SECOLO XVII.

A. dell'E. C. 1601-2. Fu a Lisbona in quest'anni fiera e micidial

pestilenza. Tutti i mezzi adoperati per estinguerla riuscendo vani,

si credette necessario il dar fuoco al grande Ospital Regio, la cui

fabbrica importò grandi somme, avvisatosi per quel modo di spegner

con esso ogni germe del contagio (_Lebenswaldt; Zacut. Lusitan. Medic.

Princip. histor_.).

A. dell'E. C. 1603. In quest'anno vi fu peste funestissima nella

Livonia, succeduta a carestia desolatrice, anzi ad una fame delle

più crudeli ed orribili, che ricordi la storia. Per la fame vi si

divoravano i cani, i gatti, i topi, e, cosa che fa inorridire, sin

anche i cadaveri si disotterravano per isbramar con essi la fame

(_Lebenswaldt ad ann. 1602. V. Wiener Pestbeschreibung; Tobias

Dornerell von der Pestilenz im Jahr 1603._).

Nello stesso anno 1603 v'ebbe funestissima peste nell'Inghilterra.

Scrivesi che nella sola città di Londra perivano da circa due mille

persone ogni settimana (_Wienerische Pestbeschreib. und Infektions'

ordnung T. I. Cap. 7. Lebenswaldt ad h. an._).

A. dell'E. C. 1606. Peste fiera regnò quest'anno in più luoghi della

Germania, secondo il Lebenswaldt; nel Palatinato del Reno, a Magonza e

nel suo Territorio, nel Maddeburghese, e in altri luoghi.

A. dell'E. C. 1607. La peste travagliò nel mille seicento sette la

città di Augusta (_V. Joan. Castelli de Peste ejusque causis, signis

etc. Augustae Vindelicor. 1608._).

A. dell'E. C. 1607-8. Sotto l'arcivescovado del dotto, ma troppo

riscaldato filosofo e politico Marc'Antonio de Dominis si appiccò la

peste in quest'anno alla città di Spalatro, la quale fu così fiera e

mortale, che vi estinse la maggior parte di quegli abitanti. Molti al

primo annunzio di peste sono fuggiti; ma di quelli, che rimasero nella

città, da circa quattro mila perirono. Sembra che abbia continuato

il flagello fino al 1608. Ad illustrazione di questo fatto piacemi

di riportare uno squarcio tratto dall'_Illyricum Sacrum_ di Michele

Farlato T. III. pag. 489; non che una Memoria cavata da un MS.

autografo dello stesso arcivescovo de Dominis del 1612.[17].

A. dell'E. C. 1609. Il Lebenswaldt stesso narra che nella città

di Londra, o introdotto di nuovo, oppur rigermogliato, scoppiò il

contagio, estinte per esso in quell'anno da 11,587 persone. Per altri

si dubita, se questo morbo sia stato veramente la peste, od altra

spezie di malattia epidemica, prodotta dall'inclemenza della stagione,

che fu oltre modo mutabile e varia per tutto il corso dell'anno.

A. dell'E. C. 1610. Insinuatasi quest'anno la peste nella città

di Basilea, vi uccise da circa quattro mila persone (_Uret., sive

Wursteisen Chronic. Basileens._).

A questo tempo medesimo v'ebbe peste a Colmar, a Schelestadt, ed in

tutta l'Alsazia. Mentre la contagione pestilenziale infieriva sopra

gli uomini, una maligna epizoozia distruggeva gli animali. Anzi

narrasi che gli stessi volatili silvestri n'erano presi, tal che assai

sovente vedevansi dall'aria cader a terra colti da improvviso malore

(_Lebenswaldt op. cit._).

A. dell'E. C. 1611. Nell'anno mille seicento undici vi fu peste in varj

paesi della Svevia. (_Lebenswaldt op. cit._).

A. dell'E. C. 1613. In quest'anno si manifestò la peste nell'esercito

del re di Danimarca; e, secondo il Ricciolo (_Chronic. Magn._) vi fece

orrenda strage. Si osserva però, che, siccome tal malore fu limitato ai

soli soldati e non appresasi ad alcuna classe della civica popolazione;

così vuolsi creder piuttosto che quella fosse un'altra epidemia.

A. dell'E. C. 1614. La peste, forse non bene estinta nel circolo della

Svevia, ripullulò quest'anno nella città di Dillingen, residenza

del principe vescovo di Ausburgo (_Carol. Stengel. Historia Pestis

Dillingae a. 1614._).

A. dell'E. C. 1619. La peste rinnovossi in quest'anno nella città

di Augusta, e vi recò molti danni (_V. Raymund. Minderer Lib. de

Pestilent. Augustae Vindelic._).

Nel detto anno mille seicento diciannove morirono dalla peste in Zara

il maggior numero di quegli abitanti; talchè terminato il male, che

durò nove mesi, si contarono viventi sole 2073 persone. Il contagio

passò poi in altre città della provincia (_Joan. Tanzlinger in Dam.

Chronologic. Jadrens. n. 97. Simeon Glinbavaz in suis memoriis_[18]).

A. dell'E. C. 1623-24-25. In questo triennio fu una peste così

terribile e micidiale a Petau o Petaw, piccola città dell'Austria nella

Stiria inferiore, che, durando troppo lungo e miserando lo strazio di

quella popolazione, ne andò essa quasi interamente distrutta. Tale era

il terrore, messo negli animi, dalla violenza del male, che, tutto il

tempo che vi durò, non eravi quasi più alcuno, che osasse avvicinarsi

a quella sventurata città, convertita pressochè tutta in uno squallido

e tristissimo cimitero (_Lebenswaldt P. I. p. 26. Adam. Bibl. Loim. p.

98._).

A. dell'E. C. 1625. In quest'anno v'ebbe di nuovo la peste a Londra, e

nella città di Metz nella Lorena (_Papon. op. cit._).

A. dell'E. C. 1626. Fiera peste vi fu quest'anno a Tolosa nella

Linguadocca; la quale, non bene estinta, poco dopo si riprodusse

(_Papon. op. cit._).

A. dell'E. C. 1627-28. Riferisce il Lebenswaldt aver regnato a'

quest'armi fierissima peste in Costantinopoli. Narra egli ancora che

per sottrarsi quegli abitanti alla furia del morbo struggitore, che

ardeva in ogni parte, ed ampliavasi rapidamente, furon costretti in

gran parte d'abbandonare le lor case e tutte le loro sostanze, fuggendo

alla campagna. Lo che non è da credere sì di leggieri rispetto ai

Turchi, stante il fatalismo, che regna infra loro. Lo stesso autor

riferisce che a questo tempo (cioè negli anni 1627-28), la città

d'Augusta, percossa nuovamente dalla peste perdette da circa trenta

mille persone.

Ma or mi s'apre nuova luttuosissima scena di orrori e di stragi. La

pestilenza, che son per descrivere degli anni 28 e 29 in Francia, 29,

30, e 31 in Italia, è una delle più spaventevoli, e più micidiali,

ch'abbiano mai inferocito sulla umana generazione.

A. dell'E. C. 1627-28-29. Abbiam già veduto fin dal 1625, che la

peste aveva incominciato ad affliggere alcuni paesi della Lorena, e

che nel 1626 erasi ampliata in altri luoghi della Francia. Quivi, a

questo tempo le false dottrine di Lutero e di Calvino, assalendo i

principj dell'antica religion dominante, avevano seminato il fuoco

della discordia, sollevati partiti, e gittate specialmente le Provincie

Meridionali in preda alla guerra civile. Quindi ne' continui movimenti

di truppe, e fra i disordini della guerra il contagio pestilenziale

aveva grande opportunità e mezzi parecchi di vieppiù propagarsi, e di

preparare le sue rovine.

Alla fine di Settembre del 1628 fu portata la peste nella città di

Lione. Assicura il Papon che ciò sia seguito col mezzo di alcuni

soldati venuti d'Italia; ma non sì tosto si dichiarò quella esser la

peste, che gli abitanti, da grande spavento presi, d'altro non si

occuparono, che de' mezzi di porsi in salvo, fuggendo dalla città.

Quindi, imballate le masserizie lor più preziose, e dato ordine

alle lor cose più care, affrettarono il momento di abbandonar il

natio paese. Quelli, che avevano case proprie alla campagna, vi si

ritirarono, ma chi non le aveva, dalle città e da' villaggi vicini

vennero colla forza respinti, per modo che si rimasero erranti senza

tetto, e senza ricovero. A taluni affannati e mal conci riusciva

di poter alla città ritornare. I sintomi, che accompagnavano la

malattia, erano violentissimi. Per lo più manifestavasi in alcuni

la frenesia, che non cessava che colla morte; in altri il delirio

giugneva a dovernegli far incatenare. Cadevano altri in profondo

sopore, donde cosa nessuna valeva a riscuoterli. Sofferivano altri

ostinatissima veglia, vomiti continui, diarree che gli sfinivano, e

spessi svenimenti, con dolori atrocissimi, urente ardore alla region

de' precordj, violentissimi dolori di testa, delle reni, e degli arti,

ec. Passavano alcuni sei o sette giorni senza cibo di sorta, quando

altri divorati venivano da canina fame e continua. Serie infinita

di contrarj sintomi comparivano; v'erano esantemi lividi, carbonchj,

buboni, tumori al collo, ec., e si terminava in breve la sofferenza,

e la vita. Alcuni cadevano morti in sulle strade improvvisamente;

ed altri, presi da mortali angosce, nell'atto di coricarsi a letto

spiravan l'anima. Il morire secondo ordine era fra due, tre, quattro,

o sette giorni dall'accesso del male. Il morbo non sì alle donne,

come agli uomini si apprese; nè questi, come quelle, sì di leggieri il

vincevano, appreso che lor si fosse. I medici non sapendo propriamente

che farsi d'una malattia, di cui ingenuamente confessavano la loro

ignoranza, stavansi neghittosi senza far nulla. In loro luogo si fecero

avanti di molti empirici; come suol avvenire in tempi di spavento, e

ne' luoghi di confusione e disordine. Si osservò che l'uso del vino fu

utile, e funesto l'abuso. A parecchi tornò vantaggiosa la zuppa d'orzo,

ripresa cinque o sei volte al giorno, e nessun'altra cosa nè alimento,

nè medicina. Un religioso s'occupava in far cauterj, e applicare

vescicatorj; preservativo che fu riconosciuto eccellente. A due

fratelli fornaj appresasi ad uno stesso tempo la peste, uno ai primi

sintomi si cacciò nel forno ancora caldo; sudò molto, e guarì; l'altro,

che sì non fece, credesi che sia morto.

