Domitilla non aveva a pena goduto del suo trionfo che si dié colpa
d'essere stata troppo debole ed arrendevole; e quantunque non dubitava
della parola di don Alfonso, temeva che egli appagato nel desiderio e
già pentito si disamorasse, o almeno non giudicasse grande quant'ella
voleva la grazia ottenuta quella notte. Essa l'amava; ma per dominarlo
le bisognava che l'ardore di lui fosse piú vivo del suo stesso ardore; e
per acuirne o riagitarne le brame e inretirlo piú strettamente, le
bisognava farle stentare la ripetizione e l'intero possesso della
voluttà.
Gli scrisse il giorno dopo: «Guardatevi, ché è in pericolo la vostra
vita.»
Don Alfonso, il quale non aveva paura di pericolo conosciuto e certo, a
quell'avviso cominciò quasi sgomento a imaginare ogni piú strano
affronto ed ogni danno che potesse fargli il nemico nascosto e
sconosciuto; e come da un pezzo sospettava fosse il Palmenghi il
carceriere della dama, cosí suppose che il Palmenghi, scoperto il
trascorso della dama, cercasse vendicarsi: non usciva se non armato e
seguíto da piú servi e comandava di vigilare presso la casa del vicino.
Di che questi s'avvide presto; né avendo ragioni proprie d'inimicizia
con il Della Torre, credette a un accordo fra i parenti di Domitilla,
che l'odiavano a morte, e don Alfonso; e si guardava anch'egli. I servi
dell'uno e dell'altro si guatavano in cagnesco. La rissa avvenne, e
quando già Domitilla, dimentica del suo biglietto, aveva ripreso a
scrivere all'amante e a confortarlo.
Un giorno don Alfonso veniva verso la porta del Palmenghi, sulla quale
due figure di bravi stavano in attitudine spavalda; e poiché egli fu
passato, quelli risero in faccia ai due fidi che gli erano di scorta.
Offesa ai servi, offesa al padrone: don Alfonso fe' un cenno e i suoi
attaccarono gli altri.
Alle grida il Palmenghi uscí con la spada in pugno, e allora don Alfonso
s'avventò su di lui rapido, in un attimo, e lo colpí al cuore; poi in
due salti entrò nel suo palazzo e dalla pusterla del giardino corse alla
casa di Gabrio, che era poco lungi. E mentre l'amico l'aiutava a cambiar
vesti perché cambiasse aria, egli gli raccomandava di ottenergli il
perdono della dama, che credeva aver privata del fratello e che presto o
tardi, se gli perdonasse, farebbe sua moglie. Gli raccomandava di
indurla a scrivergli a Torino, dove sperava recarsi; di provvedere a che
giungessero a lei le sue lettere e di adoperarsi, quando fosse tempo, ad
ottenergli dal duca la grazia di quell'omicidio che aveva commesso quasi
involontariamente. Gabrio promise.
Don Alfonso all'imbrunire fuggí da Parma.