Sec. XVIII.
Difficile dire se il conte La Fratta amasse piú sé medesimo o la
marchesa Arnisio; ma giacché per acquistarsi dal mondo la lode di
cavaliere perfetto nella stima di lei e per secondare gli stimoli del
cuore insisteva da un anno a servire con cura paziente e con indulgente
costanza una dama cosí mutabile di pensiero e di animo, egli certo amava
troppo sé stesso e oltre il necessario a un cavalier servente egli amava
l'Arnisio.
A dire il vero a sua scusa ella esercitava tuttavia su lui l'attrattiva
dell'ignoto e del nuovo, la virtú quasi d'un fascino arcano, quantunque,
a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute molte singolarità e
usanze e malizie. Già sapeva La Fratta quando fosse bene contrapporsi e
quando fosse meglio accondiscendere a quello che le piacesse affermare;
già aveva appreso a distinguere su le sue labbra rosate tutti i gradi di
sprezzante pietà e d'ironia sottile che vi segnasse il sorriso; già
comprendeva tutto quanto comandasse o esprimesse dalla sua abile mano il
ventaglio irrequieto: anche, tra lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania
-- ed era spesso --, l'esperienza e la consuetudine avevano sancita una
specie di prammatica ai modi e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava
parlare di mille cose per divagarne il pensiero doloroso e pesante e a
lei bastava rispondere, a diritto o a rovescio, no, sempre no, o sí,
sempre sí.
Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; ma una cosa non sapeva:
se la marchesa avesse il cuore o non l'avesse. "L'ha o non l'ha?" egli
si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni giorno piú nella ricerca
dell'ignoto n'era piú avvinto dal fascino e ogni giorno piú s'innamorava
della dama e di sé medesimo perché con sua gloria resisteva a servirla.
Finalmente l'Arnisio agli scatti di stizza e alle bizze nel brio e alle
arie annoiate alternando gli accordi e i riposi e gli assensi cominciò
ad accarezzarlo di certe occhiate cosí lunghe e sentimentali ch'egli
credette di giungere a proda: il sentimento deriva dal cuore; dunque il
cuore l'aveva. Né il cuore della marchesa doveva battere per altri che
per lui, il quale da un anno la serviva con cura paziente e con
indulgente costanza: non per altri. Ond'ecco La Fratta a studiare di
quale e quanto e quanto duraturo amore fosse capace il cuore piccoletto
della marchesa Arnisio, perché ella non aveva con lui quelle espansioni
compiute, quei confidenti abbandoni e neppure quei moti meditati o
spontanei di gelosia che tutte le donne amando o fingendo d'amare
sogliono avere. E nello studio La Fratta aguzzò cosí i suoi occhi e il
suo pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della dama che,
ahimè!, troppo credette d'apprendervi.
Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche e le remissioni di
donna usata alla vita; i capricci, le allegrezze, le noie traevan forse
cagione non solo dall'indole sua bizzarra, ma da un intimo, segreto
travaglio che le eccitava e tribolava lo spirito: lo sguardo di lei
spesso stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta dicevan forse il
suo spirito smarrito dietro un'inafferrabile bene, finché con uno sforzo
mal nascosto di volontà non le riuscisse di riaversi o mentire, e allora
abbondava di cachinni e di frizzi, cattiva a un tempo e vezzosa;
l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece che la simulazione d'un
malanno alla moda poteva essere la dissimulazione di un urgente rovello;
gli sdegni di lei contro lui non erano forse, come egli aveva sempre
creduto, modi di civetteria sagace, ma piú tosto non rattenuti impeti di
sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate, quelle occhiate lunghe e
sentimentali, neanche potevano essere tardi e magri compensi alle
fatiche della sua servitú, ma tutt'al piú erano segni di compassione per
lui in una confessione oramai manifesta: «Il cuore l'ho, oh se l'ho!; ma
non per voi, povero conte!» Or bene: il conte La Fratta non disse alla
marchesa Arnisio come Publio a Barce:
Se piú felice oggetto
Occupa il tuo pensiero,
Taci, non dirmi il vero,
Lasciami nell'error.
