SECOLO XIV.

La peste del 1301 è divenuta famosa stante il pietoso affetto e

lo zelo, con cui s. Rocco servì i malati da peste nello spedale di

Piacenza in Lombardia. Questo celebre pellegrino, nativo di Montpellier

aveva abbandonato i suoi parenti, e rinunciato allo splendor della

nascita, ed a' beni tutti della fortuna per dar se stesso a servigio

de' poverelli, traendo oscura vita e meschina (_Papon. Chron. des pest.

T. II. p. 275._).

A. dell'E. C. 1307. Il Kirchero fa menzione di una crudelissima peste

insorta quest'anno nell'Inghilterra.

A. dell'E. C. 1311. La peste menò grande strage a Treviso, a Padova,

a Venezia, e verisimilmente in diversi altri luoghi d'Italia. (_Papon.

lib. cit._).

A. dell'E. C. 1316-17. Nel 1316 o non fu per anco del tutto estinto in

Italia, o il pestifero seme vi rigermogliò. Imperversò nella Lombardia,

e specialmente in Brescia, dove nello spazio di solo un mese uccise da

sette mille persone secondo il Cavriolo. Nè solo in Italia quest'anno

il contagio si limitò; chè le provincie Settentrionali dell'Europa,

cioè a dire la Germania, l'Olanda, i Paesi Bassi, le Fiandre, il

Belgio, una parte dell'antica Gallia, così pure la Polonia, ne andarono

tutte, qual più, qual meno, travagliate e diserte. Continuò il reo

malore pur nel 1317. Dirottissime piogge nella stagione di primavera,

che non cessaron di rompere in tolta la state e l'autunno, avendo

guastato le biade, ed altri prodotti del suolo, cagionaron la fame, che

unendo a que' della peste i suoi terribili effetti, ne trasse quindi al

sepolcro gran numero di persone. Riferisce il Bugati esser morti da un

terzo degli abitanti di que' paesi, che furono infetti da questa moria

(_EL Cavriol. Cronic. Brix. Kircher. Lebenswaldt. Spondan. An. 1315._).

A. dell'E. C. 1335. L'anno 1335 di G. C. è celebre negli annali del

mondo per la quantità incredibile di cavallette, che copriron la

terra, e ne divorarono i seminati. S'attribuì ad esse la cagion della

peste, donde quest'anno venne afflitta gran parte d'Europa. Ancorchè

rigorosamente parlando ciò ammettere non si possa, è certo però che sì

gran copia di quegli animali, accrescendo per tutto la putrefazione,

sparse nell'aria strabocchevole quantità di principj eterogenei, e

malsani. Aggiuntovi poi il disagio, e gli strazj della fame, v'ebbe

pur assai di che predisporre gli uomini a nuovi malori e a nuove stragi

(_Bernard. Corio Storia di Milano part. 3. Papon. T. ii. p. 274._).

A. dell'E. C. 1340. Il Rondinelli e il Corio assicurano che la

peste involò alla Toscana in quest'anno il sesto incirca della sua

popolazione. In questo stesso anno vi fu la peste nella città di

Sebenico in Dalmazia (_Memorie esistenti nell'Archivio di detta

città_).

A. dell'E. C. 1342. In quest'anno la peste regnò in Francia. Si

accusaron gli Ebrei di aver avvelenati i pozzi; e ciò bastò, perchè il

popolo si scagliasse contro di loro, e tutto sopra d'essi ne scaricasse

il furore (_Papon. op. cit._).

A. dell'E. C. 1343. In quest'anno v'ebbe peste fierissima a Venezia,

che durò sei mesi. Si propagò a Zara; ma quivi fece poco danno. (_Petr.

Pacifico Hist. Venet. p. 74_).

A. dell'E. C. 1348. Questa, che ora son per descrivere, fu la peste la

più terribile, che sia mai ricordata, dico la celebre _Peste Nera_.

Tale sciagura non fu mai nè più generale nè più atroce. Secondo

l'opinione degli storici più accreditati, questa pestilenza ebbe

origine dal nord della China nel 1346 (e forse qualche anno prima);

si andò propagando per l'Indie Orientali fino nella Soria; percorse

la Turchia Asiatica e l'Europea; si propagò all'Egitto, alla Grecia,

nell'Illirio, e in una parte dell'Affrica. Alcune navi de' cristiani,

provenienti dal Levante, la introdussero nel 1347 in Sicilia; donde

venne portata per lo stesso mezzo a Genova; s'apprese a Pisa, ec. Nel

1348 passò ad infettar tutta l'Italia, tranne Milano, il paese dei

Grigioni, e di alcuni altri Cantoni a piè dell'Alpi, che dividono

l'Italia dalla Germania, ne' quali fece poco danno. Nel medesimo

tempo attraversò le montagne; si stese nella Savoja, nella Provenza,

nel Delfinato, nella Borgogna, e in Linguadocca; penetrò in Ispagna,

nella Catalogna, nei regni di Granata e di Castiglia, e percorse quasi

tutte le provincie Spagnuole. Nel 1349 prese l'Inghilterra, la Scozia,

l'Irlanda, e la Fiandra, eccetto il Brabante, dove recò poche offese.

