Ecco il sunto della storia di quella peste summenzionata. La primavera

dell'anno 1635 fu tiepida e moderatamente umida. Vi susseguitò una

state caldissima e secca, dominata quasi costantemente da un'aria

sciroccale e spesso soffocante, senza che mai alcun altro vento

spirasse. Vi si osservarono nell'atmosfera frequenti fenomeni celesti

straordinarj; spessi fulmini sotto un cielo, sparso appena di nubi,

anzi quasi del tutto sereno. L'inverno fu tepido e umido. Vi ebbe

massima e quasi incredibile copia d'insetti, quale non fu veduta

giammai; zanzare, farfalle, scarafaggi, calabroni, e soprattutto

un'immensa quantità di mosche e di moscherini di varia spezie, a

tale che l'interno delle pareti era tutto coperto di loro, ed in

alcuni siti l'aria era infoscata da i nuvolosi corpi d'insetti[26].

La quantità degli uccelli, soliti ad abitar la campagna, si fece

molto minore, e, ciò che più sorprende, gli uccelli, avvezzi alle

gabbie domestiche, morivano due o tre giorni, prima che si appiccasse

la peste agl'individui delle respettive famiglie. Gli aborti erano

frequentissimi; e qualche tempo, prima che si manifestasse la peste,

vi dominavano morbi di maligna indole, come il vajuolo, i morbilli,

le dissenterie maligne, le febbri puerperali, le putride nervose, o

tifiche, e simili, e ciò con grave mortalità: le quali cose presagivan

già presso maggiori disgrazie. La peste si manifestò da prima a Leyden,

e vi uccise più di venti mille persone; si propagò nella Gheldria; e

nel Novembre del 1635 si accese a Nimega. Quivi s'accrebbe d'assai nei

mesi di Gennajo, Febbrajo, e Marzo; e nell'Aprile pervenne al suo più

alto grado di ferocia. Proseguì poi collo stesso furore sino al finir

dell'Ottobre. In quello spazio di tempo imperversò di sì fatta guisa,

che in tutta la città non vi ebbe casa, che fosse restata immune dal

contagioso eccidio. Innumerevole quantità di persone cadeva per tutto

sotto la falce di morte; e le più luttuose scene ed orrende ad ogni

istante in parecchie parti si rinnovavano, non cedendo la ferocia del

male a nessun rimedio o preservativo. Vi cominciò poi a diminuirsi

l'intensità del morbo nel Novembre del 1636. Acutissimo improvviso

freddo, avvenuto circa la metà del Febbrajo 1627, ne la spense del

tutto; sì che nel Marzo ne fu intieramente libera la città, non però

la campagna, ed altri circonvicini paesi, specialmente la diocesi di

Utrecht e di Monforte, continuando ad inferocirvi tutto l'anno 1637.

Il numero degli abitanti, morti di questa pestilenza, non saprei dire

precisamente qual fu, poichè nol rinvenni indicato; e mentre uomini,

donne, e fanciulli di ogni età e condizione venivano o in poche ore

o improvvisamente tratti a morte dalla violenza del male, i vecchi

ed i cachettici n'andavano per lo più immuni. Il Diemerbroeck, medico

celebre e dotto filosofo, che si trovava a quel tempo con molta pratica

in Nimega, continuandovi generosamente l'esercizio dell'arte sua a

gran numero di appestati, e poveri e ricchi, quanto vi durò il male, si

giovò di quella trista occasione per farne le più esatte osservazioni;

delle quali poi arricchì l'opera summenzionata. Eccone il sunto, dico

di quelle sue osservazioni pratiche.

Due o tre giorni avanti il novilunio ed il plenilunio la malattia

si esacerbava costantemente; e se ne accresceva il numero degli

appestati. In tal ricorrenza di tempo l'invasione del morbo era fiera

e violenta, e la morte ne succedeva nello spazio di poche ore. La

malattia alcune volte incominciava e finiva senza febbre; in alcuni

poi, e non pochi, incominciava benissimo senza febbre, ma poco appresso

gli soppravveniva, e in molti si sviluppava con leggieri brividi, ai

quali teneva dietro la febbre, talora ardente; ma per ordinario la

febbre n'era moderata. Le donne incinte, prese dalla peste, abortivano

e perivano quasi tutte. Le non appestate, che partorivano felicemente,

e al loro termine, se contraevano il contagio, coi loro infanti

perivano pur esse. Agli uomini, adulti, o sposi, poco abituati nella

voluttà, e che vi si abbandonavano, s'appiccava il morbo subitamente,

e ne morivano fra due o tre giorni. Alla peste s'univano sempre

l'altre malattie, che si dicono _intercorrenti_; per modo che in tutto

quell'anno non si videro mali di altra natura, o non accoppiati colla

peste. La morte ordinariamente ne succedeva avanti il settimo giorno

dallo sviluppo. Molti rapidamente morivan nel primo giorno, altri

nel terzo o nel quarto, la massima parte nel quinto o nel sesto. Ne'

malati, che oltrepassavano il settimo, restava speranza di guarigione.

Per altro alcuni si vider morire nel dì ventidue; ed altri nel

ventottesimo giorno.

_Sintomi._

Febbre, perturbamento, smania, agitazione della persona, ansietà

considerevole, calore interno per lo più grande, cefalalgia (ossia

dolor di testa) gravativa, rare volte acuta, terrore, delirio, e

spesse volte delirio frenetico, sussulto di tendini, e quasi leggiere

contrazioni muscolari, veglia continua in alcuni, sopore profondo in

altri, offuscamento della vista, amaurosi, sufolar degli orecchi, e

talor sordità, secchezza di lingua, che diventava, rare volte, nera,

alito e sudori fetidi, graveolenti, frequenza di sincopi, polsi ora

forti e pressochè naturali, ora deboli, frequenti e ineguali, emottisi

(ossia sputo di sangue), piccola tosse secca, sete, inappetenza,

dolor violento all'epigastrio, o allo scrobicolo del cuore, nausee,

vomiti, diarree di materie crude, e fetenti, di odor cadaverico,

talvolta miste con vermi, singulto, orine ora naturali, ora crude,

ora sedimentose, or cariche e torbide, in alcuni anche sanguigne,

qualche volta varie nel corso della medesima giornata; prostrazione,

abbattimento estremo di forze, ed impotenza al moto fin dal principio

del male, in altri robustezza, esaltamento di forze fino alla morte;

calore esterno ardente, acre, in alcuni naturale; il colore del viso

in alcuni pallido, in altri quasi erisipelatoso, nella maggior parte

però poco dissimile dal naturale; petecchie, e macchie per lo più

paonazze, livide o nere, rare volte rosse, ora picciole, ora larghe,

quasi sempre perfettamente rotonde, ora in una sola parte del corpo,

ora sparse su tutta la persona, sopravvenienza di carbonchi, buboni,

o tumori agl'inguini, alle ascelle, alle parotidi, e ad altre glandule

escretorie.

_Segni di buon pronostico._

Erano segni di buon pronostico la costipazione del ventre nel principio

e nell'aumento del male, e fino alla sua declinazione, la comparsa dei

buboni alle glandule secretorie accompagnati da dolor moderato, ed il

facile passaggio dei buboni stessi a suppurazione; ma il più presto

comparir de' buboni era il più fausto indizio di guarigione. Era pure

di buon presagio, se i buboni, o tumori glandulari, dal lor principio

eran duri, e, a guisa di tendine rigidi e bislunghi, andavano a poco

a poco crescendo con dolor tollerabile, e specialmente, se crescendo,

conservavano la loro durezza. Pur segni di buon pronostico tenevansi

gli antraci, che comparivano sul principio del male, e nelle parti

carnose; e finalmente la lingua umida, e vaporosa la pelle.

_Segni gravi._

Gravi segni, e minaccianti funesto fine, erano le urine torbide;

ma parecchi pur con essi si sono salvati, mentre altri molti

mettendo urine affatto naturali contro ogni aspettazione morivano

improvvisamente, e non di rado senza l'apparenza di gravi sintomi.

Il vomito era pur grave segno, e per lo più molestissimo. Molti

infermi erano travagliati dal vomito fino alla morte. Ad altri molti,

prendendo per tempo convenevol rimedio, riusciva felicemente di

arrestarlo. La comparsa della diarréa minacciava gravissimo pericolo,

ed uno infra cento ne campava appena di quelli, ne' quali insisteva

la diarréa. Le menstruazioni, che sopraggiungevano dopo lo sviluppo

della peste ancorchè scoppiassero nei giorni critici, erano sempre

molto pericolose, e nella maggior parte mortali. Se poi accadevano

fuori delle giornate critiche, uccidevano certamente. Le donne gravide,

le puerpere, e quelle, che avevano abortito, s'eran prese dalla

peste, che spesso accadeva, versavano in gravissimo pericolo, anzi

d'ordinario morivano. Se dattorno ai buboni, o tumori glandulari duri,

si formava un cerchio di diversi colori a guisa d'iride; se comparivano

i carbonchi sopra le parti glandulari; se manifestavansi antraci alle

dita dei piedi o delle mani, e specialmente sopra la spina del dorso,

era cosa di pessimo indizio. I carbonchi, tardi allo spiegarsi, i

ricorrenti, ossia quelli che ora scomparivano, ora si riproducevano,

così pure i carbonchi, che apparivano in copia, eran per lo più di

funesto presagio. Le petecchie e le macchie, se erano di color rosso,

costituivano bensì un sintoma grave, ma pur qualcheduno pur con esso

se ne salvava; non così s'erano paonazze, livide, o nere, colle quali

perivano tutti.