Non v'ha cosa, che uguagliar possa lo spettacolo d'orrore e di pianto,

che offeriva di se a' risguardanti la città di Lion ne' mesi di

Settembre, Ottobre e Novembre. Da tre a quattrocento persone all'ora

venivano colte, parte dall'infezione, parte da morte. Stavano sei

o sette malati nella medesima camera, tre o quattro nel medesimo

letto; l'uno moriva, l'altro era agonizzante; e quale tormentato

da acerbissimi dolori metteva angosciose grida, mentrechè l'altro

fatto delirante, e divenuto maniaco per effetto del male, commetteva

stranissimi eccessi. In questo mezzo i meno gravati dal male desolati

e tristi usavano delle fiocche lor forze a soccorrere chi più ne

aveva bisogno. Chi per lo spavento impazziva, chi diveniva muto, chi

sentendo i sacri bronzi invitare alla preghiera per la cessazione

del male, colto da brividio d'improvviso terrore cadeva malato, e in

poche ore si moriva. Le strade erano tutte, parte diserte, e parte

ingombre di cadaveri. La fame, la immondezza, l'abbandono concorrevano

ad abbreviare gl'istanti dei miseri infermi, cacciati negli spedali;

alcuni di loro, mentre combattevano ancor colla morte, venivano da'

ladri spogliati d'ogni lor masserizia e danaro. Se le più autorevoli

storie nol ci confermassero, appena uom crederebbe la natura e

moltiplicità de' misfatti, che in sì trista calamità si commettevano.

Un testimonio oculare sia suggello al mio dire. Egli assicura che

gli eccessi giunsero a tanto che v'ebbero da trovarsi a Lione e a

Milano, e in altri luoghi cotanto perversi uomini, che coll'opera

loro procuravano di propagare essi stessi la peste, infettandone le

case e le persone sane. A tanto giugne l'umana malvagità pur sotto il

flagello! Alcuni gittati semivivi nelle fosse coi morti se ne traevano

il giorno appresso ancor vivi[19]. Altri sentendo vicina l'ultima

ora avvolgevansi in un lenzuolo per menomarsi l'orrore d'esser nudi

sepolti; altri scavatasi la propria fossa, vi si coricavano presso di

maniera, che speravano potervi dentro cadere senza lasciarne sì tristo

ufizio a' suoi col pericolo di andarne pur essi infetti. È degno di

considerazione, come i più di leggieri venivano dimenticati, e come

in tante sciagure si passava poi dalla tristezza alla consolazione;

come si si abbandonava alle passioni, a' piaceri, manifestando somma

indifferenza sugli altrui mali. Risonavano le taverne notte e dì di

grida, e di suoni, di bestemmie, e di smodati cantari. Si vide pur

anche chi accompagnava i funebri carri, ir cantando e saltando; e

parecchi maritarsi fino a tre volte. Una donna fra l'altre si sposò

successivamente a sei mariti in poco di tempo, e li seppellì tutti e

sei, senza averne preso la peste. È pur considerevole, che in questo

corso di pestilenza gli sterquilinj, e le case d'immondezza ripiene

fossero luoghi di maggior sicurezza, che non erano le case ventilate

e pulite. La peste cominciò a diminuirsi nel mese di marzo 1729; e fu

pressochè estinta ne' mesi di Giugno e di Luglio. Se ne riaccesero le

scintille in Agosto; ma in Settembre terminò affatto. La peste lasciò

quasi in tutti quelli, che ne sono guariti, assai triste conseguenze e

reliquie, rimasti tutti più o meno infermicci. Chi ne andò cieco, chi

sordo, e chi muto; ed i più mal fermi delle gambe. Non è conforme tra

gli storici il numero de' morti. Danno i più, che di tal peste sieno

periti da circa 70 mila persone; il che è pur verisimile, atteso il

sommo disordine nella cura e nel corso di tal malattia. Di gravissimi

falli si accusano i Magistrati municipali di Lione. Dal soprattocco

abbandono grandi sconvenevolezze ne derivarono, anche per riguardo alla

legittima successione delle famiglie, perchè insorsero di lunghissime

liti, e rovinose (_Theoph. Reyn. de Mart, pro pest. p._ 451. _Papon. T.

I. pag._ 165.).

A. dell'E. C. 1629. Nel mese di Luglio del mille seicento ventinove

un Cappuccino, infetto di quattro carbonchj e di due buboni, giunse

a Montpellier da Tolosa. I medici, secondo lor uso, disputavan fra

loro sull'indole di quella malattia. Alcuni tenevano che fosse peste,

altri il negavano. Il Cappuccino intanto morì fra brevissimo spazio di

tempo; ma non perciò la quistion terminò. Due dì appresso morì altra

persona co' medesimi sintomi; ed anzichè conchiuderne la cagione, si

riaccese la disputa sempre più viva; per modo che i medici disputavano

co' sillogismi, e la peste la finiva col fatto, assalendo qua e là le

persone indifferentemente. Si occultarono colla maggior gelosia questi

nuovi accidenti; il che impedì agli officiali del Municipio, sotto

la presidenza del celebre medico Ranchin, di prendere le necessarie

precauzioni per arrestare i progressi del male. E di vero, per alcuni

giorni non si sentì più parlare d'infortunj, nè di morte. In questo

mezzo arrivò a Montpellier il cardinal Richelieu; vi giunse il Re

poco appresso con numerosa corte, e porzion dell'armata, che faceva

la guerra ai Calvinisti. Non appena e' vi giunse, che il male, che

covava occulto, apertamente scoppiò ad un tratto in più contrade della

città, e vi sparse il terrore. Il Re fugge, l'armata se ne ritira, gli

abitanti smarriti fanno loro fardelli e bagagli; chi fugge da una parte

e chi dall'altra. Le strade ne van piene di fuggitivi, non sicuri nè

anche di trovare asilo. I consoli o provveditori della città, riavutisi

dal loro sbigottimento, s'occuparono seriamente della salute de'

cittadini; ma in vano, perchè troppo tardi. Tra i diversi provvedimenti

creano un Consiglio di Sanità; ma della paura ne fuggirono gli eletti.

Questa peste aveva a un incirca i medesimi segni delle altre. Spiegò

essa la maggior sua violenza nell'autunno del 1629; andò quindi

declinando per gradi fino all'Aprile del 1630, in cui fu estinta; ma

di essa in questo spazio perirono nella città di Montpellier da circa

cinque mille persone, cioè a dire la metà di quanti eran rimasti in

città. Fra' morti si contò gran numero di religiosi e di chirurghi

impiegati all'assistenza degl'infermi. Terminò in Aprile, e gli

abitanti fuggiti vi ritornarono senza pericolo La municipalità, durante

il contagio, mantenne certo ordine d'amministrazione, e tra le misure

migliori quella si fu di far trasportare i malati fuori della città.

I latrocinj nel tempo di questa peste non furon meno frequenti, che

negli altri luoghi. A Montpellier si ebbe singolare altra specie di

furfanteria; questa è, che i serventi degli ammalati nelle case e negli

spedali s'accordavan fra loro, inducendo gl'infermi a far testamento

reciprocamente a loro favore. Nè anche il terribil cospetto della morte

tiene in freno la sozza e cieca passione dell'avarizia, e della frode.

La città di Digne nella Provenza fu pur in quest'anno 1629 travagliata

fino agli estremi dalla peste. Essa presentò questa volta dei singolari

fenomeni. Gl'individui, che ne furon presi, vennero tormentati da sete

ardentissima, da veglia, da gravezza di capo, stanchezza e sfinimento

di forze, debolezza e mancamento della voce, nausee, vomiti, ardori

d'urina, sputi misti di sangue, copiosi sudori, brividi, convulsioni,

delirio, frenesie. Oltre di ciò buboni, or uno, or più, della

grossezza di un'amandorla o di un uovo con dolori violenti, e senza

infiammagione. Non di rado si risolvevano, ma per lo più suppuravano e

s'aprivano, ed allora i dolori diventavano insofferibili; spessissimo

carbonchi, de' quali se ne osservavano tal volta fino a dodici, in

un solo individuo, ora lividi, ora purpurei, accompagnati da ardori

vivissimi, e da pustole, che rodevano le carni. La maggior parte de'

malati divenivano gonfi; e molti ne morivano improvvisamente senza

aver dato alcun segno di malattia. I cadaveri erano orribili a vedere;

avevano il viso storto, sghembo, le membra rigide, e ordinariamente

contratte.

In questa pestilenza, secondo il Papon e il Gassendi, che la

descrissero, intervennero particolari fenomeni. Tra gli altri si vide

un malato uscir repentinamente dal letto, arrampicarsi per le mura

della casa, salire in sul tetto, e gittarne le tegole in sulla strada.