Nel 1350 s'inoltrò verso il nord, ed invase la Frisia, la Germania,

la Polonia, l'Ungheria, la Danimarca, e la Svezia, e quasi tutto

il settentrion dell'Europa. A questo tempo, e da questa calamità la

repubblica d'Islanda ne andò distrutta. La mortalità vi fu sì grande

in quell'isola agghiacciata, che gli abitanti, parte uccisi dal morbo,

e parte dispersi per altri disagi, cessarono di formare un corpo di

nazione. Quindi ritornò in Francia e in Italia, e devastò quella parte,

che aveva lasciata illesa da prima. Nel 1361 là desolò, specialmente

Avignone, e qui Parma, Milano e Venezia, dove fece orrendo strazio di

quegli abitanti, privò di vita il doge Delfino, e più cardinali, come

seguì in Avignone, nella qual città, sede a quel tempo de' pontefici,

uccise tra gli altri sette cardinali e settanta vescovi. Passò di poi

un'altra volta a Firenze nel 1363, dove ne morì lo storico Villani.

In quell'anno stesso 1363 terminò, dopo tante stragi, e dopo aver

distrutto, giusta il computo degli storici più accreditati, tre quinti

di abitatori di tutta l'Europa.

Percorsi di tal modo in differenti tempi tanti paesi, e provincie

diverse, e nessun risparmiatovi, dove pascolo aver poteva la morte,

durò questa pestilenza diciotto anni incirca, ma non fu mai in detto

corso nè più terribile nè più generale, quanto nel sopraddetto 1348. In

quest'anno, fra le molte città d'Italia, invase dal morbo, fieramente

ne fu presa Fiorenza, e Giovanni Boccaccio con molto splendor di

eloquenza ne la descrisse; la qual piacemi di soggiugnere dall'edizione

Cominiana.

DESCRIZIONE DELLA PESTE DI FIRENZE

DELL'ANNO 1348.

BOCCACCIO, _Decamerone Giornata I_.

«Già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo

di Dio al numero pervenuti di mille trecento quarant'otto, quando

nell'egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra Italica

bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale per

operazion de' corpi superiori, o per le nostre inique opere, da

giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali,

alquanti anni davanti nelle parti Orientali incominciata,

quelle d'innumerabile quantità di viventi avendo private, senza

ristare, d'un luogo in un altro continuandosi, verso l'Occidente

miserabilmente s'era ampliata; ed in quella non valendo alcun

senno, nè umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie

purgata la città da ufficiali sopra ciò ordinati, e vietato

l'entrarvi dentro a ciascuno infermo, e molti consigli dati a

conservazion della sanità, nè ancora umili supplicazioni non una

volta, ma molte, ed in processioni ordinate, ed in altre guise a

Dio fatte dalle divote persone; quasi nel principio della primavera

dell'anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti,

ed in miracolosa maniera a dimostrare. E non come in Oriente aveva

fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso, era manifesto

segno d'inevitabile morte; ma nascevano nel cominciamento d'essa

a' maschi, ed alle femmine parimente, o nell'anguinaia, o sotto

le ditella certe enfiature; delle quali alcune crescevano come

una comunal mela, altre come un uovo, ed alcune più, ed alcune

altre meno, le quali i volgari nominavan _gavoccioli_. E dalle

due parti del corpo predette infra breve spazio cominciò il già

detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di

quello a nascere, ed a venire: e da questo appresso s'incominciò

la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere,

o livide, le quali nelle braccia, e per le cosce, ed in ciascuna

altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi, e rade,

ed a cui minute, e spesse. E, come il gavocciolo primieramente

era stato, ed ancora era, certissimo indizio di futura morte,

così erano queste a ciascuno, a cui venieno. A cura delle quali

infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna

pareva che valesse, o facesse profitto: anzi, o che natura del

malore nol patisse, o che la 'gnoranza de' medicanti (de' quali,

oltre al numero degli scienziati, così di femmine, come d'uomini,

senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il

numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse, e

per conseguente, debito argomento non vi prendesse; non solamente

pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra il terzo giorno dalla

apparizione de' sopraddetti segni, chi piuttosto, e chi meno,

e il più senza alcuna febbre, o altro accidente morivano. E fu

questa pestilenza di maggior forza, perciocchè essa dagl'infermi

di quella per lo comunicare insieme s'avventava a sani, non

altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche, o unte, quando

molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male, che

non solamente il parlare, e l'usare congl'infermi dava a' sani

infermità, o cagione di comune morte; ma ancora il toccare i panni,

o qualunque altra cosa da quegl'infermi stata tocca, o adoperata,

pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare.