È pena che avvelena
Un barbaro sospetto;
Ma una certezza è pena
Che opprime affatto un cor;
no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di sé, che premevano l'animo
del conte e vi si rafforzavano senza confondersi, lo sospingevano ad
accertare la verità; l'uno, perché chi è innamorato talora dubita a
torto; l'altro, perché, se non dubitasse a torto, egli ritraendosi a
tempo non compromettesse la sua dignità e la sua fama di _cavaliere di
spirito_.
Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira il caso d'un patito che
con zelante servitú e con dabbenaggine inconscia riparasse l'amore
ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in odio le satire. O, dunque,
la marchesa amava qualcuno di quelli che le farfaleggiavano intorno, il
quale, come minore di lui, ella non potesse assumere a servirla senza
scapito agli occhi del mondo; o amava chi attendeva, incurante o ignaro
di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa; e come anche non
pregata essa l'avrebbe lasciato nel dubbio, ed egli non voleva restarci,
egli interrogava il mistero, scrutava, investigava. Ma invano: tal donna
era l'Arnisio che davanti a niuna persona e in niuna circostanza perdeva
il predominio di sé medesima; né mai, appuntando i suoi sospetti su
questo o su quello che a lei fosse dintorno, il conte riusciva a
sorprenderle in volto ombra alcuna di rossore o di pallore, di
smarrimento o di vergogna. Il mistero per La Fratta permaneva fitto,
fosco, quasi spaventevole, e il suo caso diveniva pietoso e tendeva a
diventare ridicolo.
Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate Fantelli: un abate di umore
giocondo e di mente arguta, e caro a tutte le dame di cui conosceva le
corde piú sensibili al tocco delle sue allusioni e de' suoi frizzi, né
men caro agli amici, cui giovava d'esperienza e di senno.
L'abate consigliò: -- Tastale il polso.
E La Fratta non comprendendo, quegli aggiunse: -- Né i palpiti del cuore
né i battiti del polso si possono frenare. Allorché ricorderai alla
marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo cuore batterà piú forte e non
potrai sentirlo, ma il suo polso batterà piú in fretta e tu potrai
sentirlo.
Al conte questa parve un'invenzione mirabile; e l'abate continuò: -- Non
si falla. Però ricordati che io confido la ricetta alla tua segretezza.
-- Son cavaliere -- rispose La Fratta. E corse dalla marchesa Arnisio.
Essa, all'entrare del conte, era abbandonata su 'l canapè con la testa
reclinata mollemente e la mano sinistra su gli occhi: ai passi lievi
dell'amico non si mosse, e al saluto di lui e al bacio di lui su la sua
destra rispose con un sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.
-- L'emicrania, eh? -- domandò La Fratta.
-- Sí -- rispose ella in tono flebile; e La Fratta sospirò triste pur
godendo d'un'emicrania almeno quel giorno opportuna a' suoi fini.
-- Chi l'avrebbe detto ierisera? -- proseguí egli, non per rammentare il
tempo felice nella miseria ma per avviarsi súbito alla meta. Nondimeno
ebbe prudenza e chiese ancora:
-- Desiderate un po' di melissa?
-- Sí -- ripeté la marchesa, perché di prammatica quel giorno era il sí:
trasse un breve sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle
labbra, e respinse tosto la mano dell'amico.
Ma -- Che sguardo febbrile! -- disse questi prima ch'ella riabbassasse
le pálpebre; e sedutosi a lato di lei e recatosi il cedevole braccio di
lei su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il polso
attentamente.
Toc... toc... toc...: nelle arterie, che rigavano d'una trama azzurrina
la bella carne bianca, il sangue perveniva dal cuore pulsando
all'avambraccio in misura placida ed uguale.
-- Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva il cammino).