Quelli, che erano presi nel periodo di luna nova, o nel plenilunio

correvano molto maggior pericolo; così pure allor quando la peste

invadeva l'individuo dopo un forte accesso di collera, dopo gli

eccessi venerei (come s'è detto), o dopo aver sofferto grave terrore,

in confronto di quelli, che venivano affetti dal contagio senza tali

precedenze. Il sopore nel principio del male era sempre indizio

di grave pericolo. Il polso naturale era un segno molto fallace e

pericoloso. Così il delirio, l'emorragia dal naso, avvenuta nei giorni,

che diconsi _decretorj_; la lingua nera e secca, tutti cotesti segni

minacciavano l'estremo caso.

_Segni mortali._

I segni poi, che presagivano sicura la morte, erano l'alito fetido,

l'odor cadaverico, la pleurisía epigenomena o precedesse o seguisse

subito dopo l'invasion della peste, la tosse secca, la difficoltà di

respiro, lo sputo di sangue, il dolore puntorio al petto, al fegato,

alla milza, alle reni, all'utero, alla vescica, il singulto, a cui

costantemente succedeva poco dopo la morte; lo sternutire, le degezioni

alvine miste di sangue, le urine oleose, nerastre, sanguigne, o scure

con un sedimento livido, o nerastro, l'uscir del sangue per le vie

urinarie, comunque ciò avvenisse, era sintoma di certa e vicina morte.

Se i fonticoli e cauterj, che molti qual mezzo di preservazione s'erano

fatto aprir nelle braccia o nelle gambe, diseccavansi nel principio

del male, era pur segno di certa e vicina morte. Segni mortali erano

parimenti i tumori alla gola e alle parotidi; che nello spazio delle

prime dodici o ventiquattro ore crescevano grandemente, ed erano

molli a guisa di un tumore pieno d'aria con infiammagione, o senza; i

buboni, che si dileguavano improvvisamente, le petecchie nere, paonazze

o livide, o verdognole in qualunque periodo del male comparissero.

Le mutazioni critiche, che accadevano nel sesto giorno; grande

prostrazione di forze nel principio del male; frequenti lipotimíe,

e violente palpitazioni di cuore, i polsi intermittenti, il tremor

delle mani e della lingua, il sussulto dei tendini, le convulsioni, i

dolori della gola senza tumori, nè afte, nè secchezza della bocca, nè

altra manifesta causa; e finalmente l'afonia o perdita della voce, e

l'amaurosi.

I medici, ch'ebbero occasione di versar nella peste, e di esercitarvi

l'arte loro, potranno di leggieri conoscere l'importanza e l'utilità

delle sopraccennate osservazioni.

_Governo dietetico e curativo._

Dieta sana, e di facile digestione, vino generoso, coraggio, ed

ilarità, dar bando al timore ed alla tristezza, i vescicatorj, i

sudoriferi, le bibite acidule, la teriaca, la canfora, gli assorbenti,

l'acqua teriacale, gli elisiri alessifarmaci, i sacchetti di sabbia

calda applicati a' piedi, alle ascelle, all'anguinaia, finalmente il

purificare e 'l disinfettare gli appartamenti formavano il governo, e

la regola dietetica e curativa di questa malattia.

Le cavate di sangue erano assolutamente mortali, i purganti pericolosi,

ed i vomitatorj cagionavano uno sconcerto, ed una mortale perturbazione

in tutto il sistema vitale (_Diemerbroeck de Peste Neomagensi etc._).

Desidereranno molti di sapere, dice il Diemerbroeck, come io mi sia

regolato, durante questa pestilenza, e come abbia potuto preservarmi

dalla malignità di sì fiero contagio, mentre che io usava in tutte

le case infette, e visitava indistintamente qualunque malato,

trattenutomi in somma per tanto tempo in mezzo di tanto grande

corruzione pestilenziale. Passa egli quindi a descrivere divisatamente

il metodo di vita da esso tenuto con felice successo, e di quali mezzi

preservativi siasi pur esso giovato. Nè sarà forse discaro a' lettori

saper cosa, che potrebbe anco tornare loro, una volta o l'altra, assai

utile; ed è, come soggiungo. Cessava egli attentamente ogni violenta

commozione dell'animo; viveva intrepido, non però dispregiando i

pericoli nè la morte; con eguale franchezza, e coraggio entrava nelle

case infette, e nelle non infette, e visitava egualmente volentieri

i poveri che i ricchi senza eccitamento di lucro, nè avidità di

guadagno. Come cercava di fuggire attentamente la paura, così schivava

la collera, e la tristezza. Che se accorgevasi di essere conturbato

(il che era facile ad avvenire in que' tristissimi tempi) procurava

di esilarare lo spirito, e di confortare il cuore, usando di poco e

di generoso vino; perchè tosto ne dissipava da se ogni tristo umor

melanconico. E quantunque avesse egli proibito agli altri il sonno

meridiano, pure, essendo egli stanco del continuo moto e delle molte

sue fatiche, dopo il pranzo dormiva un sonno di un'ora. Riguardo al

vitto usava di buoni cibi leggieri, di facile digestione, esattamente

astenendosi da quelli, che aveva in altri riconosciuti nocivi,

quali erano le carni del porco, e quelle del pesce acciuga. La birra

ordinaria, il vino bianco, tenue, o mediocre, erano la sua bevanda, e

ne usava talor sino al sentire in se ilarità, non mai ubbriacchezza;

si guardava da ogni pienezza di ventre, non però scorrevole, sì che

gli bastava andare non più di una, o due volte il dì. Nell'intervallo

della settimana, prima di coricarsi prendeva una delle pillole, che

dicevansi antipestilenziali, composte di aloe (part. iij.) di mirra

(part. ij.) di croco (part. j.) impastate col vino aromatico. Anche

giovavasi d'altre pillole, le quali, oltre degli accennati ingredienti,

d'altrettali, e assaissimi eran composte. Di buon'ora visitava i

malati non potendo per debolezza dello stomaco prender cibo, nè

bevanda; ed usava solo di masticare alcun poco di cannella. Due ore

dopo, cioè circa alle 6 del mattino, prendeva in picciola dose triaca,

o diascordio, o un po' di corteccia d'arancio condita, e per lo più

mangiava alcuni pezzi di radice pur condita d'elenio. Alle otto incirca

faceva colezione di burro fresco, formaggio, e pane, soprabbevendovi

della birra. Verso le nove beevasi un bicchiere di buon vino, nè ciò

ogni dì; e alle dieci incirca usava d'una dose del fumo di tabacco,

di due o di tre subito dopo il pranzo, e a un dipresso così faceva

dopo la cena, e altre volte ancora secondo occasione. E ciò era egli

solito di fare per assoluto, tosto che entrato ad un infermo di peste,

o in qualsiasi stanza, ne sentiva alterazion di fetore: dappoichè egli

teneva il buon tabacco, sì come uno de' più principali preservativi

contra il contagio, per modo ch'egli, al tutto fidando nell'efficacia

del tabacco, non usò mai d'altri preservativi. Cessato il bisogno, ne

abbandonò l'uso[27],

Negli stessi anni 1636-37 v'ebbe pur fiera peste nel Brandemburghese,

e in varie terre e paesi del regno, dove, per la copiosa quantità de'

morti restando insepolti d'assai cadaveri, narra lo storico esserne

andati consunti dalle fiere (_Lebenswaldt; Adami, op. cit._).

Oltracciò a que' tempi crudissima fame desolava Francfort e le

Provincie Renane; a tale che è incerto, se più dalla fame o dalla peste

sieno periti quegl'infelici abitanti (_Eman. Gomez de Pestilent. Plemp.

Vopisc. Fortunat. de Fundament. Medicinae etc._).

Nel 1636-37. In Londra v'ebbe pur fiera e desolatrice pestilenza,

secondo il Papon, ed il Lebenswaldt (_Op. cit._).

A. dell'E. C. 1638. In quest'anno fu peste nella Livonia; ma pur ancora

è incerto, s'ella sia stata vera peste, o sì veramente una malattia

epidemica, a cui avesse dato cagione l'estrema fame, donde allora andò

afflitta quella provincia, originata da un'immensa copia di vermi di

specie particolare, che distrusser le biade. (_Lebenswaldt, ec.; Adami,

op. cit.; Hering, Honor. de Peste_).

A. dell'E. C. 1640. Peste in quest'anno a Marsiglia, ed in altri luoghi

della Provenza (_Murat. Gov. ec; P. Maurizio da Tolone, Tratt. Polit.

da praticarsi in tempo di peste, ec._).

A. dell'E. C. 1644. In quest'anno la peste maltrattò fieramente

la città di Vienna; perchè vi si videro rinnovate quelle terribili

sciagure di danno, e di orrore, che sono le solite conseguenze di

questo flagello (_Managetta, e de Sorbait Pestbeschreibung, und

Infecktions Ordnung p. 18. Ed. an. 1763._).

Nel successivo anno 1645 si propagò la peste in più luoghi confinanti

coll'Austria; fra' quali alcuni della Stiria, dove fece di orrendi

guasti. In tale occasione si pubblicò il rinomato Regolamento intorno

la peste: _Constitutio Edictalis Ferdinandi III_.

A. dell'E. C. 1647-48. Nel mille seicento quarantasette un bastimento

carico di cuoj, e di altre pelli, proveniente da Algeri, portò la peste

in Valenza, città della Spagna, celebre a quel tempo pel suo commercio.

Da principio il contagio non si manifestò che fra i calzolaj, indi

fra quegl'individui, i quali con essi avevano traffico, finalmente

si diffuse in tutta la città, e nella provincia; a tal che Valenza fu

ridotta ad uno stato di compassionevole disertamento. Vive ancora tra'

Casigliani la memoria di tanto grande sciagura.