Maravigliosa cosa è ad udire quello, che io debbo dire; il che se

dagli occhi di molti, e da' miei non fosse stato veduto, appena

che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da

fededegno udito l'avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità

della pestilenza narrata nello appiccarsi da uno ad altro, che non

solamente l'uomo all'uomo, ma questo, che è molto più, assai volte

visibilmente fece; cioè, che la cosa dell'uomo infermo stato, o

morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della

specie dell'uomo, non solamente della 'nfermità il contaminasse,

ma quello infra brevissimo spazio occidesse: di che gli occhi

miei (siccome poco davanti è detto) presero, tra l'altre volte,

un dì così fatta esperienza; che essendo gli stracci d'un povero

uomo, da tale infermità morto, gittati nella via pubblica, ed

avvenendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il lor costume,

prima, molto col grifo, e poi co' denti presigli, e scossiglisi

alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento,

come se veleno avesser preso, amenduni sopra gli mal tirati stracci

morti caddero in terra. Dalle quali cose, e da assai altre a queste

somiglianti, o maggiori, nacquero diverse paure, ed immaginazioni

in quegli, che rimanevano vivi, e tutti, quasi ad un fine tiravano

assai crudele: ciò era di schifare, e di fuggire gl'infermi, e

le lor cose: e così facendo si credeva ciascuno a se medesimo

salute acquistare. Ed erano alcuni, i quali avvisavano, che il

vivere moderatamente, ed il guardarsi da ogni superfluità avesse

molto a così fatto accidente resistere: e, fatta lor brigata, da

ogni altro separati viveano, ed in quelle case ricogliendosi,

e rinchiudendosi, dove niuno infermo fosse, e da viver meglio,

dilicatissimi cibi, ed ottimi vini temperatissimamente usando,

ed ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno,

o volere di fuori di morte, o d'infermi alcuna novella sentire,

con suoni, e con quelli piaceri che aver potevano, si dimoravano.

Altri, in contraria opinion tratti, affermavano, il bere assai,

ed il godere, e l'andar cantando attorno, e sollazzando, ed il

soddisfare d'ogni cosa all'appetito che si potesse, e di ciò, che

avveniva, ridersi, e beffarsi, essere medecina certissima a tanto

male; e così, come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere,

il giorno, e la notte, ora a quella taverna, ora a quell'altra

andando, bevendo senza modo, e senza misura: e molto più ciò per

l'altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero, che loro

venissero a grado, o in piacere. E ciò potevan far di leggiere,

perciocchè ciascun (quasi non più viver dovesse) aveva, siccome

se, le sue cose messe in abbandono; di che le più delle case erano

divenute comuni, e così l'usava lo straniere, pure che ad esse

s'avvenisse, come l'avrebbe il propio signore usate: e con tutto

questo proponimento bestiale, sempre gl'infermi fuggivano a lor

potere. Ed in tanta afflizione, e miseria della nostra città, era

la reverenda autorità delle leggi così divine, come umane quasi

caduta, e dissoluta tutta per li ministri, ed esecutori di quelle,

li quali, siccome gli altri uomini, erano tutti o morti, o infermi,

o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare:

per la qual cosa era a ciascuno licito, quanto a grado gli era,

d'adoperare.

Molti altri servavano tra questi due di sopra detti una mezzana

via, non istrignendosi nelle vivande quanto i primi, nè nel

bere, e nell'altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi:

ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano, e senza

rinchiudersi andavano attorno, portando nelle mani chi fiori,

chi erbe odorifere, e chi diverse maniere di spezierie, quelle al

naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con

cotali odori confortare: conciofossecosa che l'aere tutto paresse

dal puzzo de' morti corpi, e delle infermità, e delle medicine

compreso, e puzzolente. Alcuni erano di più crudel sentimento,

(comechè per avventura più fosse sicuro) dicendo, niun'altra

medicina essere contro alle pestilenze migliore, nè così buona,

come il fuggire loro davanti. E da questo argomento mossi, non

curando d'alcuna cosa, se non di sè, assai ed uomini, e donne

abbandonarono la propia città, le propie case, i lor luoghi, e

i lor parenti, e le lor cose, e cercarono l'altrui, o almeno il

lor contado: quasi l'ira di Dio a punire la iniquità degli uomini

con quella pestilenza, non dove fossero, procedesse; ma solamente

a coloro opprimere, li quali dentro alle mura della lor città si

trovassero, commossa intendesse; o quasi avvisando, niuna persona

in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venuta. E,

come che questi così variamente opinanti non morissero tutti, non

perciò tutti campavano; anzi infermandone di ciascuna molti, ed in

ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, esemplo dato a

coloro, che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languieno.