Altri, salito sopra un tetto col mezzo di una scala, danzarvi qualche

tempo; disceso quindi darsi a correre per la città, finchè presentatosi

a un corpo di guardia ne venne ucciso con un colpo di fucile. Tale

dallo spedal si fuggì, corse alla sua moglie, ch'ebbe la debolezza di

accondiscendergli, e nell'atto stesso ambedue si morirono. Un altro

malato, immaginandosi nel suo delirio di poter volare, prese il volo da

un sito elevato; ma caduto, si fracassò; ed altro, credendo di essere

in una nave agitata dalla tempesta, gittò le sue masserizie in sulla

strada, avvisando di menomare il peso delle mercanzie, onde salvare il

naviglio dal naufragio. Uno sventurato padre, in istato di delirio,

gittò dalla finestra il suo figlio ancora in fasce. Una giovane di

vent'anni riebbesi del suo letargo nell'atto, che fu gittata sopra

un mucchio di morti. Un'altra di 25 anni, caduta per quella malattia

in una fossa, vi restò tre giorni senza segni di vita, il quarto,

destatasi dal dolore cagionatole dallo scoppio di un bubone, risanò.

Una vedova malata, priva d'ogni soccorso, restò sei dì nella sua

stanza, senza mangiare nè bere, e dopo tanta inedia si guarì. Un uomo,

preso dalla peste, e rimasto senza dar alcun segno di vita, sua moglie,

che lo credeva morto, gli scavò la fossa, ma non avendo forza bastante

di portarvelo, nè strascinarvelo, lo lasciò nel suo letto altri quattro

giorni, al termine de' quali si svegliò, alzossi, e uscito di casa

diedesi a scorrere per la campagna, profetizzando ed annunziando il

giudizio finale, coll'esortar gli uomini alla penitenza, maledicendo

quelli, che non si genuflettevano dinanzi da lui; ed altre sì fatte

stravaganze; così fece fin che durò il delirio, il quale poco dopo

terminò, e terminò pure felicemente la malattia.

Lo spettacolo, che offeriva la peste alla campagna, era altresì il

più lagrimevole e spaventoso. Gli abitanti colpiti dalla peste si

coricavano in sulla terra, e quivi ben presto esalavano l'anima, privi

d'ogni soccorso. Trovaronsi dei fanciulli, che succhiavano il seno

della madre già morta; altri che le capre avean preso cura di nutrire.

D'ordinario in famiglia i vivi prestavano ai morti gli ultimi uffizj

della sepoltura. Il padre seppelliva suo figlio, il figlio scavava

la fossa al padre, il marito sotterrava la propria moglie, la moglie

rendeva questo ultimo doloroso ufficio al marito; e le fosse erano così

poco profonde, che il più leggier vento discopriva le membra livide dei

cada veri.

L'arte medica e chirurgica fecero assai poco a pro' di quegli infelici.

Appena 500 persone furon soccorse confusamente dall'arte; e di queste

la maggior parte morì.

L'immagine della morte era da per tutto a tutti presente. Ciascuno non

si occupava più, che di se, e del proprio pericolo, nè pensava a quello

degli altri. L'uno l'altro fuggiva. Non si dava più alcuno scambievole

soccorso. La desolazione era generale ed estrema.

Il flagello della peste cominciò a Digne il primo giorno di Giugno

1629, e vi durò quattro mesi. Per tutto questo tempo il cielo fu

coperto di dense nubi, l'aria esprimeva un calore bruciante, e vi

ebbero frequentissimi temporali. Nessun uccello si sentì in tutto quel

tempo nè in città nè in campagna. Nessun'altra malattia regnò oltre

la peste. Nella prima settimana di Giugno morivano 3 o 4 persone al

giorno; verso la metà fino a 15;fino a 40 circa al principio di Luglio;

e fino a 100 verso la metà; da 160 alla fine dello stesso mese ed ai

primi di Agosto. Alli 15 di Agosto la malattia cominciò declinare.

Nel mese di Settembre non vi avevano, che 5, o 6 morti al giorno; in

Ottobre terminò intieramente. Fra la città e la campagna non restaron

superstiti, che solo mille e cinquecento persone di 10,000, a che

montava quella popolazione; sicchè 8,500 perirono, che è a dire,

quasi sei settimi di tutti gli abitanti nello spazio di cinque mesi;

più uomini che donne, più giovani che vecchi. Fra i 1,500 individui,

che sono rimasti, non ve n'erano, che cinque o sei soltanto, i quali

non fossero stati presi dalla malattia. La peste ricominciò sei mesi

appresso; ma quegli abitanti, che fresca avevano la memoria delle

passate disgrazie, se ne fuggirono quasi tutti, e non vi perirono,

che cento persone, tutte straniere. Nessuno nuovamente fu preso di

quelli, che avevano superata la malattia. Si attribuì cotanta strage

all'inesperienza de' medici, allo spavento de' magistrati, alla

mancanza di buona polizia Sanitaria, e degli opportuni provvedimenti;

alla confusione, e al disordine, che quivi regnò. Un decreto del

Parlamento proibì sotto pena di morte agli abitanti di Digne l'uscire

della città. Il commissario incaricato dell'esecuzione, quando aveva

qualche ordine da notificare agli abitanti, si metteva sul ponte della

Bleona, faceva suonar la tromba, e quegli sventurati accorrevano in

folla, comunicandosi il contagio l'un l'altro. I paesani de' contorni,

che armavano il cordone attorno la città, e custodivano i passaggi,

confiscavano e s'appropriavano le poche provisioni, che onorate e

liberali persone inviavano a Digne ai loro parenti ed amici. Alcuni

barbari monopolisti vendevano a troppo grave prezzo le derrate, che

non si potevano aver che da essi. Mille ruberie, incendj, atrocità

accrebbero la desolazione e gli strazj di quella sventurata popolazione

(_Gassendi Notit. Eccles. Diniens. Papon. T. I. p._ 194.). Questo

medesimo flagello desolava allora Aix, Marsiglia, quasi tutta la

Linguadocca, e la Provenza. Ciò riguardo alla Francia.

A. dell'E. C. 1629-30-31. Nell'anno 1628 vi fu gran carestia in

Italia, e specialmente nello Stato di Milano, e in alcune terre della

Lombardia, accresciuta poi dalla guerra, che sopraggiunse di maniera

che in detto anno 1628, e nel seguente 1629 morì di fame e di stento

non poca gente[20].

La guerra che successe a quest'anni tra la Francia e l'Austria per la

successione al ducato di Mantova, diede occasione alla peste, che si

sviluppò nella Lombardia, e quindi in quasi tutta l'Italia. Secondo

l'opinione degli storici essa vi fu portata dalle truppe Alemanne,

e specialmente da quelle venutevi dalle Fiandre, ov'essa a quel

tempo crudelmente infieriva. La peste si spiegò da prima nella parte

settentrionale del Milanese; nè vi fu conosciuta, se non quando aveva

già fatto di molti progressi, nè tempo era più di arrestarla. Alle

prime notizie, che se n'ebbero a Milano, il magistrato di sanità inviò

commissarj sopra luogo, tra' quali il medico Tadino del magistrato

medesimo, che poi ci lasciò la storia di questa pestilenza.

Que' commissarj trovarono gli abitanti delle città in preda allo

spavento, i quali fuggivano alla campagna, e riconobber col fatto che

la malattia, da cui erano afflitti, era la vera peste, e donde fosse

proceduta. Prescrittivi alcuni rimedj, provvedettero pur il paese di

viveri, ma non preser alcuna precauzione per arrestarne i progressi. Vi

lasciarono aperte e libere le comunicazioni, come per l'innanzi: e la

peste vi si dilatò e diffuse con una rapidità incredibile. Penetrò essa

a Milano in sul finir dell'Ottobre del 1629 per ragion di alcune robe,

che taluni del popolo avean rubate, o comperate dai soldati Alemanni.

La città di Milano astretta così dall'imminente pericolo, in cui si

trovava, cominciò a formare un governo conforme alle circostanze,

e lo affidò per ogni parte amministrativa e politica al magistrato

della Sanità, composto di nobili, di cittadini, e di medici. Questo

magistrato divise la città in quartieri; vi stabilì de' lazzeretti;

distribuì le mansioni; ordinò non poche e buone discipline, e saggi

provvedimenti di polizia; ma non porse molto di considerazione alle

forme e al divisamento dell'esecuzione; perchè moltiplicandosi in

alcuni casi la ragion dell'usare degli abitanti fra loro, giusta i

bisogni comuni di sussistenza, sovente s'abbattevano in folla ad alcuni

luoghi della città, e così ne veniva cresciuto l'alimento al contagio.

D'altra parte l'incredulità de' cittadini, l'ignoranza prosuntuosa di

alcuni medici e chirurghi, che si ostinarono a sostenere che quel male

non fosse peste, contro l'autorità di molti altri dotti e sperimentati

che l'affermavano, ne originarono una specie di scisma nella città, e

ciascun partito vi aveva i suoi partigiani. Mentre costoro disputavano,

la peste ampliava le sue conquiste, e finalmente la morte a visiera

alzata abbattendo da tutte parti gran numero di vittime, disingannò

gl'increduli. Crescendo i malati e i sospetti, si aumentò il numero

dei lazzeretti fino a quattro, ma, neppur questi bastando, fu preso il

partito di lasciar nelle loro case que' malati, e sospetti, che avevano

comodi alloggiamenti per esserne sequestrati. Si adottò in oltre la

misura di cacciare dalla città tutti i forestieri, i vagabondi, le

persone senza mestiere; e su di ciò qualche storico osserva, che

questa disposizione, la quale sarebbe stata utile ed opportuna in

principio, doveva esser riguardata, come barbara e improvvida a quel

momento. Cacciar fuori tante persone da una città, ove la peste era

nel forte, oltre che era cosa inumana, non poteva aver che tristissime

conseguenze per tutto il resto d'Italia. Quest'infelici non potevano,

nè dovevano esser ricevuti in alcun luogo; stretti dall'imperiosa

necessità di procurarsi di che vivere, dovevan tutto tentare.

