Le grotte della Trimurti.
Garapuri: «città degli antri o Deva Devi, isola degli Dei»: è forse
la più bella gita che offra Bombay, certo quella che unisce in
minimo spazio i motivi esotici più interessanti pel forestiero. Ma
difficilmente un inglese, un nativo tanto meno, la propone al suo
ospite; trova di miglior gusto condurvi alla spettacolosa sala di
_skating_ (sì, hanno il coraggio di darsi a questo sport, con una
temperatura minima di trenta gradi), o all'unica _matinée_ che dà
la Cleo De Merode, di passaggio per Bombay alla volta del Siam, con
un plutocrate innominato, o al gigantesco teatro cinematografico
dell'Esplanade, dove al soffio — ohimè! vano — di trenta ventilatori
la vostra nostalgia d'italiano sussulta vedendo apparire a sfondo di
qualche _film_ poliziesco il Canal Grande, il Pincio, il Valentino.
Ma veramente non si viene in India per questo. Non è facile l'arte del
Cicerone perfetto, del duca ideale nel proprio paese; le cose vicine,
anche bellissime, non si vedono più; e l'inglese non pensa a farvi
vedere l'isola d'Elefanta, come noi italiani esitiamo prima di proporre
la baedekeriana gita a Capri, a Monreale, a Superga. Gli inglesi
vanno ad Elefanta per due cose soltanto: mangiare e fare all'amore.
Il vaporino che supera le sei miglia di mare dall'isola di Bombay
all'isola d'Elefanta, è in gran parte occupato da famiglie merendanti
e da coppie amorose: viaggio al paese di Cuccagna, _embarquement pour
Cithère_....
*
Ma oggi non è domenica, e lo _steam-lunch_ è quasi deserto. Non è
domenica, e l'immensa rada di Bombay non è paralizzata dall'inesorabile
riposo festivo, offre tutta la policromia gaudiosa, la bellezza
varia della sua attività. Dobbiamo attraversare il porto della grande
metropoli asiatica; la lancia passa come un moscerino ronzante tra
i fianchi delle navi: navi di tutta la terra: inglesi, francesi,
olandesi, giapponesi, australiane, americane; di tutti i tempi:
colossali alcune, nuove, intatte, saggio imponente dell'ultima civiltà;
altre di forma arcaica, di età non definibile, zattere immense con una
sola grande vela, che osano attraversare l'Oceano Indiano dall'Africa
all'India, affidandosi per lunga esperienza a quel dato soffio di
monsone in quel dato giorno stabilito: velieri decrepiti che fingono
di ignorare ancora l'istmo di Suez, poichè la tassa di transito che
si paga a Porto Said varia dalle trenta alle cento e più mila lire, e
ripetono il loro viaggio secolare circumnavigando l'Africa, l'Arabia,
la Persia; velieri panciuti, d'una tinta uniforme di vecchio legno
fradicio, dalle vele gialle a sbrindelli e a rattoppi, così decrepiti
che fanno pensare alle galee portoghesi che ripararono per la prima
volta in Buona-Bahia (Bombay), ai negrieri, ai pirati che furono per
tanti secoli i signori indisturbati di questi mari e di queste terre.
Non è leggenda: tutta la popolazione marinara e peschereccia di Bombay,
che vive nelle isole vicine, in capanne minuscole, sotto l'ombra dei
cocchi eccelsi, è discendente di pirati; l'isola di Colaba, che si
disegna verdeggiante oltre la foresta delle antenne e delle vele,
era abitata ancora al principio del secolo scorso da _cacciatori di
naufraghi_: i suoi villaggi, si dice, sono costrutti interamente con
rottami di navi. Barbarie pittoresca e civiltà vittoriosa, tutte
le razze e tutti gli idiomi, tutte le linee e tutte le tinte si
contendono, stridono in questo convegno del Mondo, che offre tante cose
rare all'amatore dell'anacronismo e del paradosso.
*
Avanziamo lungo un piroscafo inglese giunto da poco: la parete
curva, nera, vertiginosa s'alza su di noi come il fianco d'un cetaceo
colossale; dagli infiniti sportelli aperti giungono voci, s'affacciano
volti impazienti; lungo una scaletta troppo fragile scendono i
viaggiatori in una lancia d'approdo; quattro _indu_ ignudi ricevono
i bagagli, aiutano i fanciulli, i malsicuri nel balzo. Una signora
biondissima si rifiuta al passo, i viaggiatori l'incalzano alle spalle,
l'incoraggiano, protestano; un gigante di bronzo l'afferra senz'altro,
la solleva in alto, la passa ad un altro gigante ignudo, che la
depone delicatamente, la siede incolume nella barca tra i suoi bagagli
ordinati: strida convulse della signora, risa degli astanti. Quella
biondezza e quelle braccia candide avvinte disperatamente alle spalle
barbare mi hanno fatto pensare una romana della decadenza, una _flava
coma_ contesa da due schiavi nubiani un poco irriverenti....
