4 gennaio.

È l'alba, ma la terra non è in vista. Il mare è furente.

Immune, per mia fortuna, dal mal di mare, ma stordito dalla notte

insonne, dolente per le cinghie di sicurezza, sono disteso nella mia

cabina, e sento i lagni dei vicini, gli ordini recisi degli ufficiali

e il rombo dell'elica, che a tratti turbina nel vuoto. Poi anche

l'elica tace; la nave s'arresta; salgo sul ponte, barcollando. — Il

_Bangalore_ «ha stoppato» — mi spiega un ufficiale della British India,

che s'ostina a parlarmi italiano, — perchè si attende il rimorchio. —

Siamo nell'Arcipelago perlifero, tra banchi malfidi, non conosciuti che

dai pescatori indigeni.

È il mare che dà le più belle perle del mondo; lo pensavo diverso,

ricco di bagliori e di tinte vive, sotto un cielo di fiamma; sembra,

invece, un mare nordico o meglio un oceano primordiale, quando

l'acque ed i continenti non avevano ben divisi ancora i loro confini;

l'orizzonte sembra di stagno fuso, agitato non dal vento, ma dalla

corrente che pulsa e ripulsa nei bassifondi e qua e là spumeggia

e ribolle come se sconvolta dalla mole colossale di un mostro

sottomarino; il cielo afoso e torbido, dal quale il sole proietta

i suoi raggi a fasci disuguali, accresce l'illusione malinconica

di oceano antidiluviano. Veramente si aspetta di veder emergere il

dorso immane, l'alto collo serpentino, la piccola testa vorace d'un

Itiosauro. Biancheggiano all'orizzonte, circondate di spume più

furiose, le isolette che collegano Ceylon alla parte meridionale

dell'Industan: così vicine e regolari che, a bassa marea, servono per

l'emigrazione degli elefanti sul continente. Formano per gli Indu

il _Ponte di Rama_, quello che servì all'eroe vedico per irrompere

dall'India all'isola dov'era la Principessa captiva; e formano per i

cristiani l'_Adam's Bridge_: il ponte d'Adamo, che fu passato dal primo

uomo piangente, cacciato con la sua compagna dalle valli incantate

dell'Eden...

La nave ancorata su queste acque ribollenti e ripulsanti, s'agita in un

beccheggio impaziente.

E il rimorchiatore non giunge.

Tuticorin, 5 gennaio.

Siamo approdati a Tuticorin in una specie di chiatta a vapore sulla

quale ci hanno sbalzati ad uno ad uno, come balle di mercanzia,

cogliendo l'attimo in cui l'onda innalzava il vaporetto all'altezza del

piroscafo.

Tuticorin è la città famosa delle perle. Ma da tre anni la pesca è

proibita dall'Inghilterra. Si depredavano i banchi perliferi senza

metodo e senza tregua. Le valve aperte e gettate in una speranza mille

volte delusa, formano bassifondi alti quindici, venti metri, tracciano

nuove spiagge, modificano, nei secoli, il profilo del litorale.

E nella città delle perle, naturalmente, non troviamo una perla.

Quelle che ci mostrano i mercanti girovaghi, troppo grosse e perfette,

troppo nivee nella palma color di bronzo, m'hanno tutta l'aria d'essere

fabbricate da un impresario tedesco in una vetreria di Calcutta o di

Bombay. Quelle in vendita dai gioiellieri accreditati, che si cedono

con regolare contratto e garanzia consolare, hanno prezzi favolosi e

non sono bellissime. La merce migliore è interdetta al viaggiatore, e

incettata per i grandi mercati di Londra e di Amsterdam.

Degno di nota il sobborgo degli intagliatori, raffinatissimi, per

abilità ereditaria di casta, nel lavorare l'ebano, l'avorio e la

madreperla: scolpiscono, cesellano elefanti, amuleti, idoletti secondo

il modello immutabile nei millennii; un cieco ha intagliato sulla

zanna intera di un elefante tutta la leggenda di Rama; e gli episodi

si svolgono a spirale, in gruppi non privi di vivezza e di grazia, con

un'arte che ricorda i nostri primitivi.

Lasciamo Tuticorin per Madura. Ed eccoci ancora in queste ferrovie

indiane che hanno un fascino esotico indefinibile; grandi carrozzoni

quasi quadri, a doppio tetto spiovente, dove la raffinatezza inglese

stride con l'esotismo dei _panka_ che pendono come immensi ventagli,

alternati ai ventilatori elettrici, con le iscrizioni delle targhe,

delle _réclames_ in inglese, tamilo, arabo, cingalese, con i fiori

strani delle mense del _dininge-car_, gli strani servi in camice

bianco, scalzi e silenziosi e pure imponenti come sultani. Si viaggia

verso Madura, «il cuore di Brama», chè così gli indigeni chiamano

tutta questa parte meridionale dell'Industan formata dai tre stati di

Travancore, Madura, Tanjore, dove il bramanesimo è intatto, immune

dall'islamismo che ha dilagato nel Nord e nel centro dell'India e

dal buddismo che impera nell'isola di Ceylon. Riconosco la città di

Madura subito, da lontano, per il profilo ben noto delle sue piramidi

tronche, che s'innalzano sul verdeggiare dei palmizi. Le immaginavo

d'oro le alte _gopuram_ di Brama; sono invece d'un color rosso sangue;

e l'oro non appare che quando si è più vicini, alternato all'azzurro

e al verde, a sottolineare le figure delle quali le immense moli sono

coperte. Quando scendiamo alla stazione è troppo tardi per raggiungere

il Tempio. Il giorno tramonta; il cielo s'arrossa per un istante

e le stelle si accendono tutte insieme sullo scenario che annera

d'improvviso, come una ribalta spenta.

Madura, 6 gennaio.

E in questa terra di Brama siamo ospitati dalle Missioni Belga dei

_Charmelitains déchaussés_, presentati da una lettera del vescovo di

Bombay. Mancano alberghi a Madura; quello della stazione è inabitabile

per il servizio quasi indiano, il rombo e il fischio dei treni, il

clamore dei pellegrini.

