A. dell'E. C. 503. In quest'anno la città di Marsiglia in Francia è
stata desolata dalla peste (_Papon, op. cit. p. 259._).
A. dell'E. C. 538. La peste invase l'armata de' Goti, che assediavano
Roma, sotto il comando di Vitige, e vi arrecò grande mortalità
(_Procop. de Bell. Gothic. Leonard. Aretin. Hist. Gothor. lib. I._).
A. dell'E. C. 540. In quest'anno la peste desolò il paese dell'Arvergna
in Francia (_Papon. op. cit._).
DESCRIZIONE DELLA PESTE DI COSTANTINOPOLI
L'ANNO 542 DELL'E. C.
L'anno cinquecento quarantadue di G. C. è celebre per l'orribile
carnificina, che fece la peste a Costantinopoli sotto l'impero di
Giustiniano, ed in quasi tutto l'Oriente. Essa fu una delle più
feroci e perniciose, che ricordi la storia.
Incominciò da Pelusio, or Paraméa, nell'Egitto. Di là il torrente
dello struggitore contagio, dividendosi quasi in due rami, si
estese, da un lato verso l'Oriente, donde passò ad infettare la
Palestina, dall'altro verso l'Occidente in Alessandria, donde si
propagò sulla maggior parte della terra abitata. Si nota che nel
suo corso tenne una certa regolarità. Non percosse leggiermente
alcun paese, e non ne lasciò illeso nessuno. Nella durata della sua
violenza mantenne per tutto certo periodo a un di presso eguale. Se
una città veniva devastata dalla peste, e alcuni luoghi vicini ne
andavano illesi, l'anno seguente vieppiù su d'essi rincalzava le
sue violenze e malori; se in una città appestata alcuni quartieri
restavano immuni dal contagio, quella sciagura non era che
differita all'anno vegnente. Non diversità di luoghi, non qualità
di stagioni, non differenza di condizione, di età, di temperamento,
di mezzi erano atti a procurare salvezza. Narrasi in oltre essersi
osservato, che mentre trovavasi travagliata dal morbo una città,
quelli, che alla medesima appartenevano, venivan colti dal morbo,
ancorchè s'attrovassero in paese sano e straniero; mentre gli
stranieri in un paese, invaso dal contagio, n'erano spesso esenti,
e gl'indigeni presi senza eccezione.
Evagrio e Procopio, che trovavansi in quel tempo a Costantinopoli,
ci hanno lasciato la descrizione delle stragi, che questa
peste ha prodotte in quella magnifica capitale dell'impero. Le
loro narrazioni però traboccano di circostanze inverissimili,
e straordinarie; quindi è mestieri spogliarle del troppo
maraviglioso, che secondo il gusto di que' tempi si risguardava
forse come un abbellimento del dire. Si raccoglie dalle narrazioni
di detti autori, che il contagio si appalesava comunemente
per certe alterazioni nelle funzioni del cervello, cioè sogni
spaventevoli, visioni di un'immaginazione malata, idee di terrore,
irrefrenabile timor della morte, compassionevoli grida, agitazioni,
smanie e furori. Succedeva la febbre, la quale talvolta appariva
così leggiera da trarne in inganno anche gli esperti sulla qualità
del pericolo. Per lo più all'accesso della febbre gli occhi erano
accesi, scintillanti, la faccia gonfia, e la gola infiammata. Se
l'infiammagione della gola non cagionava prestamente la morte, il
dì appressò o qualche altro dopo si manifestavano le parotidi,
i buboni alle ascelle, agl'inguini, alle cosce; comparivano de'
carbonchi, ovvero, cosa ancor più funesta, coprivasi il corpo di
macchie livide e nerastre; succedeva il delirio, la frenesia, o
il letargo, i vomiti di sangue, od altre emorragie, la diarrea,
la gangrena, ed in breve ora la morte. Quando i buboni venivano a
suppurazione e aprivansi sollecitamente, i malati miglioravano e
guarivano. Ciò però solea di raro avvenire. Quasi tutti i malati
morivano, e la maggior parte nel terzo giorno, o prima. Il male
deludeva ogni soccorso dell'arte. I medici non vi sapevan che fare.
Ogni loro pronostico era fallace. Le donne gravide perivan tutte
coi loro frutti, tranne qualche raro caso.
Fra que' pochi, che avevano superata la malattia, alcuni
soggiacevano a due e fino a tre recidive. Nessuno però superava la
terza.
Da principio il numero de' morti non era sì spaventevole, ma
aumentò successivamente, secondo Procopio, fino a diecimila al
giorno.