Il feroce desolator contagio dopo aver tutto devastato il territorio

di Valenza, durante il 1647, s'insinuò l'anno vegnente 1648 verso

l'Occidente, ed invase da prima nello stesso regno di Valenza la città

di Elche, la quale s'era fin allor preservata. Quindi si propagò ad

Orihuela, in Alicante, a Mesquinenzia, a Cartagena, a Siviglia, e a

Cadice. Da Cadice passò colla flotta Spagnuola all'Indie Occidentali.

Dalla parte d'Oriente si propagò a Tortosa, a Barcellona, a Girona,

ed in tutta quasi la gran provincia di Catalogna, dove unita alla

guerra fece particolarmente grandissima strage. Si conserva ancora

vivissima tra quelle popolazioni la dolorosa memoria di così fiera

calamità, la quale importò alla Spagna la perdita di più di 200,000

persone, parte vittima del pestilenziale flagello, che, dove più, e

dove meno, imperversò per tutto quel regno, parte dalla carestia, che

le susseguitò (_Gastaldi de avertenda et profliganda peste; de Burgos

Alonzo de la peste, Corduba 1631; Villalba, épidémiologie d'Espagne;

Romani, Ricordi sulla Peste, ec._).

A. dell'E. C. 1649. In quest'anno vi fu crudelissima peste in Aix, in

Arles, in Marsiglia, e in quasi tutta la Provenza. Essa vi fece di

molte stragi, specialmente a Marsiglia, dove qualche mese appresso

rigermogliò[28]. Anche in questa circostanza di peste si segnalò

l'eroica pietà de' PP. Cappuccini, i quali con generoso ardimento

si diedero in buon numero all'assistenza spirituale degli appestati,

rimasti essi poi quasi tutti vittima della cristiana lor carità[29]

(_Murat.; P. Mauriz. da Tolone, op. cit._).

In quest'anno stesso la Dalmazia, e specialmente le città di Sebenico,

e di Zara furono crudelmente travagliate da una pestilenza delle più

desolatrici.

A Zara il micidiale contagio si manifestò il giorno 6 Giugno del 1649.

Vi uccise gran quantità di persone del basso popolo, quasi tutti gli

artisti, da circa ottanta nobili e cittadini; e moltissimi borghigiani.

Nell'Ottobre di quell'anno si diè fuoco a tutto il borgo Zaratino al

confine di s. Grisogono. Il libero passaggio vi si è aperto, solo il dì

2 Febbrajo del 1650; e in rendimento di grazie per la cessazione della

peste vi si fece solenne processione colla statua di s. Rocco. Quelle

case, che non furono arse e distrutte, durante il contagio, sono state

rovinate dalle milizie nel tempo degli espurghi, che, come dicono gli

storici, vi furono fatti con assai di sevizie. Al borgo in sul confine

di s. Giovanni si apprese il fuoco nel tempo dei detti espurghi, e vi

s'incendiarono 128 case, oltre molte altre, le quali si decretò dal

Magistrato di Sanità, che fossero abbruciate (_Johann. Tazlinger in

suis memoriis; Documenti in Pergamena, esistenti nell'Archivio di s.

Domenico; Capsula Testamentorum obsignata T.; Sjmeon Braicevich in

suis Actibus Notarialibus; et Liberculus de Peste Jadrensi an. 1650_,

esistente nell'Archivio di Giovanni Bonaricordi).

Ancor più fiera fu la peste, che nello stesso anno 1649 desolò la città

di Sebenico. Essa si manifestò il dì 8 Giugno di quell'anno. Carlo

di Casimiro Venanzio, testimonio oculare dell'orrendo flagello, ci

lasciò manoscritta una memoria di questo contagio, che fu certamente

uno dei più feroci, che abbia afflitto la Dalmazia. Registrò egli in

essa il nome di tutti gli estinti; e vi ricorda che a più di 6,000

persone toccò di morire in Città, non compresi i soldati, de' quali vi

perirono più di 800; e soggiugne che de' Morlacchi, morti in quella

peste, non si può sapere precisamente il numero, non essendone stati

tenuti i registri, dacchè morirono la più parte in campagna e nei lor

casolari. Sembra però che sul numero degli estinti il tutto s'accordi,

con quanto ne riferisce il Farlato[30]. Il contagio durò sette mesi, e

terminò nel Gennajo 1650 dopo aver portato lo sterminio della città.

In fatti a poco più di mila si ridussero quegli abitanti, e da quel

tempo Sebenico non s'è mai più ripopolato, com'era. In sul finir di

quel secolo ne giunse il numero a quattro mila, e questo numero non

vi s'è giammai oltrepassato. Si scorgono ancora in quella infelice mia

patria gran quantità di case, ed intere contrade affatto disabitate e

deserte, ridotti ornai gli edifizj e le fabbriche in istato rovinoso,

e le più a semplici vecchi muracci. Furono fatti in quella circostanza

di atroci spogliamenti, non solo nelle case delle famiglie più agiate,

ma fin anche del Santo Monte di Pietà, e del pubblico Fondaco; sì che

a circa due milioni di ducati si calcolò il valore degli effetti in

tal occasione rubati dalla milizia, che si trovava colà di presidio,

avendo chiuso gli occhi su tali eccessi, o secondatisi forse pur anco

da coloro, in cui potere, per autorità ed uficio, stava il raffrenarli,

e impedirli, cosa non rara a farsi in simili avvenimenti di comune

disastro. (_Carlo Venanzio, Memoria sul Contagio di Sebenico dell'an.

1649; Daniel. Farlat., Illyric. Sacr. Tom. IV. pag. 458._).

A. dell'E. C. 1650. Dalla Spagna citeriore venne trasportata la peste

nella Sardegna l'anno 1650. Ivi si propagò rapidamente, e fece crudele

scempio di tutto quel regno per lo spazio di cinque interi anni.

Quell'isola ne fu così malconcia, che non si ristorò giammai delle sue

rovine. Vi sussistono anche a' nostri dì monumenti tristissimi di sì

calamitoso infortunio. (_Gastaldi; Papon., op. cit.; Ozanam, Maladies

Epidémiques ec. Vol. V._).

A. dell'E. C. 1651. Secondo il Lebenswaldt atroce peste incrudelì in

quest'anno nell'Alsazia, nella Svezia, e nella Polonia; e nel 1653,

secondo lo stesso autore, v'ebbe peste nel Territorio di Prussia.

A. dell'E. C. 1654. Il Boyer, medico della marina a Tolone, in alcune

lettere sopra la peste, scritte nel 1700, assicura, che nel 1654 il

contagio fece di molte stragi in Arras o Arrazzo, grande città de'

Paesi Bassi nella Contea d'Artois.

A. dell'E. C. 1654-55. Peste in Russia ed in Danimarca nell'anno

1654. Si legge nella terza centuria del Bartolino (_Thom., Histor.

Anatom. rarior, cent. VI_) che al principio della primavera 1654 la

peste si manifestò a Copenhagen, e vi uccise nove mille persone. Ve

la portarono certi vascelli Olandesi, che vi ritornavano da Riga, col

carico di biade, canape, e lino, rifugiatisi nel porto di Copenhagen

per isfuggire la flotta Inglese. Alcuni marinai, attaccati dalla peste,

si allogarono nello spedale di quella città, e vi morirono. Esposte al

sole le loro vesti, ad alcuni fanciulli, che le toccarono, s'appiccò

tosto il contagio, il quale si propagò poi nella città e ne' suoi

dintorni. Questa pestilenza fu più funesta ai giovani, che ai vecchi.

Essa si annunciava con un violento parossismo febbrile, conseguitato

poscia da un dolore eccessivo alle parti dorsali ed alla testa,

accompagnato da pur acuto dolore, che talora estendevasi anche alla

gamba sinistra. In seguito vi comparivano gli esantemi, sopravvenendovi

le idatidi sotto la pianta dei piedi; ed i malati si morivano il terzo

giorno. Quando i buboni passavano alla suppurazione, davano speranza

di guarigione. Alcuni malati presi da furioso delirio correvano

a precipitarsi nel mare; altri si davano la morte, in altro modo

uccidendosi, o col ferro, o col laccio. I così detti alessifarmaci, e

soprattutto l'elisire antipestilenziale di Ticon Brahe, furono i soli

rimedj, donde ne sia venuto qualche buono effetto. Nella Russia poi,

se si vuol prestar fede allo storico Lebenswaldt, più di cento mila

persone son morte di questa pestilenza. (_Lebenswaldt Pestchronik ad h.

an.; Barberet abhandlung über die epidemischen Krankheiten des Viehs §.

19. Ozanam, histoire Médical des Maladies Epidémiques et Contagieuses,

etc. T. V._).

In quest'anno vi fu pur peste a Vienna. (_Sorbait Paul. in Oper. ejusd.

Med. cap. 9._)

A. dell'E. C. 1656. Dalla Sardegna la peste passò a Napoli, e, di là

serpeggiando, attaccò la spiaggia dello stato del Papa, penetrò a Roma

ed a Genova, ed in altre parti d'Italia, e vi fece d'immense stragi.

Della peste di Napoli, che fu una delle più terribili, che abbia mai

afflitto l'Italia, piacemi di soggiugnerne la descrizione, che ce ne ha

data l'illustre storico Giannone, risguardandola come uno squarcio dei

più istruttivi, che s'abbia sulla storia nell'argomento della peste.

DESCRIZIONE DELLA PESTE DI NAPOLI

DELL'ANNO 1656.

_GIANNON. Stor. Civil. del Regn. di Napoli._

«Dopo tanti e così lagrimevoli avvenimenti, dopo tante miserie

e sciagure, perchè nulla mancasse, si vide in quest'anno 1656 il

regno miseramente afflitto da una crudele e mortifera pestilenza.