L'estremo bisogno e la disperazione inducono l'uomo a vincere le più

gravi difficoltà, e a commettere di gravissimi eccessi. Giunto il

carnevale, si volle osservare il rito Ambrosiano, ad onta dell'opinion

de' più saggi magistrati, e dar luogo ai soliti divertimenti, e a'

baccanali, per lo innanzi già usati. Finalmente non preveduti gli

accidenti succedendosi l'uno all'altro rapidamente, e aumentandosi

ogni giorno più la malattia, non bastando mezzo nessuno a combatterla,

si cominciò a vedere in essa qualche cosa di soprannaturale; quindi

si prese a chiamarla _male divino_. Il perchè si ebbe ricorso alle

preghiere pubbliche, alle processioni, e alle penitenze. Ma Dio

non fa miracoli ad ogni nostra inchiesta; sicchè queste pratiche

(ragionevolmente parlando) concorsero anzi a vieppiù accender la peste.

L'affluenza di molte persone in un medesimo luogo, la mescolanza di

più individui e diversi, sani e malati, o che sieno pur mo' guariti,

o che nascondano il male, senza un miracolo far altro non possono,

se non influire all'aumento, e alla propagazione del male. Quindi è

che a quel tempo il numero dei morti giunse fino ai 3555 al giorno;

e questa grande mortalità durò qualche tempo. Vedendosi continuare

una strage sì orribile, si andò pensando a straordinarie cagioni.

Dappoichè i giovani dell'uno e dell'altro sesso andavano di que' dì a

pie' nudi per ispirito di penitenza, si pensò che alcuni scellerati,

con divisamento di nuocere, avessero abbrucciato robe da appestare, e

sparsene poi le ceneri in sulle strade, per le quali dovevan passare

le processioni; e così spacciavano sì fatte fole. Si credette pure

che in quella terribile circostanza vi fosser uomini tanto perversi,

che, per uccidere chi lor piacesse, formato avessero unguenti misti

di materia purulenta pestilenziale, o d'altre sostanze venefiche e

micidiali. Il fatto fu pur anche giuridicamente chiarito. S'arrestarono

i pretesi colpevoli, e dicesi, che confessassero il loro misfatto, e

sieno stati puniti. La casa, ove si è creduta eseguita la manipolazione

di questi veleni, fu spianata, e vi si innalzò una colonna d'infamia

il dì 30 Agosto del 1630 con epigrafe, che ciò manifestasse all'età

avvenire. Il Muratori dice di averla veduta. Lo stesso però osserva,

che le persone spaventate veggono mostri e fantasime, ove non sono; che

in tempi di terrore e di miseria è facil cosa, che l'immaginativa si

riscaldi; che si offuschi la ragione, e che a forza di tormenti si cavi

di bocca alle persone la confession di delitti, che non hanno giammai

commessi. Ciò non per tanto cotali misfatti in caso di pestilenza si

narran da tanto accreditati autori, e da molti, che pur si può credere

che sieno stati le più volte commessi. Io poi posso e debbo crederlo

più d'ogni altro, dappoichè alcuno d'essi avvenne quasi sotto a' miei

occhi, come a suo luogo per l'appunto riferirò. Finalmente la peste

era già in sul finire; e si ordinò la quarantena generale, che produsse

ottimo effetto, tanto più ch'era già il mese di Dicembre del 1630, ed

il freddo agisce contro il mal influsso pestilenziale. Si conta che

Milano abbia perduto per questo contagio da circa 160 mila abitanti, e

che in proporzione maggiore sia stata la perdita, che seguì nel Ducato.

Comunque ne sia, la mortalità dee essere stata grandissima, se pur

non fosse in tutto, quale ci vien narrata (_Tadino Origine e progressi

della gran peste di Milano lib. I. cap._ 4._; Joseph Ripamonti de Peste

Mediolanensi; Muratori Governo Politico ec._).

La primavera dell'anno 1629 fu calda con piogge continue; secca la

state con eccessivi calori. Nel 1628 comparve una gran cometa, da cui

gli astrologi, che ben avevano allora grande influenza sullo spirito

popolare, presero argomento di far pronostichi funesti all'Italia:

«_Fames in Italia, morsque vigebat ubique_». È più probabile però

che que' ciarlatani per conservarsi in credito abbiano fatto questa

predizione dopo gli avvenimenti.

Nell'anno 1629 insinuossi pur in Dalmazia la peste, e vi attaccò

Spalatro, recandovi nuove rovine. Quivi scopertasi, gli Zaratini

usarono di ogni diligenza, perchè non penetrasse nella città loro.

Aprirono il lazzeretto per li sospetti, e si giovarono d'altre

precauzioni per difendersi da questo formidabile nemico. Ad onta di

tutto ciò per introdottevi merci penetrò anco in Zara l'anno 1630, e

vi sterminò in poco di tempo più di mille persone, oltre a tre mille

e più del suo allora popolato contado: tra queste cento quarantadue

ecclesiastici. Il morbo fu violentissimo, ma di breve durata,

interamente cessatovi lo stesso anno, e riconosciutane apertamente la

grazia dalla intercessione del santo vecchio Simeone. In quel tempo

di pubblica calamità gli Zarattini fecer solenne voto di affrettare la

traslazione del corpo di detto santo; lo che eseguirono con magnifica

pompa l'anno 1632 (_Joan. Tazlinger op. cit.; Laurentius Fondra

Historia Simeonis_).

A. dell'E. C. 1630. Cotesta fierissima pestilenza, che mi fo a

descrivere, prese in quest'anno a vieppiù desolare molte parti

d'Italia. Dessa fu preceduta da crudelissima fame, come si è detto; la

quale per le devastazioni della guerra divenuta più atroce, alterando

e debilitando la complessione de' corpi, accresceva al contagio la

potenza di nuocere e di propagarsi. L'un dopo l'altro cadevan morti

gli armenti, colpiti da maligno epizootico morbo; il quale, congiunto

cogli altri mali, compieva in Italia lo spettacolo più doloroso e

funesto. Il Milanese, come ho già soprattocco, era già in preda a tutte

le desolazioni del più fiero contagio. Brescia col suo territorio già

ne provava i tristissimi effetti. Mantova assediata dagl'Imperiali

al di fuori, dalla peste straziata al di dentro; così in varie altre

città e paesi divampava la peste. Verona, che si trovava in mezzo a

tutto questo fuoco pestilenziale, si mantenne sana ed illesa fino al

Marzo del 1630, non però senza gravissimi timori, specialmente per il

passaggio e commercio, che aveva colle truppe, alle quali non poteva in

alcun modo impedire il passo. Ma circa la metà del Marzo di quell'anno

infelice pur qua giunse infermo un soldato da Asola Bresciana, o, come

altri vogliono, da Pontevico. Prese alloggio in casa di certa Lucrezia

detta Isolana a s. Salvator Corte Regia, e vi morì in cinque giorni.

Visitato da Adriano Grandi veronese del Collegio de' Medici, e' giudicò

non esser lui altramente morto di pestilenza; maneggiati però i suoi

vestiti dalla albergatrice e dalle sue figlie e fantesca, tutte queste

infelici in poche ore infermarono e si morirono. Altre donne della

contrada avendole visitate ed assistite, caddero inferme pur esse, e

poi morte di quel morbo medesimo, contrattone il maligno seme tutti di

loro casa. Sedici furon essi, che da febbre assaliti immediatamente,

fra diversi gradi e accidenti, e solo cinque ne sopravvissero, morti

gli altri, parte in casa, e parte al lazzeretto. Tante morti, quasi

repentine in poche famiglie d'una contrada, misero in guardia i

magistrati, sparso già lo spavento fra la popolazione. Dai provveditori

di Sanità venne ordinata l'ispezion dei cadaveri; fatta scelta di

medici e di chirurghi, si esaminò, si consultò, e si ragionò; ma,

come il solito, diverse ne furono le opinioni: chi affermava che fosse

peste, chi lo negava, e chi ne dubitava. Il medico Francesco Graziolo e

Camillo Giordani chirurgo con ferma opinione conchiusero esser quelle

morti procedute da pestilenza, principalmente perchè nell'anguinaja

destra della fanciulla Isolana appariva un livido tumoretto. Il popolo,

che spesso vuol farla da giudice, anco pur in ciò che non conosce, nè

intende, giudicò falsa e temeraria l'opinione dei due sopraccennati

professori. Quindi, come è proprio della vulgare temerità, e vie peggio

se venga aizzata da malvagi e da scaltri, ne furono que' due, che pur

videro il vero, morsi e punti da satiriche voci e scritture, e poco

fu, che non ne fossero le persone loro straziate, e conquise. Ma le

morti successive di molti altri abitanti della stessa contrada e delle

case contigue alle prime infette dissiparono i dubbj, e convertirono

molti duri e ostinati. Il perchè ragunatosi il magistrato della Sanità

coll'intervento dei Rettori della provincia, dieronsi posatamente a

deliberare su ciò, che si dovesse fare in sì difficile e calamitoso

frangente. Ci aveva appena qualche vestigio di ricordanza negli atti

della cancelleria sul contagio dell'anno 1575. Quindi non restando

memoria sicura di quanto allora si fosse operato, non si potè giovarsi

della sperienza. Il perchè fu luogo di regolarsi giusta i dettami

della sola prudenza. Impertanto si ordinò tosto che ne' luoghi sospetti

fossero chiuse le case infette, sequestrate le persone, e abbruciate le

masserizie. «Ma, dice il Pona, questa in apparenza rigorosa esecuzione

fu diversamente sentita per la città, perchè il volgo, facile a parlar

licenziosamente, cavillava questa severità, come che soverchio timore

imprimer potesse negli animi, pur troppo da altri motivi feriti, e

contaminati». Passando il male evidentemente da persona in persona, in

breve, ad onta della pubblica vigilanza, furono appestate assaissime

case; e per molti riguardi cercando ognuna di celar il male, per

quanto fosse possibile, temendo d'esser diviso da' suoi famigliari,

venne a farsi in pochi dì universale, attaccando pur anche le più

rimote contrade. La morte moltiplicava ad ogni istante i suoi colpi.

Nelle famiglie non restava appena chi raccontasse l'altrui morte.