Ne' primi mesi ciascuna famiglia era sollecita di dar sepoltura a'
suoi. Non andò molto però che divenne impossibile poter soddisfare
a questo pietoso ofizio; il perchè la maggior parte de' cadaveri si
restava insepolta. L'indolenza dell'imperatore venne scossa da sì
lagrimevole spettacolo. Quindi incaricò Teodoro, suo consigliere,
di far dar sepoltura ai morti. Per questo fine gli assegnò alquante
guardie del palazzo, e gli diede gran somma di danaro. Teodoro ve
ne aggiunse molto del proprio. I più ricchi ne imitaron l'esempio;
e pagarono, quanto oro occorreva, per far sotterrare i corpi de'
loro parenti. Egli fe' seppellire quelli de' poveri, e di quanti
imputridivano nelle case o in sulle strade. Quando furon riempiuti
i sepolcri delle chiese, fece scavare delle ampie fosse fuori
delle porte della città, entro alle quali tutto il resto venne
gittato. Gli uffiziali però di questo pericoloso ministero caddero
malati pur essi, e vi morirono. Per togliere, o scemar pericolo di
malattia a quelli, che dovevano sottentrar negli ufizj, si avvisò
di gittare i morti nelle torri, donde la città era fiancheggiata.
Questa idea però fu altrettanto funesta, quanto si tien pericolosa
l'osservanza di seppellir cadaveri nelle chiese. Altri becchini
accatastavano i cadaveri dentro i battelli, abbandonati poscia
in balia de' venti, ch'erano in seguito dai flutti respinti in
sulle rive, dove i cadaveri terminavano la loro putrefazione.
Un puzzo orribile, e insopportabili esalazioni contaminavano
l'aria, ed aumentavano considerabilmente le infezioni e le morti,
specialmente in que' giorni, in cui il vento portava alla città
que' pestilenziali vapori. All'imperatore medesimo s'appiccò il
contagio. Un carbonchio pestilenziale gli si manifestò, e fece
molto temere della sua vita. Questo fatto pose il colmo al terrore
degli abitanti. Osserva Procopio che nel tempo ch'era più grande
il furor della peste, tacquero gli odj e' partiti; cessarono le
dissolutezze, e diedersi gli uomini alle pratiche della religione;
ma a misura che il male si rallentava pur riprendevano le usate
abitudini, e divennero peggiori di prima. Nè anche la peste vale a
render migliori i malvagi per rea indole, o per vecchia abitudine.
La peste dopo tante stragi in Costantinopoli si diffuse, come
s'è detto, in quasi tutto l'Oriente, nell'Italia, in Francia, in
Germania, e in altri luoghi.
Gli storici riferiscono aver essa durato 52 anni, devastando gran
parte della terra. Sembra almeno che le varie pestilenze, delle
quali fa menzione la storia dall'anno 542 sino alla fine del
secolo, di cui parliamo, non sieno state pesti differenti, ma bensì
nuove eruzioni dello stesso miasma pestilenziale; che al concorso
di alcune circostanze riproducevasi, or con maggiore, or con minor
violenza.
Tutte queste pestilenze vengono segnate dagli storici, come
_inguinali_, cioè con buboni agl'inguini; dal che si deduce non
essere state malattie d'altro carattere d'epidemia (_Procop. de
bello Persico lib. II. cap. 22. Evagr. Hist. Ecclesiast. lib. IV.
Spond. Kircher. Papon. op. cit._).
A. dell'E. C. 543-44. La summenzionata peste, conservando la perniciosa
sua indole, videsi inferocire ne' seguenti due anni per tutta
l'Insubria, cioè per una parte dello Stato di Milano, nel Comasco, e in
parte nel Cremonese. Quindi infierì pur anche in tutta la Liguria; che
comprendeva la Riviera e lo Stato di Genova, il Monferrato, gran parte
del Piemonte, ed una porzione dello Stato di Milano; inoltratasi pure
al mezzodì della Francia; e v'ha ragion di credere ch'essa penetrasse
più lungi (_Leonard. Aretin. lib. II. Papon. op. cit. V. II. p. 260._).
A. dell'E. C. 546. Gli storici fanno menzione della peste, che in
quest'anno si manifestò nella Germania, apparendo più comunemente
con buboni agl'inguini, e perciò chiamatasi _inguinale_ (_Papon. op.
cit_.).
A. dell'E. C. 549. Le provincie del mezzodì della Francia furon di
nuovo infestate dalla peste (_Papon. l. c._).