Non eran bastati i tanti sconvolgimenti e sedizioni, le tante

afflizioni cagionate da fiere guerre, o da' timori di quelle

ch'eran peggiori, le scorrerie de' Banditi, le invasioni de'

Turchi, le carestie ed i tremuoti: che per ultimo eccidio, fu

duopo soffrir anche quest'altro pestifero flagello, così spietato,

che non si legge aver altrove portato, in così breve tempo, tanta

strage e ruina. Quella che si soffrì in tempo della guerra di

_Lautrech_ durò quasi due anni, e si tenne conto che non avea

ammazzato più di sessantamila persone: questa, in men di sei mesi,

disolò le province del regno, e ridusse la Metropoli in cimitero,

con morte intorno a quattrocentomila de' suoi cittadini. Da molto

tempo, che l'Isola di Sardegna era travagliata di pestilenza, e

per ciò non meno dal conte di Castrillo, che dagli altri Vicerè

suoi predecessori s'eran pubblicati severi bandi, proibendo ogni

commerzio; ma capitato nel nostro Porto un Vascello procedente

da quell'Isola carico di soldatesche, o sia per trascuraggine de'

Guardiani del Porto, o perchè, in vece delle patenti di Sardegna,

si fossero esibite quelle di Genova, ovvero, che per non trattener

le soldatesche fosse così stato eseguito con particolar ordine

del Vicerè, gli si diede pratica. Non tardò guari, che ammalatosi

uno de' sbarcati, condotto nello Spedale dell'Annunziata in tre

giorni se ne morì, apparendo nel suo corpo minute macchie livide;

poco da poi un che serviva lo Spedale, assalito da un capogiro

in ventiquattro ore spirò; e poco appresso spirò anche la madre.

Attaccatosi il malore nelle vicine case, si vide in brevissimo

tempo sparsa la contagione ne' quartieri inferiori della città,

e particolarmente nel Lavinaro, Mercato, Porta della Calce ed

Armieri».

«I Medici in questi principj ascrivevano ad altre cagioni tali

perniziosi effetti, chi a febbri maligne, chi ad apoplesie, e

chi ad altri mali; non mancò ad ogni modo, chi per più accurata

osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma

pervenuto all'orecchie del Vicerè, che costui andava pubblicando

il male esser contagioso, fu il Medico posto in oscuro carcere,

dove ammalatosi ottenne per sommo favore d'andare a morire in

sua casa: donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad

occultare la qualità del male. Ma questo tuttavia crescendo, e

spandendosi in altre contrade vicine alle già dette, parve al

Cardinal Filomarino Arcivescovo di dover avvertirne il Vicerè, che

non bisognava in cosa cotanto importante starsene così ozioso e

lento. Dispiaceva sommamente al Conte di Castrillo, che insorgesse

fama, esservi in Napoli pestilenza; poichè dovendo egli spedire

soccorsi di soldatesche per la guerra dello Stato di Milano,

travagliato tuttavia dall'armi del Re di Francia, questi rumori

glie l'avrebbon impediti; onde come poteva il meglio, proccurava,

che non si venisse a tal dichiarazione; con tutto ciò non potendo

più resistere alle continue mormorazioni, e tuttavia il malore

crescendo, fu costretto a far unire i più rinomati Medici de' suoi

tempi, perchè ne dessero parere. Costoro, o per ignoranza, o per

timore, ovvero per secondare le brame del Vicerè, non ardirono

di dichiarare il morbo per pestilenziale; ma sol consigliando,

che s'accendessero fuochi per tutte le contrade della città, e

che si vietasse la vendita de' pesci salati, uscirono da ogni

briga. Ma altro che frasche vi volevano, per far argine ad un

così impetuoso torrente: il male incrudeliva maggiormente; nè

consiglio di Medico, nè virtù di medicina pareva che valesse: ne

morivano il giorno a centinaia, nè si scorgeva altro per le strade

che condurre Sagramenti agl'infermi, e cadaveri alle sepulture.

Spaventati gli animi de' cittadini, chi con umili supplicazioni,

chi in processioni confuse e numerose d'uomini e di donne, con

donzelle scapigliate, chi dietro alle immagini più venerate e chi

in altre guise cercava a Dio ed a' Santi pietà e ristoro a tante

miserie e desolazioni. Ma essi non accorgevansi, che affollati più

strettamente insieme tra la calca, e la pressura d'infinito numero

di popolo concorsovi, il malore prendeva più forza, e la morte

recideva in uno i colli di più migliaja di persone».

«S'accrebbe poi, e dilatossi più furiosamente il mortifero

veleno, quando presa tal opportunità, insorse voce, che _Suor

Orsola Benincasa_ donna che aveasi a que' tempi acquistata fama

di santissima vita, non trovando per anche comoda abitazione per

le Suore, avea innanzi di morir profetizzato, che in tempo del

maggior travaglio della Città dovea farsi la fabbrica del suo

Romitorio nella falda del Monte di S. Martino; e credendosi, che

con la costruzion d'un tal edificio sarebbe cessato il travaglio,

il Vicerè fu il primo, che fattosi il disegno e tirate le linee,

andò a portarvi con le proprie mani dodici cesti di terra:

all'esempio del Capo, movendosi gli altri, gli Eletti della città,

e tutti i Cittadini a folla vi concorsero, non solo somministrando

denaro, ma l'opera eziandio delle loro proprie mani. Era cosa di

maraviglia il vedere uomini e donne, giovani e vecchi, nobili,

cittadini e plebei, spogliarsi de' migliori averi, ed offerirgli

in limosina per la costruzione di quell'Edificio, che dovea essere

il liberatore della loro Patria. Si erano nelle pubbliche strade

poste, non già cassette, ma botti, le quali, poc'anzi vote, si

vedevano in un tratto piene di monete di rame, d'argento ed anche

d'oro: le donne istesse spogliatesi della lor natural vanità,

si toglievano dalle dita gli anelli, dagli orecchi i pendenti, e

dal collo e dalle braccia i monili, e quasi baccanti l'offerivano

al sorgente Edificio, e ciò che recava maggior stupore era, che

persone di qualità mescolavansi a gara ne' più vili esercizj,

chi portando un cesto di chiodi, chi con un fascio di funi, chi

con un barile di calce, chi con pietre, chi servendo per manuale

a' fabbri, e chi in fine sopra le spalle caricarsi di travi, con

pericolo di mancare sotto il grave e pesante incarico. Ma pari

effetti seguirono da pari cagioni; mentre l'opra ferve, assai

più s'accende e si dilata il malore: l'unione di tanta gente,

che a gara tutt'ansante si sollecita, si travaglia, ed affolla

concorrendo da tutti li quartieri, fa sì, che il morbo, che prima

era ristretto in poche contrade, si spanda per tutto. Così mentre

l'Edificio è quasi in fine, la città rimane poco men che desolata».

«A stato di cose cotanto lagrimevole s'aggiunsero nuove confusioni

e disordini. Non mancavano de' malcontenti, misero avanzo de'

passati tumulti, li quali per risvegliar nuove sedizioni, andavan

disseminando nel Popolo, venir questo flagello non già da giusta

ira di Dio mandato a correzione de' miseri mortali, ma procedere

dalle vendicatrici mani degli Spagnuoli, per esterminar la plebe,

e prender vendetta delle passate rivoluzioni: vedersi chiaro

da' preceduti andamenti del Vicerè, il quale avea tosto fatta

dar pratica alle soldatesche venute dall'appestata Sardegna, con

essersi poi ingegnato di far occultare il male, perchè ne' principj

non si provvedesse d'opportuni rimedj: lo confermavano con far

riflettere, che per ciò non si vedevano infettare le Fortezze

guarnite di lor presidio, nè i quartieri più alti della città,

abitati dagli Spagnuoli, ma solo i Rioni del Lavinaro, Conciaria,

Mercato ed altri luoghi più bassi, quasi tutti abitati da gente

minuta; e dopo aver tratti molti nel lor sentimento, si avanzarono

eziandio a far credere, che per la città andavano girando persone

con polveri velenose, e che bisognava andar di loro in traccia

per isterminarli. Così in varie truppe uniti andavan cercando

questi sognati avvelenatori, ed avendo incontrati due soldati del

Torione del Carmine (affin d'attaccare brighe, che poi finissero

in tumulti) avventaronsi sopra di essi, imputandoli d'aver loro

trovata addosso la sognata polvere. Al romore essendo accorsa

molta gente, per buona sorte vi capitò ancora un uomo da bene,

il quale con soavi parole e moderati consigli gli persuadè, che

dessero nelle mani della giustizia uomini cotanto scellerati,

affine, oltre del supplicio, che di lor se ne sarebbe preso, si

potesse da essi sapere l'antidoto al veleno, e con tal industria

gli riuscì di salvarli; ma appena saputosi che que' due soldati

uno era di nazione Franzese e l'altro Portoghese, ed uscita anche

voce, che 50 persone con abiti mentiti andavan spargendo le polveri

velenose, si videro maggiori disordini: poichè tutti coloro, che

andavan vestiti con abiti forastieri e con scarpe, o cappello,

o altra cosa differente dal comun uso de' Cittadini, correvan

rischio della vita. Per acchetar dunque la plebe bisognò far morire

sopra la ruota Vittorio Angelucci, reo per altro d'altri delitti,

tenuto costantemente dal volgo per disseminator di polvere. Ma

nell'istesso tempo fu presa rigorosa vendetta degl'inventori di

questa favola: molti di essi essendosene stati in oscure carceri

condotti, cinque di loro in mezzo al mercato su le forche perderono

ignominiosamente la vita; ed in cotal guisa furono i romori

quietati».