Mi sveglio invece in questa camera linda, aperta sopra un giardino

tranquillo. Non è più la selvaggia flora di Ceylon. Esco tra le aiuole

ben pettinate, dove le rose bengali s'alternano con ortaggi europei,

tanto che in questo mattino di gennaio ho l'illusione di passeggiare

in un giardino canavesano, nelle nostre più belle giornate estive;

ma una frotta di pappagalli verdi, una farfalla troppo ampia e troppo

abbagliante, inconciliabile col nostro cielo, mi ricorda il tropico, mi

dà l'incubo, quasi, dell'estate sempiterna. Giunge di lontano un suono

discorde e assiduo di tam-tam, di gonghi, di pifferi, che sovrasta il

suono delle campane cattoliche, un'orchestra selvaggia che mi parla di

misteri paurosi e d'idolatria.

— L'idolatria! — dice il missionario che m'accompagna, una figura

ancora giovane di fiammingo indurito a tutte le fatiche e a tutte

le prove — l'idolatria è la piaga insanabile di questi popoli. La

loro stessa letteratura sacra, che contiene capolavori di filosofia

edificante, ottima preparazione a ricevere la luce del cristianesimo, è

ignota a questa gente, ignota ai loro stessi sacerdoti specializzati,

per eredità di casta, in pratiche esteriori ed assurde. L'Indu vuole

l'idolo. E siamo costretti a rivelare i simboli cristiani nella forma

più concreta: l'immagine. Tutto ciò che è Vangelo, disciplina morale,

cosa astratta non ha presa su questi spiriti, avvezzi al loro Olimpo

dravidico popolato da migliaia di dei. Sono anime docili, pronte

alla fede, ma una fede eretica che li fa appaiare sui loro altari la

Trinità di Brama alla Trinità di Cristo, Maia-Devi a Maria Vergine,

Mara a Satanasso. E Satana non è per loro il Male, ma una potenza

terribile, quasi rispettabile, certo da ossequiare più della divinità,

da placare con doni e ghirlande. Accettano Cristo, gli stessi sacerdoti

l'accettano, ma per collocarlo tra Ganesa e Parvati, come un _avatar_,

un'incarnazione di più. È forse più facile illuminare un Niam-Niam che

questi cervelli ottenebrati da un'idolatria tre volte millenaria...

Passiamo nella Chiesa. La Messa volge al termine e la folla è al

completo; devoti che assistono genuflessi, quasi carponi, con un

raccoglimento ignoto fra noi. Ma vedo che le navate sono divise in tre

reparti in muratura: divisione di casta, senza la quale i devoti si

rifiuterebbero d'intervenire; perchè nessuna dimostrazione evangelica

potrà mai indurre un indiano ad accostare un indiano di rango diverso;

e accettano il paradiso promesso, ma a patto di suddivisioni di casta

ben definite.

E il missionario mi fa notare sul collo bronzeo delle devote genuflesse

i più strani amuleti pagani: zanne di tigre, idoletti, _lingam_ fallici

alternati a scapolari, crocette, medagliette di santi.

M'avvio verso la città per un viale alberato di _baniam_ colossali

che formano come una galleria di tronchi e di radici aeree. E fra i

tronchi, ad intervalli, sono tempietti, tabernacoli d'un arcaismo

remotissimo, che contengono idoli minuscoli, orridi e grotteschi,

simili a feti sculpiti in metallo od in pietra; e grosse inferriate li

custodiscono come se fossero belve feroci. Alternati ai tempietti noto

certi alti scranni in granito, perchè le donne che passano sotto anfore

enormi, fasci pesanti, possano deporre il carico e riprenderlo senza

aiuto. Passano uomini, tamili foschi, razza aborigena di bassa casta,

bramini dalla pelle chiara, sdegnosi di vesti e d'orpelli, ma dignitosi

nella loro nudità completa, con non altro ornamento che la cordicella

sacra simbolo battesimale d'alta casta, e il monogramma di Visnu, il

tridente disegnato sulla fronte, sul petto; lo stesso tridente di Visnu

che vedo dipinto sulle pareti delle case, sul tronco degli alberi,

sulla fronte spaziosa degli elefanti.

Madura è la città sacra del bramanesimo, mèta di pellegrinaggi senza

fine, luogo d'adorazione continua, dove la vita e la realtà non

servono che alla contemplazione e alla preghiera. La città contiene

quasi più templi che case, più sacerdoti che cittadini. La grande

pagoda a Siva e a Minakshi «la dea dagli occhi di pesce» è per sè sola

una città e un labirinto. Come tutti i templi bramini, non consiste

in un edificio soltanto, ma in varie costruzioni chiuse in cortili

concentrici, in recinti sempre più vasti, ed ogni recinto è sormontato

da due _gopuram_, le cuspidi che innalzano a ottanta metri nel cielo il

simbolismo pazzesco delle loro sculture. Nei cortili sono le abitazioni

per i bramini d'alta casta, le piscine per le abluzioni dei fedeli,

statue, idoli colossali, mercati coperti, tutto quanto concorre alla

vita materiale e morale d'un popolo in adorazione.

Giungo nel Tempio quasi senza accorgermene, lungo una larga via

fiancheggiata di case a veranda che ricorderebbero le costruzioni di

Roma provinciale se le colonne classiche non fossero sostituite dalla

colonna indiana, quadra, dal capitello a testa elefantina, a mostri

sogghignanti. La via giunge fin sotto la prima piramide, prosegue

dentro il tempio, ampia e popolata, attraverso un arco ciclopico che

s'apre nella piramide stessa; e la città profana continua nella città

sacra. Passo dalla luce abbagliante nella penombra religiosa, m'addosso

alla parete di granito, per orizzontarmi, e sento che il granito

palpita e cede; è uno degli elefanti sacri, un colosso decrepito che

sembra scolpito nella pietra stessa del tempio, la sua proboscide

mi sfiora le mani, il volto in una carezza indulgente; un altro è

sdraiato e profila l'immensa groppa tondeggiante, ingombrando il bel

mezzo della via, deviando il traffico e il transito dei devoti; tre

elefanti novelli, minuscoli ancora, passano al trotto, con tinnito di

sonagli, una mucca _zebu_ s'avanza incerta ammusando gli erbaggi, i

frutti offerti dai fedeli; mucche ed elefanti di questo recinto sono

animali sacri, addetti a cortei religiosi, idoli viventi del tempio di

Madura, e non si gettano come vili nemmeno i loro escrementi. Incombe

su tutto il tempio un senso d'idolatria che mi fa pensare al feticismo

dell'Africa più nera e non alle divine speculazioni dei Veda. Passa

il corteo di Parvati, un rito che si ripete due volte al giorno,

portando in giro l'immagine della moglie di Siva, in visitazione a

tutti i tabernacoli del sacro recinto; il feticcio, pupattola d'oro

massiccio, dalla vita sottile, dai seni turgidi, dagli occhi tondi

d'onice incastonato sotto l'alta mitra ingioiellata, appare, dispare

attraverso le cortine della ricca portantina. Accompagna la scena

un rombo di tam-tam, uno stridìo discorde di trombe e di pifferi,

incutendo nell'anima del forestiero un senso di paurosa diffidenza,

di ripugnanza, come un mistero tetro e grottesco. Ovunque nel tempio

famoso è la profusione di tesori e l'incuria più laida.