A. dell'E. C. 557. Peste di nuovo in Italia, secondo il _Lebenswald_.
A. dell'E. C. 565. In quest'anno si riprodusse il contagio
nell'Insubria e nella Liguria, che ne rimasero per molti mesi il teatro
di stragi le più crudeli. Di là il funesto seme pestilenziale si sparse
per tutto il resto d'Italia, e per la Francia, penetrò nella Germania,
e si propagò con furore per tutto il Settentrione, arrecando in ogni
luogo gravissimi danni. Si nota essere stata questa pestilenza la
funestissima sopra altre parecchie, e di aver particolarmente devastato
la Lombardia (_Paul. Diacon. lib. II. cap. 4º Spond. eod. an. s.
Gregor. Magn. et Gregor. Turon._).
A. dell'E. C. 571. Peste terribile nell'Alvergna in Francia. Notasi
che i buboni si manifestavano alle ascelle, e agl'inguini, e che ne
morivano gli appestati nello spazio di due o tre giorni al più tardi
(_Papon. op. cit. p. 261._).
A. dell'E. C. 579. In quest'anno rigermogliò la peste in Francia, e fu
preceduta da straordinarie inondazioni (_Pap. l. c._).
A. dell'E. C. 502. La peste divenuta omai quasi indigena in Francia e
in Italia, divampava ora in un paese ora in altro con maggior violenza.
In quest'anno, secondo Gregorio di Tours, devastò la Lorena, e fu
accompagnata da sintomi di grande ferocia, principalmente da quelli,
che sogliono accompagnare la vera pestilenza (_Papon, e Kircher. op.
cit._).
A. dell'E. C. 586-87-88. In questi tre anni vi ebbe peste qua e là per
la Francia; e singolarmente nel 586 sul Narbonese. I segni più certi
n'erano i buboni agl'inguini, e le petecchie. Negli anni successivi
587 e 88 desolò essa i paesi del mezzodì della Francia; e gli storici
accennano che nell'anno 588 si fosse stesa a Lione, e penetrata ben
nell'Italia (_Papon. op. cit._).
Fra i paesi, che gli storici indicano essere stati afflitti in
quest'anno da fiera pestilenza, _Casimiro Frescot_ monaco Benedettino
novera la Dalmazia, ed i regni circonvicini, individuando in
particolare la città di Zara travagliata più delle altre dal crudo
morbo (_Thom. Archidiac. Spalaten. Hist. Eclesiast. Salonitan. in
Addition. pag. 193._[7]).
A. dell'E. C. 588-89-90. Teneva Maurizio l'Impero, allorchè nel 588
incominciò a serpeggiare in Roma la peste. L'anno 589 di G. C. fu
memorando per le devastazioni, che la peste produsse in tutta quasi
l'Italia, in Roma particolarmente. Questa atrocissima pestilenza
continuò ad infierire nell'anno 590. Fra le vittime d'essa si annovera
il pontefice Pelagio II. Di più se ne conta cosa particolare ed è,
che molti starnutendo e sbadigliando perdevano la vita, da cui si
dice esser nato l'uso di pregar da Dio salute nell'atto che taluno
starnutisce. Questa stessa pestilenza invase pure la Spagna e vi
si propagò con estrema veemenza. Infestò la Francia, Marsiglia in
particolare; nella qual città, giusta quanto asserisce Gregorio di
Tours, venne portata da una nave mercantile nel 589, e vi fece tanti
progressi, che gran numero di famiglie ne andaron distrutte, le case
cambiate in sepolcri, e l'intera città ridotta in un vasto cimitero.
La raccolta dell'anno andò interamente perduta per mancanza di
coltivatori. In tal circostanza di atrocissima peste nella città di
Roma, ed in molte altre d'Italia, di Francia e di Spagna, a Roma furono
instituite le litanie maggiori, e l'uso di portare processionalmente le
Sacre Immagini, rito poscia abbracciato da tutte le chiese in tempi di
calamità pubbliche ed in particolare nei timori del morbo pestilenziale
(_Platin. in Vita Pelagii II. Spond. eod. an. Gregor. III. Pont. M._
_c. 19. vid. Legend. Sanct. in Vita s. Gregorii M. Gregor. Turon.
Kircher. Thom. Archidiacon. op. cit._).
A. dell'E. C. 591. Nel successivo anno cinquecento e novantuno la
peste, essendo pressochè affatto estinta in Italia, si riaccese con
nuova fierezza in Francia. Gli storici ce la indicano collo stesso
epiteto d'_inguinale_ nella Bretagna, nella Turena, nella Linguadocca,
e nell'Aragonese (_Papon. Chron. ec. p. 263._).
A. dell'E. C. 599. In quest'anno la peste rigermogliò a Marsiglia ed
in tutta la Provenza, comparendo per tutto accompagnata dai medesimi
sintomi, che negli anni precedenti erasi manifestata (_Papon, iv._).