17 dicembre, pomeriggio.

E non immaginavo una città cristianissima sepolta sotto l'ombra

selvaggia.

Il Pedrillo ha risalito l'estuario della Mandavj, ci ha deposti

sull'_imbarcadero_ malfermo della _Vielha Citade_, ed è ripartito

in tutta fretta verso la Nova Citade, prima che la bassa marea lo

paralizzi su queste rive.

Da due ore m'aggiro per la più strana, la più triste delle città morte.

L'Oriente è pieno di città che furono. Ma risalgono a millenni, nella

notte delle origini buddiche e bramine, ce le fa indifferenti l'abisso

del tempo, della razza, della fede. La nostra malinconia ritrova

invece a Goa lo spettro di cose nostre: conventi, palazzi, chiese del

Cinquecento e del Seicento: una vasta città che ricorda a volte una via

di Roma barocca o una piazza dell'Umbria: una città che fu suntuosa

e ricca, sorta per imposizione della croce e della spada, città che

conteneva trecentomila abitanti ed ora ne conta trecento: tutti monaci

o guardiani dei palazzi e delle chiese crollanti, testimoni indolenti

che non ristorano una pietra, rassegnati all'opera implacabile del

clima e della foresta. Per le cose come per gli uomini il tropico

è deleterio; e sotto questo cielo di fiamma e d'uragano i secoli

contano per millenni. La città è vastissima, ma sono pochi gli edifici

completi. Avanzo a caso, senza una mèta, senza una commendatizia,

scortato da un monello vivace che m'interroga sulla mia scelta: —

Palazzo dell'Inquisizione? Chiesa di San Francesco Saverio? Cattedrale

di Nostra Signora degli Elefanti? — E comincia a considerare il

mio vagabondaggio trasognato con qualche inquietudine. Un edificio

m'attira, un palazzo del Seicento, imponente, dalle grate panciute,

dai balconi a volute aggraziate, recanti al centro, in corsivo, un

monogramma o uno stemma padronale; e lo stemma è riprodotto in pietra

sul vasto androne d'ingresso. Il cortile è circondato da un doppio

loggiato barocco, a colonne spirali; ma il loggiato è crollato per una

buona metà e s'apre sopra la campagna selvaggia. Seguo il portico a

caso, entro nella vasta dimora. Ohimè! Vedo il soffitto; e, attraverso

il soffitto, larghe chiazze azzurre: il cielo del tropico. Dei tre

ripiani, delle fughe interminabili di sale e di corridoi, non resta

più traccia, tutto è crollato, e il palazzo non è che una scatola, una

topaja deserta, che serve di magazzino per le noci di cocco. In terra,

fino a vari metri d'altezza, sono accumulati i grossi frutti chiomati

che fanno pensare a piramidi di teste tronche. Esco all'aperto, mi

siedo sotto il portico sopra un capitello infranto, mi disseto ad un

cocco che il guardiano rompe e mi porge.

— Di chi è il palazzo?

— Dell'Abbazia.

— Ma chi l'abitava, chi l'ha fatto costrurre?

Il guardiano non comprende, mi guarda perplesso. Accenno allo stemma

che traspare anche qui, sul selciato consunto. L'uomo non sa, fa un

gesto d'indifferenza.

— Chi può sapere? Un _conquistador_, nei tempi dei tempi....

Ma quale _conquistador_? È mai possibile che tre secoli possano

annientare a tal segno ogni memoria del nostro passaggio sulla terra?