Tutto il porto dà il senso della schiavitù, ma non è un senso penoso:
i dominatori sanno sfruttare l'uomo fino all'ultima energia, comandano
con alterigia, ma con giustizia. Sulle navi, da nave a nave, su corde
tese, su scale pendule, su palafitte è un brulichio di forme nere;
tutti _indu_ di bassa casta, che vanno, vengono in file ordinate
ed opposte come le formiche, o si passano dall'uno all'altro, in
catena, le gerle di carbone, le balle di cotone, i caschi di banane,
le casse di spezie. È strano come questa misera, infima gente abbia
innata la scienza della grazia, l'armonia del passo, del gesto,
dell'atteggiamento. Tutti cantano lavorando, com'è costume nelle città
orientali. È una melopea a denti chiusi, che nell'attimo dello sforzo o
dell'intesa si accentua con un ritmo più forte e produce nell'insieme
l'effetto di una orchestra ronzante, monotona, non priva di dolcezza.
Ci sono donne tra quegli infelici, sono ignude, con un _panio_ alle
reni, ma si stenta a riconoscerle; quasi tutte son vecchie; il tempo,
la fatica hanno riassorbito il seno, fatte angolose le spalle, rudi
le braccia, maschile tutta la persona. Infelici? Forse no; certo meno
infelici, dacchè l'europeo li ha emancipati dalla crudeltà delle caste.
Poichè quasi tutti sono _paria_, cioè «non salvabili», da meno dei
corvi e dei cani, creature che si potevano uccidere impunemente, poichè
fuori del ciclo evolutivo, escluse per l'eternità da ogni speranza,
dannati in vita e in morte per la sola colpa di essere nati. Ora
la maggior parte ha sul petto di bronzo la scapolare, ha nel cuore,
rozza ed incerta, ma consolante, l'idea di una possibile salvezza, la
speranza di poter pretendere dalla morte ciò che non ha dato la vita.
*
Il porto interminabile ci resta a poco a poco alle spalle: dirada
la selva dei piroscafi, dei velieri, delle giunche; qualche zattera
vaga ancora sul mare di stagno, sul quale emergono frequenti le pinne
dorsali degli squali o balzano improvvisi, a frotte, i pesci volanti.
Cielo e mare si confondono in una calma eguale, senza limiti, incolore.
Si ha l'impressione di navigare nel vuoto; al tempo delle origini,
quando i mari caldi nutrivano i germi dei pleosauri e delle felci
colossali, le acque e i cieli immobili dovevano avere questo silenzio
d'attesa.
Ma d'improvviso, come sospesa nello spazio, disegnata sopra una parete
di cristallo, si profila l'isola di Elefanta, tutta verde, e dopo
l'isola la fascia fulva della terra ferma coronata dalla catena dei
Gati: il Bor-Ghat, una muraglia eccelsa di basalto sanguigno intagliato
dalla natura a torri, a spalti guerreschi.
Sono le dieci del mattino. Il caldo è tale, che la corsa della lancia
non dà refrigerio. Il sole, pure attraverso la doppia tenda, si fa
sentire sulla fronte, contro le gote, con l'ardore di un braciere
troppo vicino. Un _boy_, armato d'una pompa, irrora d'acqua marina
l'intavolato e le tende, ma i disegni scompaiono subito evaporati
dall'ardore di questo dicembre tropicale. Mai come in questi climi
mi sono rallegrato delle mie non molte carni: l'India è un soggiorno
veramente infernale per le persone anche appena fiorenti.
Il caldo provoca i miraggi, scompone l'aria, la fa vibrare, oscillare
all'orizzonte col tremolio del rivo sulla sabbia; l'isola d'Elefanta,
già prossima, s'addoppia, si riflette quadrupla, s'avvicina,
s'allontana, scompare.
Quando riappare, siamo giunti.
*
Approdiamo su grandi cubi di granito, viscidi d'alghe rosse e
azzurre, abbandonate dall'alta marea, pendule come capigliature di
sirene sconosciute. La collina s'innalza ripida sul mare: due cose
sono interessanti in quest'isola: non il _lunch_ e l'amore degli
inglesi domenicanti, ma la vegetazione e i templi famosi. Per la
prima volta, dacchè sono a Bombay, vedo in libertà selvaggia la flora
tropicale. I magnifici scenari verdi del Vittoria Garden, delle ville
dell'Esplanade, e del Malabar-Hill sono meditati da giardinieri esperti
su modelli inglesi, e ogni albero reca sul tronco una targa ovale col
nome in corretto latino: _Cinnamomum canphora, Vanilla aromatica, Ficus
elastica, Strychnos nux vomica, Tamarindus indica_, ecc., ecc., pessima
consuetudine che dà alla poesia d'un giardino esotico un sentore
farmaceutico e tutta la prosa d'una rivendita di droghe e coloniali.
Qui è la natura soltanto, la flora demente, senza freni e senza
nome. La spiaggia è fiancheggiata da pandani colossali che immergono
nell'acqua le loro radici multiple, sollevano in alto la corona delle
foglie, e fanno pensare a candelabri capovolti o a buffi trampolieri
vegetali. Si sale la collina lungo una scala ripida scavata nel basalto
da un brahamino, per ex-voto, a beneficio dei visitatori. A tratti
la vegetazione s'intreccia sul nostro capo, forma un corridoio verde,
dove il sole giunge tremulo come nei paesaggi sottomarini. Tra i fusti
bianchi e flessuosi dei cocchi, tra i fusti neri, diritti come colonne
delle _palme-palmira_, è il groviglio delle liane che allacciano
d'albero in albero tutta la foresta, e fanno dell'isoletta un fascio di
verzura emerso dal mare.