E lasciamo stare, che l'uno cittadino l'altro schifasse, e quasi

niuno vicino avesse dell'altro cura, e i parenti insieme rade

volte, o non mai si visitassero, e di lontano; era con sì fatto

spavento questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini, e

delle donne, che l'un fratello l'altro abbandonava, ed il zio il

nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo

marito; e, che maggior cosa è, e quasi non credibile, li padri,

e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di

servire schifavano. Per la qual cosa a coloro, de' quali era la

moltitudine inestimabile, e maschi, e femmine, che infermavano,

niuno altro sussidio rimase, che o la carità degli amici, (e di

questi fur pochi) o l'avarizia de' serventi, li quali da grossi

salarj, e sconvenevoli tratti servieno, quantunque per tutto

ciò molti non fossero divenuti; e quelli cotanti erano uomini, e

femmine di grosso ingegno, e i più di tali servigi non usati, li

quali quasi di niuna altra cosa servieno, che di porgere alcune

cose dagl'infermi addomandate, o di riguardare, quando morieno: e,

servendo in tal servigio, sè molte volte col guadagno perdevano. E

da questo essere abbandonati gl'infermi da' vicini, da' parenti,

e dagli amici, ed avere scarsità di serventi, discorse un uso,

quasi davanti mai non udito, che niuna, quantunque leggiadra, o

bella, o gentil donna fosse, infermando, non curava d'aver a' suoi

servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane, o altro, solo

che la necessità della sua infermità il richiedesse: il che in

quelle che ne guarirono, fu forse di minore onestà nel tempo, che

succedette, cagione. Ed oltre a questo ne seguio la morte di molti,

che peravventura, se stati fossero atati, campati sarieno. Di che,

tra per lo difetto degli opportuni servigi, li quali gl'infermi

aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella

città la moltitudine di quelli che di dì, e di notte morieno, che

uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Perchè quasi

di necessità cose contrarie a' primi costumi de' cittadini nacquero

tra coloro, li quali rimanean vivi.

