Oggi sono sceso nella stiva. Quanta merce disparata abbiamo con noi!
Pianoforti, macchine da scrivere, biciclette, balle di cotone a fiorami
vivacissimi per le belle dei coloni, tre casse enormi, dove viaggia,
diviso in tre parti, una statua gigantesca di San Francesco Saverio,
omaggio del vescovo di Bombay a non so quale convento portoghese, e
un'infinità di sacchi pieni di cocci: cocci di stoviglie raccattati in
tutti gli spazzaturai occidentali, frantumi a colori vivi, ricercati
dai musaicisti goanesi che ne fanno pavimenti a disegni complicati, di
bellissimo effetto.
Ho avuta una gradita sorpresa. In cucina, tra un casco di banani e una
latta di conserve, ho trovato un libro: _Os Lisiades_, le _Lusiadi_
il poema immortale di Camoens: un'edizione arcaica sucidissima, con
in calce la _real alvaira_: la licenza dei superiori. Non conosco il
portoghese e non mi giova ad avvicinarmi il poco spagnuolo che so, ma i
versi sono così armoniosi, così perfette le rime che alla fine d'ogni
strofe capisco esattamente ciò che il poeta ha voluto dire. Mi aiuta,
d'altra parte, il cuoco, lo sguattero di bordo, qualunque marinaio:
il poema è popolare tra gli illetterati come da noi _Bertoldo_ o i
_Reali di Francia_: con questa variante che il libro è tra i capolavori
più completi che il Rinascimento abbia dato alla letteratura europea.
È l'opera nazionale portoghese, quanto sopravvive, ohimè, di tutta
la grandezza coloniale dei giorni splendidi. Non per nulla, e non
indegnamente, Camoens fu detto il Tasso del Portogallo. Tutti gli
elementi delle grandi epopee sono ricordati intorno alla figura
dell'eroe: Vasco De Gama, e intorno alla sua gesta: la scoperta delle
Indie Orientali. Eppure non so leggerlo senza un sorriso d'irriverenza.
La figura dell'Ulisside portoghese è così grottesca, camuffata secondo
l'ossessione classicheggiante del tempo: sembra di vedere gli stivali,
il robone logoro d'un pirata medioevale spuntare sotto la corazza, il
casco clipeato delle reminiscenze omeriche e virgiliane. Tutto l'Olimpo
Pagano e Cristiano presiede alle gesta. La Vergine Maria da una parte
— una Vergine troppo paganeggiante — e Venere dall'altra — una Venere
che sa di sacrestia e di Santa Inquisizione — si contendono a volta a
volta l'eroe navigatore. Il poema s'apre con una bufera d'antico stile,
quando Vasco De Gama piega il Capo delle Tempeste: Bacco lo perseguita,
Venere lo protegge. Sbarco a Melinda, accoglienza del Re e della
figlia, ed ospitalità generosa, a sdebitarsi della quale Vasco riassume
in tre lunghi canti gli annali del Portogallo, le sue glorie passate
e future; la filastrocca oratoria di tutti gli eroi antichi quando
giungevano alla Reggia ospitale.... Ed ecco Didone camuffata da Ines
de Castro, e il quadro commovente della partenza di Vasco con la sua
flotta, e il Ciclope, parodiato dal gigante Adamastorre. E tra queste
reminiscenze omeriche e virgiliane Vasco giunge a Goa, la espugna,
s'impossessa di tutta l'India e non dimentica con i vari Rahja un
formale contratto di commercio, in belle ottave armoniose. I navigatori
ritornano in patria trionfalmente e sono accolti in un'isola incantata,
paradiso allegorico dove le ninfe di Teti, ferite da Venere, li
compensano d'ogni dura fatica. I santi del Paradiso Cristiano assistono
plaudendo — che libro buffo! — alle cose che si fanno sull'erbetta
accademica di questo giardino d'Armida.
Che libro buffo! Ma pieno di bellezze, ed è certo il viatico poetico
più adatto per il sognatore che naviga verso Goa leggendaria, il più
adatto per ingannare le ore di torpore tropicale, resupini sul ponte,
sotto la doppia tenda, nella monotonia d'un viaggio che sembra non
dover finire più mai....
Vasco De Gama: nome tra i più favolosi che io conosca: tanto che non
riesco a vedere l'uomo fuori della favola, non lo so pensare vivo,
mortale, su questo mare, sotto questo cielo che furono i suoi! E pure
la sua flotta navigava forse queste acque quando ospitava a bordo, in
gran pompa, il Negus complice ed alleato. E l'Imperatore d'Etiopia e
il Capitano portoghese erano chini sulla carta a meditare un'impresa
degna dei Ciclopi, una vendetta da semidei: deviare il corso del Nilo,
costringerlo ad una nuova foce sul Mar Rosso, inaridire così tutta la
valle del Delta, annientando per sempre l'Egitto rivale; forse le navi
di Vasco seguivano questo stesso solco, avevano d'innanzi questo stesso
orizzonte, quando l'esploratore giunse un'ultima volta alla terra della
sua gloria e del suo tormento, già vecchio, misconosciuto, agonizzante,
e — turbandosi la calma dell'Oceano Indiano per un maremoto improvviso
— il morente impose coraggio alla ciurma allibita, gridando con voce
ferma: Non temete! È il mare che trema d'innanzi a noi!