Vorrei uscire dal sentiero, internarmi sotto gli alberi, nel refrigerio
della notte verde, ma i _boys_ e gli amici si oppongono recisamente: è
l'ora calda, l'ora dei cobra, e i cobra abbondano nell'isola sacra.
A metà della collina s'apre il tempio famoso. È un ipogeo, che ricorda
le costruzioni egizie e consta di varie grotte scavate in una pietra
nera, simile al porfido. Le colonne si moltiplicano all'infinito,
pendono spezzate dalla volta tenebrosa o s'innalzano monche come
stalattiti. Il tempio è lavorato con un'arte pazientissima nei
particolari, qualche volta mirabili, ma noncurante delle proporzioni
e dell'armonia dell'insieme. Sebbene mutilato dai millenni, dalle
infiltrazioni e dalle frane, dal fanatismo mussulmano e portoghese,
presenta ancora una sintesi completa e imponente dell'olimpo brahamino;
olimpo complicatissimo, difficile a chiarire per chi non ha speciali
attitudini nel collegare le parentele numerose. Domina nella grotta
principale un altorilievo di forse quindici metri, raffigurante un
corpo formidabile a tre teste, la _Trimurti_ famosa: Siva che crea,
Visnu che conserva, Rudra che distrugge. Ma questa trinità s'incarna
all'infinito, si trasforma nei bassorilievi dei porticati semibui in
mille altre figure del simbolismo pazzesco. Ed ecco Siva che cavalca
un toro e si fa maschio e femmina ad un tempo, col simbolo maschile
_linga_, e femminile _joni_, circondato da infinite figure: elefanti,
tigri, serpenti, da saggi, _rhisi_, da _apsare_, uri dell'olimpo
brahamino, da Indra, da Brahma adagiato sul loto e portato da quattro
cigni, Visnu sorridente, altovolante sull'avvoltoio dalla testa
umana. È ancora Siva, la scultura divina dalla cui fronte sgorgano i
tre grandi fiumi, Gange, Jamma, Sarasvati; Siva che passa a giuste
nozze con Parvati, la Dea dalla vita sottile, dal seno enorme, che
con l'una mano abbraccia lo sposo, con l'altra strozza non so quale
rivale in forma di mostro femminino. E intorno è scolpita una turba
di Dei e Semidei, parenti e convitati, devoti e servi, che offrono
cibi e rinfreschi. Un altro bassorilievo rappresenta un giardino: il
paradisiaco monte Kaillasa, pieno di saggi e di donne in letizia,
poichè dall'unione di Siva con Parvati è nato Ganesa, il Dio della
Sapienza, mostro dalla testa di elefante, dal corpo umano, piccolino,
tondeggiante, panciuto. È ancora Siva in un bassorilievo che ritrae
le più desolanti e borghesi rappresaglie di famiglia che possano
affliggere un nume. Siva ha sposato una seconda moglie: Durga, figlia
di Daksha, figlio di Bhraham e genitore di sessanta figliuole; Daksha
dà un convito rituale, aduna tutti gli Dei e dimentica sciaguratamente
il suocero Siva e consorte. Questa interviene al rito, e, non attesa,
male accolta, si getta sulle fiamme dell'ara. Compare Siva, al quale
nel furore si moltiplicano le braccia, e taglia la testa al genero,
alle cinquantanove figlie, ai convitati con lo spaventoso congegno
delle molte braccia roteanti; intorno è un turbinare di teste mozze....
Una grotta è dedicata a un _lingam_ inghirlandato di fiori gialli:
in giorni speciali migliaie d'indiane vengono in pellegrinaggio,
s'inginocchiano, siedono sul rozzo obelisco di pietra, girando più
volte: e la cerimonia assicura la fecondità. In tutto il tempio domina
sovrano il _Civa-Lingam_, ed è strano questo simbolo procreatore in
una religione dove il supremo bene è il non essere nati, o essendo
nati annichilirsi al più presto. Ma è certo il mio cervello profano
d'occidentale che non comprende l'occulto senso della pietra scolpita.
Queste figure, ad esempio, che ricorrono su tutte le arcate d'ingresso
e rappresentano uomini armati recanti il sesso nella mano protesa,
e al posto del sesso un teschio che ride, dànno veramente un brivido
d'orrore e il senso del più tragico pessimismo. L'impressione tuttavia
di questo ipogeo troppo vasto, umido, oscuro, non animato che dallo
squittire dei pipistrelli e dallo stillicidio delle infiltrazioni,
è tetra, non religiosa. Quelle figure, che sembrano balzare dalle
pareti, precipitarsi furibonde contro i poveri mortali, armate di
clave, di lancie, di braccia multiple per meglio ferire, dànno il
senso dell'idolatria paurosa; vien fatto di domandare a questi numi
il perchè di tanto furore e quale guaio riserbano ai miseri mortali
peggiore della vita, peggiore della morte. Certo lo studioso, anche il
dilettante soltanto, che viene d'Europa dopo aver sfogliato i sacri
testi indiani e aver chiesto qualche ora di conforto alle sublimi
speculazioni dei Veda e degli Upanesed, resta deluso e sdegnato dinanzi
a questa teogonia barbara e selvaggia. Ma è il destino fatale di
tutte le religioni, che diventano culto, di tutte le fedi che si fanno
pietra, metallo, colore, forma: idolatria.