Corgnani giurava di perdere a tarocchi perché lo costringevate a
guardarvi, tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne d'avervi ravvisata
a Versailles in una procace figurina di Boucher o di Fragonard; Terenzi
proclamò che niuna dama di Parigi saprebbe ballar meglio di voi il
_paspié_. E ristando, per prudenza: -- No -- disse -- non avete febbre
--. Pure, come piú d'una volta aveva profittato dell'emicrania per
tenere a lungo nelle sue una mano della dama, ritenne invece il polso, e
riandando le vicende della sera innanzi, trascorsa con lei alla
conversazione di una dama illustre, e riferendone vanità e pettegolezzi,
con abile arte poté nominare coloro di cui aveva maggior sospetto. Ma il
polso palpitava sempre uguale e placido.
«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?» domandava intanto La
Fratta a sé stesso. «Quello non può essere; proviamo quest'altro.»
E proseguí nell'esame e nella tentazione a quel polso ritmico e muto
sinché ebbe camminata invano la via che si era proposta. Oramai
retrocedeva; s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava in nuovi
dubbi; infine s'appigliò a chi gli capitò dinanzi al pensiero:
-- Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per l'Arboldi:
sdilinquiscono tutt'e due, il duchino e vostro marito.
Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse: gli era parso; ma non
era possibile che il sangue di una dama come la marchesa Arnisio si
commovesse al ricordo di un vagheggino quasi adolescente. Per altro la
marchesa era sí strana....
-- Io credo -- riprese egli -- che l'Arboldi non preferirà quel
bamboccio a un cavaliere qual è vostro marito. -- Non c'era piú dubbio!
La marchesa amava il duca, amava -- strana donna! -- il frutto acerbo; e
il polso che aveva confessato era lí pronto a ripetere la confessione.
Per prima vendetta il conte voleva discorrere e burlarsi del duchino
affinché, magari, la capricciosa dama arrabbiasse o, magari, piangesse,
svenisse. Ma il sangue nell'arteria rifluí placido ed uguale, e solo
allora trasecolando La Fratta ebbe un'idea, un lampo, quasi un fulmine:
-- il marito?!....
Già: a parlare del marito e dell'Arboldi il polso precipitava,
martellava, scottava. Come scottato, il conte abbandonò il braccio della
dama e balzò in piedi: stupito, stordito non sapeva piú che si dicesse.
Diceva:
-- Ma dunque, se l'abate Fantelli.... No: non è possibile! -- E quando
si fu ricomposto, senza esitare, rapido, asserí:
-- Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; ditemi, è vero?
-- Sí -- rispose la dama; ma poteva essere il sí di prammatica.
-- Siete innamorata di vostro marito: è vero?
La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice, ma la dama, la quale,
meravigliata anch'essa, era per gridare -- Chi ve l'ha detto? --, ebbe
tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, e scoperta dal conte, e
sentí tant'odio per il conte, che frenò la curiosità e tacque.
-- È vero? -- incalzava l'altro --: di vostro marito?
-- Sí! -- E questo non fu il solito sí; fu un sí aspro, secco,
trafiggente. L'altro continuò:
-- E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitú solo in ubbidienza
della moda?
-- Sí!
--.... ed io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, senza accorgermene?
-- Sí!
La Fratta divenne rosso; ma era cavaliere, e si contenne.
-- Dunque -- conchiuse -- non vi annoierò piú, signora marchesa! Solo
permettetemi l'ultimo consiglio: se non volete far ridere il mondo non
riferite questo nostro colloquio all'abate Fantelli. -- E per un supremo
sforzo di galanteria cercò di baciare la destra dal polso febbrile e
loquace: la marchesa ritrasse la destra; ond'egli, senza inchinarsi,
uscí dalla camera.
Ma quando la portiera fu ricaduta dietro di lui, la dama, alzatasi vispa
e gaia come quella che da un mese non aveva avuta emicrania, con un
lungo sospiro di soddisfazione esclamò: -- Finalmente!