_Sil. Ital. lib. XIV. v._ 580-617.
Nec mora, quin trepidos hac clade irrumpere muros,
Signaque ferre Deûm templis jam jamque fuisset,
Ni subito importuna lues, inimicaque pestis,
Invidia divûm pelagique labore, parata,
Polluto, miseris rapuisset gaudia, coelo.
Criniger aestiferis Titan fervoribus auras,
Et patulam Cyanen lateque palustribus undis
Stagnantem Stygio Cocyti opplevit odore,
Temporaque autumni, laetis florentia donis,
Foedavit, rapidoque accendit fulminis igni;
Fumabat crassus nebulis caliginis aër:
Squallebat tellus, vitiato fervida dorso;
Nec victum dabat, aut ullas languentibus umbras:
Atque ater picea vapor exspirabat in aethra.
Vim primi sensere canes. Mox nubibus atris
Fluxit deficiens penna labente volucris:
Inde ferae silvis sterni; tum serpere labes
Tartarea, atque haustis populari castra maniplis.
Arebat lingua, et gelidus per viscera sudor
Corpore manabat tremulo; descendere fauces
Abnuerant siccae jussorum alimenta ciborum.
Aspera pulmonem tussis quatit, et peranhela
Igneus efflatur sitientum spiritus ora.
Lumina, ferre gravem vix sufficientia lucem,
Unca nare jacent, saniesque immixta cruore
Exspuitur, membrisque cutis tegit ossa peresis.
Heu dolor! insignis notis bellator in armis
Ignavo rapitur letho. Jactantur in ignem
Dona superba virûm, multo Mavorte parata.
Succubuit medicina malis. Cumulantur acervo
Labentum, et magno cineres sese aggere tollunt.
Passim etiam deserta jacent inhumataque late
Corpora pestiferos tetigisse timentibus artus.
Serpit pascendo crescens Acherusia pestis,
Nec leviore quatit Trinacria moenia luctu,
Poenorumque parem castris fert atra laborem.
Aequato par exito, et communis ubique
Ira deûm, atque eadem leti versatur imago.
A. del. M. 3845 di Roma 543, avanti G. C. 211. In quest'anno vi fu
peste in Costantinopoli secondo il Freind. (_Storia della Medicina
part. I pag. 143. e seg._).
A. del M. 3849, di Roma 548, avanti G. C. 206. Trovandosi accampati
nella Calabria gli eserciti de' Cartaginesi e de' Romani, che
devastavano quella provincia, si spiegò fra le truppe la peste, per
la quale ben assai ne perirono dall'una parte e dall'altra (_T. Liv.
Decad. III. lib. 8._).
A. del M. 3873, di Roma 572, avanti G. C. 182. Durante il consolato
di P. Cornelio Lentulo e di M. Bebio Panfilo crudel peste devastatrice
fece orribili stragi sulle piazze, sui mercati di Roma, e ne' villaggi
circonvicini. Durò tre anni, e vi perì gran numero di persone. (_T.
Liv. Decad. III. lib. 7. Decad. IV. lib. 10._).
A. del M. 3880, di Roma 579, avanti G. C. 175. Vi ricomparve sette
anni dopo la peste preceduta da epizoozia fra gli animali bovini,
talchè dicevasi proceduta da buoi. Incrudelì successivamente contro gli
uomini: uccise grande quantità di servi. La maggior parte de' malati
perivano prima del settimo giorno; e durò due anni (T. Liv. Decad. V.
lib. 1.).
A. del M. 3887, di Roma 586, avanti G. C. 168. La peste desolò
l'Illirio. Fu accompagnata da sì grande quantità di rannocchi, che
gli Storici credettero farne memoria (_Appian. Alexandr. de bello
Illyrico lib. I., e Bibl. Histor. cap. 4._). Riferisce egli pure che
gli Autari coi Celti o Cimbri pigliarono la peste, maneggiando le cose
degl'Illirici.
A. del M. 3890, di Roma 589, avanti G. C. 165. Roma in quest'anno fu
travagliata dalla peste e dalla fame. Questi due flagelli uniti fecero
perire gran numero di persone (_Briet. Annal. Mund. p. 275._).
A. del M. 3904, di Roma 603, avanti G. C. 151. Trovandosi i Cartaginesi
occupati nella guerra contro di Massinissa re della Numidia, la peste
invase quasi tutta l'Affrica, e la desolò. Immensi danni v'ha essa
recati (_Appian. Alexandr. de bello Punico_).
A. del M. 3929, di Roma 628, avanti G. C. 126. L'Affrica pur quest'anno
provò tutti i danni della peste la più crudele e la più devastatrice.
Nessun'altra finora fu ad essa eguale. Desolò la parte settentrionale,
ossia al giorno d'oggi le Coste di Barbaria, e vi fece perir, secondo
Orosio, ottocento mille uomini nella Numidia; duecento mille nelle
provincie della costa marittima Cartaginese e Uticense. In Utica
poi e negli altri luoghi dell'Affrica trentamille soldati Romani ne
restarono preda. In un sol giorno fuori di una sola porta si trasportò
al sepolcro da 500 giovani. A pari tempo un morbo epizootico fece
strage degli animali quadrupedi e volatili. Immensa quantità di locuste
distruggeva sui campi le biade; e putride esalazioni dalla corruzion
loro e da altro vieppiù l'aria ammorbava, e rendeva più orribile e più
desolatore un tanto flagello (_Oros. lib. V. c. 2. lib. VIII. Diodor.
Sicul. S. August. de Civitate Dei lib. III. cap. 31. Sabellic. Decad.
V. lib. 9._).
A. del M. 3945, di Roma 644, avanti G. C. 110. La storia fa menzione
di una peste a quest'epoca, che serpeggiò in Roma e in altri luoghi di
Europa e d'Asia, e che durò circa tre anni (_Epitomat. lib. VII._).
A. del M. 3981, di Roma 680, avanti G. C. 74. S'introdusse la peste
nell'esercito di Mitridate in Asia. Una gran parte della sua armata ne
fu distrutta. Si assicura poi che perirono più di cento e ventimille
persone de' suoi Stati (_Appian. Alex. de bello Mithridatico. Lucan._).
A. del M. 4001, di Roma 704, avanti G. C. 50. Sotto il consolato di
Cornelio Lentulo e Cajo Claudio Marcello, Marsiglia in Francia venne
travagliata dalla peste, che fu preceduta e accompagnata dalla fame. Si
tenne allora cagionata dalla corruzione de' grani, de' quali il popolo
fu costretto far uso (_Caes. de Bello civili lib. 2._).
A. del M. 4006, di Roma 705, avanti G. C. 49. La Tessaglia provincia di
Macedonia andò crudelmente desolata dalla peste, preceduta da terribile
epizoozia, che uccise immenso numero di animali. Secondo che s'è allora
creduto, ne furon cagione le esalazioni dipendenti dal molto numero
di animali putrefatti, e lasciati insepolti, sì che ne infettarono
l'atmosfera. (_Lucan. de Bello Pharsalico lib. VI. v. 80. ad 105._), di
cui ne soggiungo la descrizione.