Non si trovava sì ardito cuore, dice lo storico, che volesse porger

all'infermo medicina o alimento. Cessata ogni cirimonia ecclesiastica,

tacevano i sacri bronzi; li sacerdoti ricusavano di accompagnare i

feretri; negletto ogni riguardo dovuto alla dignità del soggetto,

tacitamente i corrotti corpi si portavano alla sepoltura comune. Taceva

l'umana pietà; gli animi, percossi dalla paura, non erano più mossi

dall'amor degli amici, nè da quello de' congiunti. Arrivate a Venezia

le relazioni di sì grave calamità, che desolava Verona, la Repubblica

Veneta, onde provvedere allo straordinario bisogno de' suoi sudditi,

elesse Alvise Valaresso in qualità di Provveditore straordinario al

di qua dal Mincio, cavaliere chiaro per nascita, e per talenti, per

coraggio e per altre qualità distintissimo. Il Valaresso determinò di

fissare il suo soggiorno in Verona, sprezzando il pericolo, quantunque

avrebbe potuto eleggerselo in luogo sano.

Azzuffatesi poi tra loro a Villabona le Venete e le Imperiali truppe,

colla sconfitta e dispersion delle prime, Verona fu costretta di dar

ricovero a molta soldatesca sbandata e ferita; il che accrebbe la

calamità, e somministrò nuovo pascolo alla contagion struggitrice.

De' primi ordini del Valaresso uno si fu che le genti del contado,

le quali per timor delle truppe Alemanne si erano rifugiate nella

città, tornar dovessero alle case loro, onde tal moltitudine non

accrescesse il fomite pestilente, essendo per ciò a quel tempo montata

la popolazion in città ad ottanta e più mila persone. Comandò poi che

si convocassero i medici e' chirurghi tutti della città, onde versare

sui mezzi di sollevare la città dalla peste. Chi il crederebbe!

Ragunatisi i medici sotto la presidenza dello stesso Provveditor

Valaresso, ad onta della gravissima mortalità, e malgrado la più

chiara evidenza dei fatti, v'ebbe tuttavia chi ne mettesse in dubbio

la verità; chi la cagione delle subite moltiplicate morti a vermini

attribuisse, e chi a maligne febbri, ma non pestilenti, negando pur

tuttavia che in Verona peste vi fosse. Il perchè Alessandro da Lisca,

dottor di Medicina, e prior del Collegio de' Medici, gentiluomo

giudizioso, grave ed autorevole, rigettate assolutamente le altrui

opinioni dubbie ed erronee, affermò per assoluto quel malore, che

cotanto affliggeva la città, essere pur troppo micidial pestilenza. Nè

dopo questo suo giudizio vi furon per quel tempo altre quistioni tra

i medici. Venne quindi proposto di deputare un convenevole numero di

medici per li pubblici bisogni della città e del lazzeretto; ognuno

però cercò di sottrarsi, adducendo scuse e ragioni. Ma fuori della

comune espettazione Francesco Graziolo, Adriano Grandi, e Orazio

Graziani si offerirono spontanei per la città. Per il lazzeretto si

elessero Ottavio Franchini medico, e Camillo Giordani chirurgo, con

adeguato stipendio. Miseramente moltiplicavansi ogni giorno le stragi.

E dappoichè gentiluomini ed altre benestanti persone erano morte

nelle lor case senza soccorso il più menomo, nè anche di un sorso

d'acqua, ciascuno senza riguardo di condizione o di nascita cercava di

esser condotto al lazzeretto, dove si teneva che nè medicine nè altri

soccorsi mancassero. La maniera di trasferire al lazzeretto gl'infermi

era con barche a ciò deputate. Quivi accorrevano da tutte parti della

città persone infette d'ogni condizion, d'ogni età, e vi concorrevano

i congiunti ad accompagnarvele. Alcuni morivano in passando dalla casa

alla barca; altri in esso la barca, come v'erano entrati; giugnevan

altri semivivi al luogo pubblico; ed in questo mezzo, tra gli ultimi

congedi de' parenti, nella folla, che a certe ore prefisse ragunavasi

al luogo, donde partir doveva il trasporto, moltiplicavano le ragion

del contagio e diffondevasi l'infezione e la morte. Non andò guari che

il lazzeretto, vieppiù crescendo ogni dì il numero de' malati e de'

moribondi, offerse a vedere uno spettacolo di angosce e di miserie

da non poterle ridire. Nella città morivano i medici, i chirurghi,

gli assistenti, i becchini. La fame, lo spavento, il cordoglio, e'

disagi accrescevano il numero, e gli orrori de' morti, e le sinistre

lor conseguenze; cercavano i magistrati, quanto era in loro, di

provvedere, ma non valeva provvedimento di sorta, e così succedevano

sempre cose nuove e funeste. In questo tempo perirono dalla peste

tutti i fornaj; e la città versava in un manifesto pericolo di morirsi

di fame, ridotta già agli ultimi patimenti e disagi. Si pregarono le

monache, presso le quali il morbo non aveva ancora adoperato la sua

ferocia, di fare pane da vendere nelle piazze, somministrata loro dal

pubblico la farina; partito, che riuscì utilissimo. Intanto cresceva

la strage. Dai dieci fino ai sedici di Giugno dello stesso anno montò

il numero de' morti dai dugentosei fino ai trecento e più al giorno.

Diedersi altri ordini pubblicamente, e nuove deliberazioni si presero;

ma tutto in vano. L'infezione aveva già invaso tutto il territorio. Si

tentò di porvi riparo; ma difficile, se non impossibile, si riconobbe

l'impresa in que' tristi frangenti. Il Graziolo, il Grandi, il

Graziani, medici per la città, in poche ore tutti e tre si morirono,

e così fu d'altri medici parecchi. Pur vi perì il maggior numero de'

chirurghi, malgrado le poma d'ambra, ed altre sostanze odorose, di

cui a preservarsi dal morbo si faceva uso[21]. Altri medici si tennero

chiusi in casa. Leonardo Tedeschi, medico e canonico, diede ben raro

esempio di singolare coraggio, di esimia pietà, e di carità generosa.

Ma l'atrocissima calamità continuava. Si fe' ricorso alle pubbliche

preci, al digiuno, alla penitenza, moltiplicandosi tuttavia le morti;

e mancando modi, luoghi, e ministri per seppellirne i cadaveri, si

consultò, se meglio fosse dargli alle fiamme, ovvero gittarli nel

fiume. La mancanza di legno e di operaj nella città fece sì, che si

eleggesse il secondo partito. Il perchè ammassati i cadaveri lungo

le rive dell'Adige per lo imbarco, venivano gittati nella corrente

dell'acque. Giravan mortuarie carrette per tutte le contrade della

città, raccogliendo cadaveri, di cui erano ingombre le pubbliche

strade, e le case. Questi spaventosi carrocci ricolmi di cadaveri,

orribilmente scomposti, tra le confuse teste e le crollanti membra

trasportavansi al luogo del lor deposito, e quindi i corpi sommersi.

Mancando però gli operaj, o già partite le barche piene di morti non

di rado si restavano i cadaveri ammonticchiati e insepolti su quelle

rive li tre e' quattro giorni seguitamente, mettendo orribile puzzo.

Ahi miserando spettacolo! In questo mezzo s'infettò pur Ala di Trento,

mentrechè già il contagio nel territorio Veronese s'andava sempre

più dilatando; e molti della corte del Valaresso infermarono, e vi

morirono. Moriron pur molti de' principali signori e de' cavalieri;

appiccossi il contagio ai monasteri dell'uno e dell'altro sesso,

rimasti fino allor preservati. Lo spavento si accrebbe, si accrebbe

la confusione, e il disordine. Di quel tempo si invitò con grosso

stipendio Giovanni Hennisio, medico di Augusta, perchè supplisse al

difetto de' medici ne' gravissimi bisogni della città. Giunse egli ai

primi di Luglio con un suo chirurgo, e si diede alla cura degl'infermi,

come già da più tempo vi si era dato un dottor Ferrari di Udine,

stipendiato dalla Repubblica. Facevasi ogni dì la mortalità maggiore

nella milizia. Da Venezia spedironsi alcuni chirurghi e beccamorti,

che vennero distribuiti per li quartieri. Nel Luglio il numero de'

morti giunse a 350 incirca al giorno. Il coraggio ne' pochi superstiti

veniva meno ogni dì, secondo che più crescevan le morti. Vieppiù

mancando cooperatori e ministri, ajuti e conforti, tutto ogni cosa già

disperavasi, presentendosi l'universale sterminio della città. Il dì

3 di Luglio successe l'incendio del Monte di Pietà. Questo infausto

avvenimento fece crescer d'assai la forza della pestilenza, per lo

concorso delle persone, accorse ad estinguerlo, e per la nuova angustia

e spavento sofferti novellamente. Infrattanto per le raddoppiate cure

del Valaresso, del magistrato di Sanità, e degli altri ufficiali erasi

cominciato a porr'ordine al sotterramento de' cadaveri col minor danno,

ed orrore, che si fosse potuto. Ordinaronsi per tutto profumi di zolfo,

purificati con ogni diligenza i quartieri della milizia, ed altri

saggi provvedimenti furono usati. Monsignor Alberto Valerio, vescovo

di Verona, spaventato da tanti orrori, partì li 22 Luglio per Legnago,

seco portando il micidial seme, che doveva ucciderlo. Volendo passare a

Venezia ammalò in Lusia, luogo del Padovano, e morì. Ma sia che sazia

fosse la peste di stragi, ovver domata dalle buone misure, cominciò a

declinare nel di 28 di Luglio, pur tuttavia infierendo nella provincia.

Nel giorno 6 d'Agosto si pubblicò l'ordine della segregazione del

territorio dalla città. Dopo il 7 Agosto si è ridotta la mortalità a

sessanta persone al giorno; i malati di peste per lo più guarivano, e

si manifestavano malattie di altro genere, tra le quali varie terzane.