E la memoria di uomini possenti, di dominatori temuti ed invidiati che

empirono il mondo delle loro gesta e del loro nome, che il loro nome

imposero con la croce e con la spada, scolpirono in marmo ed in ferro

sui loro palazzi magnifici. Fu un Diego Lajnez? Un Alfonso Dequero? Un

Manrico Tizzona? Forse ne ho già incontrati gli occhi sopraccigliuti in

qualche galleria europea, in una tela di Velasquez o di Van Dyck, uno

di quei _conquistador_ mezzo mercanti, pirata, guerriero, esploratore

che s'avanzano in tutta la pompa delle sete, delle piume, dei velluti,

recando la consorte per mano, una pingue signora a riccioli simmetrici,

sorridente nonostante il ferreo busto ad imbuto, la gorgiera crudele;

e la prole segue in bell'ordine, già tutta imbustata e corazzata

come i genitori, e un servo negro reca una scimmia sulla spalla

e un pappagallo nell'una mano, sollevando con l'altra una cortina

di velluto, e tra le due colonne appaiono le galee potentissime,

d'innanzi al porto d'una città favolosa: Goa. Goa la Dourada, Regina

dell'Oriente, orgoglio dei figli di Luso, quando sui dominii portoghesi

il sole non tramontava mai. «Chi ha visto Goa non ha più bisogno di

veder Lisbona».

Ancora una volta tocco l'ultimo limite della delusione, sconto la

curiosità morbosa di voler vedere troppo vicina la realtà delle pietre

morte, di voler constatare che le cose magnificate dalla storia,

dall'arte, cantate dai poeti, non sono più, non saranno mai più, sono

come se non siano state mai!

Strade interminabili, alternate di palazzi cadenti, vuoti come teschi,

di verzura selvaggia sopravanzante alti muri massicci, di torrioni

rivestiti di capillarie pendule, di liane gonfie, maculate come pitoni;

e chiese, ruine religiose più tristi delle ruine profane. Sosto nella

frescura ombrosa d'un frammento di vòlta a sesto acuto, rimasta in

piedi per prodigio, poichè sorretta da un solo muro superstite. La

mia nostalgia s'illude per un attimo d'essere in una chiesa diroccata

della Romagna o dell'Abruzzo. Ma tre scimmie oscene — vero simbolo

apocalittico di Satanasso — occupano il vano dell'abside, una frotta

di pappagalli minuscoli corre sulle quattro ogive; non l'edera, non la

lucertola amica animano la pietra morta, ma uno strano rampicante dai

fiori sogghignanti, e i camaleonti diabolici, dagli occhi strabici....

Dall'alto un cocco ha introdotto nella chiesa una foglia immensa e

l'agita lento, proiettando in terra l'ombra di una mano che benedica.

La malinconia della città morta è tutta nel contrasto di questo

medioevo europeo, di questo passato nostro, sepolto sotto un cielo

d'esilio, in una terra selvaggia.

Non ho altra mèta, altra indicazione in questa solitudine di piante e

di ruine che il nome di un italiano non conosciuto mai: e lo ripeto

a tutti i rari passanti; ma nessuno sa indicarmi il suo convento. I

conventi sono molti e passo dall'uno all'altro inutilmente; nessuno

conosce Vico Verani e senza il suo nome religioso sarà difficile la

ricerca; e non ricordo quel nome. Mi consigliano di rivolgermi alla

Cattedrale dov'è la Direzione Ecclesiastica con tutti i registri....

Affretto il passo, seguìto dal monello goanese che si interessa a

quella ricerca con grandi esclamazioni grottesche, e agitar d'occhi

e di braccia: una mimica eccessiva che rivela il rampollo di razza

bastarda. Si arriva nel centro di Goa: solitudine, silenzio, morte

anche qui. Formidabile come una fortezza il Palazzo della Santissima

Inquisizione: inquisizione più spaventosa di quella europea, causa

prima della decadenza d'un dominio coloniale che non ebbe l'eguale in

grandezza.

Ecco la Cattedrale, chiesa abbaziale delle Indie, moschea trasformata

in tempio cristiano da San Francesco Saverio. Ed ecco la chiesa del

Bom Jesù su di una piazza deserta, ombrata di palme. Visito la tomba

del Santo, suntuoso mausoleo barocco di giada, di marmo, d'argento.