A queste malinconie certo non pensano i visitatori dell'ipogeo
d'Elefanta: sulle trenta mammelle della dea Dassavi, sulla tiara
delle Apsare, sulla fronte ampia, elefantina di Ganesa, la matita,
il temperino ha segnato nomi, date, cuori trafitti, ghirlande di rose
all'amore che passa. Precisamente come da noi.
*
Si esce all'aperto, nel tripudio verde dell'isola paradisiaca.
Si passa dall'ombra alla luce, dalla barbarie alla civiltà, dal
passato decrepito al presente vittorioso. Tutta Bombay è disegnata
sull'orizzonte con la sua rada, il suo arcipelago, le sue penisole.
Da nessuna altura si può meglio capire la topografia mirabilmente
equilibrata di questa metropoli asiatica. E si pensa non senza orgoglio
al miracolo che l'attività occidentale ha fatto in poco più di mezzo
secolo in queste paludi febbricose.
«Due monsoni dura la vita di un uomo» dicevano gli indigeni agli
europei che approdavano. Oggi Bombay è tra le città più salubri
dell'India, certo superiore a Calcutta, a Goa, a Madras. Ma quale
sovvertimento ciclopico ha dovuto operare la forza dell'uomo! Due
secoli or sono, alla foce del fiume Ulas, si prolungavano in mare,
lontane dalla costa, le creste parallele di due colline sommerse;
l'intervallo era occupato da laghi salmastri, da _jungle_ popolate
di belve. Gli esploratori portoghesi giudicarono quell'acquitrino
insanabile. Giovanni IV di Portogallo diede l'arcipelago di Bombay
quale dote — trascurabile — di sua figlia Caterina, sposa di Carlo II.
La Compagnia delle Indie l'ebbe da Carlo II per la cifra incredibile
di lire 250 annue. Se ne fece un luogo d'asilo, si cercò di popolare
la plaga umidiccia ed infuocata. Ma solo con l'annessione definitiva
all'Inghilterra, cominciò a delinearsi sull'arcipelago insalubre la
futura città. Le paludi e le _jungle_ furono prosciugate e distrutte,
le due colline parallele si congiunsero, formarono l'isola d'oggi.
Alcuni grandi giardini conservano esemplari di teck, di palme
centenarie, superstiti di quella flora selvaggia: la civiltà le
rispettò come rispetta le colonne dei templi indiani, formò giardini
intorno ai tronchi venerabili, costrinse in gabbia le belve. Dove
sorgevano paurosi paesaggi antidiluviani verdeggiano aiuole ben
pettinate, corrono _babies_ biondi dagli occhi ceruli, seguiti da
un'_aia_ indigena, da una mamma, da una sorella che sfoggia l'ultimo
figurino europeo; un'orchestra scelta risponde con una melodia verdiana
o wagneriana al ruggito delle tigri prigioniere.
Dall'alto di quest'isola d'Elefanta — tomba del passato — si contempla
l'isola di Bombay — cuna dell'avvenire — e nessun contrasto è più
profondo e più significativo. La filosofia orientale e la filosofia
occidentale con le loro conseguenze opposte: un tempio tetro, pauroso,
idolatra, una metropoli fiorente, colma di tutte le abbondanze. E
penso all'ammonimento dei simboli fallici e macabri: meglio non esser
nati....
Meglio non esser nati. Certo. Ma essendo nati.... adagiarsi nella vita
con tutti i beni che la vita può dare....
Le Torri del Silenzio.
Non è il titolo di un volume di versi decadenti.
_The Towers of Silence_: è la passeggiata che propone qualunque _Cook's
boy_ di Bombay al viaggiatore incerto sulla sua mèta. La Torre del
Silenzio: anzi, le Torri, poichè sono cinque le _Dakmas_, dove i Parsi
espongono i cadaveri agli avvoltoi. Io le credevo un'invenzione di quei
romanzi di avventura, già cari alla nostra adolescenza, dove, per gli
occhi languidi della figlia di un Marajà, un esploratore giovinetto
era narcotizzato a tradimento, avvolto in un lenzuolo ed esposto agli
avvoltoi dell'edificio favoloso, ma veniva salvato da un servo fedele
e unito a giuste nozze con l'oggetto dei suoi desiderî.