M'avventuro fino al secondo, al terzo recinto, passo dall'ombra alla

penombra, alla luce, rientro sotto l'immense vòlte sepolcrali costrutte

a blocchi monolitici di quindici metri di lunghezza, alzati, ordinati a

formare un soffitto titanico che ricorda l'Egitto faraonico. Sotto la

_gopuram_ centrale le colonne si moltiplicano, si perdono nell'ombra,

come tronchi centenari in una foresta d'abeti. Fuori è ancora la chiara

luce del tramonto, ma qui è la notte completa costellata da un'infinità

di lampade votive che disegnano, senza illuminarle, le colonne, le

cancellate sacre, gli idoli colossali. L'occhio si abitua a discernere

a poco a poco la folla di carne, di pietra, di metallo. Veramente non

pensavo di trovare così intatta l'India favolosa, le forme imparate a

conoscere fin dall'infanzia sulle incisioni e sui libri. Sono deluso

invece nella mia attesa filosofica, nel mio amore per la più grande

religione che abbia espressa l'umanità nel suo sgomento di dover

nascere, di dover morire.

È questa la terra di Brama? Di Brama «l'ineffabile, colui che non

dobbiamo nominare, se vogliamo che sia presente?» Ma qui il nome divino

è feticismo immondo, praticato da un popolo forsennato che ha ridotto

le speculazioni astratte ad un simbolismo pazzesco; un popolo che adora

questi simboli e li ignora, un popolo che si genuflette, grida, invoca

e non sa chi, non sa che cosa.

M'avanzo nella penombra, sempre fra le colonne infinite, sotto le

vòlte piatte e sono guidato da due indigeni che sollevano le fiaccole

resinose; e le pareti s'illuminano un poco, e appaiono strane divinità,

sempre chiuse in gabbie dalle sbarre robuste, come belve da custodire;

e Ganesa, il Dio della saggezza che appare più frequente, con tutti

i suoi congiunti a testa elefantina; o una divinità innominata dal

corpo di mucca e dalla testa femminile: e il corpo bovino e gibboso,

è imitato fedelmente sul modello degli zebu indigeni, e il volto

femminile è scolpito sul tipo indiano, con gioielli alla fronte,

agli orecchi, al naso, e un sorriso insostenibile di baiadera

convulsa. Le fiaccole sollevate in alto turbano il sonno dei grandi

pipistrelli-vampiro ed è uno squittire di sorci impauriti, un turbinare

di ale silenziose che ci ventano in volto come grandi lembi di seta

nera.

Si esce all'aperto, nel cortile centrale. E alla luce del tramonto

appare la grande piscina del tempio, un rettangolo di cento metri

di lunghezza, chiuso ai quattro lati da scalee di marmo, circondato

da colonne leggiadre, evocanti la grazia d'un peristilio pompeiano.

Dopo l'ombra tetra e le fiaccole gialle e gli idoli spaventosi,

l'anima si ristora in riva a quest'acqua cristallina, liscia come

uno specchio, dove il cielo riflette con un nitore preciso le nubi

sanguigne, alternate all'azzurro cupo, e le prime stelle della notte

che giunge. Intorno, vicine e lontane, s'alzano le _gopuram_, le

cuspidi che dominano Madura, da tutte le parti. E prima del tramonto

voglio salire sui fianchi della _gopuram_ d'ingresso, vedere vicine,

palpare le sculture famose. Non c'è spazio che non sia stato scolpito

a fregi, a divinità, a mostri; e con altorilievo così audace che le

figure sembrano gesticolare, staccarsi, precipitare verso il profano

per farlo a pezzi con le loro venti braccia armate di scimitarra, con

le loro coorti di tigri, di serpenti che salgono alla sommità dove

la cuspide tronca sfida il cielo con venti lancie disuguali. È tutta

una teogonia simbolica, una personificazione delle forze della Natura

che lo spirito induista ha diviso, suddiviso con un'analisi tragica

e grottesca che suscita lo spavento ed il sorriso. Dal fianco di

questa _gopuram_ si domina la città e la campagna, dove altre pagode

s'innalzano sull'ondeggiare verde vivo dei cocchi; e molte pagode sono

chiese cristiane: chiese costrutte nello stile Indu, e che sono più

antiche delle nostre più antiche cattedrali. Poichè il cristianesimo

fu predicato in questa parte dell'India da San Tommaso, e le Missioni

seguirono le Missioni, indisturbate nei secoli, bene accolte dagli

stessi sacerdoti, in questa terra indulgente per tutti i culti, purchè

si adori, purchè si creda....

Qui dunque, si pronunciava il nome di Cristo quando l'Europa era ancora

pagana! È un pensiero che dà quasi uno sgomento d'esotismo estremo,

di lontananza misteriosa nello spazio e nei secoli. È un pensiero che

sembra inconciliabile con questa piramide popolata di eroi e di mostri

che danno la scalata al cielo di fiamma. E nel cielo che s'arrossa

turbinano falangi di corvi e di pappagalli che ritornano ai loro nidi

sospesi tra le sculture di quest'Olimpo furibondo. Allo stridìo dei

pennuti, che giunge dall'alto, s'accorda lo stridìo dell'orchestra

che giunge dal basso del Tempio, da tutti i templi vicini e lontani:

tam-tam rombanti, pifferi striduli che parlano di furore selvaggio e

d'idolatria....

La danza d'una “Devadasis„.

Madras, 9 gennaio.