Verso li 15 di Agosto andando le cose di bene in meglio, nella città

il numero de' morti si ridusse a quaranta al giorno; ma i luoghi del

territorio erano sempre più afflitti dal devastatore contagio. A 16 di

Agosto morirono solo ventinove persone, ai 19 soli ventidue, e così a

un incirca fino alla fine di Agosto. Si andava in questo mezzo la città

ristorando, e li cittadini qua e là sparsi si raccoglievano.

Quindi s'incominciò il così detto sborro delle robe e lo spurgo della

città. I malati del lazzeretto erano ridotti dai cinque mille ai mille

cinquecento. Agli 8 di Settembre circa ridotto era il numero de' morti

a soli venti al giorno; fra' quali sola una metà dal contagio; e di

que' dì la pestilenza si fece di più facile guarigion, che non fosse

una semplice febbre.

Indi si ridusse a due o tre soli morti al giorno, numero minore del

solito; e dai primi di Ottobre passarono più giorni, senza che alcun

morisse di pestilenza. Ognuno riprendeva lena e coraggio. Finalmente

si tenne cessata la peste; ne furono sciolti i voti, e fatti solenni

ringraziamenti all'Altissimo dalla città per esser al fine stata

liberata da sì crudel pestilenza.

Di cinquantatremila cinquecento e trentatrè persone, che formavano

la popolazione di Verona prima della peste, ne perirono 32,903.

Procedutosi allo spurgo generale della città nessuno morì di quelli,

che dicevansi _Nettesini_ deputati al maneggio delle robe rimaste degli

appestati. Di quando in quando riaccendevasi qualche scintilla; e nel

Maggio del seguente anno 1631 destaron esse qualche nuova minaccia, e

trambusto; ma ben presto ritornò la calma a rasserenare queste infelici

contrade.

A. dell'E. C. 1630-31. Un'Epidemia di febbri, così dette maligne,

o petecchiali afflisse la città di Venezia nell'anno 1629. Essa

precedette la peste, la quale poi devastò con grande ferocia quella

città nei due susseguenti anni 1630-31. Ardeva a pari tempo il

micidiale contagio a Milano, Cremona, Pavia, Bergamo, Brescia, in

tutta la Lombardia, ed in altri paesi molti d'Italia. A Mantova

in ispezieltà, stretta d'assedio dagl'Imperiali, menava di orrende

stragi, a tale che andando ivi estinto ogni giorno gran numero di

soldati e di cittadini, e venendo per tal modo scemata la difesa di

quella piazza, i Mantovani, veduto presso il pericolo di cadere sotto

il ferro e la licenza dell'inimico, cose che temevano più assai, che

non fossero le ingiurie del morbo, inviarono a Venezia il marchese

Alessandro Strigi, loro concittadino, a chieder soccorsi dall'alleata

Repubblica. Il marchese partì da Mantova co' suoi servi, ed altre

persone. Alcuni di essi ammalaron per via, e si morirono, che questo

micidial seme portaron seco da Mantova. Passati per Sanguinetto,

castello del veronese, sino allora intatto ed illeso dal morbo, ve

ne sparsero le scintille, che poi crebbero in vasto incendio. Giunto

lo Strigi a Venezia nel dì 8 del Luglio, dal Supremo Magistrato di

Sanità non gli fu permesso di entrarvi, ordinatogli di stanziare

nell'isola di s. Clemente, lontana un miglio circa dalla città, per

passar quivi il periodo della contumacia. Stando in quell'isoletta

con undici persone del suo seguito, dopo pochi giorni preso lo Strigi

da insolita lassezza della persona ammalò. Chiamatosi tosto Giuseppe

degli Aromatarj, celebre medico, al primo veder l'infermo, pallido la

faccia, rosso negli occhi con febbre, e sentitolo lagnarsi d'angustia

del respiro, di debolezza degli arti, e di un leggier dolore al fondo

dell'addome presso all'inguine, non dubitò punto di denunziare al

Magistrato, che lo Strigi fosse tocco di peste, soggiunto a pari tempo

il timor ch'egli aveva, che gran pericolo ne sovrastasse alla città.

Altri medici, chiamati a consigliare sul caso, significaron d'accordo

esser quella vera peste pur troppo. Il di 14 Luglio morì lo Strigi,

dopo vomitato alquanto di sangue, cresciutogli considerabilmente il

tumore dell'inguine, e comparsi cinque carbonchi sulla superficie

della persona. Tre dì appresso morì un del suo seguito cogli stessi

sintomi. Di tre servi, mandati dal Magistrato per assistere gl'infermi

in contumacia, due infermarono, ed uno morì. Ammalatisi pur altri di

quella famiglia, alcun ne perì, tale altro è guarito, e qualcheduno ne

andò illeso del tutto.

In tutti que' giorni, che fu malato il marchese co' suoi, trattennersi

in quell'isola due falegnami di s. Agnese in Venezia, padre e

figliuolo, a costruirvi d'ordine del Magistrato alcune barriere di

tavole ed altre opere di precauzione per la contumacia. Terminato,

ch'ebbero il lavoro, e passata qualche settimana delle prescritte

riserve, ripatriati senza indizio di malattia, con alcuni drappi,

che dierono da lavare a una donna, le appiccarono l'infezione; perchè

pochi dì appresso la donna infermò, e in otto dì si morì, trovatole

un tumore all'anguinaia, e nere petecchie alla cute. Poco dopo ammalò

pure un suo figliuolo con bubone alla stessa parte, e morì pur egli

in sei giorni. Non datogli sepoltura, stante ordine del Magistrato

per esser morto nello spazio minore dei sette dì, dal medico della

Sanità fattone sparare il cadavere, corse voce per la città, che già

si fosse appiccata la peste. Nè guari andò che tutta la famiglia del

falegname cadde malata coi medesimi segnali di peste, e in pochi dì ne

morirono alcuni individui, ed altri ne son guariti. In brevissimo corso

di tempo, tra' vicini della stessa parrocchia il contagioso morbo di

sì fatta guisa vi si diffuse, che i deputati alla salute pubblica ne

concepirono forti timori. E di vero, stando bene l'altro della città,

nella sola parrocchia di s. Agnese s'andavano multiplicando i malati

e le morti. Ne' cadaveri si vedevan buboni agli inguini, carbonchi,

macchie nere, e vibici, sparsi d'atro colore.

Il perchè quel Magistrato, messo in orgasmo, ordinò al suo protomedico

Gio. Batista Follio di visitarne malati e cadaveri di quella

parrocchia. Non isbigottito punto quel medico nè da timor di calunnie,

nè da altri riguardi, manifestò apertamente l'opinion sua, che fosse

in fatto già scoppiata la peste. E siccome di giorno in giorno sempre

più dilatavasi il morbo, deputò il Senato altri quattro medici della

città, perchè col medico del Magistrato dessero di quel male definitivo

giudizio. Essi furono Ortensio Zaghi, Emilio Parisiano, Alberto de'

Circolari, e Baldassar Vacca, i quali col N. H. Angelo Trevisano, uno

del Magistrato supremo di Sanità, visti malati e morti, concordemente

definiron col Follio, che quel malore fosse realmente peste. Allora, ma

troppo tardi, ordinò il Magistrato più severe precauzioni, dirette ad

impedire i progressi del male. Stabilì un lazzeretto nell'isola di s.

Lazzaro, ed altre discipline prescritte, perchè fosse tolto o impedito

il frammischiarsi dei malati coi sani.

Erano ridotte a tale stato le cose, quando il Senato con sua

Terminazione dei 25 Agosto ordinò che si convocassero trentasei medici,

«affinchè fosse fra loro discusso e trattato intorno l'infermità di

quelle persone che si trovavano nel Lazzeretto vecchio, cavate dalla

contrada di s. Agnese nelle settimane passate, per saper col fondamento

delle loro opinioni le qualità di essi mali, li rimedj proprj di

medicarli, e le provvisioni opportune come per il Lazzeretto medesimo,

come per la contrada di s. Agnese per estirpare ogni radice che fosse

restata del male, e perchè non si communichi con altre parti della

città».

Convocati cotesti trentasei Medici avvenne ciò, che era ben verisimile,

e fu, ch'essi divisersi in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo

che fosse peste, e che in conseguenza si dovesser prendere più

severe precauzioni, altri negandolo. Quindi ne insorser tra loro

contese acerrime. Ciò bastò, perchè a favor di ciascuna delle parti

si dichiarasse forte partito. Il desiderio della pubblica salute, la

facilità di credere ciò, che si desidera, l'avversion naturale, e lo

spavento d'un morbo crudelissimo, la passion per la propria opinione,

l'orgoglio di non cedere all'altrui, ed altre simili traversie pur

troppo fecero, che il vero si restasse ancora nascosto per qualche

tempo. Viviano Viviani fu de' più acerrimi ed inflessibili oppugnator

del contagio. Ma mentre i medici disputavano acremente fra loro sulla

vera natura del male, e sui mezzi di arrestarne il progresso, mentre i

magistrati si stavano inoperosi in tanto grave incertezza, attendendo

la decisione della medica controversia, la peste multiplicava le sue

conquiste, e preparava quelle immense sciagure, a cui poscia soggiacque

Venezia, non essendo stato più possibile al principato di arrestare il

corso al contagio, e di opporsi all'orrendo strazio, ch'esso nel più

spaventevole modo già fece di quegli abitanti.

Nè giova qui ritoccare le tinte dell'orribile quadro, la cui veduta,

benchè lontana per tempo e per luogo, ti scuote l'anima di raccapriccio

e dolore, e dagli occhi ti spreme involontario il pianto per lo

commovimento vivissimo della mente e del cuore. Oltredichè tanto più

torna inutile il riandar queste cose tristissime, quanto più altre e

varie sì fatte storie si rinvengono nella presente Cronologica serie.