Le Torri esistono invece e sono intatte, come mille anni fa; tutto
è intatto in quest'India britanna, tutto è come nei libri e nelle
oleografie: danze di bajadere, templi colossali, ciurmerie di fakiri;
e guai per chi soffre la ripugnanza dei luoghi comuni, o la nostalgia
delle cose inedite; qui il letterato è esposto di continuo al rammarico
acuto, al dispetto indefinibile che si prova quando la realtà imita
la letteratura; non c'è altra salvezza che uscire dall'albergo senza
guida e senza amici, perdersi nella vasta metropoli luminosa dagli
edifici a ogive, a terrazze, a verande, a scalee, coronate di fiori
e di palme; edifici di uno stile gotico inglese, illeggiadrito dalle
esigenze del clima, immuni dal lercio stile _liberty_ che appesta le
metropoli europee; edifici che appaiono come tanti castelli della Bella
Addormentata e sono invece il Demanio, l'Archivio, il Lazzaretto, il
Tribunale, la Posta, ecc. E allora si trova il nuovo nelle piccole cose
della strada: il _cipay_, che si mette sull'_attenti_ se lo richiedete
di un'informazione, e ha gli occhi dipinti di azzurro, prolungati
sino alle tempia, contro i malefizi degli sconosciuti; lo _chauffeur_,
che porta sotto la visiera di celluloide, disegnato in rosso vivo, il
tridente di Wisnu; un _tram_ zeppo di passeggieri indigeni, che siedono
invariabilmente sulle calcagna incrociate, così che si ha l'illusione
penosa di veder passare carrozzoni elettrici interamente occupati da
infelici senza gambe; un ramo di orchidee malefiche, che si protende
dalla cancellata di un giardino; due bimbi Indu, che sono venuti alle
mani per una latta di sardelle vuota; un santo, che medita, seduto sui
gradini del monumento alla Regina Vittoria; i bengalini minuscoli, che
nidificano nell'elsa della spada di Re Edoardo....
*
I miei amici di Bombay si adoperano invece per farmi vedere dell'India
le cose che si lessero nei libri e che si videro dipinte. Esistono
anche queste. Così, per cortesia di Monsieur Lebaut, l'agente famoso
del famoso Hagembeck, assisterò, forse, ad una caccia alla tigre; per
i buoni offici del dottor Faraglia, il medico italiano notissimo di
Bombay, vedrò una danza di bajadere in una famiglia bramina tra le meno
accessibili all'europeo. Da tre giorni mi si vuol condurre alle Torri
del Silenzio. Ma non muore nessuno.
Quest'oggi Lady Harvet, una signora attempata e bellissima, tutta
bianca, vestito, volto, cappello, capelli, con non altro di colorito
che gli occhi azzurri, entra esultando nella sala di lettura del
_Majestic Hôtel_: — È morto! — E seguìta dal figlio e dal dottor
Faraglia, tutti esultanti: — È morto! È morto, ieri sera, un _parsi_
di qualche importanza, l'architetto Donald-Antesca-Cabisa; i funebri
saranno oggi, alle 18: siete fortunato; abbiamo il tempo di fare una
gita sull'Esplanade e di salire alla collina di Malabar per assistere
alla cerimonia; faremo il _lunch_ nel _Tower's Garden_; abbiamo le
provviste con noi....
Ed eccoci in auto a tutta corsa, — io che vado così volentieri
a piedi, lentamente, gustando in questi primi giorni la gioia di
premere la nuova terra, — e la città ci sfugge ai lati come una
_film_ svolta troppo vertiginosamente. Ecco l'Esplanade, dove l'ansare
delle automobili, lo scalpitìo degli equipaggi, si fonde col vociare
di una folla composta di dieci razze diverse e il suono di venti
bande militari. È la passeggiata, il Bois de Boulogne di Bombay:
interessante, misto, illogico, come un quadro futurista: tutti i
veicoli: carrozzelle indigene, tirate da zebu gibbosi, dalle corna
dorate, elefanti gualdrappati fino a terra di velluti ricchissimi, dai
quali non emergono che i quattro zoccoli enormi, le zanne tronche,
la proboscide, gli orecchi agitati di continuo come due ventagli;
carrozze dai cavalli candidi precedute da araldi ansanti e vocianti:
e dentro è adagiata la moglie, la figlia di un funzionario inglese,
e la biondezza della signora, stilizzata secondo l'ultimo figurino
europeo, fa uno strano contrasto con la magnificenza esotica ed arcaica
dell'equipaggio, con i turbanti e i velluti dei cocchieri, con la
nudità bronzata degli araldi. L'_auto_ di un ricco Parsi, l'_auto_ del
Vescovo di Bombay, che sorride fra due prelati e benedice con la mano
alzata di continuo la folla che s'inchina o s'inginocchia riverente.
In quest'ora di grande animazione, non ostante le rotaie, le
automobili, le vesti parigine, la città ricorda Babilonia ed
Alessandria, Roma e Bisanzio, i tempi favolosi; dà un senso di
ricchezza e di abbondanza; dà un senso d'invidia inevitabile,
fanciullesca, di rancore ingiusto, contro questi Inglesi, così forti e
così ricchi, padroni di mezza la Terra....