Il corpo del Santo fu ufficialmente dichiarato Vicerè delle Indie e

Luogotenente generale; il vero governatore che giungeva dal Portogallo

doveva chiedere il permesso alla salma idolizzata, e ancora al

principio del secolo XIX egli veniva in gran pompa a questa chiesa

prima di prendere il suo posto: il rito voleva che ritornasse a

colloquio con le sante reliquie, prima d'ogni decisione importante....

Il monaco mi fa passare nelle sacrestie: attraversiamo un cortile

interno, vasto e murato, dove lo stile tozzo d'altri tempi, la

malinconia secolare fanno uno strano contrasto con la verzura ed il

cielo abbagliante. Si sale al primo piano; nella biblioteca sono

presentato al Padre Superiore. Il monaco m'accoglie benevolo, fa

togliere dagli scaffali tre, quattro registri di epoche diverse,

sfoglia con rapidità accurata, appuntando sulla carta giallognola

l'indice gemmato d'una grossa pietra violacea. Nel silenzio considero

quella tonsura grigia ed occhialuta, la persona massiccia nella tunica

nera e bianca, e l'altro compagno silenzioso, scarno, irrigidito,

addossato ad un planisferio antico recante a figure di belve e di

selvaggi i confini portoghesi. E dietro le spalle del padre, dietro

l'alta sedia a bracciuoli, s'apre la vetrata, appare un cortile

alberato dove una schiera di monelli indigeni, dai volti più foschi

nel camice bianco, fanno esercizi ginnastici accompagnati da una specie

di canto liturgico. Odore d'incenso putrido, di tabacco aromatico, di

tempo e di santità, odore di fiori sconosciuti e di miasmi tropicali.

Ho l'incubo. Guardo con impazienza ansiosa l'indice che scorre sul

vasto registro. Il silenzio mi pare eterno. E mai avrei pensato

di tanto desiderare l'incontro d'un italiano, sia pure il fratello

sconosciuto di un amico dimenticato.

Il padre s'arresta, legge finalmente:

— Padre Miguel, al secolo Vico Verani, convento di Santa Trinidad,

insegnante di teologia dal 20 settembre 1884, ordinato nel 1891 e....

Il padre alza il volto, mi fissa con occhi placidi:

— È morto il 22 ottobre 1896.

Un silenzio.

— Si dura poco, sotto questi climi, caro signore.

La solitudine mi par più completa, più vivo il desiderio di andarmene,

ora che so di aver seguita la traccia d'un morto nella città morta. I

monaci m'offrono ospitalità, insistono; ci sono dieci chilometri prima

di arrivare a Pandjim, la Nova Citade dove posso trovare un albergo; la

notte mi accoglierà a mezza via. Poco importa. M'accomiato; salgo su

un trespolo a _zebu_, un veicolo che ricorda una bara o una bigoncia,

dove il viaggiatore si adagia quasi supino, sollevando e abbassando

sul volto una specie di paracuna. E si parte di gran corsa verso la Goa

moderna.

Goa moderna: ma sembra una città di provincia dei tempi andati, una

capitale di qualche Republica dell'America Centrale, sul finire del

secolo XVIII. Passo la mia sera nel modo più banale, pur di convincermi

di vivere ancora, di essere sempre ai giorni nostri. Entro in un

cinematografo. Passo in un caffè, tra questa folla numerosa, così

diversa dalla corretta eleganza degli Inglesi e dalla grazia dignitosa

degli Indu, folla di meticci portoghesi che si riprodussero come la

gramigna sotto questo cielo, sopravvissero alle ruine, più tenaci

della pietra, e che si chiamano pomposamente _Toupas_, cioè europei

«che portano il cappello», ma che d'europeo non hanno più nulla, con

quelle spalle gracili, le gambe smilze, il volto olivigno, angoloso,

dagli occhi vivi, ma scimmieschi sotto la fronte depressa; e hanno

atteggiamenti grotteschi di cavalleria, sono lisciati, impomatati,

portano in giro sigari enormi e compagne languide, che sfoggiano i

figurini di dieci anni or sono, il ritagliume che loro invia qualche

fondo di magazzino europeo.