«Intanto gli Eletti della città vedendo, che non solo il male

spopolava la Metropoli, ma che si spandeva ancora nelle province,

fecer premurose istanze al Vicerè, perchè dovessero porsi in uso

i più forti e risoluti rimedj; e dopo essersi più volte sopra

ciò ragunato il Consiglio Collaterale, venne il Conte nella

risoluzione di comandare alle Piazze, che creassero una Deputazione

particolare, alla quale egli dava per ciò tutta l'autorità

necessaria, assegnandole ancora per Capo D. Emanuele d'Aghilar

Reggente della Vicaria. La Deputazione diede la cura a' Medici

più rinomati di que' tempi, che osservassero non men gl'infermi,

che i cadaveri, facendone esatta notomia; onde ragunatisi insieme,

presidendo a questi il famoso _M. Aurelio Severino_ cotanto celebre

al mondo per le sue opere di Filosofia e medicina, che ci lasciò

(morto da poi ancor egli di tal mortifero veleno) fu conchiuso, che

il male fosse pestilenziale, e che si dovesse porre ogni cura agli

ammalati, dal cui contatto erano inevitabili le morti».

«Il Vicerè e la Deputazione s'affaticaron perciò a darvi quel

miglior riparo che si poteva: fu comandato, che si facessero le

guardie in tutte le città e terre del Regno, e che non s'ammettesse

persona, senza le necessarie testimonianze di sanità: che in

ciascun Rione di Napoli dovesse eleggersi un Deputato Nobile

o Cittadino, al quale dovessero rivelarsi tutti gli infermi

di ciascun Quartiere: che gli ammalati tocchi di pestilenza

dovessero condursi nel Lazzaretto di S. Gennaro fuori le mura:

che coloro i quali avessero comodità di curarsi nelle lor case, si

chiudessero in esse: che niun Medico, Chirurgo, o Barbiere partisse

dalla città, ma attendessero alla cura degl'infermi, secondo la

distribuzione, che sarebbe stata fatta dalla Deputazione: che si

fossero tolti i cani e gli altri animali immondi che andavano per

la città, e si diedero altri salutari provvedimenti per far argine

ad un tanto inondamento. Ma riusciron vani ed infelici tutti questi

rimedj; il male vie più incrudelendo riempiè in un tratto tutti

gli Spedali; se ne costrussero dei nuovi, ma questi nè tampoco

bastando, la gente periva nelle porte delle case, nelle scale, e

nelle pubbliche strade. Mancarono eziandio le tombe ed i cimiterj;

poichè il malore attaccatosi non pure in tutti i quartieri, ma

in tutte le case della città faceva orribile e spaventosa strage:

onde fu fama, che ne perissero otto o diecemila persone il giorno:

morivano non meno i Medici, i Chirurgi e tutti coloro, che erano

destinati alla cura del corpo, che i Sacerdoti, ed altri Religiosi

destinati a quella dell'anima. Non vi era chi seppellisse gli

estinti; onde i cadaveri giacevano nelle vie, su le scale e nelle

porte: le Confessioni si facevano pubbliche e l'Eucaristia si

portava agl'infermi senz'alcuno accompagnamento, e si porgeva loro

in una punta di canna: quelle case, che poc'anzi erano aperte,

poco da poi si vedevano chiuse e desolate: da capogiri assaliti

taluni, che camminavano per la città, vedevansi improvviso cader

morti in mezzo alle piazze. I morti per la maggior parte rimanevano

insepolti dentro le case, o su le scale delle Chiese; ma era molto

più grande il numero di coloro, che restavano insepolti su le

pubbliche strade, e coloro che con molto favore e grandissima spesa

erano seppelliti dentro le Chiese, non avevano nè meno un Prete,

che gli accompagnasse, e l'esequie più solenni erano una semplice

tavola, o al più una bara».

«In tanta confusione non rimaneva luogo a provvedimento alcuno, se

non che per lo puzzor grande dei cadaveri estinti, e perchè l'aria

non maggiormente si infettasse, si pensò unicamente a seppellire

i morti: se ne preser cura i Deputati e l'Eletto del Popolo, il

quale da' casali contorni fece venire intorno a centocinquanta

carri; ed il Vicerè v'impiegò a questi ufficj estremi da cento

schiavi Turchi delle Galee. Era cosa assai spaventosa ed orribile

vedere strascinarsi per le strade i cadaveri aggrappati con uncini,

ed innalzarsi su i carri; e sovente coi morti andar congiunti

i semivivi creduti estinti. S'empirono le grotte del Monte di

Lautrech, dove poscia fu edificata una Chiesa sotto il nome di _S.

Maria del Pianto_: i cimiterj di S. Gennaro fuori le mura; molte

cave di monti, dond'erano state tagliate pietre per fabbricare:

il piano delle Pigne fuori la Porta di S. Gennaro; l'altro davanti

la Chiesa di S. Domenico Soriano fuori Porta Reale; e ciò nemmeno

bastando, sempre più le stragi avanzando, precisamente nel mese di

luglio, nel quale vi furono giorni, che il numero de' morti arrivò

sino a quindicimila, fu duopo consumar i cadaveri col fuoco, ed

altri finalmente buttarli in mare».

«Non meno nella Metropoli che nell'altre province del Regno

accadevano sì funeste e crudeli stragi. Toltone le province di

Otranto e di Calabria ulteriore, tutte le altre rimasero disolate.

Delle città e terre, narrasi, che solamente Gaeta, Sorrento, Paola,

Belvedere e qualche altro luogo rimaser preservate».

«Ma ridotte le cose in questo infelicissimo stato, verso la metà

d'Agosto, una impetuosa ed abbondante pioggia, temperò alquanto

la furia del malore: cominciò il mortifero veleno a cessare;

niuno più s'ammalò di tal morbo, e coloro, che n'eran tocchi,

guarivano; in guisa che alla fine del seguente mese di settembre,

non si numerarono più infermi in Napoli, che soli cinquecento. Si

ripigliarono per tanto dalla Deputazione i provvedimenti e furono

da quella dati vari ordini per purgar le robe di quelle case, dove

era stata la contagione, ed altre istruzioni e metodi, affinchè

non ripullulasse il male. Passarono due altri mesi, e non s'intese

altro sinistro accidente, onde ragunatisi alquanti medici, ch'eran

scampati dal comune eccidio, fu a' 8 decembre su la testimonianza

de' medesimi, solennemente dichiarata Napoli libera da ogni

sospetto».

«Nelle province s'andava ancora tuttavia scemando il malore,

ma perchè doveva esser opera di più mesi convenne mantener li

rastelli alle Porte della città e le guardie per evitar l'entrata

a quelli, che venivano da parte sospetta. Il Vicerè a questo

fine sottoscrisse un rigoroso Editto, col quale comandò sotto

gravissime pene, che niun forestiero fosse ammesso nella città

senz'espressa sua licenza, da darsi precedente visita, e parere

dalla Deputazione. La corte Arcivescovile di Napoli, a richiesta

del Vicerè, sottopose alle censure Ecclesiastiche tutti coloro, che

avessero occultate robe infette o sospette di pestilenza, se non

l'avessero fra certo tempo rivelate e fatte purgare. Ma non mancò

l'Arcivescovo, profittandosi di queste confusioni, di avanzar un

passo, e mescolarsi anch'egli in queste providenze, poichè si fece

lecito di pubblicare un altro Editto consimile a quello del Vicerè,

come se questo non bastasse per obbligar anche gli Ecclesiastici

all'osservanza, col quale comandava, che niuno Ecclesiastico osasse

entrare in Napoli senza sua licenza in iscritto. Il Vicerè, per

reprimere un così pernizioso attentato, immantenente diede fuori

un rigoroso comandamento, col quale ordinò, che non s'ammettessero

altre licenze, che quelle de' Ministri del Re. Per la qual cosa,

essendosi frapposto il Nunzio, si sedarono presto le brighe, con

stabilirsi, che tutti gli ecclesiastici, ch'entravano nella città,

avessero ubbidito agli ordini del Vicerè, e si fossero sottoposti

alle diligenze della Deputazione, e poscia, se volevano, fossero

andati a presentarsi ne' loro Tribunali. In cotal maniera si

continuò a praticare fino al mese di novembre del seguente anno

1658, nel qual tempo essendosi pubblicate libere dalla contagione

le città di Roma e di Genova, fu aperto generalmente il commerzio,

e tolti i rastelli e le guardie».

«Si proseguì dal Vicerè a por sesto alle cose turbate della città

e del Regno: a provveder l'Annona ed a reprimere l'ingordigia

degli artisti ed agricoltori rimasi, li quali per esser pochi, ed

arricchiti col patrimonio de' morti, o con difficoltà si riducevano

a ripigliar il lor mestiere, ovvero angariavan la gente ne'

lavori, restituendo i prezzi e le mercedi, siccom'eran prima della

contagione. Si applicò poscia il Conte a sollevare le Comunità

del Regno, ordinando, che quelle, ch'erano state tocche dalla

pestilenza, non fossero molestate per li pagamenti fiscali, ne'

quali rimanevan debitrici per tutto aprile 1657, e che dal primo di

maggio del medesimo anno avessero contribuita la quarta parte meno

di quello, che stavano tassate nell'antica numerazione del Regno.

Si resero da poi pubbliche e solenni grazie a Dio ed a' Santi: su

le Porte della città furon dipinte dal famoso pennello del Cavalier

Calabrese le immagini de' Santi Tutelari, ed al B. Gaetano Tiene

innalzate statue; ed allora nella piazza di S. Lorenzo s'erse

a questo Santo quella piramide, con sua statua di metallo ed

iscrizione, che ora si vede».

Da Napoli la peste si fece a invadere lo Stato Ecclesiastico, non

ostante le severe precauzioni di Sanità, al primo avviso della peste

in Napoli adottate dalla Sacra Congregazione, e dai prelati, che in

qualità di Commissarj di quell'ufizio furono ordinati con ample facoltà

sui diversi luoghi di confine. Il contagio si manifestò da prima a

Rieti nel ducato di Spoleto; poi si propagò a Nettuno, picciola città

della Campagna Romana; finalmente a Civitavecchia, e 'l dì 8 Giugno

1656 si è sviluppato nella stessa Roma.