Basti però l'accennare che la peste, vieppiù rapidamente accrescendo

le sue rapine, fece strage per tutto il resto del 1630, e più, che

negli altri, infierì ne' mesi di Ottobre, Novembre, e Dicembre del

detto anno. Continuò gran parte pur del 1631, a tale che nel corso di

11 mesi moriron di peste nella città di Venezia 94,236 persone; cioè

11,456 donne, parte gravide e parte puerpere; 29,356 altre donne;

5,034 giovani dai 14 anni ai 21; 21,751 fanciulli e impuberi; 1,142

sacerdoti, cherici, e frati; 25,280 cittadini, mercadanti, artefici, ed

altri; 217 tra nobili e patrizj.

Verso la fine dell'anno 1631 con grande solennità si pubblicò la città

esser libera dal mal contagioso; ma le cicatrici di sì profonde ferite

per lunghi anni appresso restarono aperte. Per questa circostanza di

peste si fece voto di alzare un magnifico tempio ad onore di nostra

Signora della Salute; il quale fu poi eretto nel 1632. Questa è la

magnifica chiesa detta della Salute, consacrata a Maria santissima, che

tuttavia si ammira in Venezia.

In questa medesima circostanza del voto mandaron pure i Veneziani ricca

lampada d'oro alla Madonna di Loreto, e deliberarono di pregare il

pontefice ad affrettar la canonizzazione del Beato Lorenzo Giustiniani,

patrizio e patriarca di Venezia, ed in memoria dell'ottenuto

ristabilimento della salute vennero coniate alcune medaglie con

epigrafi e simboli a quel fatto allusivi. Di sì terribile pestilenza si

conserva ancor viva e tristissima la memoria in Venezia.

Quivi da quel tempo non penetrò più mai la peste, quantunque vi sieno

stati mantenuti sempre aperti i suoi porti ai bastimenti o sospetti od

infetti di peste[22]. (_Christoph. Wagner Descript. Pannon. Part. II.

f 70; Rota de Peste Venet. an. 1630; Murat, op. cit. e gli Stor. delle

Cose Venez., che scrissero per pubb. Decret. T. VIII. f. 472. ediz.

1720._).

In questi anni 1630-31 il pestifero morbo di sì fatta guisa si dilatò

per tutta l'Italia, che assai poche città e paesi n'andarono illesi

dall'infezione. Questo terribile flagello fu particolarmente funesto

nella Lombardia a Milano, come si è detto, ed a Mantova; e quasi

interamente ne restò spopolata Cremona. Parma e Piacenza ne furono

anch'esse miserando spettacolo al duca Farnese; perchè s'avvisò di

richiamare dalla vicina campagna i suoi abitanti a ripopolarle. Così

pur Lucca, Lodi, Bergamo, e Brescia furono da questa funestissima labe

fieramente vessate. Crema quasi prodigiosamente si conservò qualche

tempo, ma finalmente essa pure non andò esente dalla strage comune.

In Modena penetrò la peste nel Luglio 1630, e terminò in Novembre

1631 dopo avervi ucciso da 12,000 persone. In Torino si manifestò nel

mese di Gennajo 1630, e terminò in Agosto 1631, stante che fin dai

primi sentori del morbo tutti i più agiati cittadini fuggirono dalla

città, non restatovi in essa che da 11,000 persone, di cui solo tre

mila ne lasciò il contagio superstiti tra la città e' Lazzeretti. Si

annovera Bologna fra le città dal pestilenziale flagello più fieramente

percosse, e in proporzion di popolazione niente meno di Milano e di

Venezia. Il medico Cavozza nella peste di Bologna ordinava il salasso

fino allo svenimento; ma non apparisce però che questa pratica sia

stata riconosciuta utile. La città di Faenza, essendosi mantenuta sana,

rattenne i progressi del morbo, che da Bologna si sarebbe inoltrato

nella Romagna; e ciò fu perchè poste dai Faentini le guardie al fiume

Lamona, che scorre poco lungi dalla città, il degno Prelato, ch'era

allora al governo di essa, indefesso vegliava alla sua custodia di

giorno, e di notte, e quando meno alcun sel pensava, compariva a

cavallo a rivedere le guardie, e là specialmente, dove il fiume era più

facile a traghettare, non risparmiando ai disobbedienti nè minacce,

nè castighi. Così la città di Reggio, ancorchè posta tra Modena, e

Parma, ambedue città infette, sana lungamente mantennesi, e forse ne

saria andata esente, se il male non vi fosse stato disavvedutamente

portato da chi presiedeva alle leggi. In pari guisa la peste da Verona

nel 1630 erasi dilatata fino ad Ostiglia, donde un veronese appestato,

passato a Ferrara nell'alloggio di un suo compadre, ammalò, e vi

appiccò il morbo, mortovi tra due giorni. Il cadavere vi fu tantosto

abbruciato nella calce viva, e i famigliari, presso cui l'infermo

erasi ricoverato, condotti al Lazzeretto fuori della città, se ne

chiuse la casa, e vi si rinnovarono le opportune precauzioni. Per tal

modo non restò presa dalla peste quella città, benchè il male si fosse

inoltrato fino a Mellara e Brigantino, e, passato il Po, fossesi recato

al Ponte di Lagoscuro, e in altre ville, da Ferrara poco discoste.

Gran parte del merito di tale preservazione si attribuì ad un proclama

pubblicato in Ferrara, che costrigneva ognuno a denunziare tutto,

che sapesse poter alla salute pregiudicare. Pur la città di Treviso,

ancorchè tutta assediata, dal male, per merito di saggia provvidenza,

e di buona ed assidua vigilanza, illesa si preservò; mentre Vicenza,

Padova, il Polesine, il Friuli, e quasi tutti gli altri paesi d'Italia

al Veneto dominio soggetti, erano in preda agli orrori della peste.

A Vicenza penetrò il contagio nel Luglio del 1630, portatovi da

Verona col mezzo di alcuni soldati fuggiti di là, e ricoveratisi nel

territorio Vicentino. Quivi durò circa sei mesi, ed in questo spazio

di tempo perirono entro la città di Vicenza da circa 11,000 persone,

e oltre a 30,000 nel suo territorio. S'inoltrò poco dopo da più parti

lo stesso male in Padova: «perchè furono poste le guardie a' confini

del Vicentino infetto; ma queste erano malamente tenute con far anche

supplire i ragazzi, e trovarsi talvolta gente a i passi, a cui bastava

mostrare qualche buletta per passar oltre. Persone potenti da un'altra

parte entravano per forza nel distretto Padovano, essendo in qualche

paese le leggi come le tele di ragno, che fermano le mosche, ma cedono

tosto a chi ha l'ali più vigorose. L'interruzion del commercio avea

ridotta la città in secco di molte merci solite a condursi da Venezia,

e in particolare di cordovani da scarpe, il che era di gran molestia.

Fece un mercatante venire alquante balle d'essi cordovani da Venezia

già infetta, e parte ne introdusse nel luogo della contumacia per farne

lo spurgo, e parte fece furtivamente tirarli di notte su per le mura.

Questi ultimi infettarono prima i facchini, e poscia ogni sorta di

persone» (_Murat. Gov. Pest._).

Padova restò illesa dal contagio fino al Settembre del 1630. Nel dì 15

ne comparve il primo segno; e 'l morbo vi si propagò lentamente fino

al sommo grado ne' susseguenti mesi del Giugno e del Luglio dell'anno

1631, a tale che nel Luglio vi perirono da 3,529 persone. Tra esse vi

si contarono parecchi professori e considerevol numero d'altri illustri

soggetti, distinti per nascita, per merito, e per rinomanza. Non si

può leggere senza orrore la descrizione dei fatti, che accompagnarono

questa pestilenza.

Giunto il malore al sommo di sua ferocia, la Repubblica Veneta

inviò a Padova il N. U. Alvise Valaresso in qualità di Provveditore

Straordinario, quel medesimo, che s'era distinto cotanto nella peste

di Verona; e vi giunse il dì 20 Luglio. Questo valentissimo uomo prese

tosto con molto zelo e coraggio ad usarvi ogni pratica, ed ebbe il

conforto di vedervi per le sue cure venir meno la violenza del male,

di maniera che nell'Agosto non ne perirono, che 962 persone, e nel

Settembre 226. Poco appresso il male vi cessò interamente, dopo avervi

cagionate d'immense rovine.

Nel corso di questa malattia il delirio, non istrano nella peste,

fu accompagnato da singolari effetti[23]. Diciassettemila persone vi

restaron preda di morte.

Narra lo storico Nani che in tutto il sopraddescritto corso di

pestilenza sono perite da oltre cinquecento mila persone ne' paesi

d'Italia soggetti al Dominio della Repubblica Veneta.

A questo stesso tempo del 1630 si fecer sentire di grandi terremuoti in

Napoli, e in altri luoghi del regno. Questi misero negli animi grande

timore e spavento; maggior però ne aveva messo la peste, la quale,

mentre menava strage crudele nella Lombardia, più volte manifestossi

ai confini di quel regno (_Giannone, Guerre Civili del Regno di Napoli

T. IV. f. 264; Turella de Peste Italica lib. II; Fabroni de origine

et causis pestilentis morbi Italiam infestantis; Muratori, Gov. Pest;

Marian. de Peste Bononiens.; Fiocchetto della Peste di Torino dell'anno

1630; Tirelli della Peste di Badia del Polesine del 1631; Ragguaglio

della peste di Milano del 1629 al 1632; Barba il Contagio di Padova

del 1630-31; Imperialis Joannis Pestis Vicentiae anni 1630; Betera,

Cavagnino, Gardini, Baldo, ec. ec._).

Così fu nella Toscana, poichè erano già corsi 103 anni, da che Firenze

non era stata tocca da peste, cioè a dire dal 1527; nel qual anno

aveva essa infierito viemaggiormente, giunto il numero de' morti fino

a 500 al giorno. Nel 1630 poi, quando ardeva in tutta Italia, come s'è

detto, il micidiale contagio, in Firenze si sviluppò nel Giugno dello

stesso anno. Esso vi fu recato di Bologna, e vi serpeggiò occulto

qualche tempo. Si dilatò poi più apertamente in parecchie famiglie.