*
I secondi padroni di Bombay, dopo gli Inglesi, sono i Parsi. I Parsi,
da non confondersi con gli Indu (io li confondevo addirittura con i
Paria: è desolante l'ignoranza di chi muta d'improvviso venti gradi di
latitudine senza qualche studio preventivo), da non confondersi con
i Maomettani, gli Afgani, dai quali differiscono come un tedesco da
un arabo. I Parsi sono i discendenti degli antichi Persiani emigrati
dalla Persia in India, dopo la conquista di Maometto. È veramente
biblico e grandioso il destino di questi seguaci di Zoroastro, che,
per non rinnegare il Sole, loro divinità, abbandonarono, dodici
secoli or sono, la patria, giunsero raminghi e perseguitati in India,
rifugiandosi prima a Diu; poi a Tabli; trattando con i Marajà per
avere un'ospitalità non molestata. Furono, invece, molestatissimi per
quasi un millennio, e la loro pace e la loro floridezza non data che
dalla conquista degli Inglesi, i quali riconobbero le loro qualità, li
incoraggiarono e li protessero. Oggi sono nelle mani dei Parsi i più
grandi capitali di Bombay. Dipende dai Parsi gran parte del movimento
politico, escono dai Parsi i migliori commercianti e i migliori
laureati. Eppure, nessuno è più del Parsi ligio al suo passato,
nessuno è meno di lui affetto da _anglomania_. Molti Indu vanno in
tuba e in isparato. I Parsi vestono come mille anni fa, quando vennero
profughi da Persepoli; gli uomini con una larga zimarra bianca, sul
capo un'alta tiara nera simile ad una mitra (la cosa che più colpisce
l'europeo sbarcato da poco); le donne si avvolgono di sete a vivi
colori, giallo-zolfo, gridellino, rosso ciliegia, verde-salice, che
dànno rilievo ai capelli nerissimi e al pallore ambrato del volto. Come
alle loro foggie millenarie, così sono ligi alla loro fede e ai loro
riti: la dottrina di Zoroastro, ispirata alla religione degli elementi
creatori e conservatori, il Sole prima di tutto, e il Fuoco, imagine
del Sole sulla Terra. L'Inghilterra, che tollera tutti i riti, tollera
anche la Torre del Silenzio e le usanze funebri dei Parsi, che sono
certo le meno conciliabili col nostro sentimento occidentale.
*
Si sale lungo il Colle di Malabar; la città si abbassa rapidamente, si
offre tutta allo sguardo che la domina e ne gode come si gode di Napoli
dall'altura di Posillipo: una Napoli tripla, adagiata tra le montagne
del Dekan, il Borg-Hat, il Golfo di Bak-Baj e l'Oceano Indiano;
coronata da una vegetazione barbara, inconciliabile col nostro clima,
immersa in una luce intollerabile sotto il nostro cielo. L'automobile
ascende lungo la strada rossiccia, corre all'ombra dei cocchi, dei
_baniam_: gli alberi dalle radici multiple, ascendenti, discendenti,
moltiplicanti i tronchi all'infinito. Si riesce all'aperto, si scende
in un giardino lindo, fra grandi ajuole di rose del Bengala. Prendiamo
posto sotto una veranda intrecciata di grosse campanule strane, e
subito son tolte dall'automobile la tavola portatile, le provviste,
che Lady Harvet dispone in un grande vassoio: quei vassoi, che sono la
tavolozza gastronomica dell'invidiabile appetito inglese, contenenti
venti prodotti di tutti i climi: latte, miele, thè, marmellate indigene
ed europee, canditi, sott'aceto, salati, e frutti tropicali.... Spolpo
un frutto, un _mangustani_, che si mangia nella sua corteccia come
un sorbetto, mitigando col succo di limone la sua dolcezza troppo
aromatica; guardo intorno: il giardino ridente domina tutta Bombay, ma
è deturpato dalla Società del Gaz, che ha insediato tra gli alti fusti
delle palme-palmira un serbatoio colossale.
— Un gazometro? È la Torre del Silenzio, la maggior Torre; quelle altre
sono le _Dakmas_ minori, usate in caso di pestilenza.
La mia delusione è grande. _Tower of Silence_: il nome shelleyano
mi prometteva non quel cilindro imbiancato a calce, ma quanto di più
fantastico ha scolpito nella pietra la poesia della morte.
Un vallo senz'acqua circonda la torre e due ponti vi sono sospesi, che
dànno ad una porticina ovale, minuscola, unica apertura nella mole
bianca. Ed ecco fra il candore dell'edifizio e l'azzurro del cielo
un'enorme forma nera e sinistra: il primo avvoltoio; poi un secondo,
un terzo; poi sei, sette coronano la Torre, dànno al suo squallore un
tetro motivo ornamentale. Questi grifoni funerari superano veramente
l'orrore di ogni aspettativa; si direbbe che la Natura li abbia
foggiati secondo il loro tetro destino; hanno ali immense, possenti
al volo, fatte per gli abissi del cielo, ma che nel riposo lasciano
pendere lungo il corpo, trascinano nella polvere con una sconcia
stanchezza, artigli formidabili, ma senza la linea nobile dell'aquila,
artigli fatti per affondare nella carne putrida, non per lottare con la
preda viva. E alla base del petto, sopra una collarina di piume fitte,
si innesta un altro animale, un tronco di serpente ignudo, gialliccio,
grinzoso, dalla testa calva, con un becco oscuro ed occhi dallo sguardo
insostenibile, dove s'alterna la ferocia ingorda alla viltà e alla
malinconia.