La malattia si mostrava con certo calore ai precordj sì violento,

che i malati mandavano spaventevoli grida, come se ad essi venissero

strappate le viscere; indi succedeva il vomito, ardente febbre e

continua, delirio furioso, a cui seguiva grande prostrazione di

forze, convulsioni, sete inestinguibile, lingua biancocinericcia, e

poi nera, orine torbide e sanguigne, atroce dolor di testa. Dietro

le quali cose i carbonchi ed i buboni non tardavano a comparire, come

pur le petecchie nere, segnali di vicina morte. Alcuni cadevano morti

improvvisamente, e senza alcun segno manifesto di contagio.

Questa peste ebbe di particolare, che fu molto più funesta agli uomini,

che alle donne e ai fanciulli; a differenza di varie altre, in cui

s'è osservato il contrario. I vecchi morivano tutti; e le donne, i

fanciulli, ed i giovani di temperamento sanguigno e bilioso ne furono

men maltrattati.

Si usava bruciare e scarificare i carbonchi, che si medicavano poi

coll'unguento di mercurio precipitato rosso, od egiziaco. Sopra i

buboni applicavansi gli emollienti, le ventose, ed anco i vescicatorj,

non però sovr'essi il cauterio attuale, ch'era stato riconosciuto

pericoloso. Ma riguardo ai cauterj, o fontanelle, il P. Kirchero, il

quale, durante questo contagio, trovavasi a Roma, assicura che niuno

segnato da essi cauterj fu invaso dalla peste tranne alcuni di vita

epicurea.

L'emissione del sangue era assolutamente seguita dalla morte, e al più

s'impiegavano le ventose scarificate. Si usavano i clisteri purganti

o alessifarmaci; e siccome la prostrazion delle forze era estrema,

così giovavansi gli ammalati con brodi, renduti più eccitanti dalla

pimpinella, dalla scabbiosa, dallo scordio, acetosella, semi di cedro,

e simili, con alcune gocce di acido solforico. Si somministravano

parimenti l'acqua teriacale, i sudoriferi, ed il vino. Tornavan nocivi

i medicamenti troppo riscaldanti. La decozione d'orzo, acidulata

coll'aceto, era la bibita ordinaria.

In tal disordine di cose si stabilirono in Roma non pochi spedali e

lazzeretti; e si fecero espurghi, erettevi all'uopo alcune macchine.

Quindi la città si divise in quartieri, e ad ogni quartiere fu

assegnato il respettivo Commissario, i suoi medici, chirurghi, e

confessori. Molte provvide discipline venner del pari ordinate,

specialmente sopra obbietti annonarj, ed altri di eguale necessità,

senza guardare a spesa, e senza altri particolari riguardi.

Il pontefice Alessandro VII, e molti cardinali non partirono mai

da Roma, durante il contagio. Il celebre cardinal Gastaldi, eletto

Commissario generale di Sanità, si distinse per la saviezza, vigilanza,

e 'l mantenimento delle discipline, adottate a precauzione contro

la propagazione del morbo. A queste, e ad un saggio rigore usato

indistintamente verso ogni classe di persone dee la città di Roma

principalmente la salvezza di un gran numero de' suoi cittadini[31].

Infatti per merito di un buon governo non sono perite a Roma in quella

circostanza che 14,500 persone; mentre Napoli ne perdette 280,000

(che che dica il Giannone esserne andate estinte 400,000), e Genova

presso a 70,000. Parecchie città e paesi dello Stato Romano sono stati

preservati, come pure alcune contrade stesse di Roma. Anco in questa

pestilenza la maggior parte de' conventi di monache ne restò illesa.

Il sullodato Cardinal Gastaldi ci lasciò la storia di questa

pestilenza, ed una copia fedele di tutti gli editti, bandi,

notificazioni, istruzioni, ec. pubblicati in Roma in tal congiuntura

nella voluminosa sua opera _de avertenda et profliganda peste, etc._

Il contagio si diminuì a poco a poco, e cessò intieramente a Rieti nel

Gennaro 1657, a Roma nel Marzo dello stesso anno. Succeduti poi in Roma

nuovi casi, si rinovarono le diligenze, e il male cessò affatto in sui

primi di Agosto del detto anno 1657. Solo però nel principio del 1658

si rendettero interamente libere tutte le comunicazioni.

Nello stesso tempo, che infuriava la peste, un'epizoozia crudele faceva

perire la maggior parte de' buoi e delle pecore (_V. Gastaldi op.

cit._).

A Genova, quasi altrettale che a Napoli, avuto riguardo al numero

minore della popolazione, fece strazio orrendo questo stesso contagio.

Offeriva quella città miserando spettacolo di miseria e di stragi,

che per la confusione e lo spavento, che regnavano a que' tempi colà,

diventava ogni giorno più tristo, e più desolante. Anche a Genova in

sulle prime invalse l'opinione che quel morbo fosse mal comune; e si

continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l'opportunità e

gli argomenti, che all'improvviso accadevano. Ma nello spazio di pochi

giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione,

ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma invano, di por riparo

con ogni diligenza alla piena dello struggitore contagio. In poco

più di sei mesi ne sono perite pressochè settanta mille persone. Non

bastando più i vivi a dar sepoltura ai morti, vennero eretti in quasi

tutte le strade, e sulle piazze dei roghi, ove immensa quantità di

cadaveri fu abbruciata. Sì a Napoli che a Genova la malattia presentava

a un incirca li medesimi sintomi. Dichiaravasi per ordinario il

male con un acutissimo dolor di testa, viso rosso, occhi infiammati,

sete inestinguibile, lingua secca, calore bruciante a la region de'

precordj, buboni agli inguini, e alle ascelle, carbonchi e antraci sul

petto, e agl'ippocondrj. Nelle persone cachettiche la febbre era meno

intensa; vomiti di una bile pallida, mista di pituita; cardialgía,

ossia dolor di stomaco, pallore orribile della faccia, occhi profondati

nell'orbita, sudor freddo alla fronte seguìto da buboni, antraci, o

dalla morte. Presso altri la comparsa dei buboni e degli antraci era

preceduta da una febbre insensibile, accompagnata però da turbamento, e

alterazione delle facoltà vitali e animali. In alcuni altri la febbre

era moderata e lenta senza buboni, salvo che ne appariva un picciolo

carbonchio; e nel quarto giorno si manifestavano inaspettatamente quasi

ad un medesimo istante i sintomi più terribili. I buboni, non molti,

e gli antraci in copia comparivano accompagnati da dolori atroci, e ne

succedeva la morte in poche ore fra gravi assalti di convulsione.

Apertisi alcuni cadaveri, vi si trovaron le viscere sfracellate; il

cuore, il polmone, ed il fegato coperti di macchie nere gangrenose; la

vescichetta del fiele piena di una bile nera, viscosa, e sì densa, che

duravasi fatica a staccarla, i vasi sanguigni ingorgati di sangue nero

e grumoso. Vi si usarono le bevande cordiali, la teriaca, i sudoriferi,

l'olio di scorpione internamente, esternamente l'olio del Mattioli;

ma tutti i rimedj riuscivano inutili. La malattia non cessò, che a

poco a poco da se, e come se fosse stata stanca di stragi. Quando la

peste era nel suo forte, tutte le altre malattie, sia febbrili o no,

casualmente accadute, acquistavano la natura e' segni di vera peste,

ossia, come dicevasi, si convertivano in peste, anco in quegli, che

tenevansi chiusi nelle proprie case con ogni sorta di riguardo, e,

per quanto sapevasi, senza alcuna esterna comunicazione. Ciò però non

accadeva nel primo, e nell'ultimo stadio della pestilenza. In sul

fine, come suol avvenire in ogni caso di peste, si svilupparono di

alcune malattie comuni, d'altra indole. Questo è il segno più sicuro,

che l'epidemia pestilenziale sia giunta al suo termine. Moltissime

ruberie, spogli di case, orrendi assassinj sono accaduti in quella

città nel tempo, che durò il contagio. Per lo che, il trasportarsi

d'una famiglia all'altra in un cogli effetti rubati l'infezione fu

cagion essenziale della rapida ed estesa sua dilatazione. Morti essendo

la maggior parte de' sacerdoti, che avevano la cura spirituale degli

ammalati, ed in mezzo alla terribile mortalità non trovandosi più chi

assumer volesse sì pericolosi ufici, la Repubblica di Genova chiamò

dalla Francia alcuni PP. Cappuccini in soccorso degl'infermi. Quattro

d'essi giunsero, allorchè più ardente era il contagio, i quali vi

prestarono l'opera loro con eroica carità. Fra loro v'ebbe il celebre

P. Maurizio da Tolone, sacerdote molto coraggioso e pio, già trovatosi

in più pestilenze, dalle quali tutte n'era uscito illeso felicemente.

Usavasi a quel tempo in Genova gittar dalle finestre tutti i mobili ed

effetti, che trovavansi nelle stanze de' morti di peste, fossero essi

di poco o di molto valore; e tutti abbruciavansi indistintamente, non

conoscendosi allora altro mezzo di spurgar la città, che il fuoco. Il

detto P. Maurizio da Tolone in tal circostanza introdusse in Genova,

con grande utilità e risparmio di molti arredi e masserizie preziose,

il suo metodo de' profumi per ispurgarne le robe e le case infette,

e, giusta quanto egli ne assicurò, la più costante sperienza gli ha

fatto conoscere di tai profumi mirabile effetto, vale a dire la sicura

qualità del disinfettare, come copiosamente si fa egli a provare nel

suo _Trattato politico; ec._ Con questi profumi, ch'egli spaccia di

sua invenzione, spurgò in Genova, oltre un'immensa quantità di robe e

di case, 430 tombe, piene a ribocco de' cadaveri degli appestati, con

un ingegnoso apparato di legno da lui fatto costruire appositamente.