Per i buoni offici del dottor Faraglia assisteremo questa sera alla

danza d'una _Devadasis_: una bajadera d'alta casta, ospite in una

famiglia indiana tra le più ligie al passato e le meno accessibili alla

curiosità del forestiero.

Una _bajadera_: il nome suscita nella mia ignoranza occidentale una

serie d'immagini assolutamente false: complici i libri d'avventura,

le oleografie, i melodrammi, l'operetta. Bajadera, odalisca, uri,

ecc. Una di quelle signore, insomma, di quelle signore d'Oriente,

preferibilmente bruna, ma se occorre, se il soprano ha una bella

chioma ossigenata, anche biondissima, da vestirsi «all'orientale» con

quell'unico costume che la prima donna adatta serenamente a Thais e

a Semiramide, a Cleopatra e a Salomè, vale a dire: due coppe gemmate,

ottime per l'assenza e la presenza eccessiva, una guaina qualsiasi di

tulle stretta alle reni e alle ginocchia da un impaccio d'orpello e

sotto due gambe insolentemente europee, calzate di seta rosa e di due

trampoluti stivaletti Luigi XV.... Bisogna rinunciare a questo figurino

e bisogna sopratutto rinunciare al preconcetto che una bajadera non sia

una signora per bene.

Una Devadasis (ancella della Dea) cioè una bajadera di casta bramina,

vanta, anzitutto, una nobiltà millenaria, poichè non può essere

che figlia di una bajadera come i suoi figli non possono essere

che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. È facile

comprendere come, anche per solo istinto ereditario, s'affini in una

Devadasis l'arte del gesto, del passo, dell'atteggiamento, l'arte della

voce e della maschera, l'attitudine letteraria a penetrare, commentare

insuperabilmente i capolavori della poesia indiana.

Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, essa

non ha bisogno d'imparare le lingue sacre: il _sanscrito_, il _pali_,

le sono famigliari sin dall'infanzia; le strofe dei _Pouranas_, i poemi

storici e sacri indiani, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi

si muovono istintivamente ad un ritmo di danza, le sue prime parole

ad un ritmo di canto e di poesia, i begli occhi tenebrosi si sono

appena schiusi alla luce e riflettono per immagini prime la favolosa

architettura del recinto sacro, gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e

di metallo, la madre, le sorelle officianti e danzanti nelle cerimonie

e nei cortei. Prigioniera nel tempio fino a quindici anni, essa limita

l'orizzonte dell'universo tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l'alte

mura vigilate dagli elefanti di pietra. La sua carne, la sua anima

s'accrescono esclusivamente di religiosità. Essa è nata e vive nella

favola mistica. Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei _la viva

scultura del tempio_.

Il fiore della sua bellezza, appena pubere, può, deve anzi, essere

raccolto da un protettore di stirpe nobile, un _nabab_ che sarà legato

a lei, ufficialmente, con un vincolo sacro e indissolubile. Costui deve

dotare la bajadera di un patrimonio cospicuo, riconoscerla, beneficarla

nell'eredità, subito dopo la moglie e prima dei figli, obbligarsi ad

una offerta annua verso il tempio. Questo legame non esclude, anzi

inizia da parte della bajadera un tenor di vita che a noi parrebbe

della più spudorata infedeltà. Poichè da quel giorno essa è addetta

al culto di Ramba-Devi, la Venere del Paradiso d'Indra, attende a

cerimonie non descrivibili, ed è offerta dal sacerdote a tutti quei

devoti — d'alta casta — che pagano un obolo adeguato, il quale obolo

non va alla Devadasis, ma al tesoro del tempio....

Ohimè! A questo punto un occidentale non si ritrova più e pensa

che nel suo paese un tempio, un sacerdote, una sacerdotessa di tal

fatta corrispondono ad una nomenclatura assai meno arcana e meno

rispettabile.

Ma tutto è questione di latitudine. Latitudine nello spazio e nel

tempo. Sono i venti secoli di cristianesimo che dinanzi a tali

consuetudini ci fanno arrossire di pudore o sorridere di malizia. Il

bramino non arrossisce, nè sorride, come non sorrideva, nè arrossiva il

pagano che giungeva in Pafo e in Amatunta e offriva l'obolo al tempio

famoso. È risaputa l'identità di origine dei greci e degli indiani, la

parentela che unisce la teogonia bramina alla teogonia ellenica. Ora

Ramba-Devi, col suo Eros dal volto fosco, armato non di strali, ma di

serpenti cobra, è la Venere del paradiso di Indra, la sorella certa

della Venere greca che sopravvive nella terra di Brama mentre l'altra

si è dileguata per sempre dinanzi all'avvento della nemica: la Vergine

Madre.

Noi, devoti della Madre di Dio, affermazione dello spirito, negazione

della carne, non possiamo comprendere un culto erotico; tutta la nostra

intima essenza foggiata secondo una morale due volte millenaria,

sussulta, si rivolta, vedendo ricomparire dalla notte dei tempi la

sorella dell'antica avversaria.

Per questo non possiamo comprendere una Devadasis, nè definirla.

Bisognerebbe aggiungere all'attrice somma, alla mima insuperabile,

all'erudita, alla cultrice di poesia, la figura della sacerdotessa

invasata, della menade folle.

Ma arrossiamo di pudore o sorridiamo di malizia.

*

Non ridere e non sorridere — non rifiutare la ghirlanda di gelsomini

al collo e la essenza di rose alle mani — non tendere la mano al

padrone di casa — non lodare al padrone di casa la bellezza della

figlia e della consorte, ecc., ecc. Il dottor Faraglia ci espone tutto

un decalogo contro ogni possibile sconvenienza, mentre si viaggia

nella notte illune su carrozzelle indigene trascinate da zebù, i

minuscoli, agilissimi buoi indiani, dalla pelle tatuata, dalle corna

lunghe e ricurve, dipinte in oro. Siamo una quindicina d'europei.

Si viaggia verso Calam, nei sobborghi di Madras, sotto la vòlta dei

cocchi eccelsi che disegnano sul cielo nero il profilo più nero delle

foglie frangiate; in alto, in basso, uno spolverìo, un tremolìo di

stelle e di lucciole, un profumo acuto di fiori ignoti, un sentore

di terra non nostra, abbeverata dall'uragano recente. È nell'aria

di questa notte invernale l'afa pesante delle nostre più calde notti

d'agosto. Una palizzata: si entra in un giardino preceduti da due servi

che illuminano i viali con un gran fanale — un fanale ad acetilene!