Sorseggio un bicchierino d'_arach_, il liquore nazionale, il

massimo commercio della colonia. Tra il vociare aspro e sconosciuto

che m'assorda e il fumo che m'accieca e mi soffoca, ricordo con

qualche cartolina illustrata qualche amico d'Europa. E osservo che i

francobolli recano ancora l'effige di Don Carlos; la florida ciera

del monarca trucidato mi sorride sotto la correzione violenta a

grossi caratteri neri: Republica. _Sic transit_. Non so perchè questo

particolare chiude con un'ultima tristezza questa sosta portoghese,

giornata malinconica tra le più malinconiche del mio pellegrinaggio.

Esco dal caffè, passeggio pei giardini, m'allontano lungo il mare

fin dove cessano i fanali a gas ed appaiono tutte le stelle del cielo

tropicale, dominate dalla Croce del Sud; s'ode nel buio il crepitìo

caratteristico che fanno le foglie dei palmizi fruscanti tra loro, alla

brezza marina. E tento di ricordare e di ripetere come una preghiera

sulla tomba della città defunta un sonetto di De Heredia, per la patria

lontana.

_Morne Ville, jadis reine des Océans!_

_Aujourd'hui le requin poursuit en paix les scombres_

_Et le nuage errant allonge seul des ombres_

_Sur la rade où roulaient les galions géants._

_Depuis Drake et l'assur des Anglais mécréants,_

_Tes murs désemparés çroulent en noir décombres_

_Et, comme un glorieux collier de perles sombres_

_Des boulets de Pointis montrent les trous béants._

_Entre le ciel qui brûle et la mer qui moutonne,_

_Au somnolent soleil d'un midi monotone,_

_Tu songes, ô Guerrière, aux vieux Conquistadors;_

_Et dans l'énervement des nuits chaudes et calmes,_

_Berçant ta gloire éteinte, ô Cité, tu t'endors_

_Sous les palmier, au long frémissement des palmes._

Più che nel tronfio accademico poema di Camoens, Goa «la Dourada» è

chiusa in questo miracolo di quattordici versi!

Un Natale a Ceylon.

Adam's Peak. Ceylon, 25 dicembre.

Lento martirio del risveglio sotto questi climi!

La coscienza, intorpidita dall'atmosfera di serra calda, si ridesta

penosamente come una ribalta che s'illumini a scatti successivi ed

improvvisi; si direbbe che nel sonno essa abbia abbandonato il corpo,

si sia involata verso la patria lontana e debba ora riguadagnare in

pochi secondi la spaventosa distanza, ritrovarsi la via tra lobo e lobo

del cervello; la ragione, invece, già vigile e desta, assiste a quel

tormento, indaga, commenta, deride:

«È vano che tu m'illuda, o vagabonda notturna! Sono a Ceylon; so

d'essere a Ceylon! È vano che tu mi porti ad ogni risveglio un lembo

di paesaggio ligure o canavesano, il sorriso d'un amico, il profilo

di mia madre.... So di sognare. Questo suono fioco di campane che tu

fingi per ricordarmi la patria, imita assai bene il clangore natalizio

quando la bufera di neve lo investe turbinando. Ma non è vero. Vero è

soltanto il coro assordante e rauco dei pappagalli e delle scimmie sul

tetto del mio _bungalow_. Fra pochi secondi mi sveglierò a Ceylon, nel

mio rifugio solitario, in piena foresta tropicale....

Mi sveglio. Sono a Ceylon. Ho gli occhi bene aperti, vedo attraverso

il velo bianco gli arredi della stanza, la figura di Patrick in piedi,

che attende col vassoio del thè; sono ben desto; ma, attraverso il

coro della foresta, continua il clangore fioco delle campane; scosto

la zanzariera, balzo dal letto con tale sorpresa che il vecchio _boy_

cingalese s'inquieta.

— _What is the matter with you, Sir? _ — Niente, caro. Sto benissimo,

ma che cosa è questo suono?

