e ancora più a quello di
un appestato. Era inutile lo aspettare che alcuno per carità o per
interesse volesse incaricarsi di così fatto trasporto. Quando s'era
tenuto in casa un cadavere uno o due giorni, e' conveniva alla fine
farsi una crudele violenza, e a proprio malgrado forzar la natura a
rendergli ancora questo ultimo uficio. Quindi v'era forzato prestarlo
il padre al figliuolo, il figliuolo al padre, la madre alle figliuole,
ed esse reciprocamente alla madre. Alcuni li portavano, altri li
trascinavano; e quelli, che non potevano fare ne l'un, nè l'altro, li
gittavano dalle finestre. Crudele estremo, che rinnovava il dolore, e
tutta l'acerba angoscia di una perdita, che non s'era ancora cessato
di piangere! Che se finalmente si trovava un qualcheduno, che avesse
voluto assumersi l'incarico di levare un morto e trasportarlo o sulla
strada, o su d'alcuna pubblica piazza, costui esigeva una somma sì
straordinaria, che assai poche famiglie erano in istato di poterla
pagare. Chi 'l crederebbe! In mezzo a tanti orrori, così proprj ad
ammorzar le passioni, di que' tristi e terribili giorni pur si vider
passare al più alto lor grado la dissolutezza, e l'avarizia. La prima
risvegliata dalle frequenti occasioni, ed esaltata dall'effervescenza
del contagio venne a tali eccessi da far vergogna all'umanità; l'altra,
non mai sazia, videsi inventar mille spezie di delitti per isbramar sua
ingorda inestinguibile sete.
Che se trista e desolante era la vista de' malati, e de' moribondi,
più spaventevole ed orrenda era quella de' cadaveri insepolti, de'
quali le strade, e le piazze eran tutte coperte in guisa che appena
trovar potevasi, dove por piede senza passarvi di sopra; che anzi per
transitare in alcuni siti conveniva camminar su i cadaveri. Stavano
essi ammonticchiati in sulle pubbliche piazze, e presso le porte delle
chiese; e più di mille corpi insepolti v'erano sempre nella spianata,
detta la Torretta, ch'è fra la cattedrale, ed il forte di s. Giovanni,
contrada abitata dalle genti di mare, e dal minuto popolo. La piazza
stessa della Corte n'era ripiena; sicchè quel luogo di delizie,
ove le persone solevano andarvi a diporto, era divenuto un luogo di
orrore, assai proprio a far riconoscere dalle mondane vanità la vera
virtù. Tutte le fosse, dove seppellivansi i cadaveri, eran già piene,
nè vi aveva più chi ne scavasse di nuove. Mancavano i beccamorti,
e que' pochi, che vi restavano, esercitavano un infame mercimonio,
trasportando que' soli morti, i cui parenti erano in istato di pagarli
generosamente. Altri cadaveri, passati già alla corruzione, non era
più nè agevole nè opportuno il trasportarli. L'aspetto loro era di vero
il più terribile e spaventoso a que' miseri infermi, che vi languivan
daccanto. Altri eran nudi affatto, altri ravviluppati in un lenzuolo, o
tra' cenci; altri vestiti ancora de' proprj vestimenti, e questi eran
quelli, che furon colti da morte improvvisa, o sommamente affrettata.
Altri v'erano quasi come imballati ne' lor materassi; altri legati
su quella tavola, che servì a trasportargli; ed altri, pochissimi,
chiusi dentro alle barre. Soprattutto v'era quantità di piccioli
fanciulli di ogni età, e d'ogni sesso; che d'essi ne sopravvisser ben
pochi. Osservarono i medici, che la lor malattia era stata sempre la
più violenta. Alcuni dei morti vedevansi o seduti, o appoggiati in
sul gomito, ed in tutte altre attitudini, e questi eran quelli, che
si morivano sulle vie, e che restavano in quell'atteggiamento, nel
quale la morte gli aveva colti. Fra cotanti, sparsi d'in su le strade,
ve n'eran molti sì orribili a vedere, e così diformati, che in lor
non mostravasi più lineamento, non che fattezze di umana creatura.