—; appaiono le foglie strane, a cuore, a lancia, a colori vivaci, la

vegetazione di zinco, di latta dipinta, di velluto e di carne malefica,

l'intreccio delle radici e dei rami serpentini; un giardino indiano il

quale non si distingue dalla _jungla_ che per le piante moderate dalle

cesoie e per i viali sparsi di ghiaia a vari colori, disposta a disegni

geometrici che i giardinieri pazienti rinnovano ogni giorno. In fondo

la casa, che non si direbbe in verità la dimora d'un indu molte volte

milionario; un edificio basso, imbiancato a calce, a verande spioventi,

a colonnati in legno, un'architettura che ricorderebbe una nostra

stazione di provincia se non le facessero cornice i flabelli verdi

delle palme-palmira, gli zampilli vegetali dei cocchi. Siamo ricevuti

nell'atrio, abbeverati con nostra gran meraviglia di _champagne_ e

_whisky and soda_ che il padrone di casa ha fatto venire, con delicata

ironia, dalla città lontana per dissetare gli impuri con le loro

impure bevande: il padrone di casa che non accetterebbe da noi un

bicchier d'acqua e collocherà certo in disparte, per altri europei,

i calici dove abbiamo bevuto. Davvero non credevo di trovare l'India

così intatta. Fuori delle grandi metropoli è Brama dovunque, Brama

che domina come duemila, come quattromila anni or sono. Il padrone di

casa, un indu sulla cinquantina, ci viene incontro seguito dal figlio,

s'inchinano entrambi con le due mani alla fronte. Non sono vestiti

che di un _panio_ alle reni, ma traspare da tutta la persona ignuda

una nobiltà che impone assai più dell'irreprensibile sparato degli

alti funzionari europei. S'informano benevolmente sui casi nostri,

non disdegnano qualche cortese parola inglese, sorridono, mostrando

i denti abbaglianti fra le labbra rosse, le barbe bidivise e ricurve,

ma gli occhi magnifici sono assenti, freddi, impenetrabili. Il figlio

ci offre alcuni fogli stampati in caratteri _industani_, dove con

gentile previdenza è stata.... dattilografata a tergo la traduzione del

programma sacro.

Un servo ci versa l'essenza di rose sulle mani e sugli abiti, da

certe lunghe ampolle d'argento cesellato, ci passa al collo le

ghirlande di fiori intrecciate a fili e pagliuzze d'oro, come quelle

dei nostri abeti natalizi. Sembra, questa, un'usanza favolosa ed è

invece l'omaggio più frequente e più diffuso in tutta l'India, anche

nelle grandi metropoli, anche nei ricevimenti quasi esclusivamente

europei: delicata poetica usanza; ma certo questi lunghi _boa_ di

grosse magnoliacce odorose se stanno bene al collo d'una _miss_, fanno

sorridere sullo _smoking_ di un _gentleman_: danno, per esempio, al

panciuto roseo, lucente console d'Olanda, non so che aspetto muliebre

di suocera in caricatura....

Attraversiamo il giardino per andare al teatro: è tardi. I padroni non

ci seguono: perchè? Perchè, mi spiega Faraglia, è la terza sera che

la bajadera si produce, ed è la sera riservata a tutte le caste, anche

le caste con le quali un bramino non può avere contatto. Capisco, per

questo siamo stati ammessi. È molto lusinghiero per noi!

Questi indù — quelli veri, ligi al passato, immuni da anglomania —

hanno l'arte d'opporre alla tracotanza europea un orgoglio ben più

fiero ed implacabile, dissimulato da tutta l'etichetta della più

cordiale urbanità.

Il teatro, in fondo al grande giardino, è una semplice, vasta tettoia,

sostenuta dai tronchi vivi dei palmizi simmetrici, come da snelle

colonne vegetali. Da tronco a tronco la diramazione del gas acetilene

— anche qui! — intreccia nell'aria i suoi serpentelli di stagno. Molte

panche zeppe di torsi bronzei, di capigliature corvine, molte stuoie

in terra ed intorno: una povertà primitiva che ricorda non un edificio

destinato a una bajadera pagata mille rupie (1600 lire) per sera, ma

una tettoia magazzino per legnami o cereali.

La danza è già cominciata quando prendiamo posto nelle prime panche

che ci furono destinate; ho la fortuna d'aver dinanzi, a pochi passi,

la danzatrice famosa. M'aspettavo di vederla ignuda o quasi, invece

è la più vestita tra questa folla seminuda; ed è certo più vestita di

una nostra signorina per bene in una serata di famiglia. Una snellezza

alla Rubinstein, non so se illeggiadrita o ingoffata da un costume

singolarissimo, formato di sete, di velluti, di tulli sovrapposti,

che lasciano ignude le spalle e le braccia; ma dalle spalle alla gola,

dalle spalle alle mani è uno scintillìo d'oro e di gemme, oro e gemme

autentici, poichè così è prescritto dalla regola monastica, tutto un

tesoro che tremola e corrusca sulla fine epidermide bruna: oro giallo

del Coromandel, perle di Manaar, rubini, smeraldi, zaffiri di Ceylon;

e dalle stoffe, dall'oro, dalle gemme emergono ignudi soltanto la

maschera del volto, le mani, i piedi perfetti. Il volto! Non ho più

potuto distoglierne lo sguardo. In una razza dove tutti: uomini, donne,

vecchi, bambini, sembrano scelti da una giuria artistica, passati

e corretti in un istituto di bellezza, si può comprendere a quale

prodigio d'armonia impeccabile giunga una bajadera, un esemplare che è

il prodotto d'una selezione millenaria. E quel volto sarebbe in verità

troppo bello, troppo grandi gli occhi, piccola la bocca, regolare

il profilo, troppo simile a certe miniature indiane che credevo di

maniera, se la maschera perfetta non fosse agitata, scomposta dai

sentimenti dell'anima in tempesta. Il gioco mimico è così espressivo

che io temo per qualche secondo che la donna sia furente contro di

noi. Ma non è furore, è dolore, è ansia mortale che s'accresce viepiù,

contrae la bella bocca, dilata le narici vibranti, increspa i vasti

sopraccigli.... È il volto di un'agonizzante, contratto da una visione

spaventosa.