Atterrita di ciò la città per le frequenti e rapide morti, «spesso

avanti il Magistrato si teneva gran parlamento dai medici, e facevansi

lunghe consulte, se era peste, o no: alcuni di certo affermavano

essere, altri negavano, nè per vaghezza di contraddire, ma perchè così

credevano, e in questo modo la città tutta si divise in due opinioni.

Un inconveniente ne nacque, che sentendo intanto la plebe, e 'l minuto

popolo che medici solenni, ed uomini savj affermavano esser mali

consueti, non prendevano guardia di loro medesimi visitando gl'infermi,

e addimesticandosi con chi gli maneggiava, e così spesso davano nella

rete» (_Rondinelli Relaz. del Contag. 1630 ec._).

I progressi dello sterminatore contagio non lasciarono più dubbiosa la

lite. Nel Settembre di detto anno fu al sommo suo grado di fierezza e

di forza, e durò questo strazio a tutto il Novembre. Nel Gennajo 1631

fu istituita la quarantena generale e di essa ottimi effetti se ne

ottennero. Minorò tosto la violenza del male, e nell'Aprile era ridotto

alla sua declinazione, sicchè in Agosto era quasi libera la città, e

nel Settembre si considerò cessato.

Nel 1633 vi ripullulò, ma con poco triste conseguenze. Il Rondinelli,

quantunque non fosse medico, ci lasciò la sovrallegata _Relazione_ di

quella pestilenza (_Fiorenza per Gio. Battist. Landini 1631, in-4.to_),

nella quale fece la sposizione dei sintomi, e dell'andamento del male

con tale impronta di verità e di chiarezza, che reputo possa tornar

utile di qui riportarne uno squarcio, perchè serva a far concepire

sempre più chiara l'idea di questa terribile malattia. Egli dunque

così dice (_l. c. f. 30 e segg._) »Che che sia di questo, sono già

molti anni che la Toscana mediante la grande sterilità della terra ha

patito questo flagello della carestia, che è stata occasione, al parer

di alcuni medici, della peste, alla quale ha disposto i corpi a poco

a poco col cattivo nutrimento, e con i patimenti tanto nel mangiare,

quanto nel bere, et in altre cose necessarie per il sostenimento

della vita, onde essendosi radunato in molti una gran massa di

mali umori, dai quali restata soprafatta la natura, nè li potendo

vincere, è venuta a generarsi in essi una straordinaria putredine,

che da lontano e per ogni piccola occasione ha presa la peste, la

quale cominciava con febbri putride, acutissime, e continue, senza

manifesta accessione, e di pessima natura, accompagnate da maligni

accidenti, come buboni, e carbonchi, i quali, o tutti e due insieme,

o l'uno, o l'altro separatamente, in ciascuno apparivano i buboni per

lo più fra la coscia, e 'l corpo, pochi sotto l'ascelle, pochissimi

dietro all'orecchie; i carbonchi in diverse parti; ad alcuni dopo la

febbre sopraggiugneva il delirio; molti avevano sete ardente, con la

lingua asciuttissima; il dolor di testa era quasi comune a tutti, ed

al principio dell'infermità, col sentirsi fra le ciglia acutissimo,

accompagnato a molti da vomito, il polso ineguale, inordinato, e

debolissimo. La cagione interna del male era la putredine degli umori,

che si ritrovavano dentro le vene grandi, vicine al cuore, ed era così

eccedente, che acquistata la natura del veleno, dissipava, e consumava

gli spiriti, strumenti delle facoltà principali; onde venivano

cagionati i supraddetti accidenti, ed alla maggior parte una morte

precipitosa, che seguiva per l'ordinario dentro al settimo giorno, ed a

qualcheduno dentro al quarto. S'è osservato, che coloro, i quali presto

ricorrevano a' rimedi, per lo più guarivano; pochissimi di quelli,

che hanno passato il settimo giorno, sono morti; quasi niuno, aperto

il bubone, e cominciata la sequestrazione del carbonchio, è perito;

e molti ancora sono risanati, a i quali i buboni si sono risoluti, e

svaniti. Quanto ai rimedi, si è veduto per esperienza che nel principio

del male, mentre l'ammalato aveva buone forze, quelli a chi si cavava

sangue, la maggior parte guarivano, se bene già era apparito o il

bubone, o il carbonchio, con questa eccezione però di farlo parcamente,

e molto meno di quello, che per l'ordinario si farebbe, con aver

riguardo non solo alle forze presenti, ma alle future, così sfuggendosi

il danno, che dalla debolezza potrebbe avvenire».

In tal circostanza il Gran Duca di Toscana Ferdinando II, con chiaro

esempio di coraggio e di paterno affetto, si mostrò particolarmente

sollecito della salute e del bene de' suoi sudditi travagliati cotanto

dal pestilenziale flagello. Scorreva egli, ora a piedi ed ora a

cavallo, con magnanimo ardimento le contrade e le vie della città,

pur quando la peste era nel suo forte, informandosi dei bisogni delle

famiglie, e della maniera, con cui erano eseguiti i suoi ordini, e

mantenute le discipline e precauzioni della Sanità. Tanto sollecita

vigilanza tornò sommamente utile a quella popolazione. Pagò egli del

suo le spese della quarantena generale, che importò da circa 160 mila

scudi. Ad oltre 35 mila montava il numero di quelli, che si pascevano

alle pubbliche spese, e, quello ch'è sorprendente, la mattina in sole

due ore si distribuiva il vitto per tutta la città. In questa peste

si usarono molto le unzioni coll'olio, coll'olio di mandorle, di

gigli, di carabe, ec. come rimedio, e come preservativo; e, per quanto

si può raccogliere, appare ciò essersi usato utilmente. I monasteri

delle monache entro la città tutti si sono conservati sani, eccetto

santa Maria sul Prato; non così fu dei conventi de' frati, de' quali

niuno rimase intatto. I luoghi, dove il male assai incrudelì, furono

le estremità della città, siccome quelle che sono abitate da povere

genti. Quindi la strage maggiore del male fu nel popolo minuto, ne'

poveri, e nelle donne. Dei nobili sono morti pochissimi; poichè a

soli venticinque toccò l'estremo infortunio nel corso di diciotto

mesi; quantità minore di quella, che in pari tempo suol morire di male

ordinario.

Notarono i medici, e gli storici di questa pestilenza, certe varietà

nel corso e negli effetti della malattia in tutto il suo stadio;

e così i miglioramenti e' peggioramenti. Questi all'influsso della

luna piacque ad essi di attribuire; la quale virtù dei moti lunari

sulla peste è stata da molti autori, anco de' più accreditati,

apertamente accordata in altri casi di peste. Osserva il Rondinelli,

che nel principio del male sotto il plenilunio peggioravano i malati,

e succedeva un maggior numero di nuove infezioni; e nella luna

decrescente all'incontro miglioravano, e ne succedeva assolutamente il

contrario verso la fine del male.

Intorno all'influsso, attribuito alla luna in tempo di peste, sono

state scritti appositi trattati in varie opere. Vedi _de Influxu Lunae

tempore pestis_.

Tra i preservativi più accreditati in questa pestilenza, «usavasi

pigliare della triaca, delle pillole di rufo due o tre volte la

settimana; chi si ungeva il cuore, e i polsi avanti si vestisse con

l'olio contra veleno, e fu usitato assai l'olio di carabe, ungendosi

le narici, portandosene in un vasetto per odorare; quasi ognuno teneva

in mano una palla di ginepro bucata, ove si metteva della canfora,

ovvero una spugnetta con aceto, o olio contra veleno, carabe, o cose

simili; altri tenevano in bocca del zolfo sodo, o mirra, e molti la

pietra giacinto, oppure legata in qualche anello, in modo che toccasse

la carne, per esserci opinione, che questa pietra abbia un'occulta

proprietà contro la peste; la maggior parte adoperava quella usitata

ricetta di pigliar ruta, fico secco, noce, e sale, segreto, sebbene

comune, antico, e che fu trovato da Lucullo fra le scritture di

Mitridate». (_Rondinelli Relaz. del Contag. stato in Firenze l'anno

1630 e 1633; Righi Alexand. Histor. morbi contagiosi, qui Florentiam

depopulatus est anno 1630_). Così pure la città di Livorno fu allo

stesso tempo fieramente travagliata da pestilenza, ed altre molte città

d'Italia, oltre le già menzionate; sulle quali troppo lungo sarebbe

entrare in ulteriori particolarità[24].

A. dell'E. C. 1632. In quest'anno 1632, secondo il Lebenswaldt, si

manifestò la peste in molti luoghi della Germania[25]; poi nel 1633

incrudelì fieramente nella Slesia, e n'andò pur afflitta la città di

Vienna, dove il numero de' morti giunse a circa 600 alla settimana;

e fino a mille in Norimberga. Pressochè altrettanti ne morivano in

Augusta, soggetta nello stesso tempo al doppio flagello della peste

e della fame. Ma nel 1634 la stessa pestilenza travagliò la Sassonia

(_Lebenswaldt, Adami, op. cit._). Così nel 1635 la peste infierì a

Francfort sul Meno. Di questa peste scrisse partitamente Lodovico

Honing Würg-Engel, e qualche saggio ne dà la Collezione, intitolata

_Wiennerische Pestbeschreibung und Infectionsordnung, p. 16_.

A. dell'E. C. 1635-36-37. A questi anni la peste si sparse per tutto il

Belgio, e nella maggior parte della Germania Superiore; ma più di ogni

altra Provincia travagliò la Gheldria, e particolarmente Nimega nel

1636. Questa peste è quella celebre, che descrisse il Diemerbroek nel

suo copiosissimo trattato _de Peste_, nel quale oltre a molte sue utili

osservazioni ci ha lasciato descritte cento storie di peste.

Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria · 第 84 / 135 题