— _Christmas!_ Il Natale! È la messa delle sei, alle Missioni di

Kandy....

Fin quassù giunge, nell'aria immobile, il suono di Kandy, lontana sei

ore, in fondo alla valle....

Patrick è cristiano. Benchè porti i radi capelli grigi avvolti in

trecciuole sotto il pettine cingalese di tartaruga ricurva, benchè

non abbia altra veste che il gonnellino muliebre a scacchi rossi ed

azzurri, egli ha sul petto ignudo, appesi tra gli amuleti contro

i veleni, i cobra, i malefizi, uno scapulare di celluloide e una

crocetta d'argento. È un puro ariano, dalla nobile faccia socratica

che mi ricorda terribilmente un mio illustre insegnante di Università,

tanto che ancora non riesco a vincere una certa esitanza, quando devo

ordinargli di prepararmi il bagno o di lucidarmi i gambali....

— _Christmas, Christmas!_ Sentite le campane?

È Matthew, l'altro boy, che entra esultando, con tutti i suoi denti

bianchi, abbaglianti nel bronzo del viso. È giovanissimo Matthew,

ha vent'anni e parla sette lingue; è un buon cacciatore e un ottimo

cuoco; nessuno sa meglio di lui rammollire e friggere il legno della

_traveller-palm_ o cucinare la carne del pangolino squamoso o del

vampiro-rossetta.

Con questi due compagni e il guardiano del _bungalow_ — appena

sufficienti in questi climi dove il lavoro è frazionato per età e

per caste — abito da quasi un mese l'ultima _rest-house_ offerta al

viaggiatore dalla mirabile previdenza britanna. A Colombo, a Kandy, fra

le gaie lusinghe degli _hôtels_ cosmopoliti, ho sciupato molto tempo

e danaro (troppo danaro per un letterato entomologo, non lautamente

munito dalle patrie lettere e dai patrii musei) e devo ai buoni uffici

del Console d'Olanda presso il governo cingalese questo rifugio beato,

favorevole più di ogni altro alle mie ricerche.

È minuscola e modesta questa _rest-house_ sul Picco d'Adamo, e non

m'inorgoglisce il pensiero che v'ha pernottato il Kronprinz, lo scorso

anno, quando venne a Ceylon, per la caccia all'elefante. Ohimè,

la dimora non è imperiale! Ha una lindezza squallida di stazione

ferroviaria e di casetta nipponica a un solo piano, come tutte le

costruzioni dei tropici, circondata da una veranda a colonnette

bianche, dal tetto ampiamente proteso; a sera si abbassa una grata

a saracinesca che si chiude intorno premunendoci contro le visite

dei felini. In Europa gli uomini mettono le tigri in gabbia, qui

sono le tigri che costringono in gabbia gli uomini; non la tigre,

veramente, che manca in queste foreste, ma il leopardo e la pantera

nera cingalese, temibilissima. Le stanze sono disposte attorno a un

cortiletto, un piccolo _patium_ centrale, e sono di una malinconia

indescrivibile, in muratura bianca di calce fino a mezza parete, dalla

metà in su in legno traforato a giorno e aperto, così, al minimo soffio

ristoratore; v'entrano liberamente i piccoli alati della jungla, i

passeri bengalini, con la fiducia incredibile che hanno per l'uomo gli

animali dell'India....

Una camera da letto d'una semplicità da certosino, una sala con qualche

pretesa europea, una cucina e una vasta dispensa che ho adibita a

laboratorio con le mie casse e i miei barattoli; dinanzi alla casa un

giardinetto derisorio, con un'aiuola triangolare dove il guardiano cura

con grande amore alcuni grami gerani d'Europa, storditi dal clima e

umiliati dalla flora circostante. In quest'eremo mi raggiunge stamane

il clangore remotissimo delle Missioni.