Forse — ho letto sul programma l'intreccio dei vari brani cantati e

mimati — la Devadasis ci rivela lo spasimo della Maharajna agonizzante

che è portata nella sua lettiga d'oro verso il Gange sacro e vede

la morte avanzarsi e teme di non giungere in tempo alle acque

purificatrici.

La Devadasis non danza, s'avanza e retrocede con un ritmo prestabilito,

seguendo la musica e le strofe. Alcuni musici infatti — io non li

avevo nè visti nè uditi, tanto mi aveva preso il gioco di lei —

stanno seduti sulle stuoie e suonano stromenti singolari; enormi

mandole dal lungo manico ricurvo, flauti affusolati, strani tamburi

oblunghi che agitano febbrilmente scuotendone una pietra interna. Ma

l'insieme di quell'orchestra formidabile è lieve come un ronzìo, come

un aliare di libellule e di falene. Nessuno canta, ma tutti, musici

e spettatori, sillabano a mezza voce i versi del poema sacro che la

bajadera ripete per conto suo, come per rammentarsi o per intesa.

Ma più nulla si sente, più nulla si vede che la maschera ovale, il

sorriso triangolare, gli occhi già troppo lunghi, prolungati dal bistro

fin sotto la benda dei capelli compatti, lucenti come se scolpiti

in un ebano raro; una maschera che sembra staccarsi dalla persona,

far parte a sè come un'evocazione spiritica; e spettrali veramente

sembrano le mani, come quelle che apparivano volanti nelle leggende

bibliche e scrivevano sui muri la condanna dei tiranni. Le mani di

questa Devadasis, all'estremità delle braccia immobili, s'agitano con

un movimento vertiginoso di rotazione e di distorsione che sembra

sconvolgere ogni legge anatomica; hanno — mi fu detto — un officio

importantissimo: significa disegnare lo scenario e le didascalie.

La sdegnosa povertà dell'allestimento teatrale di Shakespeare; il

cartellino con _the forest, the king's house_; la foresta, la casa del

re, è abolito, e le cose sono disegnate dall'arte digitale di due belle

mani; disegnate nell'aria, ma restano impresse negli occhi di questi

spettatori frementi che ne fanno sfondo invisibile all'artista; sulla

misera cortina di stuoia appare la reggia favolosa, la riva del Gange,

il paradiso di Indra. Il mio sguardo profano, ignaro di quell'arte, non

può naturalmente godere dell'incantesimo, come non mi è dato di capire

una sillaba del testo famoso, ma la sola mimica della donna basta a

rivelarmi che in quell'istante, la regina agonizzante giunge sulla riva

del fiume, scende nelle acque sacre. Il dolore, l'ansia, si trasmutano

in una gioia che fa del volto contratto un mistero di delizia

ineffabile. La morente rivive, invoca l'Eros dell'Olimpo bramano in una

strofa erotica che certo non troverebbe veste decente in nessuna lingua

europea, e la mimica si esprime con un'intensità che dà il brivido:

brivido d'amore, brivido di morte. La donna arrovescia il capo, lo

rialza; il suo volto è calmo, è uscita dalla ruota dell'esistenza, è

giunta nel regno dell'impossibile: il non essere più; la grazia le è

stata concessa nell'amplesso del Dio. Ancora una volta noto nell'arte

indiana, letteratura, scultura, la predilezione d'avvicinare l'amore e

la morte, facendo dei due simboli un simbolo solo: la felicità del non

essere nati o essendo nati ritornare al non essere....

Il pubblico, un pubblico di forse mille spettatori, ha seguito ogni

sillaba, ogni moto della Devadasis con un'attenzione sconosciuta nei

nostri teatri europei. Ma non è attenzione soltanto: è passione, è

religione, è trasporto di tutte queste anime verso il tesoro della

loro poesia. Poesia! Io penso ad una qualche attrice nostra che

comparisse dinanzi al nostro pubblico e avesse la crudeltà inaudita

di infliggergli un canto d'Omero o di Virgilio; il nostro pubblico il

quale — confessiamolo una buona volta — s'annoia mortalmente a sentir

sillabare, sia pure da dicitori sommi, il non remotissimo Dante. Ora

è meraviglioso il vedere come poemi di tre, di quattro mila anni or

sono accendano di fervore tutta una folla, nessuno escluso: il mercante

di spezie e il Marajà, il monello e la donnicciuola; tutti sono presi

nello stesso cerchio magico, beneficati da un'illusione che non è

letteratura, ma sentimento artistico, ereditario, che confina, si fonde

con la fede più intensa. Arte e fede espresse dalla stessa armonia, una

felicità che noi occidentali non conosceremo forse mai!

*

Dopo l'ultima sillaba la Devadasis raggiunge con un balzo il tappeto,

si siede con un sospiro di sollievo come una scolaretta in riposo. Le

siamo intorno rispettosamente, per osservarla, ma sul suo volto è la

completa assenza spirituale; è cessata la musica e la fiamma e si ha

veramente l'impressione di accostarsi ad una lampada spenta, ad uno

stromento che ha finito di vibrare.

Poichè il dottor Faraglia — l'unico che conosca l'_industani_ — le

rivolge un complimento sulla sua arte, la donna tarda a comprendere,

poi sorride, si copre il volto con l'avambraccio alzato, come

un'educanda, alla quale un temerario dica cose inaudite: un gesto

spontaneo di sincero pudore, che sbigottisce in una sacerdotessa di tal

fatta. Io, che non so l'industani, le accenno alla gota sinistra che

mi sembra tumefatta. Essa porta l'indice e il pollice alle labbra, ne

toglie un bolo vermiglio, che mi porge affabilmente.

— Betel!

Poichè rifiuto la droga pessima, essa riporta il bolo alla bocca,

passandolo dall'una all'altra guancia, battendovi sopra le due mani,

per gioco, con un malvezzo di bimba screanzata.

— Le dica che deploro di non aver capito una sillaba dei suoi poemi.

Le domandi in quanti anni potrei sapere il _sanscrito_, il _pali_, il

_giaïna_....