Questi profumi sono di tre sorte; la prima per ispurgar le case ed

altre suppellettili grosse; la seconda più violenta per purgare i

lazzeretti, le sepolture, ed altre robe, che hanno bisogno di un più

efficace purgamento; la terza è un profumo più soave, detto _della

Sanità_, per liberar le camere dal puzzo[32]. La base di tutti

questi profumi è lo zolfo, la cui celebre dote del disinfettare è

antichissima, quasi quanto è l'uso de' profumi in tempo di peste, come

vedremo a suo luogo; adoperato, dico il zolfo, più o meno confusamente

in un gran numero di pestilenze; e, a dir vero, in alcuni casi

con evidente utilità. (_Gastaldi Hieronymus Card. de avertenda et

profliganda peste; a Castro Petrus, Veronensis, Pestis Neapolitana,

Romana, Genevensis annorum 1656-1658; Juvellin. Bernard. Hist. Pestis,

Romae 1656; P. Maurizio da Tolone, Trattato politico; ec. P. Kirchero

Scrutin. Pestis; Papon; Lebenswaldt; Muratori op. cit._)

A. dell'E. C. 1657. In quest'anno vi ebbe peste nel ducato di Brema

nella Bassa Sassonia, ed a Brunswich residenza del principe di questo

nome. Lorenzo Gislero, medico di Osteroode, rapporta duecento e tre

storie particolari della peste, che si spiegò a Brunswich nel 1657.

Vi durò essa sei mesi. Questa peste era particolarizzata dai sintomi

seguenti; ansietà ai precordj, calore ardente interno, veglia,

cefalalgía intensa, stitichezza di ventre, polso pressochè naturale,

delirio, esantema petecchiale, buboni, carbonchi, somma prostrazione

di forze, ec. Il contagio sviluppossi da prima a Brema, e da di là fu

portato a Brunswich da alcuni Brunswicesi, che ne fuggirono, venuti a

rifugiarsi in patria, dove morirono in casa di una vecchia femmina lor

parente, che ve gli accolse, contrattone pur essa il malore (_Laurent.

Gisler Observat. Medicae de Peste Brunswicensi an. 1657._).

A. dell'E. C. 1659. Peste in quest'anno nella Svezia, e principalmente

nella città e fortezza di Hollen sulla costa meridionale dell'isola di

Aland (_Lebenswaldt; Adami op. cit._).

A. dell'E. C. 1660. Alcuni autori accennano esservi stata peste nel

mille seicento sessanta in parecchi luoghi della Germania, la quale

attaccava più particolarmente gli uomini, soprattutto i robusti, fatto

poco danno alle donne, e meno ancora ai fanciulli; ben diversa in ciò

da quella, che afflisse Roma sotto il regno di Tarquinio il Superbo,

la quale, secondo Dionigi d'Alicarnasso, colpì a preferenza le giovani

fanciulle e le vedove (_Papon, Ozanam. op. cit._).

Nell'anno 1662, secondo il Lebenswaldt, il contagio turbò la Polonia.

Di questa peste però non trovai negli storici da me veduti alcuna

particolar descrizione.

Giusta lo stesso autore nel medesimo anno 1662 la peste fece strage a

Costantinopoli.

A. dell'E. C. 1664. In quest'anno fierissima pestilenza desolò l'isola

di Candia al sud dell'Arcipelago, regno una volta, come ognun sa, della

Repubblica Veneta (_Lebenswaldt; Adami, op. cit._).

In questo stesso anno 1664 ricordasi esservi stata la peste a Tolone,

ed a Cuers, picciola città di Francia nella bassa Provenza. Gli storici

però non indicano, quanti, e quali ne sieno stati i suoi mali effetti

(_Papon. op. cit._).

A. dell'E. C. 1665-66. In Londra a quest'anni si è sparsa fierissima la

peste, una delle più celebri della Storia, già descritta dall'Hodges e

dal Sydenham, rinomatissimi medici, che vi si trovavano a quel tempo,

e che perciò ne furono testimoni oculari. Per essa in meno d'un anno

morirono in Londra 90,306 persone. L'inverno del 1664 fu freddissimo

in Inghilterra, ed un gielo secco vi durò fino alla primavera.

All'improvviso disciogliersi di quel gielo, ed al principiare del

nuovo anno 1665, secondo il computo inglese, si manifestarono di assai

peripneumoníe, pleuritidi, angine, ed altre malattie inflammatorie,

che recarono gravissima mortalità. A queste venne dietro una febbre

continua epidemica, ben differente da quella, che regnava sotto la

precedente costituzione. Questa febbre era accompagnata da cefalalgía

la più intensa, da vomiti, e da diarréa, che la sola emissione di

sangue poteva calmare, provocando il sudore; mentre la pelle era secca

ed ardente. Inoltrandosi l'anno, la peste si manifestò a Londra,

accompagnata da tutti i suoi segnali patognomonici, cioè buboni,

carbonchi, ec., e sì rapidamente si propagò, che circa l'equinozio di

autunno in una sola settimana ebbe ucciso più di otto mila persone;

ancorchè da due terzi almeno degli abitanti per timor del contagio

si fossero rifugiati alle ville. Continuò il male con minore ferocia

tutto l'inverno vegnente, nè cessò che all'aprirsi della primavera,

dando luogo all'epidemia, che l'avea preceduta. S'annunciava il reo

morbo con brividi di freddo, come avvien negli accessi d'una febbre

intermittente. Gli sopravvenivano in seguito vomiti crudeli, e un dolor

compressivo violento lacerava agl'infermi la region precordiale; e la

febbre era ardente e continua fin alla morte, o sino al comparir dei

buboni agl'inguini, alle ascelle, o alle parotidi, i quali, quando

venivano alla suppurazione, indicavano i malati già fuori d'ogni

pericolo. Le macchie purpuracee o livide eran foriere di vicina e

sicura morte. Un delirio spaventevole d'ordinario non solo accompagnava

la malattia, ma sovente la precedeva, senza alcun segno da far creder

vicina la comparsa di questo orribile sintoma. Molti venivano presi

da questo fiero delirio all'improvviso, e in sulle strade, usciti

di casa senza nessuno incomodo, perdevano immediate la vista e la

ragione. Parecchi di questi infelici andavano errando, e barcolando per

le strade senza sapere nè dove andassero, nè che cosa si facessero,

e quindi cadevano a terra, come uom che cade ubbriaco, nè più se ne

riavevano. Se taluno avvicinavasi ad essi per soccorrerli, non ne aveva

da loro che qualche parola male articolata, e fuor di senno. Venivano

altri presi da un sudore espressivo, copiosissimo, che esauriva le

forze della natura senza sollevarla punto di quel suo male.

La cura, usata dal Sydenham in questa pestilenza, fu la cavata di

sangue ripetuta, ma sempre moderatamente. Egli aveva osservato che il

sangue estratto era coperto da una crosta pleuritica, e che ad alcuni

cadaveri, seguitane appena la morte, usciva in copia del naso. Cavato

sangue, soleva egli prescrivere i diaforetici, poi l'emetico, indi la

triaca, l'acqua di cardo santo, le infusioni di scordio, e di salvia,

quella di macis nella birra per promuovere il sudore. Dopo ventiquattro

ore, durante il qual periodo faceva continuare le stesse bevande, dava

un catartico. Guardavasi però egli dal far aprir la vena, comparsi i

buboni.

Il Sydenham fonda il suo metodo del cavar sangue nella peste

sull'opinione di un considerevole numero di autori, che sulla peste

versarono, e particolarmente di Lodovico Mercato, di Niccolò Massa, del

Settala, del Trincavelli, del Foresto, del Mercuriale, dell'Altomari,

del Pascasio, del Pereza, dell'Herrera, di Zacuto Lusitano, del

Fonseca, di Leonardo Botalo, e d'altri ancora. Ma sopra questo

argomento tratterò nelle altre parti di quest'opera (_Sydenham op.

med. Sect. II. cap. I et II. Hodges Nathanael Loimologia, sive Pestis

nuperae apud Populum Londinensem grassantis hist. narratio; The History

of the great Plague in London, in the year 1665._).

Negli stessi anni 1665 e 66, e a pari tempo che a Londra, la peste

faceva strazio orrendo in Olanda. Nella sola città d'Amsterdam di

questa pestilenza morirono 24,148 persone. Secondo alcuni autori il

morbo continuò in Olanda con alcuni intervalli anco ne' successivi

anni, a tale che nel 1669 spopolò la città di Leiden (_Lebenswaldt;

Adami, op. cit.; Barbette Paul. Tract. de Peste cum notis Francisci

Deckeri Lugd. Batav. 1667; Roet, Pestis Adumbr. Guid. Fanois, Dis. de

morb. epid. hactenus inaudito, an. 1669. Leidae grassante; Sylv. de la

Boe, Orat. de Affect. Epid. ann. 1669 Leyd. depopulantis_).

A. dell'E. C. 1670. Lo Scheffer nella sua Opera, intitolata

_Laponia_, riferisce che nel 1670 la peste si manifestò nella Laponia,

trasportatavi da Riga per alcune balle di canape. Soggiunge egli pure

che non s'appiccò il contagio, se non che a quelle donne, le quali

erano impiegate alla filatura del detto canape infetto. Ma il freddo di

quel paese estinse prontamente la malattia.