E per la prima volta, dacchè sono lontano dalla patria, sento in

cuore una trafittura leggera, appena percettibile, ma insistente e

importuna come il primo rodìo del dente cariato: è la nostalgia! Ed

io mi vantavo d'esserne immune! Ohimè, ci si può illudere d'essere

un Robinson e un cenobita buddista, ma non si può scomporre la nostra

sostanza prima, la quale è non soltanto per ciò che è, ma per ciò che

è stata; e non si eliminano dal mistero della nostra psiche millenni

di evoluzione europea e venti secoli di cristianesimo.... La nostalgia,

il male tremendo e indescrivibile fatto di sentimenti indefiniti simili

all'ansia e al rimorso!

Esco all'aperto, ristorato dal bagno, per distrarmi al risveglio della

foresta, delizia e meraviglia sempre nuova ai miei occhi europei. Seguo

un sentiero appena tracciato nella densità del verde, ma per la prima

volta questa natura paradisiaca m'appare ostile, inquietante come un

paesaggio antidiluviano, sul quale debba profilarsi un pleosauro o un

iguanodonte. Attraverso l'intrico della flora demente, dalla profondità

delle valli, giunge ancora una volta il suono delle campane delle

Missioni, poi tace e mai mi son sentito così solo, benchè Patrick e

Matthew mi seguano recando il fucile, le reti, le pinze. Ma quest'oggi

non uccideremo. È nato nella mia terra il fratello di Gautama: la Bontà

Suprema, che ogni tanti millennii s'incarna e culmina in un uomo, s'è

«destata» un'altra volta in uno «svegliato».

Avanziamo in questi stretti sentieri simili a corridoi nel verde,

scavati dalle escursioni notturne degli elefanti selvaggi. Sono le

otto del mattino; la mezzanotte è dunque imminente in Italia, le mense

a quest'ora s'inghirlandano di vischio e d'agrifoglio, le finestre

s'illuminano nelle tenebre glaciali, nevose della notte sacra. Qui è

mattino estivo, una luce abbagliante che giunge mitigata dalle cupole

delle felci arborescenti, come un verde tremolio sottomarino; è il

tepore di serra calda che dura eterno su questa fascia equatoriale

della terra, una quinta stagione senza nome ch'io chiamerei Euforia; la

demenza beata che accompagna le agonie senza fine di certi consunti.

In questo tepore eterno, mitigato nella sera e nella notte da un'ora

di pioggia torrenziale, la flora raggiunge misure, linee, tinte

incredibili; e questa bellezza e questa stagione che non mutano,

aggiungono alla mia nostalgia d'oggi un altro sgomento fatto di

pensieri indefinibili; le primavere, dunque, le estati, gli autunni,

gli inverni immortalati nei capolavori della poesia, della pittura,

della musica europea, non sono che il prodotto d'una latitudine —

tristezza, relatività di tutte le cose, anche di quelle che veneriamo

come divine, ed immortali — tristezza ancora più profonda al pensiero

che questa terra perennemente verde non è che la sottile zona

d'un'estate eterna che copriva, all'inizio, tutto il nostro globo —

sgomento puerile, ma invincibile al pensiero che la nostra patria è

già immersa nella curva della terra che si spegne, che l'inverno, la

notte glaciale e nevosa che l'avvolge in questo mio chiaro mattino,

è già l'imagine della notte glaciale eterna che s'avanzerà nei tempi

e guadagnerà i tropici e raggiungerà fin su questa zona privilegiata

l'ultimo esemplare dell'umanità moribonda....

Non è gaio il mio Natale, e la flora che mi circonda non è

consolatrice, mi ricorda di continuo la spaventosa distanza dalla

patria; l'illusione non è possibile nemmeno limitando lo sguardo in

terra; il piede s'avanza ora fra muschi, licheni mostruosi simili a

polipi o a masse madreporiche, ora passa sul tappeto cinerino della

mimosa azzurra cingalese, e il passo lascia una strana impronta che

s'allarga in pochi secondi, con la contrazione dolorosa del mollusco

offeso. Ai lati, in alto, è il tripudio della flora vegetale e della

flora vivente; strani insetti (_fasmidae_, _phillum_, ecc.) imitano i

rami e le foglie, farfalle enormi abbagliano nel volo, come una brace

verde e azzurra, e, posate, si chiudono in un grigiore di foglia morta;