La donna ascolta il dottore, poi mi fissa, ridendo, alza le dieci dita

ben tese. Dieci anni! Ohimè, no! Non vale la pena improba. E penso che

superata pur anche una tale fatica, padrone degli idiomi difficili,

resterei estraneo all'essenza prima dei testi sacri. Mi divide da essi

una barriera più insuperabile del linguaggio: ed è lo spirito diverso,

la fede opposta. L'occidentale, che ritorna in India, non riconosce più

la sua cuna.

So bene, questi Indu sono ariani del nostro ceppo, fratelli nostri, ma

fratelli che rifiutano di tenderci la mano. Siamo troppo diversi. Ci

dividono troppi millennii. Da troppo tempo ci siamo detti addio.

Le caste infrangibili.

Madras, gennaio.

«Prima l'Egitto, poi l'Arabia, poi l'India tutta: l'islamismo insorto

sarà la miccia più sicura attraverso la potenza britanna». Nelle sfere

politiche inglesi si pensa seriamente all'Egitto, ma si deve sorridere

non poco sul possibile pericolo indiano. I maomettani dell'India

ignorano la Turchia; il loro stesso islamismo è travisato dai secoli e

dall'ambiente; la loro patria lontana è l'Inghilterra: Londra — e non

Costantinopoli — è la capitale dei loro sogni e delle loro ambizioni.

Percorrete tutta l'India vasta, dalle nevi di Simla alle foreste di

Colombo, interrogate un _nativo_ qualunque: maomettano, bramino, parsi,

buddista, di qualunque casta e di qualunque cultura: il facchino che vi

porta i bagagli, l'albergatore che vi ospita, il filosofo incontrato

nei musei, interrogatelo d'improvviso: «E voi, di che paese siete?».

L'altro vi guarderà meravigliato e vi risponderà subito: «_I am

English!_», con la stessa vivacità un po' risentita con la quale io

e voi risponderemmo: «Sono italiano». L'indiano non dubita d'essere

un inglese. L'anglomania è una delle sue debolezze ben note. Non

per nulla la figura più buffa del teatro parsi è Katiba, una specie

di bellimbusto, che si spaccia per baronetto londinese, mentre ha

avuto i natali a Oodeypore, da un lenone maomettano. Per anglomania

lo studente dell'Università di Bombay, di Calcutta si dà a _sports_

nordici, intollerabili sotto il tropico, frena il suo gesto vivace,

riduce la loquacità istintiva del suo dire alla più corretta freddezza;

e se v'invita a prendere il thè, nella sua gaia stanza universitaria

cercherete invano alle pareti i testi indiani: Avagoka e Kabir sono

sostituiti da Kipling e da Shelley; e nel congedarvi, stringendovi la

mano colla sua mano color di bronzo, non mancherà di raccomandarvi

la poca confidenza coi _nativi_.... Per anglomania le figlie e le

mogli del Maharaja s'imbiondiscono i capelli e s'imbiancano il volto,

implorando dal marito o dal genitore — premio supremo — una _season_

a Londra; una _season_ a Londra con tutte le delizie della vanità

esasperata: i ricevimenti a Corte, l'amicizia con mogli di lords e di

baroni, i trafiletti mondani, le istantanee compiacenti a lato del

Re e della Regina; istantanee e trafiletti da rimbalzare su tutti i

giornali di Bombay, Madras, Calcutta. Per anglomania — e il probabile

titolo di baronetto — i banchieri maomettani e _parsi_ si quotano per

uno, due milioni di _rupie_ sulla lista d'un erigendo ospedale inglese.

L'India è inglese, vuole essere inglese. È radicata nel cervello d'ogni

indiano, intellettuale o analfabeta che sia, l'idea d'una patria

lontana e necessaria, lassù, in Europa, nella curva nebbiosa della

terra, una patria che è il cervello e il cuore del mondo.

*

S'aggiunge alla fedeltà, ribadita ormai da un atavismo due volte

secolare, un altro elemento importantissimo che forma la debolezza

organica dell'India: le _caste_ nelle quali l'India è divisa e

che fanno di essa un colosso dove ogni vertebra è infranta. Che,

altrimenti, non si potrebbe concepire la mansuetudine dell'impero

sconfinato — più d'un quarto dell'Asia tutta — e che l'Inghilterra

tinge del suo colore sulla carta immensa delle sue colonie. Ma se

l'India dovesse colorirsi secondo le caste presenterebbe il più minuto

mosaico. Dall'ultimo censimento inglese risultarono più di quindicimila

caste nel solo Rayputana, la regione settentrionale dove l'influenza

inglese ha maggiormente cancellato le consuetudini locali. Negli Stati

bengali, nell'Industan, dove tutto è intatto come nei secoli andati,

le caste sono infinite, divise e suddivise, ostili fra loro, conservate

con rigidità millenaria. Due cose sono care all'indiano: l'Inghilterra

e la sua casta. «L'India declina?....» — «Poco importa l'India, purchè

sia salva la fede». — «Declina la fede....» — «Purchè sia salva la

casta....». È il dialogo approssimativo con ogni bramino ben pensante.

Per casta — è risaputo — s'intende la sanzione legale e religiosa delle

disuguaglianze sociali, elevata a dogma attraverso i secoli. L'origine

delle caste — per quanto i bramini le pretendano istituite dagli

Dei in persona — va cercata nella diversità di razza e di mestiere;

quando i popoli ariani si rovesciarono dai passi dell'Imalaja nelle

pianure dell'India, lottarono con gli aborigeni che — vinti — ebbero

il titolo di Dasyon (_impuri_), mentre l'appellativo di _puri_: Sudra,

fu privilegio dei vincitori. Poi tra i vincitori stessi si delinearono

le prime caste rivali ed avverse: la casta sacerdotale coi Bramini,

la guerriera con i Kehatryas; poi la casta dei mercanti con i Vaisyo,

suddivisi in infinite corporazioni ostili: Marvary-Bandiary-Baniak,

ecc...., la casta degli agricoltori, dei pescatori, ecc.... Le caste,

sotto questo aspetto, avrebbero dunque qualche analogia con le nostre

_guilde_ antiche, le nostre corporazioni d'arti e mestieri. Ma il medio

evo nostro, anche ai tempi più feroci, non offre un parallelo adeguato

con la barbarie insensata delle caste indiane.