La _Dakma_ si corona di avvoltoi, non più calmi nel loro pensoso
atteggiamento consunto, ma frementi, con i colli serpentini protesi
verso una cosa nuova. Lungo la strada, a mezza costa della collina,
biancheggia tra la polvere fulva e il verde del fogliame, il corteo
funerario. È tutto candido; strana usanza opposta alla nostra, che
ammanta di veli bianchi il dolore dell'ultimo addio.
— Entreremo anche noi nella Torre? — domando, non senza inquietudine
d'una tale proposta.
— Nessuno, nemmeno l'Imperatore, potrebbe penetrarvi; soltanto una
speciale setta di necrofori e il _dastur_ accompagnatore, possono
entrare.
— Il modello è molto semplice. — E il dottore mi disegna a matita
un anfiteatro, diviso in tre circoli concentrici, suddiviso da raggi
che formano tante cellette aperte: — Ecco: il cerchio interno, dalle
celle minori, è per i bimbi, il mediano per le donne, l'esterno per
gli uomini. Questo è il pozzo centrale, dove si raccolgono le ossa
ignude, che un acquedotto sotterraneo trasporta al mare. La logica
della barbara usanza? E barbara, perchè? Per i Parsi il fuoco è la
manifestazione divina, anzi, la divinità stessa, come per il cristiano
l'Ostia Consacrata. Rifuggono dunque dall'abbandonare il cadavere
al rogo, come fanno gli Indu, per non offendere con la putredine la
divinità; rifuggono dall'inumazione, perchè l'Avesta, il loro testo
sacro, proibisce di lasciare alla decomposizione lenta della terra quel
corpo, che fu l'agente di un'anima. Gli avvoltoi, gli uccelli sacri
per rito millenario, sono forse i più adatti ad annientare la misera
sostanza morta e a ritornarla nel ciclo vitale....
Ecco il corteo. Forse venti persone, interamente vestite di bianco,
con la testa, il volto velati di veli candidi. Quattro portatori
recano il cadavere resupino, coperto da un sudario leggiero, sotto il
quale traspaiono le spalle aguzze, il profilo fine, le gambe scarne.
I seguaci si tengono uniti a due a due con un fazzoletto attorto:
il _crati_ funerario, emblema di alleanza nella sventura. Il quadro
è molto semplice e molto grandioso, quasi non triste; ricorda certe
teorie cimiteriali sculpite nel marmo. Al primo ponte tutto il corteo
si arresta, come per intesa, e solo qualche figura bianca segue il
cadavere; parenti più consanguinei, la madre, il padre, un fratello.
La barella è deposta dinanzi alla porticina aperta; i seguaci sostano
pochi secondi dinanzi al cadavere, forse per una preghiera di addio.
Di fronte è il _dastur_, il sacerdote Parsi con due addetti. Non altri,
non altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun gesto tragico; forse
anche nella religione dei Parsi, come in quella dei Bramini e dei
Buddisti, è cancellato il senso che noi occidentali abbiamo dell'_io_,
e la loro filosofia millenaria attenua lo strazio del distacco senza
ritorno. La barella è scomparsa nella porticina, che si è chiusa
silenziosa, le ombre candide ritornano a due a due, unite sempre dal
lino funerario, si allontanano _senza volgersi indietro_, come il rito
prescrive, dispaiono fra i tronchi dei palmizi.
Ma in alto, nell'aria, è il turbinio fitto, spaventoso delle ombre
nere. Dalle profondità dell'azzurro si avvicinano, ingrandiscono,
precipitano con la velocità della pietra che cade, i grifoni funerari;
sull'azzurro del cielo, sul candore della torre, le ali fosche sembrano
attratte e respinte da un turbine avverso, fanno pensare alle grandi
ali degli angeli maledetti. Ma nessun grido, nessuna lotta, uno stridìo
querulo e sommesso, quasi timoroso di svegliare un dormiente.
Io ho un tremito leggiero, ho l'orrore dello strazio che non vedo.
— ... Un ottimo giovine. Prometteva di farsi un architetto valoroso,
aveva vinto il concorso per il palazzo del Museo di Igiene. Suo zio
l'avvocato Makalla....
Un architetto, un avvocato: uomini come noi, dunque, che hanno studiato
i nostri libri, assimilate le nostre formule e le nostre idee, e le
hanno potute conciliare con sentimenti remoti, ripugnanti dal nostro
sentire, come quelli del selvaggio più sanguinario. E l'abisso tra
uomo e uomo mi appare sempre più terribile ed incolmabile, e il mondo
sempre più stridulo e buffo ed assurdo. Buffa ed assurda questa
torre, circondata di alti palmizi, alternati alle aste della luce
elettrica e del telegrafo, buffi ed assurdi quest'automobile e noi che
sostiamo su questo pendìo come dinanzi ad un aereodromo, un ippodromo
occidentale....
