Certo che essa l'amava, senza piú titubare don Alfonso intese al fine
del suo amore; e le ripulse della dama non lo frenavano, non
l'intimidivano gli ostacoli; ed essa gli scriveva invano: «Vorrei, ma
non posso».
Egli un giorno, stanco, le scrisse cosí: -- O la sera sarebbe venuta da
lui, nel giardino, ad udire quel che aveva a dirle, od egli, alla prima
buona circostanza, la porterebbe via a forza.
Domitilla, com'ebbe letto il biglietto, sorrise all'idea d'essere rapita
di notte in una carrozza trascinata da due veloci cavalli e scortata da
ceffi spaventosi; ma la ragione la distrasse dalle fantasie romanzesche,
e poiché l'amante si ribellava, comandava, minacciava, il meglio era non
badargli -- se pure, a tirar troppo, la corda non si fosse rotta. No,
meglio era andare da lui -- se pure al convegno, per debolezza sua, non
fosse seguíto ciò che sarebbe seguíto al rapimento. -- _Parcere
subiectis et debellare superbos!_ Domitilla, la sera tardi, s'attenne
alle norme che l'amante le aveva scritte; e don Alfonso, ricevutala da
una scala nel giardino, non stentò a persuaderla che entrasse nella sua
casa. -- «Soggiogare il ribelle e, dopo, nel perdono, acconsentirgli»
aveva determinato a sé stessa Domitilla; ed entrando disse in tono
ostile, súbito:
-- Per voi io comprometto, questa sera, il mio onore. Del vostro amore
quali prove avete date voi a me?
-- Io vi amo -- rispose don Alfonso.
La dama senza badargli continuava: -- Voi m'avete fatta una proposta
indegna, l'insensata minaccia d'impossessarvi di me con la violenza! Ma
io non vi temo; v'ascolto. Che volete?
Già alle prime parole di lei cosí avversa nell'aspetto e nella voce il
cavaliere aveva perduta la riflessione del disegno che s'era preparato
in mente; e alle ultime lo turbò il dubbio che la dama nascondesse
un'arma; onde, umile, le chiese:
-- Vittoria, che cosa debbo fare io per voi?
-- Nulla, se non potete soffrire e non sapete dominarvi!
Allora egli si lamentò di lei: egli soffriva da troppo tempo, egli
soffriva di quell'amore che gli pareva tenebroso ed aspro quasi un
delitto o una condanna; e da lei non aveva conforto se non di poche
parole vane; non aveva speranza e confidenza alcuna. -- Desiderate che
io soffra. E avete detto che mi amate!
-- Io vi amo -- ripeté essa; e ai lamenti contrappose gli aforismi
appresi nei romanzi. -- Non è amante degno chi non rinunci la propria
volontà a quella dell'amata; né v'ha amore buono che non sia combattuto
dalla sorte; né è passione nobile e pietosa in chi non sia pronto ad
ogni sacrificio, al sacrificio della vita stessa.
Il rimprovero offese don Alfonso. Esclamò: -- La mia vita non è vostra?
Ogni mio pensiero, da quando vi ho veduta, ogni mio desiderio non è in
voi? Non vorrei io liberarvi ad ogni costo della tirannia che
v'affligge? Un cerchio di ferro vi stringe e vi soffoca: vorrei
spezzarlo, e v'avvolgete nel mistero e mi fuggite; vorrei consolarvi o
dividere nel vostro segreto i vostri affanni, e mi fuggite! Che amore è
il vostro?
-- Un amore onesto, paziente, generoso!
Don Alfonso tacque con uno sforzo palese per contenere il diniego contro
il quale la dama era agguerrita: nel dibattito l'ira deformava la
bellezza della donna ed egli che aveva creduto d'ottenerla presto in
pace, quella sera, pativa come sentisse dileguarsi un sogno di felicità.
Perciò egli taceva. Ed ella, quantunque quel silenzio non la sbigottisse
molto, per lasciar trapelare un po' di barlume agli occhi dell'amante,
proseguí.
-- In quest'amore io aveva riposto il conforto d'affanni vecchi e nuovi:
ad esso confidavo l'avvenire: per il bene di esso, il mio e il vostro
bene, mi credevo costretta a nascondervi ciò che cercate di scoprire, a
celarvi ciò che cercate di sapere, quasi dubitaste di qualche mia azione
indegna. Voi ignorate le lagrime che mi costa il solo sospetto
dell'amore che vi voglio; e non mi vedete quando vi sospiro, non mi
udite quando vi chiamo a me, non mi sentite in voi come io sento voi in
me. Mi sono ingannata. Voi, voi mi avete ingannata turbando cosí per
gioco e per sfogo della vostra giovinezza la poca quiete che la sorte mi
lasciava. Ma se non m'avete compresa, non m'avete meritata, don Alfonso!
Addio dunque.
E stupita ora ch'egli non fiatasse, andò all'uscio per uscire: l'uscio
era chiuso a chiave. Si rivolse, di bianca divenuta livida.
Il cavaliere disse orgoglioso e solenne: -- Voi siete in mia balia. Ma
don Alfonso della Torre vi difende proponendovi il suo nome, il suo
cuore, la sua nobiltà. -- E le si accostò tendendole la mano. La dama
non sorrise: piú fiera, piú solenne di lui, rifatta bellissima da
quell'orgoglio superiore, ella disse: -- Per difendermi basta il mio
nome, puro come il vostro, e la mia nobiltà, piú antica della vostra,
don Alfonso della Torre!
No: ella non aveva nessun'arma; tremava e, tanto il cuore le batteva,
ansimava quasi il respiro le mancasse. E vinse lei.
Ai suoi piedi il cavaliere domandava perdono con le piú umili e dolci
parole che la passione gli suggeriva e con gli occhi ansiosi cercava
nell'aspetto di lei il segno del perdono, come la speranza della sua
vita. Essa ascoltava rasserenandosi a poco a poco, e infine su quell'ira
domata, quell'orgoglio avvilito, quella fierezza abbattuta, essa sorrise
e sollevò lo schiavo a baciarla nella bocca.