Così fatta, e cotanto funesta malattia fa di cotali impressioni e sì
forti, che l'effetto loro sussiste anche dopo la morte, come se essa
continuasse la sua violenza anco su i cadaveri. I morti di quella
corromponsi più presto d'ogni altro, e dopo dieci o dodici ore esalano
un fetore insofferibile. Quale dunque non doveva esser quello di
tanti corpi, de' quali parecchi si giacevano insepolti da dieci o
dodici giorni, così fracidi, e corrotti, che a pezzi colavan loro le
carni, ed il sangue spandevasi per le strade, misto a tutte le altre
immondezze? Qui narra lo storico di aver veduto in una pubblica piazza
confuso cogli altri il cadavere della più bella donna, che fosse in
Marsiglia. Ma i corpi a veder più orribili fur que' di coloro, che
nell'accesso di frenesia gittati s'erano dalle finestre. Chi aveva la
testa fracassata, chi squarciato il ventre, chi il corpo schiacciato;
e somiglianti orridezze. Un numero infinito di cani affamati, vaganti
per l'abbandono, o per la morte de' loro padroni, s'avventavano sopra
i cadaveri, e se gli divoravano. Le fetide e micidiali esalazioni,
che si sollevavano da tanti corpi infraciditi, ammorbavano l'aria,
e diffondevano da per tutto la mortal contagione. E di vero penetrò
essa a quel tempo ne' luoghi, che fin allora rimasti n'erano illesi;
dappoichè i monasteri di più severa clausura ne furon tocchi, e si
apprese eziandio alle case le meglio custodite e chiuse; talchè si
credette, che non avesse più alcuno a restar sano, e che tutta la città
diventar dovesse un cimitero.
Infrattanto alla voce, che i cani potevano soggiacere all'infezione, e
comunicarla essi pure, fu tosto lor mossa guerra crudele, cacciandoli
da tutte parti, e ben presto se ne uccise un sì gran numero, che in
pochi dì le strade ne furon piene, gittatane in mare non picciola
quantità. Respinta essa ben presto dal reflusso dell'onde, se ne rimase
a imputridir sulle rive. Quindi mentre la corruzione di tanti corpi,
esaltata, dirò così, dagli ardori del sole, e la quantità de' cenci, e
delle immondezze di ogni sorte, che gittate dalle finestre ingombravan
le strade, venivano a sollevare nell'aria vieppiù insofferibili, e
funeste esalazioni; niente meno dannosi e molesti renduti s'erano i
neri vapori, che s'innalzavano dal continovo bruciare, in sulle strade,
dei letti, vestiti, equipaggi, e d'ogni altra sorta di masserizie,
usatesi dagli appestati; dappoichè dallo spavento tenevasi per fermo
non potersi nessuna cosa purgare interamente, se non col fuoco: quindi
n'andò distrutta un'immensa quantità di stoviglie, e di mobili, ricchi
e preziosi.
Ecco lo stato a cui fu ridotta Marsiglia, quando la peste vi
s'attrovava nel forte. Cotale stato durò sino alla fine incirca del
Settembre. Che se taluno fosse tentato di credere esagerata questa
mia storia, potrà convincersi che stia la cosa altramente, ed anche
minor del vero il mio dire, facendosi a leggere la viva, ed elegante
narrazione, che d'essa ne scrisse il sullodato vescovo monsignor
Belsunce nel suo _Mandament_, pubblicato il dì 22 Ottobre 1720[38].
