17 dicembre.

Sono salito sul ponte all'alba. Si costeggia la terra. Il verde s'è

innalzato come una cortina che si prolunga all'infinito. Sono i cocchi,

gli alberi che regnano le coste di tutto il Malabar, di Ceylon, della

Papuasia: compatti, monotoni, abbarbicati fin sulla sabbia, tanto che

l'alta marea inghirlanda i loro tronchi d'alghe e di attinie. Sono i

cocchi, la nota visiva dominante di queste contrade, le palme selvaggie

che dànno al tropico quel suo profilo nostalgico. E non so come un mio

compagno di viaggio li possa chiamare datteri, confonderli col dattero

africano dal tronco a colonna, fatto di scaglia e di stoppa, dalle

foglie di latta rigida, arido compagno del deserto e della piramide.

Il cocco è l'amico della pagoda, il figlio dell'ombra umida e calda.

I tronchi si profilano bianchi sulla compagine verde, obliqui, sottili

come steli di gramigne favolose, lancianti a venti, a trenta metri nel

cielo il razzo verde delle foglie espanse, gigantesche, ondeggianti con

una grazia infinita sul tronco troppo gracile. Appoggiato al parapetto

del ponte, col mento chiuso tra le mani guardo da un'ora quell'unico

scenario di creature vegetali. La loro bellezza m'incanta....

Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India · 第 7 / 19 题