Era usanza (siccome ancora oggi veggiamo usare) che le donne

parenti, e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con

quelle che più gli appartenevano, piangevano; e d'altra parte

dinanzi alla casa del morto co' suoi prossimi si ragunavano i

suoi vicini, ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del

morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri de' suoi

pari, con funeral pompa di cera, e di canti, alla chiesa da lui

prima eletta anzi la morte n'era portato. Le quali cose, poichè

a montar cominciò la ferocità della pistolenza, o in tutto, o

in maggior parte, quasi cessarono, ed altre nuove in loro luogo

ne sopravvennero. Perciocchè non solamente senz'aver molte donne

dattorno morivan le genti, ma assai n'erano di quelli che di questa

vita senza testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro,

a' quali i pietosi pianti, e l'amare lagrime de' suoi congiunti

fossero concedute: anzi, in luogo di quelle, s'usavano per li

più risa, e motti, e festeggiar compagnevole: la quale usanza le

donne in gran parte, posposta la donnesca pietà, per salute di

loro avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro, i corpi

de' quali fosser più che da un dieci o dodici de' suoi vicini alla

chiesa accompagnati: de' quali non gli orrevoli, e cari cittadini,

ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che

chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata

faceva, sottentravano alla bara, e quella con frettolosi passi,

non a quella chiesa, che esso aveva anzi la morte disposto, ma

alla più vicina le più volte il portavano, dietro a quattro, o

sei cherici, con poco lume, e tal fiata senza alcuno; li quali

con l'ajuto de' detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo

ofizio, o solenne, in qualunque sepoltura disoccupata trovavano

piuttosto, il mettevano. Della minuta gente, e forse in gran parte

della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria

pieno: perciocchè essi il più o da speranza, o da povertà ritenuti

nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaja per giorno

infermavano; e, non essendo nè serviti, nè atati d'alcuna cosa,

quasi senz'alcuna redenzione tutti morivano; ed assai n'erano

che nella strada pubblica o di dì, o di notte finivano; e molti,

ancorachè nelle case finissero, prima col puzzo de' loro corpi

corrotti, che altramenti, facevano a' vicini sentire, sè esser

morti: e di questi, e degli altri che per tutto morivano, tutto

pieno. Era il più da' vicini una medesima maniera servata, mossi

non meno da tema che la corruzione de' morti non gli offendesse,

che da carità, la quale avessero a' trapassati. Essi e per se

medesimi, e coll'ajuto d'alcuni portatori, quando aver ne potevano,

traevano delle lor case li corpi de' già passati, e quelli davanti

agli loro usci ponevano, dove la mattina spezialmente n'avrebbe

potuti vedere senza numero chi fosse attorno andato. E quindi fatto

venir bare, e tali furono che, per difetto di quelle, sopra alcuna

tavola ne ponieno. Nè fu una bara sola quella, che due, o tre ne

portò insiememente: nè avvenne pure una volta, ma sene sarieno

assai potute annoverare di quelle, che la moglie, e 'l marito, gli

due o' tre fratelli, o il padre, o 'l figliuolo, o così fattamente

ne contenieno. Ed infinite volte avvenne che andando due preti con

una croce per alcuno, si misero tre, o quattro bare da' portatori

portate di dietro a quella, e dove un morto credevano avere i

preti a seppellire, n'aveano sei, o otto, e tal fiata più. Nè erano

perciò questi da alcuna lagrima, o lume, o compagnia onorati; anzi

era la cosa pervenuta a tanto, che non altramenti si curava degli

uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre. Perchè assai

manifestamente apparve, che quello che il natural corso delle

cose non aveva potuto con piccoli, e rari danni a' savj mostrare

doversi con pazienza passare; la grandezza de' mali eziandio i

semplici far di ciò scorti, e non curanti. Alla gran moltitudine

de' corpi mostrata, che ad ogni chiesa ogni dì, e quasi ogni ora

concorreva portata, non bastando la terra sacra alle sepolture, e

massimamente volendo dare a ciascun luogo propio secondo l'antico

costume; si facevano per gli cimiteri delle chiese, poichè ogni

parte era piena, fosse grandissime, nelle quali a centinaja si

mettevano i sopravvegnenti. Ed in quelle stivati, come si mettono

le mercatanzie nelle navi, a suolo a suolo; con poca terra si

ricoprieno, infino a tanto che della fossa al sommo si perveniva.

Ed acciocchè dietro ad ogni particularità le nostre passate

miserie, per la città avvenute, più ricercando non vada, dico, che

così inimico tempo correndo per quella, non perciò meno d'alcuna

cosa risparmiò il circustante contado, nel quale (lasciando star

le castella, che simili erano nella loro piccolezza alla città)

per le sparte ville, e per gli campi i lavoratori miseri, e

poveri, e le loro famiglie, senz'alcuna fatica di medico, o ajuto

di servidore, per le vie, e per li loro colti, e per le case, di

dì e di notte indifferentemente, non come uomini, ma quasi come

bestie morieno. Per la qual cosa, essi così nelli loro costumi,

come i cittadini, divenuti lascivi, di niuna lor cosa, o faccenda

curavano: anzi tutti, quasi quel giorno, nel quale si vedevano

esser venuti, la morte aspettassero, non d'ajutare i futuri frutti

delle bestie, e delle terre, e delle loro passate fatiche; ma di

consumare quelli, che si trovavano presenti, si sforzavano con

ogni ingegno. Perchè adivenne che i buoi, gli asini, le pecore,

le capre, i porci, i polli, ed i cani medesimi, fedelissimi agli

uomini, fuori delle proprie case cacciati, per li campi, dove

ancora le biade abbandonate erano, senza essere non che raccolte,

ma pur segate, come meglio piaceva loro, sen'andavano. E molli,

quasi come razionali, poichè pasciuti erano bene il giorno, la

notte alle lor case, senza alcuno correggimento di pastore, si

tornavan satolli. Che più si può dire, lasciando stare il contado,

ed alla città ritornando, se non che tanta, e tal fu la crudeltà

del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra 'l

Marzo, ed il prossimo Luglio vegnente, tra per la forza della

pestifera infermità, e per l'esser molti infermi mal serviti, o

abbandonati ne' lor bisogni, per la paura che avevano i sani, oltre

a centomila creature umane, si crede per certo dentro alle mura

della città di Firenze essere stati di vita tolti; che forse anzi

l'accidente mortifero non si saria estimato tanti avervene dentro

avuti. O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili

abituri, per addietro di famiglie pieni, di signori, e di donne,

infino al menomo fante rimasero voti! O quante memorabili schiatte,

quante amplissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza

successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle

donne, quanti leggiadri giovani, i quali non che altri, ma Galieno,

Ippocrate, o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina

desinarono co' loro parenti, compagni, ed amici, che poi la sera

vegnente appresso nell'altro mondo cenarono con li loro passati!. A

me medesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie ravvolgendo».