A. dell'E. C. 1676. In quest'anno fierissima peste travagliò di sì

fatta maniera l'isola di Malta, che ne rimase quasi affatto deserta,

non essendovi restate superstiti, che dieci mila persone. Anche in

questo caso di pestilenza i gravi dispareri insorti fra i medici sulla

vera natura del male lasciarono al contagio aperto il campo ad una

fatale irreparabile propagazione. (_Briet. An. Mund. Contin. p._ 937.

_Ad. Bibl. Loim._)

A. dell'E. C. 1678-79. In sul principiar del mille seicento settantotto

il contagio ritoccò nelle terre della Dalmazia, trasportatovi dalla

vicina Turchia per alcuni arnesi rubati dai Morlachi della villa Culla

posta sopra Scardona; la quale fu poscia d'ordine del Provveditor

generale incendiata. Di là si propagò a Brevilacqua, ed in altri

villaggi del territorio di Zara, poscia introdotto anche in Zara per

lo stesso modo di robe infette, portatevi clandestinamente, vi fece

di gravissimi danni. In quella circostanza il convento di s. Paolo,

primo Eremita, nello scoglietto, denominato Galovaz, fu convertito

in Lazzaretto, obbligati que' Religiosi a ritirarsi in città.

Nell'archivio di detto convento sussiste un manoscritto, contenente

la memoria di questa pestilenza, ed alcune particolarità, da cui fu

contraddistinta. Terminò essa nel Febbrajo del 1679 (_MS. succit.;

Tazlinger in suis Memoriis, etc._).

A. dell'E. C. 1679. In quest'anno, imperando sul trono d'Austria

Leopoldo I, la città di Vienna fu travagliata da atrocissima peste, che

vi fece orrende stragi, sì fra la popolazione della città propriamente

detta, e sì ne' sobborghi adiacenti, specialmente nel Leopoldstadt e

nel Mariahülf. Nello spazio di sei mesi sono perite da oltre 70,000

persone; e nel corso intero di questa pestilenza si calcola esserne

andate estinte più di 76,000. Pur gravi danni fece il morbo in

parecchi luoghi, vicini a quella capitale, e specialmente a s. Ulrick,

Neustift, Neubau e Neustadt. In virtù de' saggi provvedimenti, e delle

caute discipline, che d'ordine dell'Imperatore vi sono state usate

in quella circostanza, si è potuto porre argine alla ferocia di quel

contagio sterminatore; e molti paesi vicini se ne sono preservati.

(_Der römisch, Kaiserlichen auch zu Hungarn und Böheim, etc. Königl.

Maj. Leopoldi I. Erzherzog zu Oesterreich etc. etc. neue Infections

Ordnung wie es insgemein in allerhöchster Haupt-und Residenz Stadt

Wien, Leopoldstadt, und allen andern umliegenden Vorstädten etc. in

den Infections-Sachen zu halten, vom 9 Januar 1679, e_ ripubblicato

nel 1680. Esiste nella Collezione pubblicata in Vienna nel 1763.

_Pestbeschreibung und Infections Ordnung; Sorbait, Paul. Consilium

Medicum, oder freundliches Gesparch von der Wiener Pest des Jahres_

1679. _Abraham a S. Clara, Merks Wien, oder Beschreibung der wüthenden

Pest im. j._ 1679. _Habensack, Relation von der NeüstädterPest_ 1680.).

Nello stesso anno 1679, secondo alcuni storici, la peste afflisse pur

anco la Sassonia, e travagliò fieramente l'alta e bassa Slesia (Papon.

op. cit. Neue Infections ordnung der hoch und löb. Herren Fürsten und

Stände im Herzogthum Ober-und-Nieder Schlesien. Breslau, den 14 _Feb._

1680; _Kircher, Atanas. natürliche und medicinalische Durchgründung der

leidigen ansteckenden Sucht, und sogenanten Pestilenz etc._).

Da Vienna dilatossi il contagio nella Stiria, e vi si manifestò a Gratz

nel Dicembre del 1679 in una casa d'un sobborgo. Nel Gennajo seguente

1680 si sparse in altre famiglie del sobborgo stesso, e nell'interno

della città; e ne' mesi successivi s'apprese a più di 400 famiglie,

imperversando per tutto l'anno 1680. Terminò poi circa le calende di

Marzo del 1681. Nel corso di tal pestilenza fra' sobborghi e la città

ne sono state colpite 3156 persone, delle quali son morte 2340; 68

ne guarirono di quelle, ch'erano rimaste presso le rispettive loro

famiglie; 592 ne uscirono risanate dal Lazzeretto vecchio, e 156 del

nuovo.

Fu di Gratz trasportato il contagio in altri luoghi della Stiria

inferiore, e nella Carintia, e si spiegò con maggior violenza in un

castello, ed in sette villaggi circonvicini.

Dall'altra parte il contagio si estese dall'Austria nell'Ungheria

lo stesso anno 1679, e vi fece non poche rovine. La città di Posen

ne andò particolarmente travagliata (_Lebenswaldt; Briet. Annal.

Mund., Kircher. op. cit. von Windisch, Carl Gottlieb., Geographie des

Königreichs Ungarn._ I. _Theil. p. 121._).

A. dell'E. C. 1680. A questo stesso tempo la peste, insinuatasi nella

Boemia, ne la desolò facendovi orrendo strazio, a tale che nel solo

trimestre di Maggio, Giugno, e Luglio del 1680, ne andarono estinte

nella città di Praga 31,040 persone (_Redlich Paul. Historia Pestis

Pragae_ 1680. _ibid._ 1681. _Rivinus, de Peste, Lipsiae_ 1680.)

A. dell'E. C. 1682. Nell'anno mille seicento ottantadue Gorizia,

città considerevole del Friuli Austriaco, fu travagliata da

fierissima pestilenza. Il seme di questo contagio, secondo alcuni,

vi fu trasportato da Vienna, e, secondo l'opinione di altri, vi s'è

introdotto dalla vicina Turchia, manifestatosi il giorno 18 Agosto 1682

V'infierì poi il morbo con tanta violenza, che molti ne trapassarono

nello spazio di sole 24 ore di malattia, altri in tre giorni, e taluni

nel settimo. Giuseppe Candido, allora medico della città di Gorizia,

ce ne lasciò in pochi tratti d'una sua lettera un'esatta descrizione.

I sintomi ne furono il dolor di testa, il vomitar di materia porracea,

eruginosa, e talvolta sanguigna; la diarrea, spesso con vermi, la

frenitide, il letargo, le petecchie nere, larghe lividure, i buboni, i

carbonchi, le urine torbide, talor sanguigne, ed in alcuni la paralisi

della lingua. Nella maggior parte de' malati gl'indicati sintomi erano

accompagnati da febbre; altri morivano senza febbre, almeno che si

manifestasse. Parlando poi del metodo di cura usatone, lo stesso dottor

Candido soggiunge: «Il cavar sangue dalla vena fu osservato nocivo,

così si tralasciò»; e poco appresso: «li vescicanti sono stati di gran

sollievo, applicati dopo qualche evacuazione per via di clisteri» (_De

Peste Goritiana anni_ 1682, _Sermo Potestatis Benacensis, etc._).

Nell'anno 1683 rigermogliò il contagio a Gratz, ed in più altri luoghi

della Stiria; ma, oppostivi subito per impedirne la dilatazione ottimi

provvedimenti politico-sanitarj, n'andò in breve e con pochi danni

estinto.

A. dell'E. C. 1685-86. Fierissima peste desolatrice imperversò a

quest'anni nella città di Costantinopoli. Immenso ne fu il numero delle

vittime rimaste sotto i colpi di così grande flagello. Quantunque fra

le esagerazioni degli autori non si possa precisamente conoscere, qual

ne sia stato il numero de' morti in quella popolatissima città, pur si

rileva essere stato desso assai grande. (_Adami; Lebenswaldt; Pandect.

Turc._).

A. dell'E. C. 1690. Nel mille seicento novanta vi fu di nuovo la peste

in Dalmazia. Si è palesata da prima nella villa Geversche presso

Ostrovizza nel contado di Zara, introdotta colà per l'arrivo di

una famiglia proveniente dalla Bosnia inferiore. Un certo Vodizich,

borghigiano di Zara, la introdusse in quella città col mezzo di una

mandra di pecore, come vien riferito. Il giorno dopo il suo arrivo

costui fu trovato morto; e morta pur anco la moglie sua e due sue

figlie con manifesti segni di pestilenziale contagio. Scopertosi

il morbo, e per la vigilanza dei Rettori eseguite tosto con molta

diligenza le opportune segregazioni, fu esso in breve estinto. Siccome

poi al primo annuncio della peste il popolo era ricorso alla protezione

di s. Simeone; così all'intercessione di questo santo venne la

cessazion del contagio attribuita.

Così non fu della città di Sebenico, ove introdottasi la peste vi fece

non pochi danni (_Tazlinger in Dama chronologica_).

A. dell'E. C. 1691. Nell'anno 1691 alli 9 Gennajo fu scoperta la peste

anco nella città di Ragusa nella Casa degli Esposti detta l'Ospitale

de' Bastardi. Venne da Plocce, portatavi dal figlio della Badessa del

detto Ospitale. Quindi si diffuse nella città, e vi recò gran rovina;

nè cessò interamente che circa la metà di Giugno dello stesso anno

(_Storia anonima di Ragusi a. q. an._)

In questo medesimo anno 1691 la peste devastò la Puglia (_Briet. Annal.

Mund. sive Chronic. Univers._)

A. dell'E. C. 1692. Nell'anno mille seicento novantadue si legge

esservi stata la peste nella Sciampagna in Francia, ma non se ne

trovano particolarità degne di speziale considerazione (_Charlier,

Traité des Bêtes à Laine T. II. p._ 747).

Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria · 第 85 / 135 题