Lo zelo magnanimo di questo illustre prelato non venne mai meno,
per quanto in sua fierezza e nelle stragi si fosse accresciuto quel
morbo, e per quanto più grave ne fosse divenuto il pericolo. Egli
percorreva le strade tutte e le piazze continuamente, marciando tra
i vivi e tra' morti[39], lasciando per tutto manifesti segni della
sua carità, per modo che dalla Francia anche all'Inghilterra passò
la fama di sua virtù, a tale da meritarsi, che il Pope medesimo,
quell'insigne filosofo, e poeta, nel suo _Saggio sull'Uomo_ facesse
l'elogio di lui[40]. Tutti gli ecclesiastici, che lo accompagnarono,
l'un dopo l'altro periron anch'essi, mortigli ancora tutti i suoi
famigliari. Tra' ministri della religione, datisi in quella terribile
circostanza all'assistenza degli ammalati, vi furon parecchi, i
quali si distinsero in modo particolare. Alcuni di loro, trovatisi
fuor di città, allo scoppiar della peste vi rientrarono, mossivi
da quella pietà, che pericoli non conosce, nè danni; confortando,
confessando, ed assistendo in tutte altre guise i malati, fino a che
gloriosa morte avesse posto fine alle lor fatiche. Il che fu di molti
sacerdoti delle parrocchie e della cattedrale. Non altramente fecero
i più de' sacerdoti regolari. Tra questi parmi di dover notare che
quantunque i Padri dell'Oratorio non fossero allora nell'esercizio
di confessare, si sono essi però segnalati con altri pietosi ufici,
andando nelle case infette a consolare i malati, a rianimar in loro
il coraggio, e ad inspirargli sempre nuovi ed efficaci sentimenti
di religione, distribuendo limosine, ed usando ministeri anche i più
vili, e pericolosi. In ispezieltà il P. Gaultier, lor superiore, a gran
missionario, si segnalò in quelle calamitosissime circostanze. Le quali
cose io soggiungo risguardanti la virtù della religione, e la pietà
de' suoi sacerdoti, come quelle, che nelle avversità, e principalmente
nella terribilissima della pestilenza, non sono gli ultimi, ma sì bene
i principali obbietti, a cui debbon mirare, e miraron mai sempre i
ben regolati Governi. Il perchè alla storia non si dee togliere una
parte, che tanto intimamente la risguarda, rendendosi per essa agli
uomini trapassati un pubblico testimonio del retto loro operare, e ai
lettori presenti, e futuri un esempio onorato di rinnovarne le prove.
A questo fine mirando io in questa parte, soffra il lettore, che
nuove tracce gli segni di sì fatte virtù. Il perchè sappiasi, che fra
l'altre Comunità religiose si distinsero in que' frangenti quelle de'
Cappuccini, de' Canonici Regolari Lateranesi, e de' Gesuiti. E di esse
tutte, e di tutte lor opere di carità e di zelo basta dir che non pochi
non le finirono che col lasciarvi la vita; il che fu di 26 Canonici
Regolari; di 43 Cappuccini; e di diciotto Gesuiti. Di parecchi loro
individui potrei fare spezial memoria; basti però, oltre il sullodato
P. Gaultier, ricordare i due Gesuiti, Millet, direttore di due loro
Congregazioni, e rinomato oratore, e il Lever, uomo di grande autorità,
e dottrina.
E continuando al mio dire, piacemi di soggiugnere che nel mentre
mancava agl'infermi l'assistenza de' confessori, mancò pur quella dei
medici, parte morti dal contagio, e parte fuggiti dalla città. Soli
due ne restarono in istato di agire, il Robert e l'Audon. Mantennesi
il primo sano per tutto il tempo, che durò il contagio, malgrado che
perduto avesse tutta la sua famiglia. Non così fu dell'altro, che
morì in sul finir dell'Ottobre. Al Bertrand, testimonio oculare, come
dicemmo, di tutta questa pestilenza, e scrittore il miglior ch'abbiasi
d'essa, e da me in gran parte seguito, s'appiccò il contagio tre volte
con tutta la sua famiglia, ma ne guarì. Maggior ne fu la mortalità de'
chirurghi. Venticinque ne perirono, fuggitine alcuni. Pur morirono
quasi tutti i garzoni farmacisti con cinque de' lor principali, o
padroni, in sul principio del male; gli altri si salvaron fuggendone
a tempo. E come addivenir suole ne' trambusti delle città, alcuni
giovandosi di quelle angustie, vendettero farmaci e droghe a più
caro prezzo, cogliendo frutto e capitali dell'altrui disgrazie e
desolazioni.