Sono salito sul ponte all'alba. Si costeggia la terra. Il verde s'è
innalzato come una cortina che si prolunga all'infinito. Sono i cocchi,
gli alberi che regnano le coste di tutto il Malabar, di Ceylon, della
Papuasia: compatti, monotoni, abbarbicati fin sulla sabbia, tanto che
l'alta marea inghirlanda i loro tronchi d'alghe e di attinie. Sono i
cocchi, la nota visiva dominante di queste contrade, le palme selvaggie
che dànno al tropico quel suo profilo nostalgico. E non so come un mio
compagno di viaggio li possa chiamare datteri, confonderli col dattero
africano dal tronco a colonna, fatto di scaglia e di stoppa, dalle
foglie di latta rigida, arido compagno del deserto e della piramide.
Il cocco è l'amico della pagoda, il figlio dell'ombra umida e calda.
I tronchi si profilano bianchi sulla compagine verde, obliqui, sottili
come steli di gramigne favolose, lancianti a venti, a trenta metri nel
cielo il razzo verde delle foglie espanse, gigantesche, ondeggianti con
una grazia infinita sul tronco troppo gracile. Appoggiato al parapetto
del ponte, col mento chiuso tra le mani guardo da un'ora quell'unico
scenario di creature vegetali. La loro bellezza m'incanta....