Il morbo pestilenziale che a questa età funestissima ha tante Provincie

e Città così crudelmente afflitte e deserte, si è manifestato pur

anco nella città di Spalatro in Dalmazia nel giorno 25 Dicembre dello

stesso anno 1348; e vi fece così rapidi e terribili progressi, che

distrusse quasi tutti gli abitanti di quella città, compreso lo stesso

zelantissimo arcivescovo Domenico Cucari. Là pure non si trovava chi

si prestasse di dar sepoltura ai morti, i quali restavano insepolti e

nelle case, e nelle piazze, e nei campi a libero pascolo de' corvi, de'

lupi e d'altre fiere, che con somma maraviglia si vider quell'anno in

gran numero scorrer le terre della Dalmazia; dove pur si osservarono

straordinarj fenomeni, cioè l'eclissi solare, e lunare, due visibili

comete, non che l'aria atmosferica ingombra di neri vapori, e di

esalazioni morbifere.

Nel tomo III dell'_Illyricum Sacrum_ di Michele Farlato si legge

riportata la descrizione di questa peste, scritta a quel tempo da un

individuo dell'antichissima famiglia _a Cutteis_ di Spalatro, la qual

descrizione ritiene quelle forme solenni ed energiche di verità, che

suol avere la storia, scritta da chi ha sott'occhio lo spaventevole

quadro di così immense sciagure[9].

Nell'anno successivo 1349 il contagio si propagò anco nella città

di Zara, i cui abitanti erano già in preda all'estremo terrore, e

ne andaron periti oltre a due mila di essi. Un'epizoozia ferocissima

regnava contemporaneamente in quella città e suo territorio, la quale

distrusse la maggior parte degli animali. (_Joan. Lucius lib. 2. a

Cutteis de flagello pestis in homines et pecudes. Simeon Glinbavaz, in

suis memoriis cap. 2. pag. 157._).

La città di Ragusi, capitale a quel tempo dell'antichissima Repubblica

di questo nome, non andò illesa dalla grave sciagura, a cui Europa

tutta andò soggetta, ma nel ridetto anno 1348 circa li 13 di Dicembre

penetrata fra suoi abitanti la terribile pestilenza, vi operò

miserando strazio. Durò sei mesi: cento e settanta patrizj, trecento

cittadini del secondo ordine; e circa settemille individui della plebe

furono estinti a quel tempo dall'esiziale contagio. La narrazione di

questa grave calamità trovasi registrata nel Libro de' Testamenti di

quell'epoca, esistente nel Tesoro Ragusino; nel qual antico monumento

viene indicata la rea indole del morbo, e le crudeli stragi per

esso operate, da que' medesimi, che di tanto flagello furono ocular

testimoni. (_Serafin. Razzi V. Farlati Illyric. Sacr. Tom. III. pag. m.

130_).

Nessun'altra pestilenza giammai non giunse a tanta mortalità. Marsiglia

perdette nel 1347 due terzi de' suoi abitanti. Roma fu travagliata

dal contagio per tre anni interi, cioè nel 1346. 47-48; e v'ebbe

perdita incalcolabile. A Firenze ed in tutto il suo territorio delle

cinque persone ne morirono tre; sette di dieci a Pisa nello stesso

anno 1348. Conta lo storico Agnolo da Tura, che nei quattro mesi di

Maggio, Giugno, Luglio, e Agosto la peste rapì a Siena ottanta mila

persone, e ch'egli stesso seppellì colle proprie mani i suoi cinque

figli in una medesima fossa. La città di Trapani in Sicilia restò

compiutamente deserta. Genova perdette quaranta mila persone, Napoli

sessanta mila, e la Sicilia unitamente alla Puglia cinquecento trenta

mila; Venezia due terzi circa della sua popolazione; Avignone, compreso

il suo territorio, da circa cencinquanta mila abitanti, e n'andò

quasi distrutta. A Montpellier la peste incominciò nel 1345; cessò nel

1348; si riprodusse nel 1361; ed ivi secondo il Ranchin, professore

e cancelliere dell'Università, morivano più di 500 persone al giorno,

talchè questa città restò quasi affatto spoglia di abitatori. Parigi

pure nel 1348 soffrì infiniti disastri e danni. A Basilea morirono

dalla peste da quattordici mila persone; a Lubecca novanta mila;

in Ispagna negli anni 1347-48-49 la peste involò quasi due terzi

di tutta la sua popolazione. E se può credersi giusto il calcolo,

narrasi, che in tre anni l'Europa per questo contagio abbia perduti

124,484 religiosi scalzi. Nella Certosa di Montrieux in Provenza di

trentacinque religiosi, che componevano quella famiglia, non vi restò

che il solo Gerardo fratello del Petrarca. Nè minori furono le stragi

fatte da questo spaventevole flagello in Inghilterra e in Germania;

dove forti e frequenti terremoti hanno preceduto le devastazioni della

peste del 1360.