fiori strani, petali di carne rosea e sanguigna, di porcellana candida

o azzurra, fiori che nessuna parentela hanno con i nostri, foglie

più belle dei fiori, a cuore, a calice, a scudo, lobate, dentate,

frangiate, bianche venate d'azzurro e di rosso, rosse venate di bianco

e di violetto, felci arboree agili come zampilli verdi, felci nane,

capillarie fluttuanti nell'aria, come in fondo ad un acquario; e tutto

è immutato, come ai tempi delle origini, quando non era l'uomo e non

era il dolore....

.... Le undici; il sole è quasi a picco; il paesaggio favoloso si

scompone nelle lontananze verdi, al gioco dei miraggi; i tronchi

serpeggiano nell'aria che si dissolve tremando come l'acqua d'un

rivo. Rientro nel _bungalow_. Ma sulla soglia Matthew che mi precede

s'arresta con alte grida di paura e di giubilo:

— _Cobra! Cobra! The best wish for you!_ Il migliore augurio per voi!

Strana fantasia dell'India, che ha simbolizzata la speranza gioiosa in

questo messaggero di morte certa! — Tkatura — Tka: «ancora — sette —

passi» lo chiamano i cingalesi, perchè, si dice, la vittima barcolla

sette passi ancora, poi cade irrigidita. È certo tra i rettili più

micidiali, ma la sua apparenza non è formidabile. Questo che m'accoglie

nel mio giardino è grosso poco più d'una biscia e fuggirebbe volentieri

se il _boy_ non gli balzasse intorno impaurendolo con le grida e con

la rete; il cobra s'è raccolto a spire, erigendosi a mezzo il corpo

con la gola gonfia, espansa dall'ira, e la piccola testa triangolare

dagli occhi rossi come rubini, dalla lingua bifida dardeggiante, gira

intorno, su sè stessa, vigilando l'uomo, pronta alle difese.

Ma l'uomo lo lascia e il rettile si snoda, s'allunga, dispare nel

folto; sia grazie anche a lui in questo giorno di Natività....

A tavola, solo. La saletta mi dà qualche illusione d'Europa, illusione

che accresce, non mitiga la mia nostalgia. È singolare il contrasto

fra la lindezza tropicale, le pareti bianche di calce, traforate a

mezzo, fino al soffitto, e la pesantezza presuntuosa e vetusta dello

scarso arredo che ricorda le sale d'aspetto di certi dottori o di certi

curati; quattro sedie in giunco, un divano esalante da troppe ferite

l'anima di stoppa, una mensola Impero con sopra un pendolo Robert

di qualche pregio, uno scaffale con una Bibbia enorme, alle pareti

un'oleografia moderna dei Reali d'Inghilterra e due incisioni antiche:

Amsterdam del secolo XVII; cose tolte a qualche vecchio _bungalow_ e

giunte a Ceylon al tempo della dominazione olandese, quando i mercanti

fiamminghi giungevano all'isola favolosa, non anco ben definita sugli

atlanti, dopo un anno d'avventure su velieri mal fidi, circumnavigando

l'Africa e l'India....

Patrick e Matthew vengono e vanno silenziosi, vigilando ogni mio

gesto con quello zelo devoto che è la grande virtù dei servi indiani

e la meraviglia di tutti i viaggiatori. Matthew ha posto in mezzo al

tavolo, dentro una latta per conserve, un fascio enorme d'orchidee,

raccolte nella gita di stamane, e un piatto di manghi enormi. Mi sono

avvezzo agli strani frutti che si spaccano offrendo una polpa gelida,

mantecata come un sorbetto, odorosa di muschio e di creosoto; strani

frutti che si direbbero preparati da un confettiere, da un profumiere

e da un farmacista. E da un orefice si direbbero ideate le orchidee

che ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata di mica,

gole fantastiche e sogghignanti di draghi nipponici, petali gibbuti,

cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti come le tinte intravviste

nei toraci aperti delle bestie macellate; il fascino dà l'incubo della

peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana emana un odore fetido

insostenibile. Faccio allontanare il mazzo favoloso che a quest'ora,

in una sala europea, sarebbe omaggio non indegno d'una principessa,

e quanto volentieri lo cambierei con un ramo natalizio di agrifoglio

spinoso a bacche rosse o con un ciuffo di vischio perlato!