L'europeo sbarcato da poco sbigottisce ad ogni istante. Nelle belle

vie delle grandi capitali, sotto il riverbero delle lunule elettriche,

la folla indiana s'avanza con uno sguardo ed un passo che non è

soltanto preoccupato dai tram e dalle automobili. Che ha mai questa

gente? Obbedisce a un ordine coreografico o teme il contagio di

qualche epidemia? È semplicemente preoccupata di mantenere le distanze

prescritte dal diagramma delle caste indiane. Quattro passi tra un

bramino e un soldato, due tra un soldato e un contadino, tre tra un

contadino e un paria, ecc.... Prima della dominazione inglese il paria

non poteva comparire nel campo visivo d'un bramino o costui aveva

facoltà di ucciderlo o di farlo schiavo. Perchè l'ombra del paria

lascia una macchia sul passante, il quale non se ne può lavare che

con un rito specialissimo. Il paria è il rifiuto dei rifiuti, non può

piangere i suoi morti, non leggere i testi sacri, non pronunciare il

nome di Brama; l'antiche leggi indiane non fanno cenno di punizione

per chi ne libera la terra. All'altro estremo sta il Bramino, «il

quale, per nascita, ha diritto a tutto ciò che esiste e lascia vivere

gli uomini per pura generosità». Tra questi due estremi le caste si

dividono e suddividono all'infinito. Il viaggiatore europeo vede il

suo fedelissimo _boy_ fermarsi sulla soglia d'un rivenditore di libri

antichi, quasi impedito da una parete invisibile: «Il _bookseller_

è di casta _nakari_: io sono _kardy_, non posso entrare.... Dovrei

pagare dieci rupie al _priest_ per rientrare nella mia casta...». E

siete costretto ad attraversare, solo, il cortile e la piazza con dieci

chili di libri e il vostro servo costernato non può venirvi in aiuto

prima del limite prefisso. Ogni servo, poi, è specializzato in una

sola occupazione casalinga: quella permessa dalla sua casta; le altre

incombenze sono _immonde_; di qui la necessità di una servitù dieci

volte numerosa e di salari — mal per loro — dieci volte ridotti. La

vita d'un indiano è preoccupata, per quattro quinti, dalla paura di

«macchiarsi», di «uscire di casta». E questo fanatismo è inestirpabile,

sopravvive anche alla conversione religiosa. Mi raccontava un

missionario anglicano di ottimi fedeli che si rifiutano di mangiare

o di bere con il prete che li ha convertiti. Più buffo è il caso dei

nobili soldati Nair che alle prese con prigionieri di casta inferiore

li circondano con i fucili spianati, ma non possono agguantarli,

per paura di macchiarsi le mani. Più buffo ancora è lo zelo degli

onesti discendenti delle antiche corporazioni di malfattori, i quali

fanno petizioni al Governo inglese per riavere il nome di casta che

li distingueva nei tempi gloriosi e sono gelosissimi di appellativi

come questi: «_Cacciatore di naufraghi_». — «_Jena del Dekkan_». —

«_Sciacallo del viaggiatore_», ecc...., e gli uni guardano gli altri

con infinito disprezzo, secondo che sono discendenti di ladri di terra

o di mare, di assassini di pianura o di monte. Il fanatismo grottesco,

incredibile, non s'attenua, anzi si fa più intenso nelle classi elevate

ed abbienti dove il bisogno e la fame non impongono transazioni

di sorta. Così v'incontrate ad una serata del Governatore, con un

giovanotto affabilissimo, architetto laureato all'Università di Bombay.

Egli vi parla dell'architettura indiana con una grazia che v'incanta.

Per gusto di reazione gli chiedete che cosa pensi del Partenone,

dell'Abbazia di Westminster. Non risponde. Parlate ancora; gli dite che

sareste ben lieto, se il destino lo portasse in Europa, di fargli da

cicerone a Roma, a Firenze.... Ma vi mozza la parola il suo voltafaccia

improvviso, tra quel silenzio speciale che distingue una _gaffe_. «....

Ma non sapete che l'Ingegnere è cugino in sesto grado col Maharayalo

del Travancore, Razza Lunare, capite, discendente da Rama; razza che

non ha lasciato l'India mai, che non può lasciarla sotto pena di uscire

di casta. Parlare dell'Europa all'Ingegnere è come mettere in dubbio

i suoi titoli di nobiltà. Una sconvenienza imperdonabile!» Ohimè!

Perdonabilissima. Chi poteva immaginare un pronipote di Rama in quel

signore in marsina e monocolo? Chi poteva fiutare il sangue _lunare_ in

quelle sembianze semplicemente lunatiche?...

Episodi che si prestano alla celia. Ma non sorridete più se pensate che

la tradizione di casta chiude milioni e milioni d'uomini, li asserva

nella cerchia illusoria e pure infrangibile come un malefizio. Si

tratta, in realtà, di un tragico millenario fenomeno di suggestione.

Oggi, dopo tanti evi, la casta non si discute; si nasce dominati o

dominatori come si nasce maschi o femmine, biondi o bruni. La casta è

fatale come il destino.

Contro questa follia a nulla vale l'avveduta forza colonizzatrice

degl'inglesi, l'illuminata parola degl'intellettuali indiani, a nulla

valse la riforma di Gotamo. Il buddismo — reazione necessaria a tanta

barbarie — passò sull'India senza lasciar traccia, ed è confinato ora a

Ceylon e nella Cina. L'India è ligia alle caste oggi più che mai; e la

casta s'estende a tutti: maomettani, parsi, cristiani: anche cristiani,

poichè per mimetismo d'opportunità bisogna conformarsi all'ambiente,

e le chiese cristiane sono divise in riparti numerosi e ben distinti,

senza di che i fedeli non interverrebbero alla Messa....

Non solo, ma ogni nuovo mestiere introdotto dall'europeo crea una

casta che oscilla in potenza secondo la floridezza dell'industria

(the, cannella, pelli, indaco, ecc.): si direbbe che l'umanità,

in India, non possa aggrupparsi che così, per misteriose tendenze

etniche dell'ambiente, come certe sostanze non possono aggrupparsi

che in cristalli.... Gl'indiani non formano un popolo e l'India non

pensa e non può ribellarsi. È risaputa la risposta dei bramini a

gl'intellettuali innovatori: «Poco importa essere oppressi. Pur che la

casta avversa lo sia più di noi!».

Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India · 第 9 / 19 题