Questo memorando contagio fu generalmente di una qualità atroce, ed in

sommo grado penetrantissimo. Succedeva la propagazione, e diffondevasi

fra le popolazioni quasi con la rapidità del fulmine. Pochi superavano

la sua violenza. I sintomi però non erano gli stessi di tutti e da

per tutto. Nell'Oriente il sintoma più costante col quale si enunciava

la malattia era l'emorragia di sangue dal naso, e costituiva il segno

quasi sicuro della morte. In Italia, in Francia, in Germania, e altrove

incominciava per lo più da lassezza improvvisa ed insolita degli arti

inferiori; e l'accompagnavano debolezza generale della persona, dolor

di testa, turbamento nelle funzioni del cerebro, vomiti frequenti e

crudeli, smania, ardori ai precordj, angoscia, languori straordinarj,

polsi deboli, contratti, e mancanti quasi sotto le dita; altre volte

pieni, duri, frequenti, intermittenti, irregolari; soventi volte il

polso non mostrava indizio di febbre; diarree copiose, che traevano

in breve ora a sfinimento e a morte i malati, e malgrado gli ostinati

corsi del ventre, sussistente tensione degl'ippocondrj; difficoltà

di respirare; talvolta tosse ostinata ed inane; emorragie, delirj,

frenesia, torpore, letargo. La pelle si copriva di esantemi rossi,

lividi o nerastri; agl'inguini, alle ascelle, al collo, e in altre

parti comparivan buboni: al collo, al dorso, fra le scapole, sulle

cosce, e in altre parti del corpo apparivan carbonchi. Qualche tempo

dopo si osservò alcuna variazione nei sintomi. Il contagio enunciavasi

il più di sovente con macchie livide o nere, che larghe e rare presso

gli uni, picciole e spesse presso gli altri comparivano, da principio

in sulle braccia e sulle cosce, poi sopra il resto della persona, e

che ben presto si cangiavano in carbone, ed erano indicio quasi certo

di una vicina morte. Il male deludeva d'ordinario tutti i soccorsi

dell'arte medica; e i malati morivano per lo più entro i primi tre

giorni, e talora improvvisamente quasi colpiti da fulmine. I giorni

più funesti erano il primo, il terzo, il quinto, e finalmente il

settimo. Fino da quest'irruzione pestilenziale gli autori osservarono,

che quanto il facile uscire della materia morbosa, per mezzo di una

buona suppurazione dava speranza di guarigione, altrettanto riusciva

pericolosa cosa il sopprimerla.

Narra il Villani che la suddetta peste di solito non durava più di

cinque mesi in ciascuna terra, e secondo il Cortusio sei mesi. In

alcuni luoghi oltre le calamità della peste v'ebbero quelle della

guerra. A Napoli ardeva la peste, mentre vi facean la guerra Lodovico

I re di Ungheria, ed Alfonso; in Francia sussisteva la guerra contro

l'Inghilterra.

Alcuni popoli attribuirono questa terribile pestilenza ad una causa

soprannaturale. Eglino si contentaron di risguardarla semplicemente

come un castigo fulminato su di loro dal giusto sdegno di Dio. Altri

pretesero che la causa ne fosse stata un fuoco scoppiato in Oriente

dalle viscere della terra, o caduto di cielo; il quale, spargendosi,

distruggeva uomini ed animali. (_Cortus. hist. lib. 9. c. 14 Matt.

Villani t. 1. et 2. Villarc. lib. 12. c. 83_). La maggior parte

poi conveniva nell'opinione che sussistessero sparsi nell'aria

dei vapori nocivi, i quali ritenesser fra loro raccolto il veleno

pestilenziale[10].

Parecchi storici hanno descritta questa pestilenza, e specialmente fra

gl'italiani il Cortusio, il Petrarca, il Boccaccio, Giovanni e Matteo

Villani. Quindi le notizie storiche ad essa relative le ho raccolte da

questi scrittori, ed anche dai seguenti (_Guid. de Chaulieu Chirurg.

magn. etc. Raymund. de Vinario lib. I. de Peste; El. Cavriol. Chronic.

Brixiens.; Bernardin. Corio Storia di Milano; Papon. Chronolog. des

Pestes V. I.; Sabellic. Decad. III. lib. 3. Joan. Tarcagnot. Hist.

Mund. lib. XVI. Spangenberg Chronic. Contacuz. lib. 5. c. 8. Gratiol.

Catalog. Pest. ad. a. 134-8. Lebenswaldt. p. 15. Adam. Bibl. Loim. de

Sismondi Histoire des Republiques Italiennes du moyen âge. T. VI. p.

16-23. Georg. Agricol. Lib. de Peste, Kircher. lib. X._).

A. dell'E. C. 1374. La peste ricomparve quest'anno in Toscana, in

Provenza, e in Linguadocca. Gravi danni vi ha essa nuovamente recati,

quantunque minori de' sopraddescritti, (_Papon.; Raymund. de Vinario;

P. Kircher. opp. cit._).

A. dell'E. C. 1375. Nel successivo anno mille trecento settantacinque

si rinnovò la peste in quasi tutta la Germania (_Raymund. de Vinario;

Kircher. opp. cit._).