— ... Nessuno strazio. Il cadavere è finito in venti minuti, — mi
spiega il dottor Faraglia, addentando un terzo _sandwich_, — ed è
spolpato con una delicatezza veramente religiosa; lo scheletro resta
intatto nella sua cella, composto come se preparato per un gabinetto
anatomico. Con un sol colpo di becco il cranio è aperto dove l'osso
frontale s'incastra alla nuca....
— Ma il vostro amico non mangia, non beve, — osserva cortesemente Lady
Harvet. — Non sopporterete il clima di Bombay se non raddoppierete i
vostri pasti.
Goa: «la Dourada».
Oceano Indiano. A bordo del _Pedrillo_.
14 dicembre 1912.
Nessuno ha voluto seguirmi a Goa. Gli amici sono rimasti a Bombay,
già presi dalle varie dolcezze della metropoli ospitale. Andare a Goa,
perchè? I perchè sono molti, tutti indefinibili, quasi inconfessabili;
parlano soltanto alla mia intima nostalgia di sognatore vagabondo.
Perchè Goa non è ricordata da Cook, nè da Loti, perchè nessuna società
di navigazione vi fa scalo, perchè mi spinge verso di lei un sonetto
di De Heredia, indimenticabile, perchè pochi nomi turbavano la mia
fantasia adolescente quanto il nome di Goa: Goa la Dourada.
Oh! Visitata cento volte con la matita, durante le interminabili
lezioni di matematica, con l'atlante aperto tra il banco e le
ginocchia: ora passando attraverso l'istmo di Suez e il Mar Rosso,
l'Oceano Indiano, ora circumnavigando l'Africa su un veliero
che toccava le Isole del Capo Verde, il Capo di Buona Speranza,
Madagascar.... Mi seguiva nel mio pellegrinaggio un compagno che
non ho più rivisto da allora, e che aveva tutti i diritti a bordo
della mia fantasia: aveva un fratello missionario a Goa: un fratello
che non vedeva da anni, che quasi non ricordava, ma al quale doveva
l'abbondanza invidiabile di francobolli coloniali e certe lettere che
parlavano del Malabar e dei Gati, di tigri e di San Francesco Saverio
e certe fotografie della Cattedrale e della missione tra i cocchi
svettanti. Francobolli, lettere, fotografie, il nome di lui: Vico
Verani: tutto m'è impresso nella memoria, come se visto da un'ora,
anzi v'è impresso questo soltanto; e il viaggio sull'atlante mi pare la
realtà viva, e pallida fantasia mi sembra questo cielo e questo mare:
cielo e mare di stagno fuso, limitato da una fascia di biacca verde: la
costa del Malabar....
Ancora una volta penso che i nostri sentimenti di fronte alle cose
non sono che la magra fioritura di pochi semi deposti dal caso nel
nostro povero cervello umano, nell'infanzia prima. Termina oggi il
viaggio intrapreso a matita sull'atlante di vent'anni or sono, termina
a bordo di questa tejera sobbalzante, una caravella panciuta, lunga
trenta metri, alla quale è stata senza dubbio aggiunta la prima caldaia
a vapore che sia stata inventata. Ma tutto questo è indicibilmente
poetico e mi compensa della vuota eleganza dei grandi vapori moderni
dalle cabine e dalle sale presuntuose di specchi e di stucchi Impero
e Luigi XV, dall'odore di volgarissimo _hôtel_, dove è assente ogni
poesia marinaresca, ogni senso della _cosa nuova_ e dell'_avventura_.
Qui tutto è poetico, e la mia nostalgia può sognare d'essere ai tempi
di Vasco De Gama, di navigare alle _Terrae Ignotae_, alle _Insulae non
repertae_....
Dormo in una cuccia dall'_oblock_ a telaietti come una finestra
settecentesca. Scorpioni, blatte, termiti in abbondanza, ma in compenso
ho intorno immagini e statuette di santi: da Nostra Signora del
Soccorso a San Francesco Saverio: con strane preghiere in portoghese,
per l'ora del naufragio....; e il legno della cabina sa di salmastro e
di decrepitudine, e stride, di notte, al rodio ritmico dei tarli.
Pochi viaggiatori a bordo; qualche mercante Goanese, e cinque monaci
che ritornano a Goa dalle Missioni del Nord. Ho sperato subito di aver
notizie del missionario sconosciuto:
— Sì, vado a Goa per vedere il fratello d'un mio amico. Vico Verani,
_Vielha Citade_...
Ma i cinque monaci non sanno:
— Noi siamo del Convento di Pandjim; Pandjim è la Goa nuova. Ma conosco
tutti i Monaci della Citade, le farò una presentazione per Padre
Jacques della Chiesa di Bom Jesù, un'altra per la Cattedrale....
Strani questi Monaci Goanesi dal volto angoloso e terreo, dal sorriso
larghissimo, dagli occhi piccoli, neri come scaglie d'onice incastonate
sotto i sopraccigli enormi e baffuti: figure di Zuloaga, esagerate dal
clima e dall'incrocio; vivacissimi nel riso, nello sguardo, nel gesto,
opposti in tutto alla rigida biondezza degli Inglesi confinanti....