Ed è l'ora dell'afa pomeridiana, della siesta tropicale sulla sedia a

sdraio, e l'ora del silenzio favorevole alla vista dei bengalini.

I passeri minuscoli, rossi o verdognoli spruzzati di bianco irrompono

in fretta da una parte della sala, l'esplorano, l'attraversano a volo,

rientrano; il mio braccio bruscamente proteso per prendere un libro, li

inquieta, irrompono in cucina, ritornano impauriti dallo sfaccendare

dei boys, turbinano due volte nella sala da pranzo, si dispongono nei

trafori delle pareti, in attesa; alcuni, più audaci, considerano che

non mi decido ad andarmene, scendono, si posano sulla spalliera delle

sedie, sugli scaffali, in terra, a beccare le briciole della colazione,

e ad uno ad uno scendono tutti, saltellano con un pigolio sommesso,

ormai fiduciosi nell'uomo vestito di bianco. Avanzo un braccio, getto

un giornale per vedere fino a qual segno giunga la loro audacia, e i

piccoli temerari si scostano appena.

Nell'afa silenziosa quel cinguettio tracotante s'accorda col tic-tac

del vecchio Robert che ha segnato le ore di tante vite in esilio,

s'accorda col canto in sordina dei _boys_.

Patrick e Matthew non sfaccendano più.

Sono distesi in terra con le spalle al muro, dormono e cantano. Il loro

sogno indolente si traduce per sè stesso, attraverso i denti chiusi, in

una musica sonnolente e bizzarra: azione riflessa, commento delle cose,

parafrasi della solitudine e dell'esilio, del caldo e del silenzio...

Da Ceylon a Madura.

A bordo del _Bangalore_, 3 gennaio 1913.

E anche l'isola abbagliante diventa un ricordo, cade nel passato.

Tutti sono sul ponte a dirle addio. Turisti londinesi che fanno sino

a Colombo la loro corsa di due mesi, mercanti olandesi e belgi di

cannella e di perle, tamili che ritornano in India dopo il lavoro

annuale nelle piantagioni cingalesi di thè e di caffè, tutti sono

sul ponte, con occhi fissi alla terra verdeggiante e con un diverso

rimpianto; la nave lascia il porto, già beccheggiando al primo

corruccio del largo.

E l'isola si vela d'improvviso, quasi per troncare la malinconia degli

addii. Dal Picco d'Adamo alle foreste del litorale tutto è avvolto

in pochi secondi da una cortina di nubi tondeggianti, cupe e concrete

come se scolpite nel marmo livido, mentre il cielo intorno e sul nostro

capo resta azzurro e tranquillo; nella cornice fosca, simile all'ovale

di nubi artificiose di certi Inferni e di certi Diluvii, guizzano,

s'intrecciano lampi azzurri e violetti, e lo scenario interno s'accende

di un riverbero sanguigno, profilando in nero i palmizi scapigliati;

un'acquata torrenziale, ignota ai nostri climi, appare di lungi,

riga il centro del quadro di striature oblique di cristallo; un rombo

indescrivibile accompagna l'uragano equatoriale, simile all'orchestra

di mille gonghi formidabili.

La nave s'allontana nel sereno, ma il mare è agitato. L'onda freme di

continuo in questo Stretto di Manaar che, per fortuna, attraverseremo

in una notte soltanto. E domattina, prima dell'alba, sbarcheremo a

Tuticorin, la città più meridionale dell'Industan.

Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India · 第 8 / 19 题