A. dell'E. C. 1377. Nuova e terribile pestilenza spopolò in quest'anno

le città di Venezia e di Genova (_Papon. op. cit._).

A. dell'E. C. 1381-82-83. Dominato tutto questo secolo da fierissima

peste, ne andò presa ora una parte ed or l'altra del mondo abitato, per

modo che appena estinguevasi in una provincia il fuoco del contagio

divoratore, riaccendevasi in un'altra. Nuove scintille scoppiar si

videro qua e là nel 1381. Verso la fine di detto anno invasane di nuovo

la città di Venezia, vi continuò ad infierire per alcuni mesi del 1382,

recando gravi danni e sciagure. Fra gli altri morì dal contagio il

doge Michele Morosini nel quarto mese del suo dogato (_Petr. Pacifico

Hist. Venet. p. 77._). Nel 1382 divampò con grave rovina nella città di

Bologna, e ne' circostanti paesi. Nello stesso anno trecento ottantadue

ne andò devastata la Boemia. Narra il Lebenswaldt, che a Praga si

contarono da 1116 morti in un sol giorno. A questo stesso tempo alcune

provincie dell'Asia rimasero pur dalla peste desolate e deserte. Nel

1383 penetrò di nuovo il contagio a Firenze, e fu di tal modo micidiale

e feroce, che uccideva fino a tre e a quattrocento persone al giorno.

Altri luoghi di Europa ancora provarono di si terribile calamità i

funestissimi effetti (_Cherubino Ghirardazzi Storia di Bologna lib.

XXV. Raymund. de Vinario lib. de Peste; Julius Palmarius de morbis

contagiosis p. 373. Papon. op. cit._).

A. dell'E. C. 1390-91. Seguendo la storia trovasi ancora nel 1390

la peste in Francia, nella Provenza, e a Bologna in Italia. Sia, che

quivi fosse rigermogliata da qualche seme non bene estinto dell'ultimo

terribile contagio, sia, come altri vogliono, che fossevi stata portata

di nuovo da persona infetta, narrasi, che da di là si è diffusa nella

Romagna; e dalla Romagna col mezzo de' bastimenti commerciali passata

a Genova, e a Venezia; dalla quale ultima città venne poi introdotta

nell'anno susseguente 1391 col mezzo di un individuo infetto a Verona

ed a Brescia.

Nel 1391 v'ebbe parimenti fiera peste nella Turingia, ed in varj altri

luoghi della Germania. Nel 1391 comparve una cometa, la cui apparizione

fu susseguitata da dirotte piogge, da tempeste, da inondazioni, come

pure dalla fame e dalla peste: fenomeni ordinarj delle gravissime

calamità fisiche, le quali togliendo agli uomini i necessarj mezzi di

sussistenza, li lasciano esposti a tutte le ingiurie del bisogno, al

cordoglio delle privazioni, e alla roditrice miseria. (_S. Giovanni

di Capistrano nel suo Specchio della coscienza; Papon. T. II. p. 277.

Lebenswaldt_).

A. dell'E. C. 1399-1400. Nel mille trecento novantanove si sviluppò

nuovamente la peste nella Lombardia. Nel mille quattrocento si ampliò,

desolando parecchie delle principali città e paesi d'Italia; ma in

nessun luogo fece tanta strage, quanto a Firenze, dove secondo la

relazione degli storici più accreditati vi perirono da circa trenta

mille persone. Riferisce il Karnero, che la città di Siena ne andò pur

fieramente travagliata, e che Roma fece immensa perdita di persone, tra

le quali moltissimi pellegrini ed altri forestieri, che in gran numero

vi si erano trasferiti in quell'anno per la ricorrenza del Giubileo

(_Boninsegn. lib. IV. El. Cavriol. lib. 8. Gratiol. Chronic. Pest.

Karner. Lib. de Peste. Kircher. Chronolog. Pest. Papon. opp. cit._).

Nel giorno 20 Febbraio dello stesso anno 1400 cominciò nella città di

Ragusi la peste, la quale fu fierissima, e durò due anni. Vi perirono

160 patrizj, appartenenti al maggior consiglio, 207 matrone, e da circa

cinque mille delle altre classi del popolo. Nell'anno 1403 cessata la

peste, venne confermato il decreto del Senato del 1400 risguardante la

solennità della festa dei ss. quaranta Martiri, ed ampliata quella di

s. Biagio, protettore di quella Republica. (_Seraphin. Cerva Compend.

Historiae Ecclesiasticae Rhacusinae; Giovanni di Marino Gondola, Annali

della città dì Ragusa pag. 97. Storia di Ragusi scritta da un Anonimo;

Serafino Razzi Storia di Raugia pag. 124._).

Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria · 第 81 / 135 题