15 dicembre.

Oggi sono sceso nella stiva. Quanta merce disparata abbiamo con noi!

Pianoforti, macchine da scrivere, biciclette, balle di cotone a fiorami

vivacissimi per le belle dei coloni, tre casse enormi, dove viaggia,

diviso in tre parti, una statua gigantesca di San Francesco Saverio,

omaggio del vescovo di Bombay a non so quale convento portoghese, e

un'infinità di sacchi pieni di cocci: cocci di stoviglie raccattati in

tutti gli spazzaturai occidentali, frantumi a colori vivi, ricercati

dai musaicisti goanesi che ne fanno pavimenti a disegni complicati, di

bellissimo effetto.

Ho avuta una gradita sorpresa. In cucina, tra un casco di banani e una

latta di conserve, ho trovato un libro: _Os Lisiades_, le _Lusiadi_

il poema immortale di Camoens: un'edizione arcaica sucidissima, con

in calce la _real alvaira_: la licenza dei superiori. Non conosco il

portoghese e non mi giova ad avvicinarmi il poco spagnuolo che so, ma i

versi sono così armoniosi, così perfette le rime che alla fine d'ogni

strofe capisco esattamente ciò che il poeta ha voluto dire. Mi aiuta,

d'altra parte, il cuoco, lo sguattero di bordo, qualunque marinaio:

il poema è popolare tra gli illetterati come da noi _Bertoldo_ o i

_Reali di Francia_: con questa variante che il libro è tra i capolavori

più completi che il Rinascimento abbia dato alla letteratura europea.

È l'opera nazionale portoghese, quanto sopravvive, ohimè, di tutta

la grandezza coloniale dei giorni splendidi. Non per nulla, e non

indegnamente, Camoens fu detto il Tasso del Portogallo. Tutti gli

elementi delle grandi epopee sono ricordati intorno alla figura

dell'eroe: Vasco De Gama, e intorno alla sua gesta: la scoperta delle

Indie Orientali. Eppure non so leggerlo senza un sorriso d'irriverenza.

La figura dell'Ulisside portoghese è così grottesca, camuffata secondo

l'ossessione classicheggiante del tempo: sembra di vedere gli stivali,

il robone logoro d'un pirata medioevale spuntare sotto la corazza, il

casco clipeato delle reminiscenze omeriche e virgiliane. Tutto l'Olimpo

Pagano e Cristiano presiede alle gesta. La Vergine Maria da una parte

— una Vergine troppo paganeggiante — e Venere dall'altra — una Venere

che sa di sacrestia e di Santa Inquisizione — si contendono a volta a

volta l'eroe navigatore. Il poema s'apre con una bufera d'antico stile,

quando Vasco De Gama piega il Capo delle Tempeste: Bacco lo perseguita,

Venere lo protegge. Sbarco a Melinda, accoglienza del Re e della

figlia, ed ospitalità generosa, a sdebitarsi della quale Vasco riassume

in tre lunghi canti gli annali del Portogallo, le sue glorie passate

e future; la filastrocca oratoria di tutti gli eroi antichi quando

giungevano alla Reggia ospitale.... Ed ecco Didone camuffata da Ines

de Castro, e il quadro commovente della partenza di Vasco con la sua

flotta, e il Ciclope, parodiato dal gigante Adamastorre. E tra queste

reminiscenze omeriche e virgiliane Vasco giunge a Goa, la espugna,

s'impossessa di tutta l'India e non dimentica con i vari Rahja un

formale contratto di commercio, in belle ottave armoniose. I navigatori

ritornano in patria trionfalmente e sono accolti in un'isola incantata,

paradiso allegorico dove le ninfe di Teti, ferite da Venere, li

compensano d'ogni dura fatica. I santi del Paradiso Cristiano assistono

plaudendo — che libro buffo! — alle cose che si fanno sull'erbetta

accademica di questo giardino d'Armida.

Che libro buffo! Ma pieno di bellezze, ed è certo il viatico poetico

più adatto per il sognatore che naviga verso Goa leggendaria, il più

adatto per ingannare le ore di torpore tropicale, resupini sul ponte,

sotto la doppia tenda, nella monotonia d'un viaggio che sembra non

dover finire più mai....

Vasco De Gama: nome tra i più favolosi che io conosca: tanto che non

riesco a vedere l'uomo fuori della favola, non lo so pensare vivo,

mortale, su questo mare, sotto questo cielo che furono i suoi! E pure

la sua flotta navigava forse queste acque quando ospitava a bordo, in

gran pompa, il Negus complice ed alleato. E l'Imperatore d'Etiopia e

il Capitano portoghese erano chini sulla carta a meditare un'impresa

degna dei Ciclopi, una vendetta da semidei: deviare il corso del Nilo,

costringerlo ad una nuova foce sul Mar Rosso, inaridire così tutta la

valle del Delta, annientando per sempre l'Egitto rivale; forse le navi

di Vasco seguivano questo stesso solco, avevano d'innanzi questo stesso

orizzonte, quando l'esploratore giunse un'ultima volta alla terra della

sua gloria e del suo tormento, già vecchio, misconosciuto, agonizzante,

e — turbandosi la calma dell'Oceano Indiano per un maremoto improvviso

— il morente impose coraggio alla ciurma allibita, gridando con voce

ferma: Non temete! È il mare che trema d'innanzi a noi!

Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India · 第 5 / 19 题